22 Marzo 1995 Scafati (SA). Ucciso Michele Ciarlo, 36 anni, avvocato penalista

Michele Ciarlo, noto avvocato penalista, fu assassinato brutalmente il 22 marzo del 1995 nel suo studio legale di Scafati, in provincia di Salerno. Intorno alle 18.30, alcuni uomini fecero irruzione nello studio esplodendo vari colpi di pistola, tre dei quali raggiunsero l’avvocato, uccidendolo.
Dopo alcuni mesi di indagine senza esito, la decisione di uno degli esecutori di collaborare con la giustizia ha dato la svolta alle indagini: l’uomo (che poi si suicidò in carcere) si autoaccusò dell’omicidio, facendo i nomi degli altri componenti del commando e del mandante. Per l’omicidio di Michele Ciarlo, all’epoca non ancora 36enne, sono stati dunque condannati all’ergastolo mandante ed esecutori materiali. Condanne confermate anche in Cassazione. Il mandante dell’omicidio fu Carmine Aquino. Il movente è da ricercare, secondo la sentenza, nell’attività professionale dell’avvocato che difendeva alcuni esponenti del clan avversario. Per ritorsione dunque Aquino ordinò l’omicidio del penalista.
Michele Ciarlo lasciò la moglie e due figli molto piccoli. La famiglia si è costituita parte civile nel processo. Michele è riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata dal Ministero dell’Interno.
Fonte: fondazionepolis

 

 

Articolo del 23 Marzo 1995 da ricerca.repubblica.it
LEGALE ASSASSINATO NEL SALERNITANO

NAPOLI – Ucciso uno degli avvocati difensori di camorristi. Michele Ciarlo, 40 anni, è stato freddato nel proprio studio nel centro di Scafati, nel Salernitano, in via De Gasperi, con quattro colpi di arma da fuoco. A compiere l’ omicidio, secondo alcune testimonianze raccolte nella prima fase delle indagini dai carabinieri, sarebbero state quattro persone. Dei colpi sparati dai killer, con una calibro 9 per 21, due hanno sicuramente raggiunto Ciarlo, al collo ed al cuore. Il penalista abitava a Pagani ed era sposato e padre di due figli. Secondo una prima ricostruzione dell’ omicidio, alcuni sconosciuti hanno fatto irruzione, poco prima delle 19, nello studio legale di Ciarlo, la cui porta d’ ingresso era, come d’ abitudine, aperta. L’ avvocato, in quel momento, era seduto dietro alla propria scrivania. Attualmente Ciarlo assisteva, tra gli altri, i presunti affiliati al clan Alfieri, Angelo Visciano e Luigi Di Martino. In passato era stato difensore del killer dello stesso clan, Domenico Cuomo.

 

 

 

Articolo del 23 Marzo 1995 da archivio.agi.it
Ucciso avvocato: nuova guerra di camorra nell’agro nocerino

Hanno voluto uccidere l’avvocato del boss. Michele Ciarlo, 37 anni, freddato ieri nel suo studio di Scafati, era il difensore “storico” di Angelo Visciano, “o craparo”, ex gregario del clan Galasso, il cui capo Pasquale ha consentito con le sue rivelazioni di disarticolare le complesse ramificazioni della camorra estese nei territori contigui delle province di Napoli e Salerno. Mario Visciano, mai pentito, rappresentava la continuità e di recente è stato scarcerato grazie alla battaglia legale ingaggiata dal suo difensore con la Procura di Salerno. Alle prestazioni professionali del giovane penalista avevano fatto ricorso anche gli emergenti della camorra di Scafati: i Sorrentino, eredi del pentito Loreto ed appartenenti al nuovo gruppo di fuoco lanciato alla conquista del territorio sulle ceneri della Nuova Famiglia. In questo contesto l’impegno dell’avvocato Ciarlo non poteva dirsi certamente tra i più tranquilli, dovendo dividere le prestazioni tra gruppi in conflitto. Da chi è partita la sentenza di morte? Per la risposta all’interrogativo sta lavorando su pochi indizi la DDA di Salerno, la cui inchiesta è affidata al sostituto Luigi D’Alessio, che ha già ascoltato la procuratrice Maria Cammarano, 31 anni, che ieri pomeriggio per puro caso non si è trovata nello studio a cospetto dei killer.

aggiornamento: È probabile che l’avvocato Ciarlo sia stato atteso dai suoi assassini. Era da poco arrivato allo studio, quando sono stati sentiti dai vicini i colpi di arma da fuoco. I killer, probabilmente in due, erano, forse, conosciuti dalla vittima con la quale avrebbero intrecciato anche una conversazione. Ciarlo stava fumando, ha appoggiato la sigaretta sul posacenere, che i carabinieri hanno trovato consumata, e poi sarebbe stato ucciso. Quattro i colpi: uno esploso con una 7,65 e gli altri con una semiautomatica. La collaboratrice dello studio, Maria Cammarano, è stata la prima ad essere sentita sugli ultimi impegni professionali della vittima. Michele Ciarlo era l’avvocato degli irriducibili e degli emergenti e sarebbe diventato un bersaglio di morte di chi aveva la necessità di eliminare, forse, il depositario di segreti irrivelabili. L’omicidio potrebbe riaprire il capitolo della mattanza degli eccellenti, delle faide trasversali combattute anche per l’accaparramento delle prestazioni professionali dei migliori avvocati. Un capitolo apertosi l’11 dicembre dell’80 poco dopo il sisma, con la uccisione di Marcello Torre, Sindaco di Pagani, difensore del boss Salvatore Serra, suicidatosi in carcere, noto come “a’ cartuccia”, antagonista di Raffaele Cutolo. Nella circostanza fu ferito anche l’avvocato Franco Bonaduce, che fino a poco tempo fa – maledetta coincidenza – era socio di studio di Michele Ciarlo. Il 27 marzo ’81 fu poi ucciso a Salerno Dino Gassani, nel suo studio di Corso Vittorio Emanuele, insieme al segetario, Pino Grimaldi. Anche Gassani era difensore di boss di primo piano dell’Agro salernitano. Nell’aprile del ’90 la sera del Venerdì Santo, fu ucciso Gianfranco Pagano, difensore della famiglia Pecoraro, referente della Nuova Famiglia nella Piana del Sele.

 

 

 

Articolo del 23 Marzo 1995 da archiviostorico.corriere.it
Ucciso nel suo studio l’ avvocato dei boss della camorra

Un avvocato penalista di 37 anni, Michele Ciarlo, e’ stato ucciso ieri sera poco dopo le 20, nel suo studio di Scafati, a circa trenta chilometri dal capoluogo. Secondo la ricostruzione effettuata dai carabinieri un commando di 4 killer è entrato nello studio legale, al centro del paese, ed ha esploso contro il professionista, che in quel momento era seduto dietro la scrivania, almeno cinque colpi calibro 9, che lo hanno raggiunto al cuore e al collo uccidendolo all’istante. Il corpo senza vita è stato scoperto poco più tardi da un cliente. Il penalista divideva lo studio con due colleghi, Franco Beneduce e Luigi Gabola, ma al momento del delitto era solo. Secondo carabinieri e polizia, che hanno subito avviato le indagini, la spiegazione dell’omicidio sarebbe da ricercare nell’attivita’ professionale del penalista salernitano. Ciarlo, sposato e con due figli, residente a Pagani, era, infatti, il difensore di alcuni presunti boss del clan camorristico Alfieri Galasso, fra cui Angelo Visciano e Domenico Cuomo. In particolare il legale ucciso era stato il difensore di quest’ultimo, autoaccusatosi alcuni mesi fa di novanta omicidi e poi decisamente avviatosi sulla strada di una collaborazione con la giustizia. Ciarlo però aveva lasciato l’incarico dopo che il suo cliente aveva deciso di saltare la barricata. Nessuna ipotesi viene, al momento, scartata dagli investigatori, compresa quella che l’avvocato sia stato punito per un presunto “sgarro” commesso nei confronti di qualche pezzo da novanta della zona. Sempre ieri sera un altro atroce delitto è stato compiuto nel Palermitano. Il cadavere bruciato di una persona incaprettata è stato trovato dai carabinieri a Villa Grazia di Carini, tra Capaci e Carini, all’interno di una Fiat Croma azzurra data alle fiamme. Per gli inquirenti si tratta quasi certamente di un’altra morte legata all’offensiva mafiosa più recente e sicuramente di un nuovo brutto segnale dopo gli omicidi di una decina di giorni fa quando i killer sono tornati in azione. Fra le ultime vittime eccellenti spicca Domenico Buscetta, nipote di Don Masino i cui killer sono stati arrestati.

 

 

 

Fonte: aenneeffe.tripod.com
Omicidio Michele Ciarlo, il sindaco Aldo Di Vito rappresenterà l’Ordine  
da Il Mattino del 30.1.99
di Massimo Barba

Potrebbe essere l’avvocato Aldo Di Vito, primo cittadino di Nocera Inferiore, il legale per la costituzione di parte civile dell’ordine forense nocerino, nel procedimento giudiziario a carico dei mandatari e degli esecutori materiali dell’omicidio di chiaro stampo camorristico del noto penalista di Scafati Michele Ciarlo.
Questo è quanto ha deciso, nel pomeriggio di ieri, il consiglio dell’ordine forense riunitosi in seduta straordinaria presso i locali al secondo piano del palazzo di Giustizia di Nocera Inferiore.
«Il consiglio all’unanimità ha indicato l’avvocato Aldo Di Vito come legale per la costituzione di parte di civile dell’ordine per il procedimento a carico degli uccisori dell’avvocato Ciarlo», ha dichiarato al termine della riunione l’avvocato Michele Alfano, presidente del consiglio dell’ordine forense di Nocera Inferiore.
Di certo, ora, bisognerà aspettare se il primo cittadino di Nocera Inferiore intenda accettare o meno l’incarico affidatogli dal consiglio dell’ordine di difendere la memoria del noto penalista ucciso dalla mano della camorra. Anche se la prima udienza della fase dibattimentale è già stata fissata tra poco più di una settimana, sempre secondo il presidente del consiglio dell’ordine degli avvocati Alfano, ci sarebbe tutto il tempo per predisporre gli atti necessari al procedimento giudiziario.
La vicenda
Michele Ciarlo, noto penalista scafatese fu ucciso all’interno del suo studio legale di Scafati il 22 marzo del 1995. Ad emettere la sentenza di morte, secondo la pubblica accusa, fu Carmine Acquino dell’omonimo clan camorristico operante a Scafati. Ciarlo, difensore di fiducia di Visciano, deceduto successivamente per aver contratto l’aids, fu colpito a morte nel suo studio, in un appartamento di via De Gasperi, nello stesso immobile che ospita l’agenzia del Banco di Napoli, centralissima nella cittadina a confine tra l’Agro Nocerino-Sarnese e l’ hinterland napoletano.
Ben cinque le persone indicate, sempre dalla pubblica accusa sostenuta dalla magistratura nocerina, come i presunti esecutori materiali della sentenza di morte emessa dalla malavita locale: Filippo Veneruso, Gaetano Albano, suicidatosi successivamente impiccandosi, Francesco Giugliano e Giuseppe Annarumma. Già fissata per il prossimo 9 febbraio la data per la prima udienza della fase dibattimentale.
Lo stesso Michele Alfano, in un primo momento, era stato designato dall’ordine forense nocerino per la costituzione della parte civile. Incarico al quale il presidente ha dovuto, però, rinunciare per incompatibilità essendo già il difensore di un collaboratore di giustizia che avrebbe reso importanti rivelazioni circa l’omicidio del noto penalista di Scafati.
L’incarico
Subito dopo la rinuncia del presidente Alfano, il consiglio aveva individuato come possibile legale per la costituzione di parte civile, l’avvocato Luigi Gabola, presidente della Camera Penale di Nocera Inferiore. Ma anche Gabola alla luce dei rapporti personali intrattenuti a suo tempo con Ciarlo aveva declinato l’incarico. Ciarlo, infatti, aveva svolto il periodo di praticandato proprio presso il suo studio. «Un evidente coinvolgimento sul piano personale non mi avrebbe consentito di poter svolgere tranquillamente la mia funzione, ed in un processo come questo è necessario dare il meglio di se stessi», ha commentato.
Così il consiglio dell’ordine, riunitosi nel pomeriggio di ieri ha individuato all’unanimità come legale per la costituzione della parte civile l’avvocato Aldo Di Vito.

 

 

 

Articolo del 28 Marzo 2000 da ricerca.repubblica.it
Uccisi nella calce scagionato Galasso
di Giovanni Marino

DI quei due uomini, zio e nipote, Ettore Miranda e Giorgio Scarfati, non è restato più nulla. La camorra li ha sciolti nella calce viva. Liquefatti. Li riteneva inaffidabili, non meritevoli neppure di sepoltura. La Procura di Napoli scopre movente e modalità di un duplice delitto rimasto avvolto nel mistero per sette anni. Ma, soprattutto, scagiona il pentito Pasquale Galasso, principale fonte di accusa di importanti processi, come quello che vede imputato anche l’ex ministro Antonio Gava. Già perchè, pochi lo sapevano, il Buscetta campano è stato sospettato per mesi di questa duplice uccisione e di una terza, l’ omicidio dell’ avvocato Michele Ciarlo. L’indagine del pool guidato da Guglielmo Palmeri fa luce sulle strategie di una camorra spietata e subdola nel far ricadere le colpe delle sue azioni su altri. Proprio come la mafia. Tutto ha inizio dalla voce fioca del boss malato di Aids, Angelo Visciano. In punto di morte, il padrino ha la lucidità di vendicarsi del rivale di un tempo, Pasquale Galasso. Dal suo letto detta le accuse contro il pentito. Chiama i carabinieri di Salerno e, con le sue parole, riempie cinque pagine di verbali. Visciano, astuto e velenoso, accusa il collaboratore dell’assassinio dell’avvocato. Il movente, dice, sta nel fatto che il penalista aveva scoperto come, pur con lo status del pentito, Galasso continuasse comunque ad avere contatti con i suoi alleati di prima. Poi passa al duplice delitto. Visciano aggiunge che, tramite questi contatti, si poteva capire come Galasso avesse ordinato l’ omicidio Miranda. Questi aveva formato un gruppo – con dentro pure suo nipote – che puntava a sostituire il pentito nella sua zona. E, sempre secondo il boss con l’Aids, Galasso lo avrebbe eliminato per restare comunque il leader di quella camorra. Il pentito che ha accusato ministri, sindaci, assessori, imprenditori, investigatori e decine e decine di boss, killer e gregari si trova così indagato dalla Procura di Salerno per il caso Ciarlo e da quella di Napoli per il caso Miranda. Ma i due uffici inquirenti svelano la manovra camorrista. Partendo da un dato: sì, è vero che il collaboratore ebbe contatti con i suoi vecchi complici, ma lo fece in pieno accordo con i pm salernitani. Telefonare agli alleati d’una volta, insomma, rientrava in una strategia investigativa adottata dalla Procura di Salerno, una strategia che mirava a localizzaree quindi catturare i boss latitanti. Per ulteriore garanzia, poi, quelle chiamate erano state intercettate. Galasso, dunque, anche in via meramente ipotetica, non avrebbe avuto alcun interesse a uccidere l’ avvocato in quanto, quello che avrebbe mai potuto sapere il penalista (le telefonate, i contatti con boss) era già perfettamente a conoscenza degli inquirenti. Conseguente il proscioglimento di Galasso per il caso- Ciarlo (su richiesta della Dda salernitana). Ieri la Procura di Napoli scrive l’ultima pagina di questo giallo giudiziario: i pm Giuseppe Borrelli e Luigi Gay chiedono e ottengono dal gip Pierluigi Di Stefano 11 ordinanze cautelari per il caso-Miranda (fra questi l’ introvabile Salvatore Russo; i detenuti Pietro Pianese, Gaetano Cesarano, Marzio Sepe, Felice Falanga). Miranda, conclude la Dda napoletana, è stato ucciso perchè i clan non si potevano fidare di un uomo che si drogava e che, da un momento all’ altro, avrebbe potuto pentirsi. Così le due vittime furono liquefatte nella calce per dare un atroce segnale a tutti i camorristi che covavano di pentirsi. Di seguire l’ odiato Pasquale Galasso.

 

 

 

Fonte:  memoriaeimpegno.it

Maggio 2016

Michele Ciarlo, l’avvocato innamorato della vita

Ricostruzione a cura di Riccardo Christian Falcone

22 marzo 1995. Ore 18,30. Scafati, provincia di Salerno. L’avvocato Michele Ciarlo è seduto alla scrivania del suo studio legale, nella centralissima via De Gasperi.    Diverse    persone    armate    fanno    irruzione    nell’appartamento.  Vengono esplosi diversi colpi d’arma da fuoco.  Il penalista non fa in tempo ad alzarsi: il piombo dei killer lo uccide sul momento.
La scena del crimine viene ispezionata poco dopo dagli inquirenti, nel tentativo di operare una prima ricostruzione dei fatti sulla scorta degli elementi raccolti.

Nell’ufficio dell’avvocato viene rinvenuto un proiettile calibro 9×21 ed alcune impronte digitali. Vengono inoltre acquisite le registrazioni dell’impianto a circuito chiuso della filiale del Banco di Napoli ubicata nello stesso stabile dove ha sede l’ufficio del penalista. L’autopsia e la perizia balistica aggiungono ulteriori elementi di conoscenza sull’accaduto: Michele Ciarlo è stato raggiunto da tre diversi proiettili, di cui uno calibro 9×21 e gli altri due calibro 38 special o 357 magnum o comunque esplosi da un’arma semiautomatica. A sparare due diverse persone. Il bossolo calibro 9×21 rinvenuto nello studio viene identificato come di marca Geco.

Gli inquirenti si mettono a lavoro facendo leva sui pochi indizi raccolti e sui risultati delle perizie. Ma il lavoro appare loro sempre più difficile.
Le prime piste investigative si indirizzano all’interno degli ambienti della criminalità organizzata.
A spingerli in quella direzione è l’attività professionale di Michele Ciarlo. L’avvocato infatti difende alcuni malavitosi appartenenti alla camorra locale. Tra questi il più noto è Angelo Visciano, uomo di punta del clan Visciano-Sorrentino che da qualche tempo si fronteggia sul territorio di Scafati con un altro cartello criminale, quello degli Aquino-Annunziata.

Viene dunque ipotizzato in un primo momento che l’omicidio possa essere maturato in quel contesto criminale per contrasti sorti tra lo stesso Visciano e il suo difensore. Il boss viene messo sotto pressione. Ma la pista seguita dagli inquirenti non trova riscontro. È lo stesso Visciano anzi ad accusare a sua volta dell’efferato delitto i boss Galasso e Loreto, passati a collaborare con la giustizia. I due avrebbero così inteso neutralizzare il legale e con esso la strategia di delegittimazione dei collaboratori da tempo intrapresa dal penalista con l’intento di dimostrare il falso ed interessato “pentimento” del Galasso, il quale continuava ad intrattenere rapporti con uomini del suo clan, tra i quali lo stesso Loreto. Visciano aggiunge che già in passato Ciarlo era stato oggetto di propositi criminosi da parte di Galasso e Loreto, ai quali era inviso per i suoi rapporti di collaborazione con le forze di polizia nonché per l’adozione di strategie difensive in grado di pregiudicare le sorti processuali dei due.

Intanto, il 27 marzo, a cinque giorni dal delitto, in una telefonata al 112, una voce anonima riconduce chiaramente l’omicidio ad Angelo Visciano. Chi parla al telefono dimostra di essere a conoscenza di particolari fino ad allora rimasti sconosciuti, come l’arma utilizzata per uccidere il penalista e la presenza nello studio legale di un proiettile marca Geco lasciato dagli assassini. La telefonata intorpidisce ancor più le acque. Così tutte le piste investigative, pur scandagliate in profondità dagli inquirenti, non portano ad alcun risultato. In sostanza, non ci sono riscontri significativi e si fa strada nella mente degli investigatori l’idea che Ciarlo possa essere rimasto vittima di una vendetta trasversale maturata all’interno della faida in atto tra i due gruppi criminali che all’epoca si fronteggiavano sul territorio di Scafati, quello degli Annunziata-Aquino e quello dei Visciano-Sorrentino.

La svolta delle indagini arriva a quasi due anni dal delitto. Nel novembre del 1996 viene arrestato per porto e detenzione abusiva di arma illegale Nino o’ Milanese, al secolo Gaetano Albano. Albano è in rapporti di amicizia con tale Federico Nicodemo, sospettato di appartenere al cartello Annunziata-Aquino e già vittima di un agguato di camorra avvenuto il 22 gennaio dello stesso anno.
Inaspettatamente, Albano confessa agli inquirenti di aver preso parte personalmente, insieme proprio a Federico Nicodemo,  all’omicidio dell’avvocato Michele Ciarlo.

O’ Milanese chiama in correità, oltre a Nicodemo, anche Filippo Veneruso e Carmine Aquino. I primi due vengono indicati quali esecutori materiali del delitto. Il terzo invece come il mandante. Gaetano Albano si autoaccusa di aver svolto un doppio ruolo nell’esecuzione dell’omicidio: dapprima quello di avvistatore della vittima (si reca nello studio legale di Ciarlo per accertarsi della sua presenza) e poi quello di palo, una volta che sul posto erano intervenuti Nicodemo e Veneruso. I due salgono nello studio e sparano all’avvocato: Veneruso spara due colpi con una pistola a tamburo calibro 357; Nicodemo esplode il colpo di grazia alla nuca con un calibro nove automatica.

Il racconto di Albano è dettagliato anche in merito al movente dell’azione delittuosa.  Tale movente –  si legge nella sentenza della Corte di assise di Appello di Salerno – “era da ricercare nella necessità di dare al Visciano ed ai suoi potenziali successori un segnale di forza colpendone il difensore”.  Ma Albano fa ancora di più e si professa l’autore della telefonata del 27 marzo del ’95, attribuendo ad essa un chiaro intento di depistaggio delle indagini. La consulenza fonica eseguita successivamente conferma la compatibilità della voce dell’Albano con quella della telefonata. L’uomo riconosce sé stesso e Federico Nicodemo nelle persone riprese dalle telecamere a circuito chiuso del Banco di Napoli e si dichiara disposto, collaborando con le forze di polizia, ad incontrare Filippo Veneruso al fine di provocarlo per ottenere riscontri utili a confermare le sue dichiarazioni.

Il colloquio tra i due viene integralmente intercettato e registrato dagli inquirenti. Veneruso cade nella trappola tesagli da Albano, tradendo sé stesso e fornendo una dichiarazione che il giudice di primo grado definirà un “riscontro individualizzante per il medesimo delle accuse mossegli dall’Albano”. In sostanza, una conferma vera e propria della sua colpevolezza e, quindi, dell’attendibilità del racconto di Gaetano Albano.

L’11 novembre del 1997 Nino o’ Milanese viene sottoposto ad un incidente probatorio: 12 ore di interrogatorio nel corso delle quali sostanzialmente ribadisce tutte le accuse a carico di sé stesso e dei chiamati in correità. Il giudice di primo grado ritiene attendibili le sue dichiarazioni, tutte fornite di specifici e circostanziati riscontri, e dichiara i due imputati, Carmine Aquino e Filippo Veneruso, responsabili dell’omicidio dell’avvocato Michele Ciarlo, condannando entrambi all’ergastolo, con tanto di pene accessorie e di risarcimento dei danni nei confronti delle parti civili costituite nel processo, tra le quali la famiglia della vittima.

Siamo nel luglio del 1999. Poco più di un anno prima, il 9 marzo del 1998, Gateano Albano, gravemente ammalato, si impicca. Le condanne vengono confermate nel processo di secondo grado che si apre nel marzo del 2001.  Il 29 di quel mese la Corte si ritira in camera di consiglio e pronuncia la sentenza di condanna. La Corte di Assise di Appello di Salerno – si legge negli atti processuali – ritiene debba condividersi il giudizio espresso dal primo giudice in ordine al profilo dell’attendibilità intrinseca dell’Albano. “È sufficiente considerare a tal riguardo – scrivono i giudici – che costui si è determinato alla collaborazione quando non sussisteva nemmeno il benché minimo accenno di indizio nei suoi confronti, come testimoniato dal fatto che le indagini si muovevano in tutt’altra direzione e che gli stessi inquirenti avevano accolto la decisione collaborativa con qualche scetticismo, tanto da organizzare immediatamente, anche per saggiare l’attendibilità dell’Albano stesso, la registrazione del colloquio in casa del Veneruso”.

Nella sentenza viene accolto in pieno il giudizio di primo grado anche in merito al movente del delitto “collocato – si legge – nell’esigenza di Aquino di dare all’ambiente criminale gravitante in quell’area territoriale, già pervaso da una guerra di camorra in atto finalizzata anche ad assicurarsi la successione criminale del morituro Visciano, un segnale eclatante che suonasse di inequivocabile forza tale da assicurargli il controllo del territorio”.

In sostanza, Carmine Aquino, attraverso l’omicidio eclatante del difensore storico del suo rivale Angelo Visciano, intendeva non solo colpire l’immagine criminale del suo avversario ma anche confermare la sua supremazia territoriale imponendosi così agli occhi dei potenziali aspiranti successori di Visciano, all’epoca gravemente ammalato e non molto dopo morto.

Le condanne sono state confermate anche nell’ultimo grado di giudizio.

 

 

 

 

Fonte:  tuttanatastoriasaa.it
Articolo del 14 marzo 2018
Verso Il 21 marzo: vi raccontiamo di… Michele Ciarlo
di Feliciana Mascolo
Una storia che si svolge tra Scafati e Pagani quella di Michele Ciarlo, due paesi vicinissimi a Sant’Antonio Abate. È anche per questo che abbiamo deciso di raccontarvi del penalista ucciso dalla mafia nel salernitano per il nostro speciale “Verso il 21 marzo”; ma è il perché della vicenda quello che conta davvero.

Sapete quanti chilometri, in linea d’aria, separano Sant’Antonio Abate da Pagani? Poco più di sette. E sapete quanto dista, invece, la nostra cittadina da Scafati? Circa tre. Perché vi diamo questi numeri, queste distanze e queste città? A che gioco stiamo giocando? A nessuno; però, mettetevi ugualmente comodi e continuate a leggerci, perché vogliamo raccontarvi una storia.

UNA STORIA MOLTO VICINA
Una storia che si svolge proprio tra Pagani e Scafati, e che con Sant’Antonio Abate non ha apparentemente nulla a che vedere, se non la vicinanza geografica, che dovrebbe aiutarci a prendere atto di una cosa: certe tragiche vicende ci appartengono più di quanto immaginiamo. Una storia di una vittima innocente di mafia, una di quelle meno conosciute; una storia che ci accompagnerà in un percorso di conoscenza e di coscienza fino al 21 marzo, Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. La storia di Michele Ciarlo.

CHI È L’AVVOCATO MICHELE CIARLO
Michele Ciarlo era un avvocato; anzi, è un avvocato. “È”, già; perché quando la sua vita è stata spezzata stava facendo il suo mestiere, e quindi un avvocato lo resterà per sempre. Michele Ciarlo, dunque, è un avvocato di Pagani, che però ha lo studio legale a Scafati, in via De Gasperi. Ha trentasei anni quando, nel 1995, lavora alla difesa di alcuni malavitosi appartenenti alla camorra locale, tra cui figura Angelo Visciano, uomo di punta del clan Visciano-Sorrentino, che a Scafati è in particolare competizione con un altro clan, quello degli Aquino-Annunziata.

QUEL TERRIBILE 22 MARZO ’95
L’avv. Ciarlo è dietro la sua scrivania a lavorare quando il 22 marzo, alle ore 18.30, qualcuno fa irruzione nel suo studio. Non fa in tempo ad accorgersi di cosa stia succedendo, perché non fa in tempo nemmeno ad alzarsi dalla scrivania: Michele viene colpito da due proiettili calibro 38 special o 357 magnum; ma è il successivo colpo da una calibro 9×21 che lo ucciderà, come si evince poi dalla perizia balistica.

LA PRIMA IPOTESI SULL’OMICIDIO: L’ACCUSA DI VISCIANO
L’attenzione degli inquirenti, ovviamente, vira subito sull’ambiente camorristico scafatese e, in particolare, verso i Visciano-Sorrentino. Angelo Visciano, però, muove un’accusa verso un altro malavitoso locale: il boss Galasso, che stava collaborando con la giustizia. Malato di AIDS, Visciano dal suo letto chiama i carabinieri di Salerno e rivela che è stato il pentito ad assassinare l’avvocato. Il movente? Pare che Ciarlo avesse scoperto che il pentimento di Galasso fosse falso, perché questi continuava ad avere contatti con i suoi alleati.

LA SECONDA IPOTESI SULL’OMICIDIO: LA TELEFONATA ANONIMA
Ma il 27 marzo, cinque giorni dopo l’assassinio di Ciarlo, al 112 arriva una telefonata anonima che fa ricadere la colpa proprio su Angelo Visciano. I particolari forniti dall’anonimo accusatore sono troppo dettagliati e corrispondenti al vero per non essere presi in considerazione dalle forze dell’ordine.

LA TERZA IPOTESI SULL’OMICIDIO: LA VENDETTA TRASVERSALE
In tutto ciò, gli inquirenti non possono escludere l’ipotesi che Michele Ciarlo sia stato vittima di una vendetta trasversale degli Annunziata-Aquino contro i Visciano-Sorrentino, che l’avvocato, appunto, difendeva.

LA VERITÀ DOPO UN ANNO E MEZZO
Segue un anno e mezzo di indagini, ma anche di silenzio, perché non si riesce a venire a capo di quella che è una matassa sempre più intricata. Fino a quando, nel novembre del 1996, il banale arresto di Gaetano Albano, detto Nino o’ Milanese, per porto e detenzione abusiva di arma illegale, dà il via alla scoperta della verità. Albano aveva rapporti d’amicizia con Federico Nicodemo, sospettato di appartenere al clan Annunziata-Aquino. Ed è proprio “o’ Milanese” a confessare che sia lui che Nicodemo hanno preso parte all’omicidio di Michele Ciarlo, insieme a Filippo Veneruso e Carmine Aquino.

LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI
Parte, così, la ricostruzione dell’accaduto. Albano è stato il primo ad entrare nello studio dell’avvocato il 22 marzo del ’95, per accertarsi della sua presenza. Poi, ha fatto da palo mentre Veneruso e Nicodemo compivano l’assassinio; di quest’ultimo il colpo mortale alla nuca. Cosa c’entra Carmine Aquino? È stato lui il mandante. La terza ipotesi, dunque, quella della vendetta trasversale contro i Visciano-Sorrentino, risulta essere il movente della morte di Michele Ciarlo. Una vendetta che voleva risuonare come il dominio degli Aquino sull’intero territorio di Scafati. Si scoprirà che anche la telefonata anonima al 112 era stata ad opera di Albano, col chiaro intento di depistaggio.

LA CONDANNA DEI COLPEVOLI
Le telecamere vicine allo studio di Ciarlo e una confessione strappata a Veneruso grazie alla collaborazione di Albano, basteranno per confermare l’intero racconto di quest’ultimo. E nel luglio del 1999 gli accusati vengono arrestati. Quelli rimasti in vita, però; Albano, infatti, già gravemente ammalato, decide di impiccarsi in carcere. Per tutti gli altri c’è l’ergastolo. Le condanne sono state confermate fino all’ultimo grado di giudizio.

QUEL CHE MICHELE CIARLO HA LASCIATO
Il 22 marzo 1995 Michele Ciarlo ha lasciato una moglie e due figli, ma anche un immenso vuoto in due città: Scafati, che lo ha visto lavorativamente impegnato, e Pagani, che lo ha visto vivere.
Michele Ciarlo è un avvocato trentaseienne che è stato ucciso per lo sfizio di veder prevalere la legge del più forte; è stato il macabro trofeo di un clan che voleva dimostrare di detenere il potere assoluto a discapito di un altro clan e su un’intera città.

IL PERCHÉ DI QUESTA STORIA
Una città, Scafati che dista circa 3 km in linea d’aria da Sant’Antonio Abate. Era il 1995 e si è trattato di una vendetta trasversale ai danni di un avvocato che difendeva camorristi. Perché dovrebbe interessarci? Della vicenda dobbiamo prendere il fulcro: al di là di personaggi e moventi, certe cose accadono anche qui, e non solo nei telegiornali. Oggi, anni dopo, la mafia ha mille volti e si insinua nella quotidianità di questo Bel Paese, e potrebbe essere anche nel nostro bel paese, tra le strade che facciamo più volte al giorno, celandosi dietro a forme meno evidenti. Il sangue che fa sputare è nero anche quando non uccide. Ed è per questo che la mafia va raccontata: affinché sia conosciuta e, di conseguenza, affrontata.

Il nostro speciale “Verso il 21 marzo” è un invito a prendere conoscenza e coscienza. Continuate a seguirci per altre storie di vittime di mafia e non solo.

 

 

 

 

 

 

 

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