22 Agosto 2006 Palermo. Ucciso Giuseppe D’Angelo, un pensionato di 63 anni, ex-titolare di un bar, perché scambiato per un capomafia.

Foto da: 19luglio1992.com

Giuseppe D’Angelo, un pensionato di 63 anni, venne ucciso il 22 agosto del 2006, colpito da una pioggia di proiettili nella piazza della borgata di Tommaso Natale (PA), perché scambiato per il boss Lino Spatola.
A raccontare la verità sull’omicidio sono stati i collaboratori di giustizia Gaspare Pulizzi e Francesco Briguglio, che facevano parte del commando di killer, i quali hanno ricostruito movente e dinamica del delitto i cui mandanti erano Salvatore e Sandro Lo Piccolo, boss del mandamento locale.
Il killer, Gaspare Di Maggio, è stato condannato all’ergastolo. A dieci anni e 6 mesi di carcere, ciascuno, sono stati condannati, invece, i pentiti Pulizzi e Briguglio.

 

 

Articolo del 22 Agosto 2010 da  19luglio1992.com
Quando la mafia non uccide solo amici e nemici…
di Serena Verrecchia

Si è acquisita la consapevolezza, ormai, che chi si ribella alla mafia, che sia esso un membro stesso dell’organizzazione o uno che la combatte dall’esterno, non ha scampo: presto o tardi viene eliminato. È per questo che si cerca di starne alla larga, di non parlarne, di non occuparsene direttamente e di delegare il compito a qualcun altro. La mafia non perdona i suoi nemici; ma, essendo un’organizzazione criminale i cui membri sono spregevoli ed efferati assassini, nemmeno chi non ha mai avuto niente a che fare con essa può proclamarsi “immune” e camminare tranquillamente per strada. La mafia non guarda in faccia a nessuno: quando deve portare a termine una missione, lo fa e basta senza badare agli “amici” e ai “nemici”.

Il 22 agosto di quattro anni fa, a Palermo, nel quartiere di Sferracavallo, un uomo in motocicletta uccide a colpi di rivoltella Giuseppe D’Angelo. Sessantatre anni, pensionato, ex titolare di un bar, incensurato, l’uomo non aveva mai avuto a che fare con Cosa Nostra, eppure il suo corpo, al calar del sole di quel 22 agosto del 2006, giaceva a terra, martoriato dal piombo, senza vita. L’omicidio di quell’uomo, sconosciuto alla polizia, assassinato con tanta ferocia nel territorio del boss Salvatore Lo Piccolo, fece subito pensare ad un regolamento di conti o ad un segnale preciso che gli avversari interni a Cosa nostra avevano voluto mandare al boss padrone di casa. Niente di tutto ciò. Giuseppe D’Angelo fu ucciso per la sua impressionante somiglianza con il capomafia Bartolomeo Spatola, circostanza della quale i suoi aggressori si accorsero solo a cose già fatte.

Lo scorso marzo, intanto, il gup Giangaspare Camerini ha condannato all’ergastolo, per l’omicidio D’Angelo, Gaspare Di Maggio e a dieci anni e sei mesi i pentiti Francesco Briguglio e Gaspare Pulizzi. I presunti mandanti del delitto, Salvatore e Sandro Lo Piccolo, saranno invece giudicati in un altro procedimento. I famigliari della vittima si sono costituiti parte civile e hanno ottenuto una provvisionale immediatamente esecutiva. Il corpo di un sessantenne abbandonato morto sul ciglio di una strada è solo un’altra emblematica immagine di ciò che realmente è la mafia: un cancro che può colpire inevitabilmente chiunque, sia esso amico, nemico o innocente.

 

 

Articolo di Antimafia Duemila del 9 Marzo 2010
Ucciso per errore, condannati i killer di Giuseppe D’Angelo
di Aaron Pettinari

Palermo. Giuseppe D’Angelo venne ucciso ad agosto del 2006, colpito da una pioggia di proiettili nella piazza della borgata marinara di Sferracavallo, scambiandolo per il boss Lino Spatola.
A raccontare la verità sull’omicidio erano stati i collaboratori di giustizia Gaspare Pulizzi e Francesco Briguglio, che facevano parte del commando di killer, i quali hanno ricostruito movente e dinamica del delitto.
Ieri il gup Giangaspare Camerini ha condannato con il rito abbreviato tre degli assassini. Ergastolo per Gaspare Di Maggio. Dieci anni e sei mesi ciascuno per i pentiti Gaspare Pulizzi e Francesco Briguglio. «Mi fa un certo effetto pensare che un assassino possa essere condannato solo a dieci anni – ha detto la sorella di Giuseppe D’Angelo, Caterina – ma è grazie ai pentiti che finalmente giustizia è stata fatta».

“Si è trattato di un errore di persona, Giuseppe D’Angelo non c’entrava nulla – aveva raccontato Gaspare Pulizzi – Salvatore e Sandro Lo Piccolo avevano dato ordine di uccidere Lino Spatola. L’avevano dato a me, subito dopo essere stato combinato nel giugno 2006, e a mio compare Nino Pipitone. Ma io non lo conoscevo Spatola, non l’avevo mai visto. Andammo a fare dei sopralluoghi, avevo visto D’Angelo davanti al fruttivendolo dove Sandro Lo Piccolo mi aveva detto stava sempre Spatola”.

“Il giorno dell’omicidio – ha poi aggiunto Pulizzi – Nino Pipitone era venuto con l’autovettura di un suo operaio, mentre io e Di Maggio eravamo partiti a bordo di una moto Triumph. Giunti a Tommaso Natale avevamo verificato che non c’era traccia della vittima. Così, avevamo deciso di lasciare la moto presso un cantiere dove Pipitone, con la sua impresa, stava facendo dei lavori di scavo per la realizzazione di un capannone, al Villaggio Ruffini, nei pressi del pub Malaluna. Avevamo ripreso a muoverci con la macchina di Pipitone – così prosegue il racconto del killer oggi pentito – e a un certo punto Di Maggio aveva riconosciuto lo Spatola nel D’Angelo. Ricordo ancora bene le sue parole: “È lui al cento per cento”. Così, tornammo a prendere la moto. Io guidavo. Di Maggio era dietro, fu lui a sparare. Poi, dopo aver lasciato l’auto, fuggimmo sull’auto di Briguglio, una Fiat 600 di colore celeste. Uscimmo allo svincolo di Villagrazia”. Circostanze che sarebbero state confermate anche da Francesco Briguglio.

Per i mandanti dell’omicidio, i Lo Piccolo, e Pipitone è stato aperto un altro procedimento, giunto in fase dibattimentale, che avrà inizio il prossimo 26 aprile davanti alla prima sezione della corte d’assise di Palermo.
Per loro la signora Caterina non ha pietà: “Lo ripeto dal giorno dell’omicidio, il 22 agosto 2006: mio fratello Giuseppe era una persona per bene. Adesso è un martire, ma Palermo l’ha dimenticato. I Lo Piccolo, invece, non sono uomini, e neanche bestie: sono criminali. Non potrò perdonarli mai, anche se sono cattolica”. Entrambe le sorelle D’Angelo, che si erano costituite parte civile, hanno quindi annunciato che i 50 mila euro di provvisionale assegnata dal giudice saranno impegnati per iniziative sociali.

 

 

Articolo su Antimafia Duemila del 18 Maggio 2011
Scambiato per boss e ucciso, conferma ergastolo

Palermo. La terza sezione della corte d’assise d’appello ha confermato la condanna all’ergastolo per Gaspare Di Maggio per l’omicidio del pensionato Giuseppe D’Angelo, assassinato perchè scambiato per il capo mafia Lino Spatola nell’ agosto del 2006 a Palermo. Ridotta la pena da dieci anni e sei mesi di carcere a nove anni ciascuno per i pentiti Gaspare Pulizzi e Francesco Briguglio che, con le loro dichiarazioni, hanno consentito la soluzione del caso. Per il delitto sono sotto processo, in ordinario, i capimafia di San Lorenzo, Salvatore e Sandro Lo Piccolo, mandanti dell’omicidio. D’Angelo fu assassinato nella piazza di Sferracavallo da un commando di sicari che lo affiancò a bordo di un motorino e gli sparò. I killer si accorsero solo in un secondo momento che avevano assassinato l’uomo sbagliato. Al processo, celebrato in abbreviato, si sono costituite parte civile le sorelle di D’Angelo.
ANSA

 

 

Articolo del 23 Agosto 2011 da La Repubblica
Mafia, l’omicidio D’Angelo
ricostruito a Tommaso Natale
di Salvo Palazzolo
La polizia scientifica ha messo in scena l’assassinio del pensionato che i sicari dei Lo Piccolo avevano scambiato per il boss Spatola. La ricostruzione è stata richiesta per il processo in corso in Corte d’assise.

Tommaso Natale ha rivissuto questa mattina, sotto forma di messinscena, il delitto avvenuto il 22 agosto del 2006. Un delitto di mafia in piena regola, un delitto però commesso per errore. Perché i mandanti, Salvatore e Sandro Lo Piccolo, avrebbero voluto eliminare il boss Lino Spatola. E invece il sicario ha sparato contro un onesto e ignaro pensionato, Giuseppe D’Angelo, che aveva la “colpa” di assomigliare al mafioso condannato a morte e che quella mattina si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. D’Angelo fu freddato davanti a un fruttivendolo di Tommaso Natale.

Il killer, Gaspare Di Maggio, è stato già condannato all’ergastolo. A dieci anni e 6 mesi di carcere, ciascuno, sono stati condannati, invece, i pentiti Gaspare Pulizzi e Francesco Briguglio. Per i Lo Piccolo invece è in corso il processo in Corte d’assise presieduto da Fabio Marino. In mattinata il pentito Briguglio è stato portato sul luogo del delitto dove la polizia scientifica ha simulato l’agguato e sono stati sparati colpi di pistola a salve. Uno degli obiettivi era stabilire se gli spari si sentono fino alla vicina via Masbel (nei pressi dello svincolo per l’autostrada) dove Brigulio, che faceva il basista, attendeva il killer. Al sopralluogo ha preso parte anche il pubblico ministero Gaetano Paci.

 

 

Articolo del 22 Agosto 2014 da  iberainformazione.org
A Palermo memoria e impegno nel nome di Giuseppe D’Angelo, vittima innocente delle mafie

Scambiato per  un boss della mafia e ucciso. Accadde a Palermo, nel quartiere di Sferracavallo, il 22 agosto del 2006. Un uomo in motocicletta uccise a colpi di pistola Giuseppe D’Angelo, sessantatre anni, pensionato, ex titolare di un bar. L’omicidio di quell’uomo, assassinato  nel territorio del boss Salvatore Lo Piccolo, fece subito pensare ad un regolamento di conti o ad un segnale preciso che gli avversari interni a Cosa nostra avevano voluto mandare al boss padrone di casa. Ma poco dopo fu subito evidente agli investigatori lo scambio di persona, poiché Giuseppe D’Angelo con Cosa nostra non aveva mai avuto contatti e non ne faceva parte. L’unica sua colpa fu assomigliare molto al capomafia Bartolomeo Spatola.

Nel marzo del 2010, sono stati condannati all’ergastolo, per l’omicidio D’Angelo, Gaspare Di Maggio e i pentiti Francesco Briguglio e Gaspare Pulizzi. I presunti mandanti del delitto, Salvatore e Sandro Lo Piccolo, verranno giudicati, in seguito, in un altro procedimento. I famigliari della vittima si sono costituiti parte civile nel processo e a Palermo Giuseppe D’Angelo, Pino per gli amici,  è stato ricordato oggi da cittadini e dai familiari. Il coordinamento di Libera a Palermo si è stretto vicino alle sorelle  Caterina ed Enza e tutti i suoi familiari, cui il presidente di Libera, Don Luigi Ciotti ha scritto un messaggio.

“Giuseppe ci ha lasciato, vittima innocente della violenza mafiosa, una violenza così diffusa da colpire anche chi, come Giuseppe e tanti altri, si è trovato casualmente nel suo raggio d’azione  – scrive Don Luigi Ciotti. Non è solo una tragica fatalità: è il risultato di un vuoto, prima che di legalità, di corresponsabilità, di impegno comune per costruire una società più giusta e rispettosa della dignità delle persone, dove le mafie e la corruzione non abbiano più spazio. Per questo per ricordare Giuseppe non bastano parole, per quanto sincere e generose. Occorre l’impegno, lo sforzo di colmare quei vuoti di responsabilità e rinsaldare quei legami senza cui una società si consegna all’egoismo e all’indifferenza, ingredienti della violenza”.”Questo impegno ci chiede Giuseppe, e quest’impegno credo sia anche il modo più rispettoso e vero per starvi vicino – conclude Ciotti – per condividere il vostro dolore, per risvegliare nei vostri cuori un principio di serenità e di speranza”.

 

 

Articolo del 15 Gennaio 2015 da antimafiaduemila.com
Mafia: omicidio barista, ergastolo definitivo ai Lo Piccolo
Vittima fu scambiata per boss, poi sparito metodo lupara bianca.

Palermo. La Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo per i capimafia palermitani Salvatore e Sandro Lo Piccolo, accusati di essere i mandanti dell’omicidio di Giuseppe D’Angelo, barista in pensione assassinato il 22 agosto del 2006. La stessa pena era stata decisa per Antonino Pipitone, indicato come affiliato alla cosca di Carini. I killer lo ammazzarono mentre era seduto davanti al banco di un fruttivendolo, a Sferracavvalo, solo perché somigliava a Lino Spatola, boss del quartiere Tommaso Natale, vero obiettivo del commando, poi fatto sparire con il metodo della lupara bianca. Secondo i pentiti il delitto sarebbe stato ordinato dai boss di San Lorenzo.

ANSA

 

 

 

Fonte: palermotoday.it
Articolo del 18 dicembre 2017
Guerra di mafia, boss di Tommaso Natale strangolato e seppellito: ricostruito omicidio Spatola
Dopo 11 anni i carabinieri hanno fatto luce sul delitto avvenuto nel 2006. Le rivelazioni dei pentiti incastrano i Lo Piccolo: furono loro a organizzare la trappola mortale. La faida tra famiglie, il ritorno degli “scappati” dagli Usa e l’uccisione per sbaglio di un pensionato

Era convinto di partecipare a un summit di mafia, tanto da aver portato con sé anche alcuni doni. Carne di coniglio e una bottiglia di whisky. In realtà quella era una trappola mortale: a distanza di più di 11 anni i carabinieri hanno risolto il caso dell’omicidio Bartolomeo Spatola, boss incontrastato di Tommaso Natale. Strangolato e ucciso a 72 anni il 18 settembre del 2006 tra Montelepre e Giardinello e poi seppellito all’interno di un terreno di Villagrazia di Carini. Individuati mandanti ed esecutori: si tratta di Salvatore Lo Piccolo, 75 anni, il figlio Sandro (42) e Andrea Adamo (51). I carabinieri del nucleo investigativo hanno eseguito un provvedimento restrittivo emesso dal Tribunale su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Palermo

Chiamato “Lino”, nell’ambiente Spatola era considerato uno dei vecchi “mammasantissima”. Il giorno della scomparsa si trovava in casa, a Tommaso Natale: disse alla sorella che sarebbe mancato per qualche ora. Poi però svanì nel nulla, mettendo in agitazione magistrati ed inquirenti che ricollegarono sin da subito questa sparizione a una possibile nuova guerra di mafia. Intuizione che in effetti si è rivelata esatta. “Alla svolta nelle indagini – dicono i carabinieri – hanno contribuito le recenti dichiarazioni del neo collaboratore di giustizia Antonino Pipitone, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Carini, e quelle dell’altro collaboratore Gaspare Pulizzi. I due hanno permesso di ricostruire il delitto”.

“La decisione di uccidere Spatola – hanno continuato i carabinieri – era stata adottata da colui che all’epoca era il reggente del mandamento mafioso di San Lorenzo, Salvatore Lo Piccolo, e dal figlio Sandro. I due si erano convinti che Bartolomeo Spatola li avesse ‘traditi’ e si fosse avvicinato al loro rivale, Antonino Rotolo, capo del mandamento mafioso di Pagliarelli, nell’ambito di contrasti già esistenti tra le due fazioni e dovuti al rientro dagli Usa dei cosiddetti ‘scappati’, cioè coloro che avevano perso la seconda guerra di mafia e, per avere salva la vita, erano stati costretti ad allontanarsi dalla Sicilia”.

La decisione dei Lo Piccolo di uccidere Spatola ebbe un risvolto ancora più tragico perché quasi un mese prima gli esecutori materiali scambiarono un innocente pensionato, Giuseppe D’Angelo, per la vittima designata, che così fu ucciso per sbaglio il 22 agosto 2006, mentre era seduto nei pressi di un fruttivendolo di Tommaso Natale. Ma Spatola – che nel frattempo si trovava in precarie condizioni fisiche ed era in cura con l’ossigeno per gravi patologie respiratorie – aveva i giorni contati. E così il 18 settembre venne prelevato nei pressi dello svincolo autostradale di Isola e portato da Gaspare Pulizzi, in sella a una moto, nei pressi del cimitero di Capaci. Là trovo Antonino Pipitone che condusse poi Spatola a Giardinello, in una casa di campagna abbandonata.

La vittima era convinta di partecipare ad un summit di mafia, tanto da aver portato con sé anche alcuni doni (carne di coniglio ed una bottiglia di whisky). Là trovò Sandro Lo Piccolo e Andrea Adamo. Il primo decise poi di allontanarsi. Mentre Adamo – che in quel momento era con Pipitone – strangolò Spatola con una corda. Così come ha rivelato proprio il pentito: “Lui non aveva la forza di stare neanche in piedi… era malato, aveva problemi di asma… aveva sempre il fiatone con l’asma… oltre l’età pure…”. “Poco dopo aver mangiato – dicono i carabinieri – gli indagati hanno fatto sparire il corpo sotterrandolo in un fondo in Viallagrazia di Carini. I resti di Spatola furono poi rinvenuti nel 2008 grazie alle rivelazioni di Pulizzi”.

Lino Spatola era stato implicato in numerosi omicidi delle guerre di mafia degli anni ’70 e ’80 ed era stato condannato per mafia. Appena uscito dal carcere sembrava aver preso le distanze dai Lo Piccolo, allevati nel suo mandamento e poi cresciuti al punto da metterlo in ombra. Da qui la decisione di allinearsi ad Antonino Rotolo. Un cambio di rotta visto come un tradimento. Tale da innescare la trappola mortale organizzata dai Lo Piccolo.

 

 

 

 

Foto da: mafie.blogautore.repubblica.it 

Fonte: mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 12 maggio 2019
Giuseppe, un uomo normale
di Sofia Matera

Immaginate una mattina, una come tutte le altre. Un qualsiasi giorno caldo e soleggiato di un agosto siciliano. Quando la giornata comincia e noi, tu, io, diamo inizio a quello che sarà un altro giorno del nostro calendario. Immaginate un uomo, normale, un cittadino, che normalmente esce di casa per comprare qualcosa o semplicemente per fare una passeggiata. Quasi come se ci fosse perfino la necessità di specificare la sua condizione di “normale” con tale aggettivo. Chi può dire che quello sarà o no l’ultimo giorno del suo calendario? Chi può aspettarselo? Chi può dirlo?

Immaginate di trovarvi a Palermo, nel quartiere di Sferracavallo. È il 22 agosto del 2006.
Giuseppe D’angelo, 63 anni, pensionato ed incensurato, uomo e cittadino semplice, “normale”; quel giorno, quel 22 agosto, Giuseppe venne ucciso. Scambiato, equivocamente, per un boss di mafia e ucciso, in un attimo. In silenzio.
E perché, ci chiederemo… Quale fu la sua colpa? Forse che avesse qualche legame con i boss di quella zona? Forse un regolamento di conti? Forse era una persona scomoda?

Nulla di ciò… La sua colpa fu soltanto quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, e anche quella di somigliare malauguratamente al boss di mafia Bartolomeo Spatola, destinatario vero del colpo fatale.
Non c’è difficoltà, non c’è attesa. Nessuna riflessione, nessun principio: soltanto una fine.
La fine di una vita; una fine tanto violenta quanto veloce ed immotivata.
Morire è giusto, ma non perché sia gradevole: le cose giuste non sempre sono gradevoli.

Ciò che non è giusto è morire per equivoco. Per l’impietoso errore di chi è già un criminale, e che per una “svista” invia la sua condanna a morte ad un innocente, ad un ignaro, ad una persona.
Che valore può avere una persona se uccidere appare così naturale, o anche giusto, a volte?
Ma qual è il confine, la differenza tra uccidere e morire?
E dopo cosa rimane? Cosa cambia? Rimane il silenzio e l’incredulità e cambia la vita delle persone, ma solo di quelle che alla vita danno un peso e un valore.

E Cosa prende forma? Prende forma il senso di legittimità di tali azioni, da parte di chi le compie, come se servissero realmente ad “educare” chicchessia. “brandire una testa” affinché i candidati alla morte vi leggano il proprio futuro e così indietreggino.
Perché è così che si fa, “mezza parola!”, anzi, neanche quella. Non c’è bisogno di parole per chi non ne fa uso.
Cosa è questo, se non il manifesto di un vuoto e di un buio culturale e intellettuale disarmanti?
Un grosso, grasso, oscuro ed illogico oblio della ragione. La non-vita, il non-pensiero.

Qual è il confine tra morire e uccidere? È questo il prezzo da pagare per cosa? È questo quello che rimane? Quante vite serviranno ancora? Quanto tempo ancora? Quanti nomi dovranno ancora essere incisi su lastre di marmo?
Ma noi che colpa ne abbiamo? Forse nessuna, forse.

Abbiamo però, certamente, una grande e preziosa responsabilità: quella della memoria. Soprattutto per donare quanta più giustizia e valore possibili a questi avvenimenti. Per non ridurli più solo ad equivoci, sfortune e ingiustizie. Affinché abbiano quanto meno un senso, infine.
Per non far morire così inutilmente e silenziosamente Giuseppe D’angelo e le tante e tante altre persone che come lui, prima e dopo, sono morte “per sbaglio”, vittime del più deplorevole cancro societario. Per non farli morire del tutto.

 

 

 

 

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