21 ottobre 1992 Caserta. Assassinato Vincenzo Feola, 58 anni, imprenditore. Vittima del racket delle estorsioni.

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Vincenzo Feola fu ucciso il 21 ottobre 1992 dentro la sua azienda perché non voleva restare nel consorzio Cedic, creato da Antonio Bardellino, il primo boss dei Casalesi, per gestire in regime di monopolio la fornitura del calcestruzzo nel territorio.
Nel consorzio erano confluiti tutti i produttori di calcestruzzo casertani, i titolari di cave e quelli di impianti di produzione.
Feola in un primo momento aveva aderito al raggruppamento di imprese, poi aveva deciso di uscire perché non era disposto a pagare al clan 2mila lire per ogni metro cubo di calcestruzzo venduto, il ‘pizzo’ imposto alle ditte per lavorare. […]
Per gli investigatori, la sua decisione poteva anche essere legata al fatto che credeva di poter contare in questa sua ‘ribellione’ sull’appoggio del clan Belforte, egemone nell’area. (tratto da: primadanoi.it )

 

Fonte: primadanoi.it
Articolo del 30 maggio 2017
Clan dei Casalesi, uccisero imprenditore nel 1992: individuati i presunti colpevoli
I carabinieri arrivano anche a L’Aquila (nel carcere)

ABRUZZO.  Operazione dei Carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Caserta che, nelle province di Caserta, Como, Sassari e L’Aquila, stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Napoli, su richiesta della Dda partenopea, nei confronti di 4 indagati ritenuti responsabili di concorso in omicidio e detenzione e porto illegale di armi, con l’aggravante del metodo mafioso.

L’indagine ha consentito, tra l’altro, di individuare nei destinatari del provvedimento, tutti ritenuti affiliati al clan dei Casalesi, gli autori dell’omicidio di un imprenditore edile, commesso il 21 ottobre 1992 a Caserta.

«UNA CHIARA ESECUZIONE CAMORRISTICA»

Come raccontavano i giornali di quei giorni Vincenzo Feola, all’epoca 58 enne, venne ammazzato con 15 colpi di pistola alle sei e mezza del mattino mentre stava entrando a bordo della sua Mercedes nel suo stabilimento di calcestruzzi, alle porte di Caserta.

L’uomo era un imprenditore molto noto in Campania ed aveva ricoperto anche l’incarico di ex assessore comunale di San Nicola la Strada (socialdemocratico e poi transitato nelle fila repubblicane), paese in cui era nato e risiedeva.

A scoprire il corpo senza vita dell’uomo, adagiato sul volante, fu un guardiano notturno, richiamato dagli spari.

Fin da subito gli inquirenti parlarono di «una chiara esecuzione camorristica».

Vincenzo Feola era titolare della Appia Calcestruzzi e secondo quanto emerso negli anni passati avrebbe probabilmente fatto concorrenza ad altre società, alcune delle quali – come hanno dimostrato anche indagini della magistratura – controllate da “colletti bianchi” della camorra.

La “Appia Calcestruzzi” faceva parte, da pochi anni, del consorzio Cedic che raggruppa tutti gli operatori del settore della provincia di Caserta.

«Secondo indiscrezioni raccolte dagli investigatori», scriveva La Repubblica in un articolo dell’ottobre del 1992, «ultimamente Feola aveva rotto i patti all’ interno del sodalizio, praticando prezzi al ribasso per recuperare una parte di consistenti perdite di esercizio che lo avevano anche costretto a chiedere più volte una serie di prestiti. Forse agli usurai».

DOPO 25 ANNI LA SOLUZIONE DEL CASO

Sembrava dovesse diventare uno dei tanti irrisolti delitti di camorra, ma dopo 25 anni, magistrati antimafia e carabinieri sono venuti a capo dell’omicidio di Vincenzo Feola.

Un ‘cold case’ per il quale oggi quattro persone sono state raggiunte dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Napoli. Anzitutto i boss, detenuti da anni, Francesco Bidognetti, alias ‘Cicciotto e Mezzanotte’, già detenuto nel carcere di L’Aquila, e Francesco Schiavone noto come “Cicciariello”, cugino del capoclan Francesco “Sandokan” Schiavone: i due esponenti apicali del clan sono ritenuti i mandanti del delitto.

In carcere sono poi finiti anche gli “specchiettisti”, coloro che aiutarono i killer ad entrare in azione, ovvero Andrea Cusano di 60 anni, catturato a Cantù (Como), e Ettore De Angelis di 53 anni, arrestato a Santa Maria a Vico.

La Dda di Napoli (Pm Annamaria Lucchetta) e i carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta hanno anche ricostruito l’identità dei sicari grazie alle dichiarazioni proprio di uno dei due killer, Nicola Panaro, oggi collaboratore di giustizia; questi ha indicato come altro esecutore materiale Michele Iovine, ucciso nel 2008 a Casagiove nel periodo in cui era il referente dei Casalesi nella città di Caserta.

Due anni fa Panaro, poco dopo essersi pentito, ha iniziato a raccontare del delitto, seguito poi da altri due ex esponenti di rilievo del clan capeggiato da Francesco Sandokan Schiavone, ovvero Cipriano D’Alessandro e Giuseppe Misso. L’omicidio, è emerso, fu ordinato perché Feola aveva deciso di uscire dal Cedic, il Consorzio formato dalle aziende di calcestruzzo e creato da Antonio Bardellino e Carmine Schiavone, quest’ultimo cugino di Sandokan e primo pentito dei Casalesi (morto qualche anno fa), che in provincia di Caserta aveva il monopolio della fornitura del materiale per l’edilizia e gestiva tutti gli appalti edili.

Feola fu ucciso il 21 ottobre 1992 dentro la sua azienda perché non voleva restare nel consorzio Cedic, creato da Antonio Bardellino, il primo boss dei Casalesi, per gestire in regime di monopolio la fornitura del calcestruzzo nel territorio.

Nel consorzio erano confluiti tutti i produttori di calcestruzzo casertani, i titolari di cave e quelli di impianti di produzione.

Feola in un primo momento aveva aderito al raggruppamento di imprese, poi aveva deciso di uscire perché non era disposto a pagare al clan 2mila lire per ogni metro cubo di calcestruzzo venduto, il ‘pizzo’ imposto alle ditte per lavorare.

All’epoca, l’imprenditore era impegnato nei lavori di costruzione del centro orafo campano ‘Il Tari”, nell’area industriale di Marcianise.

Per gli investigatori, la sua decisione poteva anche essere legata al fatto che credeva di poter contare in questa sua ‘ribellione’ sull’appoggio del clan Belforte, egemone nell’area.