21 Novembre 2004 Napoli. Gelsomina Verde, 22 anni, torturata, uccisa e bruciata all’interno della sua auto.

Foto da:  Inricordo.eu

Gelsomina Verde è una vittima innocente della camorra, torturata e uccisa a 22 anni nel pieno della cosiddetta faida di Scampia.
Il corpo della giovane donna, uccisa con tre colpi di pistola alla nuca dopo ore di torture, fu poi bruciato per nascondere i segni di quelle torture. Era il 22 novembre del 2004.
Gelsomina Verde era del tutto estranea alle logiche dei clan. Giovane operaia in una fabbrica di pelletteria aveva avuto una relazione con un ragazzo appartenete agli scissionisti. Questo legame sentimentale si era interrotto alcuni mesi prima dell’assassinio della ragazza.

La famiglia di Gelsomina Verde si costituì parte civile nel procedimento penale che si concluse il 4 aprile 2006 con la condanna all’ergastolo di Ugo De Lucia (classe 1978, considerato uno dei più efferati killer del clan Di Lauro), ritenuto l’esecutore materiale, e con la condanna ad anni sette e mesi quattro di reclusione del collaboratore di giustizia Pietro Esposito.
Il 13 dicembre 2008, Cosimo Di Lauro, 35 anni, è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Gelsomina Verde, perché ritenuto mandante dell’omicidio.  L’11 marzo 2010, lo stesso Di Lauro, pur non ammettendo la responsabilità del delitto, ha risarcito la famiglia di Gelsomina Verde con la somma di trecentomila Euro. In seguito al risarcimento, la famiglia della vittima ha rinunciato a costituirsi parte civile. Nel dicembre del 2010, Cosimo Di Lauro è stato assolto dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio. (Fondazione Pol.i.s.)

 

 

 

Gelsomina Verde
Tratto da Gomorra di Roberto Saviano
pag. 95 – 99

“I tizi uscirono dal furgoncino con i guanti in lattice, sporchissimi, usati e riusati mille volte, e si misero all’opera. Infilarono il cadavere in una busta, quella nera, i body bag in cui solitamente si chiudono i corpi dei  soldati morti.  Il cadavere sembrava uno di quelli trovati sotto la cenere del Vesuvio dopo che gli archeologi avevano versato il gesso nel vuoto lasciato dal corpo. Le persone intorno all’auto erano diventate decine e decine, ma tutte in silenzio. Sembrava non ci fosse nessuno. Neanche le narici azzardavano a respirare troppo forte. Da quando è scoppiata la guerra di camorra molti hanno smesso di porre limite alla propria sopportazione. E sono lì a vedere cos’altro accadrà. Ogni giorno apprendono cos’altro è possibile, cos’altro dovranno subire. Apprendono, portano a casa, e continuano a campare.

I carabinieri iniziano a fare le foto, parte il furgoncino col cadavere. Vado in Questura. Qualcosa diranno su questa morte. In sala stampa ci sono i soliti giornalisti e qualche poliziotto. Dopo un po’ si alzano i commenti: «Si ammazzano tra loro, meglio così!». «Se fai il camorrista, ecco cosa ti accade.» «Ti è piaciuto guadagnare e ora goditi la morte, munnezza.» I soliti commenti, ma sempre più schifati, esasperati. Come se il cadavere fosse stato lì e tutti avessero qualcosa da rinfacciargli, questa notte rovinata, questa guerra che non finisce più, questi presidi militari che gonfiano ogni spigolo di Napoli. I medici abbisognano di lunghe ore per identificare il cadavere. Qualcuno gli trova il nome di un capozona scomparso qualche giorno prima. Uno dei tanti, uno dei corpi accatastati in attesa del peggior nome possibile nelle celle frigo all’ospedale Cardarelli. Poi giunge la smentita.

Qualcuno si mette le mani sulle labbra, i giornalisti deglutiscono tutta la saliva fino al punto da seccare la bocca. I poliziotti scuotono la testa guardandosi la punta delle scarpe. I commenti s’interrompono colpevoli. Quel corpo era di Gelsomina Verde, una ragazza di ventidue anni. Sequestrata, torturata, ammazzata con un colpo alla nuca sparato da vicino che le era uscito dalla fronte. Poi l’avevano gettata in una macchina, la sua macchina, e l’avevano bruciata. Aveva frequentato un ragazzo, Gennaro Notturno, che aveva scelto di stare con i clan e poi si era avvicinato agli Spagnoli. Era stata con lui qualche mese, tempo prima. Ma qualcuno li aveva visti abbracciati, magari sulla stessa Vespa. In auto assieme.

Gennaro era stato condannato a morte, ma era riuscito a imboscarsi, chissà dove, magari in qualche garage vicino alla strada dove hanno ammazzato Gelsomina. Non ha sentito la necessità di proteggerla perché non aveva più rapporti con lei. Ma i clan devono colpire e gli individui, attraverso le loro conoscenze, parentele, persino gli affetti, divengono mappe. Mappe su cui iscrivere un messaggio. Il peggiore dei messaggi. Bisogna punire. Se qualcuno rimane impunito è un rischio troppo grande che legittima la possibilità di tradimento, nuove ipotesi di scissioni. Colpire e nel modo più duro. Questo è l’ordine. Il resto vale zero.

Allora i fedelissimi di Di Lauro vanno da Gelsomina, la incontrano con una scusa. La sequestrano, la picchiano a sangue, la torturano, le chiedono dov’è Gennaro. Lei non risponde. Forse non sa dove si trova, o preferisce subire lei quello che avrebbero fatto a lui. E così la massacrano. I camorristi mandati a fare il “servizio” forse erano carichi di coca o forse dovevano essere sobri per cercare di intuire il più microscopico dettaglio. Ma è risaputo quali metodi usano per eliminare ogni sorta di resistenza, per annullare il più minuscolo afflato di umanità.

Il fatto che il corpo fosse bruciato mi è sembrato un modo per cancellare le torture. Il corpo di una ragazza seviziata avrebbe generato una rabbia cupa in tutti, e dal quartiere non si pretende consenso, ma certamente non ostilità. E allora bruciare, bruciare tutto. Le prove della morte non sono gravi. Non più gravi di qualsiasi altra morte in guerra. Ma non è sostenibile immaginare come è avvenuta quella morte, come è stata compiuta quella tortura. Così tirando con il naso il muco dal petto e sputando riuscii a bloccare le immagini nella mia mente.

Gelsomina Verde, Mina: il diminutivo con cui veniva chiamata nel quartiere. La chiamano così anche i giornali quando cominciano a vezzeggiarla col senso di colpa del giorno dopo. Sarebbe stato facile non distiguerla dalla carne di quelli che si ammazzano fra di loro. O, se fosse stata viva, continuare a considerarla la ragazza di un camorrista, una delle tante che accettano per i soldi o per il senso di importanza che ti dà. Nulla più che l’ennesima “signora” che gode della ricchezza del marito camorrista.

Ma il “Saracino”, come chiamano Gennaro Notturno, è agli inizi. Poi se diventa capozona e controlla gli spacciatori, arriva a mille-duemila euro. Ma è una carriera lunga. Duemilacinquecento euro pare sia il prezzo per l’indennizzo di un omicidio. E poi se hai bisogno di togliere le tende perché i carabinieri ti stanno beccando, il clan ti paga un mese al nord Italia o all’estero. Anche lui forse sognava di diventare boss, di dominare su mezza Napoli e di investire in tutt’Europa.

Se mi fermo e prendo fiato riesco facilmente a immaginare il loro incontro, anche se non conosco neanche il tratto dei visi. Si saranno conosciuti nel solito bar. I maledetti bar meridionali di periferia intorno a cui circola come un vortice l’esistenza di tutti, ragazzini e vecchi novantenni catarrosi. O forse si saranno incontrati in qualche discoteca. Un giro a piazza Plebiscito, un bacio prima di tornare a casa. Poi i sabati trascorsi assieme, qualche pizza in compagnia, la porta della stanza chiusa a chiave la domenica dopo pranzo quando gli altri si addormentano sfiniti dalla mangiata. E così via. Come si fa sempre, come accade per tutti e per fortuna. Poi Gennaro entra nel Sistema. Sarà andato da qualche amico camorrista, si sarà fatto presentare e poi avrà iniziato a faticare per Di Lauro.

Immagino che forse la ragazza avrà saputo, avrà tentato di cercargli qualcos’altro da fare, come spesso accade a molte ragazze di queste parti, di sbattersi per i propri fidanzati. Ma forse alla fine si sarà dimenticata del mestiere di Gennaro. Insomma, è un lavoro come un altro. Guidare un’auto, trasportare qualche pacco, si inizia con piccole cose. Da niente. Ma che ti fanno vivere, ti fanno lavorare e a volte provare anche la sensazione di essere realizzato, stimato, gratificato. Poi la storia tra loro è finita.
Quei pochi mesi però sono bastati. Sono bastati per associare Gelsomina alla persona di Gennaro. Renderla “tracciata” dalla sua persona, appartenente ai suoi affetti. Anche se la loro relazione era terminata, forse mai realmente nata. Non importa. Sono solo congetture e immaginazioni. Ciò che resta è che una ragazza è stata torturata e uccisa perché l’hanno vista mentre dava una carezza e un bacio a qualcuno, qualche mese prima, in qualche parte di Napoli. Mi sembra impossibile crederci. Gelsomina sgobbava molto, come tutti da queste parti.

Spesso le ragazze, le mogli devono da sole mantenere le famiglie perché moltissimi uomini cadono in depressione per anni. Anche chi vive a Secondigliano, anche chi vive nel “Terzo Mondo”, riesce ad avere una psiche. Non lavorare per anni ti trasforma, essere trattati come mezze merde dai propri superiori, niente contratto, niente rispetto, niente danaro, ti uccide. O divieni un animale, o sei sull’orlo della fine. Gelsomina quindi faticava come tutti quelli che devono fare almeno tre lavori per riuscire ad accaparrarsi uno stipendio che passava per metà alla famiglia. Faceva anche del volontariato con gli anziani di queste parti, cosa su cui si sono sprecate le lodi dei giornali che parevano fare a gara per riabilitarla.”

 

 

 

Articolo da La Repubblica del 22 Novembre 2004   
Gelsomina vittima dei clan carbonizzata dopo l’esecuzione
Bassolino:”Più uomini e più mezzi”. Pisanu domani in Parlamento

NAPOLI – Gelsomina Verde è stata ‘punita’ perché frequentava un uomo che apparteneva ad uno dei due clan in guerra a Napoli. Aveva 22 anni: l’hanno trovata ieri notte a Secondigliano, carbonizzata nella sua auto con un colpo di pistola in testa.

E’ la vittima numero 114 della camorra a Napoli dall’inizio dell’anno. Negli ultimi due giorni sono state uccise sei persone nella provincia campana.

Antonio Bassolino, il presidente della Regione Campania, chiede più agenti. A margine del convegno ‘La camorra oggi’ che si è appena concluso nel capoluogo, Bassolino ha detto: “Servono più uomini, più risorse, più mezzi. Bisogna andare nei quartieri e riportare lo Stato”. Ma poi aggiunge: “Bisogna pure contrastare la povertà, la debolezza del tessuto economico e sociale; combattere modelli culturali sbagliati. Il ruolo della scuola è fondamentale”.

Domani, il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu riferirà in commissione parlamentare sul problema criminale a Napoli. Pochi giorni fa, in Senato, il ministro affermò che non è sua intenzione ‘militarizzare’ la città di Napoli. Puntò invece l’indice sulla scarsa severità delle pene: “Penso che ci si possa confrontare con realismo sulla durata della custodia cautelare, sul ripristino dell’arresto obbligatorio per determinati reati e su una maggiore severità nei confronti della recidiva. Quando assisto a certe inopinate scarcerazioni, non posso non interrogarmi sull’adeguatezza delle norme”.

La guerra che si combatte a Secondigliano in queste settimane, è scoppiata tra due diverse fazioni che prima facevano parte di un unico clan specializzato nello spaccio della droga. Da una parte alcuni ex fedelissimi di Paolo Di Lauro, 53 anni, detto Ciruzzo ‘o milionario’, latitante da due anni, ritenuto il capo incontrastato dell’organizzazione dedita allo spaccio di droga, deciso a mettersi in proprio. Dall’altra un gruppo di ‘scissionisti’ che vuole intercettare il cospicuo flusso di denaro raccolto ogni giorno dai pusher che spacciano lungo le strade di Scampia.

L’Osservatore Romano, intervenendo sull’emergenza-Napoli, ha scritto: “Mentre da più parti si invocano interventi speciali contro la spirale di violenza, i parroci delle zone più insanguinate invitano a non rassegnarsi”. Monsignor Antonio Riboldi, il ‘vescovo anticamorra’ di Acerra, chiede la mobilitazione della città sana: “Napoli è la capitale del cuore buono, bisogna che riprenda coraggio. Scendiamo in piazza mano nella mano per stanare i camorristi”. Per il vescovo, l’unica arma contro la camorra è la mobilitazione generale: “La situazione va presa di petto, con coraggio. E’ inutile chiedere sicurezza. E’ ora che Napoli ritrovi il coraggio”.

 

 

Fonte: internapoli.it
ROMA 4 APRILE 2006
Omicidio Verde, ergastolo ad Ugo De Lucia
di Fabio Postiglione

Prima ammazzò e poi bruciò il suo cadavere senza alcuna pietà, solo perché non aveva rivelato il nascondiglio del suo amico, uno degli scissionisti al clan Di Lauro. Ma ieri è arrivata la sentenza che ha messo il primo masso (si intende che però è una sentenza non definitiva ma solo di primo grado) per assodare le colpe per il truce omicidio di Gelsomina Verde, la 21enne di San Pietro a Patierno, punita come un boss, trattata come un animale.

Fu quello, uno dei momenti più tristi della faida di Secondigliano e anche il più duro, quella stessa giornata, il 21 novembre del 2004 si contarono quattro morti nel giro di meno di 24 ore. In una tabaccheria di Melito furono massacrati di proiettili Domenico Riccio e Salvatore Gagliardi, ritenuti affiliati agli scissionisti perché secondo la Procura e gli investigatori erano coloro i quali cambiavano gli assegni ai boss del clan dei ribelli. Anche per questo duplice omicidio il responsabile, secondo i giudici del trentanovesimo gup del tribunale di Napoli, è Ugo De Lucia.

«Ergastolo», ha pronunciato il giudice Scandone. Carcere a vita per il presunto braccio armato del clan Di Lauro colui che si è macchiato di uno dei crimini più atroci della faida dell’area Nord. L’ergastolo era poi la pena chiesta dal pubblico ministero della Dda Luigi Frunzio. Storia diversa per il collaboratore di giustizia Pietro Esposito anche lui coinvolto nell’atroce delitto. “‘O kojac” ha incassato sette anni e otto mesi perché rispondeva della violazione all’articolo 116 ovvero ” di reato diverso da quello voluto dai suoi concorrenti”. Fu lui a rintracciare Mina Verde e a portarla al cospetto dei suoi aguzzini. Secondo le sue dichiarazioni, che hanno poi incastrato Ugo De Lucia, lui non sapeva che l’avrebbero ammazzata. «Mi era stato detto che volessero picchiarla», poi si è allontanato

 

 

Articolo di La Repubblica Napoli del 17 Dicembre 2010
Omicidio Gelsomina Verde assolto boss Cosimo Di Lauro
In primo grado era stato condannato all’ergastolo. La ragazza, 22 anni, fu sequestrata, torturata, uccisa e bruciata durante la faida di Scampia, il 22 novembre 2004

Il boss della camorra Cosimo Di Lauro è stato assolto dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Gelsomina Verde, la giovane 22enne che fu torturata, uccisa e bruciata il 22 novembre 2004 nella macchina del padre, nel corso della cosiddetta faida di Scampia.

La sentenza è stata emessa dalla prima sezione della Corte d’Assise di Appello di Napoli, che ha accolto le richieste dei legali dell’imputato, gli avvocati Saverio Senese e Vittorio Giaquinto. Di Lauro, in primo grado, era stato condannato all’ergastolo.

L’accusa si reggeva, in particolare, sulle dichiarazioni di diversi collaboratori
di giustizia. Gelsomina Verde fu sequestrata nel corso della faida di Scampia, che vedeva contrapposti il clan Di Lauro e quello degli Scissionisti. I rapitori uccisero la giovane dopo averla brutalmente torturata, al fine di farsi dire il luogo dove si nascondeva un suo ex fidanzato, ritenuto legato agli Scissionisti.

 

 

Wrong : Francesco Verde ricorda sua sorella Gelsomina Verde (vittima innocente di criminalità)

Francesco Verde : ” ..ma da questa terra dove nascono tante spine qualche volta nasce anche qualche buona rosa…”
Gelsomina Verde (Napoli, 1982 — Napoli, 21 novembre 2004) fu una vittima della camorra, torturata e uccisa a 22 anni nel pieno della cosiddetta faida di Scampia; il corpo venne poi dato alle fiamme all’interno della sua auto. Era il 21 novembre 2004.

 

 

Fonte:  cosavostra.it
Articolo del 15 novembre 2017
Gelsomina Verde. Storia di un fiore contro la Camorra
di Francesco Trotta

Gelsomina Verde. Storia di un fiore contro la Camorra

Il mio cognome era il nome di un colore: Verde, il mio nome invece quello di un fiore: Gelsomina. Ma per gli amici ero Mina.

Avevo 22 anni quando fui uccisa. Era il 21 novembre 2004. Sul mio corpo tumefatto dai pugni e dai calci avevo i segni di una violenza inaudita. Ma ero rimasta viva. Ho urlato a lungo, ho pianto. Ho sperato mi salvassero.

Poi un colpo di pistola venne sparato alla mia nuca. Fu in quel momento che morii. E allora non ho sentito più male, non ho sentito più il sapore ferroso del sangue misto alle lacrime. Era scomparso pure il dolore atroce alle estremità delle mie mani. Avevo i polsi spezzati, le dita frantumate. Mi avevano rotto anche le caviglie, ma quasi non lo ricordavo. Perché tutta quella sofferenza era scomparsa in un attimo.

Altri due colpi esplosi. Poi il mio corpo era stato messo in un’auto. Non per essere ritrovato. Un’esplosione lieve e poi il fuoco. Non potevo comunque sentire il calore che si sprigionava dalle fiamme. L’autopsia svelò l’atrocità che avevo subito alla mia famiglia, a mia madre Anna, che quasi morì per il dolore. Ed era la cosa più brutta che potessi sapere. Perché io ero morta senza un perché.

Prima del libro di Roberto Saviano, prima di Gomorra in televisione, la storia di Gelsomina Verde non la conosceva quasi nessuno. E molti, anche a Napoli, l’avevano quasi dimenticata. Non tutti. Quando accadono “certe cose” si cerca giustizia e allora sono due le strade da intraprendere: rivolgersi allo Stato oppure a chi sa e può trovare gli assassini.

A Napoli nel 2004 era scoppiata la faida di Scampia. Qui il clan camorrista dei Di Lauro, che controllava il ricco mercato della droga, si contrapponeva agli “sciossionisti”, chiamati anche “spagnoli” per via del loro capo, Raffaele Amato, latitante a lungo in Spagna, nati proprio all’interno del già citato clan.

L’arresto di Paolo “Ciruzzo o ‘Milionario” Di Lauro fa si che i figli di lui, in particolare Vincenzo, Marco e Cosimo, diventino i nuovi capi dell’organizzazione. L’allora braccio destro di Paolo, Raffaele “o ‘Lello” Amato, viene di fatto estromesso dagli affari, anche per via della latitanza.

Questi si allea con altri clan di Secondigliano-Scampia e dà il via ad una guerra, con omicidi giornalieri, che in poco tempo porta alla morte di centinaia di persone.

È in questo contesto che vive Gelsomina, che con la Camorra non ha niente a che fare. A Scampia è lo Stato che deve intervenire con l’esercito per mostrare almeno una parvenza di esistenza, di non resa al “O Sistema”.

Gli omicidi, il sangue, la reazione al contrario della folla – che scende a protestare contro le forze dell’ordine quando si arrestano i presunti camorristi. Questa purtroppo è anche la realtà sociale prodotta dal crimine organizzato.

Gelsomina è una ragazza di ventidue anni, lavora in una pelletteria e fa volontariato. Anche con i detenuti. È una ragazza normale.

Qualche anno prima aveva avuto una storia con Gennaro Notturno. Con la spensieratezza che contraddistingue chi ha vent’anni. Gennaro era uno dei tanti figli di Scampia. Dopo i primi reati, entra a far parte della Camorra. È allora che Gelsomina lo lascia. Non fa per lui. Gennaro invece vuole fare carriera criminale come il fratello, Vincenzo. Entrambi sono degli “scissionisti”.

Quando scoppia la faida e Gelsomina fa volontariato in carcere, conosce i camorristi dietro le sbarre, sono tutti figli dello stesso territorio. Conosce Pietro Esposito, chiamato anche “o ‘Kojak” per via della testa rasata come l’attore nel Telefilm omonimo.

È lui che, quando esce dal carcere grazie all’indulto, la chiama perché si devono vedere. In realtà è una trappola ordita da Ugo De Lucia, spietato killer del clan Di Lauro. De Lucia è conosciuto come “o Mostro”, uno che passa il tempo ad ammazzare e alla playstation, uno che gli omicidi li chiama “pezzi” e che, appena finiti, grida “ho fatto altri due pezzi!”. Gelsomina sa chi è Ugo e ne ha paura.

Aveva fatto da babysitter a suo nipote, come pure per i figli di Esposito. Che la contatta. Il motivo è semplice: devono chiederle se sappia dove sia Gennaro Notturno. Lei non lo sa. E comunque non parla. Non avrebbe mai condannato a morte un ragazzo per cui ha provato amore.

Gelsomina viene picchiata selvaggiamente, uccisa con tre proiettili alla testa, il corpo bruciato all’interno della sua Fiat Seicento, quasi nuova, che sua madre precaria e suo padre operaio le avevano comprato.

O Mostro sa che uccidere una donna così avrebbe potuto scatenare la reazione popolare. Per questo la brucia. Cerca di nascondere le torture che le ha inferto.

Il 26 novembre Pietro Esposito viene arrestato a Scampia. Cerca di scagionarsi dalle accuse di aver ucciso Gelsomina ma la sua storia non regge.

Si pente: “Io sono un mariuolo, non un camorrista” e inizia a raccontare tutto. Ugo De Lucia, il killer, però non si trova. È scappato in Slovacchia, protetto dalla fitta rete di napoletani amici e complici. I suoi figli – perché anche lui è padre – sono rimasti a Napoli da parenti.

Il 23 febbraio 2005 viene arrestato. Ha ventisei anni, i capelli rasati e un giubbotto di pelle nera. Non dice nulla alla polizia che gli mette le manette e lo riporta in Italia.

Al processo De Lucia viene condannato all’ergastolo. Sei anni invece vengono inflitti a Pietro Esposito. Ma chi ha ordinato a Ugo De Lucia di sequestrare e torturare la ragazza?

Nella sentenza di condanna di De Lucia troviamo scritto: “Si badi, ed è il caso di sottolinearlo con forza che, a fronte di decine e decine di morti, attentati, danneggiamenti estorsivi e paraestorsivi, lutti che hanno coinvolto persone innocenti che non avevano nulla a che fare con la faida in corso, ma che hanno avuto la sventura di trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato, finanche anziani e donne trucidate impietosamente, ebbene di fronte a tale scempio, fatto di ingenerato ed assurdo terrore, non vi è stata alcuna costituzione di parte civile, ad eccezione dei genitori di Gelsomina Verde“.

Al processo i genitori di Gelsomina hanno dovuto ripercorre la morte della propria figlia. Hanno pianto ancora. Hanno ascoltato i nuovi pentiti accusare Cosimo Di Lauro, soprannominato “O Barone”. Questi è stato condannato in primo grado all’ergastolo. Ma non in secondo. E la Cassazione lo ha ritenuto infine non colpevole.

Dopo la sentenza di primo grado, Cosimo Di Lauro ha risarcito con 300 mila euro la famiglia Verde, che ha poi deciso di non costituirsi parte civile nei successivi gradi di giudizio. Un’ammissione di colpevolezza non comprovata dalla magistratura. Nel mentre la Camorra ha ribadito la sua “giustizia”.

Lucio De Lucia, padre di Ugo, è stato ammazzato, così come suo cugino, Antonio Pitirollo. Lo zio Sergio invece, scampato ad un agguato, ha scelto di collaborare con l’altra giustizia, quella dello Stato. E mentre qualcuno commenta “O Barone non putev mai esser comme o pat, chill si ca er nu boss“, rinfacciando di aver “inguaito” il clan, resta quasi sullo sfondo la vita che fu di Gelsomina.

Mi chiamo Gelsomina Verde, come un fiore. Sono una vittima della Camorra. Sono stata uccisa a 22 anni, torturata e bruciata. Non ho avuto giustizia. Non pensate che le mafie abbiano regole d’onore, che queste cose non possono succedere o che siano stati errori. Accadono. Anche senza il famoso “perché”.

 

 

Fonte:  ilmattino.it
Articolo del 4 gennaio 2019
La Cassazione conferma l’ergastolo per l’assassino di Gelsomina Verde

Non ci sarà nessuna revisione della condanna all’ergastolo per Ugo De Lucia, il killer della camorra accusato di aver ucciso Gelsomina Verde, la ragazza napoletana di 22 anni torturata e bruciata nel 2004 nell’ambito delle violenze della faida di Scampia tra gli scissionistì e il clan Di Lauro. Lo ha deciso la Cassazione che ha dichiarato inammissibile il ricorso con il quale De Lucia sosteneva che «pentitì, non meglio identificati, lo scagionerebbero».

Gelsomina venne seviziata per costringerla a rivelare il nascondiglio di Enzo Notturno degli scissionistì. La ragazza non era in grado di fornire notizie: fu uccisa a colpi di pistola e bruciata nella sua auto. Per la Cassazione, il killer non ha «alcun documento o atto che possa richiamarsi al concetto di prova nuova limitandosi a lamentare l’esistenza di mere asserzioni prive di qualsiasi sostegno». Confermata l’ordinanza della Corte di Appello di Roma che il 31 maggio 2018 aveva detto no alla revisione della condanna emessa dalla Corte di Appello di Napoli il 19 aprile 2007.

 

 

 

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