21 Marzo 1976 Melito Porto Salvo (RC). Muore in ospedale Caterina Liberti. Le avevano sparato 2 giorni prima nel suo paese, Bruzzano. Uccisa perché aveva infranto la «legge dell’omertà»?

Caterina Liberti è morta a Melito Porto Salvo la mattina del 22 marzo 1976 all’ospedale Tiberio Evoli dove era stata ricoverata in seguito a ferite di arma da fuoco. Tre giorni prima, venerdì 19 marzo, Caterina era stata colpita da alcune fucilate nella piazzetta del suo paese, Motticella di Bruzzano, mentre rincasava insieme alla madre. Aveva 36 anni e una figlia di 14 anni.
Il movente dell’omicidio sembrerebbe legato ad una denuncia che aveva sporto ai carabinieri qualche tempo prima. Caterina Liberti faceva la contadina e tempo prima le erano state rubate 4 capre. Dopo aver tentato invano di recuperarle, ne aveva denunciato il furto ai carabinieri. Uccisa perché aveva infranto la legge dell’omertà?

La storia di Caterina è raccontata con grande impegno e fantasia nell’e-book Dalla violenza all’impegno dalla classe I A della scuola secondaria di primo grado dell’IC Murmura di Vibo Valentia.

Fonte:  memoriaeimpegno.blogspot.com

 

Si ringrazia Libera Presidio Nino Marino per la documentazione inviataci.

Articolo del 20 Marzo 1976
Due donne ferite a Bruzzano e Cardeto
Misteriose Sparatorie

Reggio Calabria, 19 – Due misteriose sparatorie si sono verificate questa seraq in contrada Motticella di Bruzzano Seffirio ed a Dardeto. In entrambi i casi sono rimaste ferite due donne.

Il primo episodio delittuoso si è verificato a Motticella, dove la contadina Caterina Liberti, 36 anni, mentre si trovava nei pressi della propria abitazione, è stata raggiunta al torace ed alle spalle da due colpi di fucile, Uno sconosciuto appostato dietro un cespuglio ha sparato contro la Liberti attingendola in parti vitali.
Soccorsa dai familiari, la donna è stata trasportata d’urgenza all’ospedale civile di Melito Porto Salvo, dove è sta ricoverata con prognosi riservata. Le sue condizioni sono molto gravi.

La seconda sparatoria ha avuto conseguenze meno gravi, si è verificata verso le ore 22,30 nel centro abitato di Cardeto. Giovanna Nocera, 43 anni, sposata Fortuzio, mentre si apprestava a rincasare in compagnia della figlia e del fidanzato di quest’ultima, dopo essere stata in casa di una congiunta, è stata raggiunta, per fortuna di striscio, da un colpo di fucile caricato a pallini. La donna è stata accompagnata agli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria con un’autovettura e medicata per ferita da pallini con ritenzione al bbraccio sinistro ed alla testa, guaribile in una settimana.

Sono in corso indagini da parte dei carabinieri della tenenza di Melito e della Compagnia di Reggio Calabria per fare luce sulle due misteriose sparatorie.

 

 

 

Articolo del 22 Marzo 1976
Morta la donna di Bruzzano
Vano il tentativo dei sanitari dell’ospedale di Melito di salvarla – Uccisa perché aveva infranto la «legge dell’omertà»? – Avrebbe denunciato ai carabinieri le persone che le avevano rubato quattro capre.

E’ deceduta ieri mattina all’ospedale civile di Melito Porto Salvo la contadina Caterina Liberti, 38 anni, ferita gravemente con due fucilate, venerdì sera nella piazzetta di Motticella di Bruzzano Zeffirio. Le condizioni della donna si erano ulteriormente aggravate domenica sera, ed i sanitari avevano proceduto ad un delicato intervento chirurgico amputandole il braccio sinistro, martoriato dal piombo e che era andato in cancrena. Ma tutto è stato vano in quanto Caterina Liberti è morta, poco prima delle ore 7 di ieri.

Il killer che le aveva teso il mortale agguato non ha fallito la mira, le due fucilate splose dallo sconosciuto da distanza ravvicinata avevano centrato in pieno il bersaglio umano. Caterina Liberti, che non era spostata, pur avendo una figlia di 14 anni, nata da una relazione con un uomo del luogo, è stata molto probabilmente uccisa – secondo gli inquirenti – in quanto aveva infranto «la ferrea legge dell’omertà» che purtroppo vige ancora in alcune contrade.

Il 2 febbraio scorso la Liberti aveva subito il furto di quattro capre che si trovavano rinchiuse in una sua proprietà alla periferia del paese. Era questa una grave perdita per la contadina che, con sacrifici e stenti, mandava da sola avanti la sua famiglia e manteneva anche agli studi la figlia che frequenta attualmente la terza media.

La Liberti, si era data da fare per ottenere la sostituzione delle quattro capre ed avrebbe intavolato anche delle trattative con determinati «personaggi». trattative che non erano andate a buon fine. La donna si era decisa allora a rivelare tutto ai carabinieri ed avrebbe fatto anche i nomi dei presunti responsabili dell’abigeato. La donna avrebbe segnato così la propria condanna.

Se la pista che stanno seguendo i carabinieri al comando del maresciallo Pale, comandante interinale della tenenza di Melito Porto Salvo e del maresciallo Marcianò, è quella giusta, le ipotesi che si possono formulare sono due: la donna sarebbe stata messa fuori strada dalle sue indagini sull’abigeato da personaggi interessati a non dirle la verità e che sono stati presi in contropiede quando la Liberti ha parlato con i carabinieri; oppure la donna avrebbe messo in difficoltà qualcuno che sapeva molto sull’abigeato e che si è deciso a chiuderle la bocca per sempre.

I carabinieri cercano di stabilire in primo luogo, se c’è un aggancio tra l’abigeato ed il delitto non trascurando però di indagare sul passato della donna e sui contatti che la stessa ha avuto in questi ultimi giorni con persone del posto. E’ stato, infatti, accertato dai carabinieri che chi ha ucciso la Liberti doveva conoscere molto bene le sue abitudini. Il killer sapeva quando la donna rincasava in compagnia della madre Maria Antonia Tedesco, 79 anni, dalla campagna e l’ha attesa alvarco. Caterina Liberti è stata, infatti, anche quella sera puntuale a rientrare a casa dopo una dura giornata trascorsa nei campi. La vittima designata era in compagnia della madre che la precedeva di alcuni passi. Erano le ore 19 allorquanto le due donne hanno fatto la loro apparizione nel centro abitato di Motticella. Caterina Liberti è stata chiamata per nome e si è voltata. L’oscurità è stata rotta dalla fiammata di due colpi di fucile in rapida successione, colpita al torace dalla rosa di piombo la donna è stramazzata a terra in una pozza di sangue. Alle disperate invocazioni di aiuto della madre della ferita, sono intervenuti alcuni passanti che hanno trasposrtato la Liberti all’ospedale di Melito Porto Salvo, dove ieri mattina è deceduta dopo una lunga agonia.

 

 

 

Fonte:  vivi.libera.it

Lavoro della Classe I A Scuola Secondaria I grado IC “Murmura” – Vibo Valentia

Caterina Liberti 1976 Motticella di Bruzzano Zeffirio (RC)

Una vita controcorrente

La Calabria è una terra ricca di contrasti e bellezze. Molti ostacoli spesso la caratterizzano per il raggiungimento di una piena autonomia sociale e civile, ma i suoi abitanti oggi più che mai mostrano animo risoluto, spirito forte e voglia di cambiamento, da tempo questo vento nuovo è stato atteso e oggi più che mai dobbiamo cogliere queste brezze leggere che hanno spiegato le vele della legalità per approdare alla nostra Itaca. Una terra promessa in cui gli uomini, esseri liberi, sono pronti rispettare se stessi e gli altri in virtù di un ideale comune. Uomini e donne semplici, non eroi non eroine ma gente comune che vuole vivere senza paura la propria vita, libera di esprimersi ed essere. Caterina era una bellissima ragazza, per quanto bella era diretta, non temeva di sostenere le sue idee se convinta di essere nel giusto. Era una tosta Caterina. Aveva ventidue anni e questo suo carattere spesso le era costato la perdita di numerose amicizie. Nonostante i suoi problemi e i tanti pregiudizi dei paesani era armata di buono spirito e tanta forza di volontà, dedita al lavoro e pronta ad aiutare la sua famiglia per sbarcare il lunario. Era una donna molto sensibile che nascondeva i propri sentimenti per non sembrare debole agli occhi altrui, serbava un amore, una gioia e un affetto immenso nei confronti della propria madre. Aveva pochi beni, molto preziosi: i suoi familiari e qualche capra. Con amore e cura si occupava di entrambi.

Spesso si recava con la madre in campagna per aiutarla nel lavoro dei campi oppure al mercato a vendere il formaggio che producevano nel podere fuori città. Un’attività che richiedeva tempo e costanza, era lei stessa che mungeva i suoi animali, versava il latte in un recipiente e con cura attizzava un fuoco sul quale poggiava una grande pentola per farlo bollire, ne gustava il profumo che sprigionava, non appena diventava tiepido lei mescolava con amore finché non arrivava il momento di aggiungere il caglio. Aspettava con trepidazione il momento in cui doveva “rompere” la forma, impiegava circa mezz’ora prima che il latte si addensasse. Il formaggio iniziava a prendere consistenza, poi aiutandosi con le mani stringeva forte la pasta formatasi, plasmandola in piccoli cilindri, in modo da eliminare il liquido in eccesso, rigirandolo ancora un paio di volte tra le mani. Con cura lo poggiava su assi di legno per farlo stagionare in un luogo alto e fresco, erano necessari all’incirca quindici o venti giorni prima che fosse buono per essere mangiato. Com’era fiera del suo formaggio! Era il più buono di tutto il paese. Lei stessa lo mangiava con gusto, ma soprattutto lo vendeva al mercato per ricavarne qualche soldo.

Le piaceva passare il tempo al podere, intorno al suo piccolo gregge c’erano degli alberi di pere e mele e altri alberi da frutto, di là dalla staccionata si stendeva una campagna coltivata in estate a pomodori, zucchine, melanzane, peperoni, carote e piselli e una piccola casupola fatta con assi di legno, ripostiglio per arnesi agricoli e i semi dei vari ortaggi.

Caterina era volenterosa e pronta ad aiutare la madre, la sua bellezza non era unicamente interiore, non passava di certo inosservata la domenica mattina quando si preparava con cura per recarsi presso la chiesa del San Salvatore, nella piazza del suo paese a Motticella di Bruzzano, ad ascoltare la Santa Messa. Lei aveva notato gli sguardi insistenti di un ragazzo, le piaceva molto ed era sicura che il fiore che al rientro dalla messa trovava puntualmente sulla porta di casa, fosse il suo. Caterina si era fidata di lui al punto da innamorarsi e iniziare una relazione dalla quale sarebbe nata una bambina. L’uomo però si rivelò ben presto un mascalzone, abbandonò Caterina appena seppe che lei era in attesa di un figlio. Questa esperienza l’aveva segnata, sicuramente rendendola più forte, ma non immune alle voci del paese.

Motticella era un piccolo borgo, le notizie giravano molto velocemente, ben presto di bocca in bocca il suo nome risuonò su tutte. Alla gente del posto non piacevano le persone poco timorate di Dio e Caterina adesso sembrava non esserlo, perché nel suo grembo stava crescendo una creatura senza padre, fuori da un legame familiare, lei non aveva rispettato le loro tradizioni, era venuta meno la castità della ragazza. Aveva osato portare alla luce una figlia pur non avendo contratto regolari nozze e per questo non era vista di buon occhio. Spesso gli abitanti le chiedevano della relazione avuta con il padre della bambina e lei tirava fuori le unghie per difendersi dagli insulti e dalle offese che erano impliciti nelle loro domande.

Motticella era un paese abitato quasi completamente da contadini poco istruiti pronti a giudicare il prossimo e lei ne era consapevole, ma non si abbatteva quasi mai, nonostante le difficoltà non mancassero.

Questo borgo faceva parte del comune di Bruzzano Zeffiro, in provincia di Reggio Calabria, e sorge su una collina a 120 metri dal livello del mare, attraversata da una fiumara, luogo d’incontro, dove le donne andavano a lavare gli indumenti, attingere alle sue acque e portare al pascolo il gregge. Ancora oggi risiedono meno di 100 abitanti. Le case sono di vecchia costruzione e molte disabitate, il paese si distribuisce su poche vie principali ovvero via Diana, via Bogni, via Merulli, strette a tal punto che non è consentito che il passaggio di un’unica automobile. Tra queste si intersecano dei vicoli che nel dialetto locale sono denominate “rughe” o “vineje” dove spesso fatti illeciti si compivano. Difficile vivere in un paese dove regna la mafia e la legge dell’omertà, questo lo sapevano bene tutti, ma difficile è ribellarsi alle sue strette maglie che come una rete trattiene paure e sogni. L’omertà è il silenzio e il silenzio non è solo essere indifferenti, ma anche ostacolare la ricerca del colpevole.

Caterina viveva con la madre Maria Antonia Tedesco, anche lei era una contadina, portava lunghi capelli bianchi raccolti in una treccia e avvolti in un foulard nero com’era usanza per le contadine del Sud. Il volto era segnato da rughe profonde, segno indelebile del tempo che passava e del duro lavoro fatto nei campi, la pelle era segnata da quel sole caldo del Sud che sa essere feroce nelle calde giornate estive mentre ci si china su quella terra di lavoro pronta a dare i sui frutti in cambio del sudore della fronte. Era anziana la madre, sulla soglia dei settant’anni non aveva più la forza di lavorare nei campi, ma dava comunque una mano alla figlia che si occupava di lei. Portava abiti scuri e quando si ritirava dal podere fuori città, la si vedeva spesso attraversare le vie con in testa un cesto di vimini che lei stessa aveva intrecciato, sembrava un’equilibrista, nonostante l’età portava fiera il ricco bottino dei prodotti della terra. Era determinata come la figlia, una persona semplice e umile e quando seppe che Caterina era rimasta incinta provò grande dolore per la buona reputazione della figlia, che in quel piccolo borgo sarebbe venuta meno.

Non mancò di sostenerla e decise di aiutarla e stare al suo fianco. Era una donna umile e gentile, aveva vissuto per tutta la vita in quel paese ed era molto rattristata che i suoi paesani la evitassero e la deridessero a causa di quanto accaduto, ma il bene che provava per sua figlia era superiore a qualunque avversità e soprattutto alle accuse gratuite che i paesani le riversavano.

Il tempo scorreva lento a Motticella, scandito da giornate una uguale all’altra. Caterina immaginava un futuro diverso per la figlia, sperava in un’istruzione in grado di allontanarla da quel luogo e riscattarla agli occhi di tutti. La ragazza era il centro del suo mondo e per lei avrebbe fatto qualsiasi sacrificio. Le era stato assegnato il nome della nonna, usanza che spesso era rispettata nelle regioni a Sud d’Italia. Secondo la buona tradizione i figli dovevano portare il nome dei nonni paterni, ma poiché lei non aveva avuto un padre che l’avesse dichiarata all’anagrafe, Caterina decise di chiamarla come sua madre.

La ragazza spesso si sentiva sola e non ben accetta dai compagni di classe che riportavano i pregiudizi che a casa sentivano dai genitori sul conto della madre. Tutte le mattine si confrontava con i suoi compagni, la scuola era un eterno banco di prova, lei che per zittire tutti cercava di studiare e prepararsi al meglio all’esame che le avrebbe dato la licenza media, ma si sa spesso nemmeno esser bravi a scuola aiuta e lei rimaneva agli occhi dei compagni come quella senza un padre. Ed effettivamente non c’era un padre pronto a difenderla o semplicemente in grado di darle affetto, suppliva la madre a ciò, ma non era lo stesso. Non era semplice reggere lo sguardo di chi si sentiva migliore di lei, il senso di impotenza spesso la pervadeva e nulla la confortava.

Al rientro da scuola, la si poteva scorgere con los guardo attento, mentre rientrava a casa, a scrutare i volti degli uomini del paese. Tra quelli c’era suo padre. Ne cercava i lineamenti, i colori, il taglio degli occhi o il sorriso. In maniera furtiva, quasi con la paura di poter esser rimproverata. Quando incrociava un padre e una figlia che passeggiavano mano per la mano o stretti in un abbraccio inevitabilmente qualche lacrima le rigava il volto, a nulla serviva ripetersi che doveva essere forte come sua madre, celava in fondo al cuore un rancore contro quell’uomo che l’aveva generata e abbandonata alla miseria, ma che pur sempre era suo padre.

Era Il 2 febbraio del 1976, ricorreva la festa della Candelora e Caterina, con sua madre e la figlia, si stavano apprestando per andare in chiesa e partecipare alla funzione liturgica che si sarebbe svolta nel primo pomeriggio. Ma prima di recarsi presso la chiesa del San Salvatore decisero che sarebbe stato opportuno sistemare il piccolo gregge di capre che avevano, era il caso di rinchiuderle perché da lì a poco il buio avrebbe ammantato il borgo. Lasciò la madre e la figlia e si diresse al podere, arrivata, si rese conto che le sue capre non vi erano più. Qualcuno le aveva rubate. Un turbinio di sensazioni la pervase, era sconvolta, sapeva che senza le sue capre non avrebbe potuto mantenere la sua famiglia, ma allo stesso tempo la rabbia nei confronti di chi aveva compiuto questo gesto spregevole aumentava a dismisura.

In un piccolo borgo, non è difficile immaginare chi con la forza e la prepotenza è abituato ad appropriarsi delle cose altrui. Si recò a casa e parlò con la madre e la figlia dell’accaduto, era determinata ad affrontare quegli uomini e a riprendersi ciò che era suo. Decise di andare a trattare con i delinquenti, affrontarli parlandogli faccia a faccia, la madre era preoccupata aveva paura che se si fosse presentata a casa loro con delle accuse l’avrebbero uccisa.

Attese un giorno. Alle dieci di mattina, mentre la madre era presso il podere, Caterina non riusciva a trovare pace, i pensieri erano un turbinio di contraddizioni, pensava alla sua famiglia, si chiedeva come avrebbe fatto a sfamarle e a pagare gli studi per sua figlia, decise allora di recarsi a casa dei malfattori. Non era facile e lei ne era consapevole, aveva paura, ma doveva farlo. Lo doveva a sua madre che non l’aveva abbandonata nel momento in cui era rimasta incinta e lo doveva a sua figlia: era necessario farle capire che non avrebbe dovuto mai chinare il capo di fronte alle ingiustizie subite.

Sì recò presso la dimora dei ladri. La casa era recintata da un muro alto e grigio che non dava la possibilità a chi passava di vedere chi ci fosse all’interno. Prese un bel respiro e suonò il campanello, posto sul lato destro di un cancello in ferro battuto. Ad aprire fu una donna vestita di nero, ma era molto diversa da sua madre, gli abiti erano in panno e i gioielli che indossava mostravano l’agiatezza in cui viveva. Le chiese cosa volesse, alla richiesta di parlare col padrone di casa fu invitata a seguirla, assieme percorsero un lungo viale alberato, alla sua destra molti ulivi si estendevano e non molto lontano dall’ingresso principale c’erano due cucce dalle quali spuntavano due grossi cani accovacciati. Sulla sinistra si intravedeva parcheggiata un’automobile nera di grossa cilindrata, non riuscì a distinguerla, la sua cultura in fatto di motori era inesistente. F

u fatta accomodare nel soggiorno. Caterina in attesa che qualcuno le si presentasse davanti, si guardava intorno, notava le ricche suppellettili, i pavimenti di marmo, il broccato dei tendaggi e il damascato dei divani, a terra vi era un grande tappeto sul quale troneggiava un tavolo in stile barocco. Sulle credenze c’erano statue di vario colore, appesi alle pareti numerosi quadri: l’oro e il rosso erano i colori predominanti. Non aveva mai visto tutto quello sfarzo. Presto si presentò il padrone di casa in compagnia di altre tre persone. Caterina fu invitata a sedersi su una poltrona affiancata a un camino fatto in mattoni. Cominciarono a discutere dell’accaduto, si rese presto conto che la prepotenza e l’arroganza di quegli uomini non le avrebbero fatto ottenere nulla. L’accordo non fu trovato. Il furto era stato un gioco per loro, ai quali di certo non servivano le sue capre per sopravvivere, ciò la indispettì maggiormente, ma era comunque una donna saggia, consapevole che le sue parole non avrebbero, in quella occasione, cambiato nulla. Chiari erano stati gli sguardi di disprezzo e superiorità che le erano stati rivolti. Consapevole che quella trattativa non era andata a buon fine, si congedò da quegli uomini e si allontanò da quella casa.

A passi lenti trascinò sé stessa e i suoi pensieri. Il vento freddo sembrava esser ancora più cattivo con lei, non riusciva a capire se quel gelo che sentiva provenisse dalla sua anima in pena o dalla volontà che aveva di raggelare i pensieri e far morire qualsiasi speranza. Caterina doveva trovare una soluzione, non poteva darsi per vinta, né dargliela vinta, quale insegnamento avrebbe lasciato a sua figlia?

Nella strada verso casa era più turbata che mai, le vie le sembravano più piccole, quella stretta al cuore che aveva le faceva accelerare il passo, una lacrima calda di rabbia le rigò il volto. I suoi passi si fecero sempre più svelti, presto si tramutarono in una corsa verso casa. Arrivata, chiuse alle sue spalle la porta, si lasciò scivolare a terra e si abbandonò a un lungo e rumoroso pianto. Si sistemò i capelli, si diresse verso la tavola e si versò dell’acqua, seduta guardava il vuoto mentre la mente si perdeva in mille domande. Si recò verso il bagno, si lavò il volto, si diede una sistemata e tornò al podere, doveva raccontare tutto alla madre e alla figlia.

La madre le consigliò di lasciar stare, di trovare una soluzione diversa, aveva paura per entrambe. Lei non voleva piegarsi alle logiche di un paese che vuole il silenzio e tace ogni atto di prevaricazione. Tutte le notti osservava la sua bambina che stava diventando una giovane donna e si chiedeva quale potesse essere la cosa giusta da fare, quale insegnamento le avrebbe tramandato se avesse lasciato correre. Spesso le parlava, le diceva quanto fosse importante andare avanti, le ripeteva sempre: “Mai, mai hai u ti stai queta che peju tifannu. Prima a tia e poi all’atri. Canc’è du mio, non esisti. A ‘rrobba è sulu i cui a lavura. Ricordatillu”.

Caterina temporeggiò per oltre un mese, nella speranza che i malviventi rinsavissero e le restituissero quanto le avevano tolto, ma non vedendo nessuna azione da parte loro decise, suo malgrado, di presentarsi presso il commissariato di Melito Portosalvo a sporgere regolare denuncia dell’accaduto con tanto di nomi e cognomi dei ladri. Molti pensieri le affollarono la mente nei giorni successivi, paura e forza sembravano potessero coesistere. Consapevole che dava alla figlia un grande insegnamento: vivere secondo i principi dell’onestà e del rispetto nei confronti degli altri e di sé stessa.

La madre era seriamente preoccupata per la sua incolumità e in silenzio tutte le notti pregava e piangeva per quella figlia troppo temeraria e imprudente.

Era passato più di un mese da quando Caterina si era recata a casa dei malviventi. Nulla, esattamente nulla era successo. Il tempo scorreva sempre uguale, lento nell’indifferenza apparente di tutti, ma si avvertiva nell’aria che qualcosa era cambiato, Caterina la scellerata aveva osato rompere gli equilibri e il silenzio proprio di chi non vuole problemi, pronto a piegarsi alle logiche di chi incute paura, vittima di essa prima ancora che dei delinquenti. Calava la sera e portava con sé un carico di stanchezza, ma non la pace. Durante la notte le preoccupazioni si trasformavano in incubi e le paure prendevano forma. I timori si trasformavano nei mostri più pericolosi e lei, in questo scontro perdeva sempre. Spesso si svegliava sudata e andava a controllare che la figlia stesse bene, le rimboccava le coperte e sperava di riprendere sonno. Difficilmente ci riusciva.

Era stata una giornata dura, nei campi c’era sempre tanto da fare. Da quando non aveva più le sue capre, Caterina doveva lavorare il doppio per cercare di coprire le spese. Era stato dura per tutti questo 19 marzo, ricorreva la festa del papà, in quella casa nessuno c’era da festeggiare. Piuttosto era lì quella data a ricordare ancora una volta che quando c’era bisogno di un uomo, di un padre o di un marito erano sempre le donne di casa a supplirlo. Tre donne pronte a essere tutto ciò vicendevolmente.

La strada del ritorno sembrava più faticosa quella sera, sul lungo sentiero, di sassi e ciottoli, che collegava il loro podere al paesino, si intravedeva ben poco. Caterina e sua madre camminavano a passi veloci, tutto era poco illuminato e quel posto così familiare sembrava un luogo buio dove ogni cosa avrebbe potuto celarsi. Era quasi l’ora di cena, il campanile della chiesa rintoccava le otto, loro erano arrivate alla piazzetta illuminata solo dalle piccole luci opache che filtravano dalle finestre delle case che attaccate l’una all’altra, sembrano aprirsi a un piccolo labirinto, l’unica cosa che si distingueva era la piccola chiesa del San Salvatore, circondata da alberelli e da una siepe fiorita come poche. L’aria profumava di mimosa, il vento ne sollevava il polline degli alberi che fiancheggiavano la chiesa.

La madre camminava qualche passo innanzi a lei, quasi a darle fretta di rincasare, apprestava il passo, arrivati vicino casa un fascio di luce squarciò il buio: due colpi di fucile tagliarono l’aria e destarono il terrore della madre che voltandosi per capire da dove fossero giunti vide la figlia a terra in una pozza di sangue. Due colpi avevano trapassarono il corpo di Caterina, ferendola alla spalla destra e al torace. Qualcuno le aveva sparato nascosto dietro a un cespuglio poco lontano. Si era servito del buio della sera per portare la notte in quella casa.

A terra, inerme il sangue macchiava quella strada e le urla della madre strazianti chiedevano aiuto. Sembrava impossibile, un incubo di quelli che tutte le notti faceva, ma non lo era, questa volta era reale. Il risveglio non sarebbe stato così dolce. Attirati dal trambusto, accorsero alcuni vicini che, pronti a soccorrerla, la portarono all’ospedale Riuniti di Melito Portosalvo. Pianti e sangue si mischiavano alla rabbia e alla paura. I pensieri non erano più lucidi per nessuno. Iniziava così una lunga agonia.

Caterina combatteva ancora una volta, ma contro il nemico più grande: la morte. Una donna che aveva osato sfidare la legge dell’omertà, che non aveva chinato il capo, fiera si era imposta con le sue paure di fronte a chi la voleva piegare. Ora era in quel letto d’ospedale, inerme, a combattere per la vita, lei che sperava in una vita migliore. Il piombo dei proiettili si nutriva di lei, lentamente come un veleno si era distribuito nel sangue, tale da rendere necessaria l’amputazione di un braccio a causa delle infezioni causate da questo. Furono giorni di pura agonia. La madre pregava ininterrottamente e si chiedeva quale sorte potesse attenderle, che futuro avrebbero avuto sua figlia e sua nipote.

Tre lunghi giorni e tre notti di preghiera. Era lunedì mattina. Il sole colorava appena quel cielo rosa e ceruleo, qualche rondine si poggiava sulla finestra dell’ospedale, quasi a guardare di là del vetro quale potesse essere la situazione in quella camera. Il medico si avvicinò alle donne, poggiò una mano sulla spalla sinistra della madre e questa, senza che nulla fosse detto, iniziò un lungo pianto. Le madri comprendono certe cose. Le donne sono consapevoli della loro forza, come del loro dolore e spesso questo si tramuta in riscatto, per Caterina era stato così, lo sarebbe stato anche per la madre che ancora una volta avrebbe dovuto prendersi cura della nipote e lo sarebbe stato per quest’ultima che non avrebbe potuto render vano il sacrificio della madre, l’insegnamento avuto e il suo ricordo.

Aveva perso l’amore di sua madre, ma non poteva lasciarla vinta al silenzio, spazio ci sarebbe stato per la memoria, per il suo insegnamento e per le sue parole.

Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere.
(José Saramago)

 

 

 

 

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