20 settembre 1973 Crotone. Assassinato Salvatore Feudale, 10 anni, insieme al fratello Domenico, 19 anni. Vittime di faida

Salvatore Feudale, 10 anni: assassinato in piazza Mercato, a Crotone, insieme con Domenico, il fratello diciannovenne. È il 20 settembre 1973. (Cocò e gli altri bimbi uccisi dalla ‘ndrangheta di Giovanni Tizian)

 

 

Fonte:  impronteombre.it 
Salvatore Feudale, uccisione in piazza

Salvatore Feudale ha dieci anni ed è figlio di Umberto, boss di Crotone. La sera del 20 settembre 1973 il ragazzino è insieme al fratello Domenico in Piazza Mercato. Improvvisamente si apre il fuoco e una scarica di 16 colpi uccide senza scampo i due ragazzi. È il giusto prezzo da far pagare al padre Umberto, che qualche tempo prima aveva ammazzato Ninnì Vrenna, figlio del boss rivale.

 

 

 

Fonte: wikipedia

Anni settanta

Il capostipite fu Luigi Vrenna detto U Zirru, il quale comandò il clan sino al 1974 quando venne arrestato come mandante dell’omicidio di due bambini (figli di Umberto Feudale, uomo di rispetto [senza fonte], detto u petrolianu). Questo fece iniziare la faida di Crotone. Umberto Feudale, che era dedito al contrabbando di sigarette, qualche mese prima aveva ucciso durante una sparatoria un figlio ventiduenne di Luigi Vrenna, Calogero detto Ninì, il quale dopo essere stato sparato, venne investito con la macchina mentre era a terra morto in segno di sfregio. Durante la sparatoria rimase ucciso un fratello di Feudale, Ciccio. Dopo la morte di Calogero iniziò una caccia ai parenti dei Feudale che culminò con l’uccisione di due bambini di 9 e 14 anni, Salvatore e Domenico Feudale, figli di Umberto. Per l’uccisione dei bambini il clan subì numerosi arresti, cadde in declino e fu contestato dalla popolazione di Crotone durante il processo, e si ridimensionò, così altre famiglie del crotonese, provenienti anche da Isola di Capo Rizzuto, Cutro e Cirò, cercarono di prenderne il posto. Luigi Vrenna morì per cause naturali.

 

 

 

 

Fonte:  ilcrotonese.it 
Articolo del 4 febbraio 2010
Il tenete ‘Petrusinu’ che arrestò u “Zirru”
di Damiano Lacaria

Dal fondo dei ricordi Iginio Carvelli, direttore della rivista Kairos Kroton, ha tirato fuori un personaggio che a Crotone ha segnato un’epoca. Trattasi di Tito Baldo Honorati, alias Petrusinu, il tenente dei carabinieri che nei primi anni ’70 del secolo scorso ha comandato la compagnia di Crotone, dove, appena arrivato, si è trovato nel bel mezzo di una faida, quella tra le famiglie Vrenna e Feudale.

La “guerra” scoppiò a seguito di una sparatoria tra un gruppo di giovani della famiglia Vrenna e dei Feudale, avvenuta nel rione Fondo Gesù, e in quella circostanza perse la vita un’anziana signora che era affacciata al balcone.

Dal fondo dei ricordi Iginio Carvelli, direttore della rivista Kairos Kroton, ha tirato fuori un personaggio che a Crotone ha segnato un’epoca. Trattasi di Tito Baldo Honorati, alias Petrusinu, il tenente dei carabinieri che nei primi anni ’70 del secolo scorso ha comandato la compagnia di Crotone, dove, appena arrivato, si è trovato nel bel mezzo di una faida, quella tra le famiglie Vrenna e Feudale.

La “guerra” scoppiò a seguito di una sparatoria tra un gruppo di giovani della famiglia Vrenna e dei Feudale, avvenuta nel rione Fondo Gesù, e in quella circostanza perse la vita un’anziana signora che era affacciata al balcone. Il seguito ha visto l’uccisione di Ninì Vrenna e poi la “ritorsione” contro la famiglia avversa, che registrò la perdita di due ragazzi, mentre transitavano nella “piazzetta”.

Trentasette anni dopo quella triste, tristissima vicenda che segnò lo spartiacque tra la vecchia e la nuova mafia, Tito Baldo Honorati, sollecitato da Carvelli, risponde ad un’intervista della quale trascriviamo i passaggi più significativi, cominciando dalla fine, dall’arresto di Luigi Vrenna, detto u Zirru, effettuato da Honorati che si rivolse a lui dandogli del lei e dicendosi dispiaciuto di averlo conosciuto in quella circostanza. “Tenente, voi fate il vostro dovere” gli rispose Vrenna. “Credo che quello sia stato il più significativo riconoscimento della mia vita professionale” ha chiosato Honorati.

Oggi l’allora tenente dei carabinieri è un generale dei carabinieri in pensione, ma non un pensionato, giacché da anni è presidente dell’associazione nazionale dei carabinieri in congedo, tanto per non perdere l’abitudine all’attività fisica come lo abbiamo visto nei cinque anni di permanenza a Crotone. L’impronta lasciata è rimasta nitida in quanti lo hanno conosciuto e, molto più complessivamente, per i cittadini di Crotone che lo hanno mitizzato. “Accettai di buon grado il trasferimento a Crotone, propostomi dall’intero comando generale, soprattutto per tre motivi: impegnarmi in nuove e diverse esperienze, ritrovarmi in una città di mare (io sono di Ancona) e avere un comando per un periodo superiore a quelli dell’epoca da me rivestiti… Non avevo alcuna idea della realtà sociale e criminosa della Calabria e il mio precedente impegno in Lombardia era finalizzato ad ambienti completamente diversi. Non ho avuto alcun mandato specifico, credo anzi, che il comando si rivolse a me poiché altri colleghi più informati avevano cercato di evitare la destinazione in una zona, come appresi, pericolosamente e particolarmente calda”.

Alla domanda se la mafia di allora fosse facilmente domabile, risponde che lui non sa quanto la mafia sia domabile, perché, nonostante i successi delle forze dell’ordine, il fenomeno è solo apparentemente indebolito, mentre sembra addirittura più esteso. La mafia crotonese dei Vrenna, precisa, dopo troppo tempo d’impunità e di concreta reazione da parte delle istituzioni, agiva con eccessiva visibilità e sicurezza e ciò mi consentì, al di là degli effettivi successi di polizia giudiziaria, di scuotere l’assuefazione dei crotonesi con la massima visibilità e sicurezza, propria dei carabinieri.

Concorda che allora era una mafia che si reggeva sul contrabbando delle sigarette e sulle tangenti che commercianti ed imprese subivano senza fiatare, mentre per quanto riguarda la droga, il Vrenna si dichiarava contrario a tale attività criminosa. Ci tiene però a precisare: “È una storia risaputa quella che la vecchia mafia fosse contraria alla droga. Non so come la pensasse personalmente Luigi Vrenna, sta di fatto che la mafia si è sempre evoluta perseguendo ogni forma di arricchimento senza alcun principio morale…”

Carvelli ricorda ad Honorati che all’epoca in cui lui era a Crotone ci fu un solo caso di sequestro di persona (Maiorano), ma si trattava di un’attività assorbita esclusivamente dalla criminalità organizzata della Locride e del Reggino. Alla domanda se ci fu un patto tra cosche che si divisero il campo d’azione criminosa in Calabria, risponde: “Si tratta indubbiamente di un fatto locale forse con aiuti interni, più volte indicato anche dalla criminalità moderna e realizzata da un’operazione più efficiente. Storicamente, in Calabria, ma anche all’estero, le cosche operano nel proprio territorio. A Crotone non c’era una classe dominante (i politici che contavano erano su Catanzaro e Cosenza) quindi potremmo presumere che non c’era collusione tra mafia e politica a Crotone? “Non credo – risponde Honorati – che a Crotone all’epoca ci fossero rapporti istituzionalizzati tra amministratori, politici e la mafia. Ricordo che l’amministrazione comunale era di sinistra quando la mafia imperava e faceva più riferimento ad alcuni esponenti dei partiti di governo soprattutto di centro. Sono sicuro però che provvedimenti amministrativi venivano adottati in modo da non contrastare gli interessi delle famiglie emergenti quali i Vrenna e i Ciampà”.

Il boss Vrenna faceva in modo di farsi notare quando arrivava un politico a Crotone, si faceva vedere al loro arrivo all’aeroporto Sant’Anna o durante il comizio in piazza Municipio. A riguardo Honorati dice: “Durante la mia permanenza a Crotone non ho mai verificato situazioni del genere. Ho visto personalmente Luigi Vrenna solo il giorno che l’arrestai e in seguito in Tribunale. Ho appreso però dai miei collaboratori che un onorevole in occasione di precedenti comizi a Crotone e nella zona disdegnava il servizio d’ordine della polizia, essendogli di garanzia la sola presenza del Vrenna”.

Alla domanda di Carvelli circa alcune voci che le istituzioni chiudessero un occhio sull’attività di Zirro, Honorati è categorico: “Non dispongo di elementi concreti per avallare una certa opinione… Personalmente posso affermare di aver avuto ogni legittimo sostegno da parte del procuratore Filippelli e dei suoi sostituti, così come dell’ufficio istruzione allora diretto dal giudice Tricoli. I provvedimenti restrittivi emessi dalle preposte autorità giudiziarie scaturivano dagli elementi investigativi acquisiti con intense attività di polizia giudiziaria e, ci tengo a dirlo, sempre confermate in sede di giudizio (tranne il noto caso dell’omicidio del geometra ad Isola Capo Rizzuto per il quale avevo denunciato un membro della famiglia Arena che, per la mancata conferma di una testimonianza in sede di Corte d’Assise venne assolto con mia grande delusione, ma forse anche con la salvezza della mia pelle: seppi in seguito che nel caso di condanna sarei stato oggetto di vendetta da parte della famiglia mafiosa”.

Qual è stata la strategia del tenente Honorati per assestare un duro colpo alla mafia crotonese? “Direi la più normale attività istituzionale. Dei più gravi fatti delittuosi verificatisi nel recente passato si può dire che tutti sapevano tutto, ma giudiziariamente restavano ad opera di ignoti. Ripresi dall’inizio – risponde a Carvelli – tutte le indagini riuscendo a raccogliere e valorizzare gli elementi positivi del contesto in cui le vicende si erano articolate e finanche degli autori materiali spesso convinti che l’onestà dei cittadini e la timidezza delle forze dell’ordine avrebbero assicurato la loro impunità, ma soprattutto sostituendo la plateale ed ininterrotta presenza nei luoghi nevralgici della città con quella visibile e decisa dei carabinieri, cominciando a far rispettare le più normali regole del vivere civile. Io stesso – aggiunge – in più occasioni intervenni per richiamare, senza contestare contravvenzioni chi aveva posteggiato la macchina in divieto o gettato rifiuti dalla finestra, per ridurre anche comportamenti di inciviltà. In tal modo la cittadinanza fu riconquistata alla fiducia nella polizia e, in certi casi, fu più disponibile alla collaborazione”.