22 Marzo 1997 Niscemi (CL). Agata Azzolina, morta suicida per mafia. Il 16 ottobre 1996 le erano stati uccisi, sotto i suoi occhi, il marito, Salvatore Frazzetto, e il figlio Giacomo.

Foto da giornalecittadinopress.it 

Trovata morta suicida, nella sua casa a Niscemi (Cl), Agata Azzolina, proprietaria di una gioielleria. Il 16 ottobre 1996 nel negozio erano stati uccisi sotto i suoi occhi il marito, Salvatore Frazzetto, e il figlio Giacomo da due pregiudicati che, come era avvenuto altre volte, pretendevano di avere a credito dei gioielli. Agata Azzolina, che aveva avuto come protezione due soldati alla porta di casa, era stata oggetto di altri tentativi di estorsione e aveva ricevuto minacce di morte, rivolte anche alla figlia ventenne. Il 21 marzo non aveva voluto partecipare alla manifestazione di Libera. I nomi del marito e del figlio non erano stati inclusi tra quelli delle vittime della mafia ricordati durante la manifestazione.
Fonte: Centro Siciliano di documentazione G. Impastato

 

 

 

Fonte: ricerca.repubblica.it 
Articolo del 24 marzo 1997
UN SUICIDIO ANNUNCIATO
di Attilio Bolzoni

NISCEMI – Nella “piazza del dolore” di Niscemi non c’era voluta andare. Si sentiva troppo sola e troppo disperata anche in mezzo a quella folla di gente perbene, migliaia di vittime per mano di mafia che si erano incontrate venerdì proprio nel suo paese. Lei non aveva più la forza e il sentimento per combattere, non aveva voglia di ascoltare quel lungo elenco di morti davanti a Prodi e a Violante, lei non aveva più speranze. Era stanca di vivere. Come in una confessione, quel giovedì, aveva raccontato la sua terribile storia a una giornalista olandese che era andata a trovarla nella pellicceria-gioielleria dove sei mesi prima gli avevano torturato e ucciso il marito e il figlio.

Un testamento. Perché, poi, ha deciso di morire. Ha lasciato un biglietto alla figlia: “Perdonami Chiara, ma non ce la faccio più…lascia questo paese maledetto…”. E Agata si è impiccata. Un suicidio che non è un suicidio: è un delitto di mafia. Tormentata dal dolore, ricattata dal racket, dissanguata dalle estorsioni, terrorizzata da alcuni “bravi” del paese, sola e abbandonata, una donna siciliana ha perso la sua ultima battaglia. Hanno vinto loro, hanno vinto quei miserabili che gli chiedevano soldi, sempre più soldi: “Tuo marito e tuo figlio non ci sono più…adesso tocca a te pagare…”.

Si chiamava Agata Azzolina, aveva 43 anni, suo marito Salvatore e suo figlio Mimmo li aveva visti morire. Seviziati con un coltello e giustiziati con un colpo di pistola in un raid “mascherato” in un primo momento come un tentativo di rapina. I due assassini, due fratelli, Maurizio e Salvatore Infuso, li trovarono cinque ore dopo in un casolare su indicazione di Agata: in una borsa, i due avevano ancora la pistola. Si difesero male. Balbettarono: “Abbiamo cominciato a litigare con il gioielliere che ci chiamò bastardi e poi è partito un colpo…e poi un altro…”. Era il 16 ottobre dell’anno scorso. Da quel giorno, Agata ha cominciato a spegnersi. Mese dopo mese, settimana dopo settimana, ora dopo ora. Il dolore si era trasformato in rabbia e poi è arrivata anche la paura.

Con le aggressioni e con le minacce. Un giorno la seguirono fino al cimitero. Stava pregando sulla tomba dei suoi cari quando le dissero “che non sarebbe finita lì”. Un altro giorno i balordi entrarono nel suo negozio. Gridarono: “Devi pagare…devi pagare…”. Agata aveva denunciato tutto alla polizia. A un commissario aveva anche fatto un nome e aveva parlato di certi traffici di oro, di uomini che si muovevano nell’ ombra. Le indagini erano state avviate, ma Agata voleva giustizia subito, voleva che i mandanti dell’omicidio di suo marito e di suo figlio finissero in carcere. Era sconvolta. Era terrorizzata. La sera di San Silvestro fu bastonata da un paio di ragazzi che entrarono un’altra volta nella sua pellicceria, qualche giorno dopo – a gennaio – le giurarono che avrebbe ricevuto un’altra “visita”. E arrivò pure una lettera anonima: “Uccideremo anche tua figlia Chiara”.

Sotto casa sua da molte settimane vigilavano due militari dei Vespri Siciliani. Una semplice “tutela”, la Prefettura di Caltanissetta non poteva assegnare una vera e propria scorta ad Agata “per mancanza di personale”. Poi, il 21 marzo, c’ è stato a Niscemi “il giorno del ricordo” in memoria delle vittime di mafia, un popolo riunito in un luogo-simbolo per onorare i morti, tutti i morti. Il sindaco Salvatore Liardo aveva invitato Agata in piazza, “ma lei – racconta in lacrime Liardo – era così turbata e così in preda al dolore che non volle venire”. Sulla piazza di Niscemi, venerdì, non furono mai scanditi i nomi di suo marito Salvatore e di suo figlio Mimmo. Due nomi non ricordati che, in paese, avevano alimentato subito qualche chiacchiera maligna, le solite voci sul “chissà perché nessuno li ha onorati”, il solito fango che si rovescia impietoso sulle vittime.

Non fu una “dimenticanza” e neppure una scelta degli organizzatori. La “lista dei caduti” – diramata direttamente a Roma – era stata compilata dopo attenti “controlli” negli archivi di polizia, ma il marito e il figlio di Agata erano vittime troppo “recenti” per finire in quel lunghissimo elenco di morte. Venerdì, Agata era rimasta nella sua casa in fondo al paese, vicino al commissariato di polizia. Una casa costruita dal marito quando – prima di diventare commerciante di pellicce e di gioielli – faceva l’imprenditore edile. Lì, nella sua mansarda, aveva incontrato la giornalista olandese con un’amica di Niscemi. E, a loro, aveva trasmesso tutto il suo dolore e tutta la sua solitudine.

Il giorno dopo quella folla, quell’Italia venuta quaggiù a testimoniare il coraggio e la solidarietà, Niscemi era tornato Niscemi, un paese impoverito e affacciato su un balcone di pietra che guarda un pezzo di Sicilia bellissima e disperata. Quel giorno, probabilmente proprio quel giorno, Agata ha deciso di uccidersi. E quasi ventiquattro ore dopo, verso le tre della notte, sua figlia Chiara l’ha trovata morta in cucina, appesa con una corda di nylon alle travi di legno del soffitto. Il tavolo era coperto da una ventina di fogli di giornale, tutti gli articoli che la stampa le aveva dedicato: l’uccisione del marito e del figlio, l’aggressione di San Silvestro, le minacce di gennaio. Tra quei fogli un’intervista concessa un paio di mesi fa a La Sicilia: “Non mi piegherò mai”. In un angolo del tavolo, c’era anche quel biglietto per Chiara: “Perdonami…non ce la faccio più … lascia questo paese maledetto…”.

Il paese di Niscemi si è svegliato in una domenica mattina fredda e piovosa con un altro morto di mafia, Agata. Uccisa dalle bande del “pizzo” che spadroneggiano da Niscemi fin giù a Gela, uccisa dall’indifferenza quotidiana, uccisa dal suo dolore. Ci dicono che in questo paese abbiano ammazzato 400 uomini in 40 anni, che c’erano bande che si affrontavano fino a quando moriva l’ultimo figlio maschio delle famiglie in guerra, che hanno ucciso “ma per sbaglio” anche due bimbi – Rosario e Salvatore – che giocavano in un vicolo dove i sicari stavano scaricando le loro lupare. Ecco perché Niscemi ha una piazza del dolore.

 

 

 

Articoli da L’Unità del 24 Marzo 1997
Familiari uccisi e la morsa del racket Commerciante s’impicca a Niscemi  
di Ruggero Farkas
Dramma della disperazione in Sicilia: il marito e il figlio erano morti 5 mesi fa tentando di sventare una rapina.
Agata Azzolina era titolare di una gioielleria-pellicceria. La sera del 31 dicembre fu aggredita e picchiata da un altro rapinatore che le intimò: «Devi pagare». Il corpo trovato in casa dalla figlia. Il vescovo: «Celebrerò io i funerali».

NISCEMI (Caltanissetta.) Agata non ha resistito. Agata non ne poteva più dei ricordi che la tormentavano, delle sagome dei soldati lì, fuori dal suo negozio-casa, per proteggerla, della paura che ogni giorno dall’ultimo 16 ottobre accompagnava i suoi gesti svogliati nell’aprire la saracinesca della pellicceria-gioielleria. Agata aveva capito di essere sola nonostante fosse stata invitata ufficialmente non era andata a disperdere il suo volto tra quello di migliaia di altri nella piazza centrale di Niscemi l’altro giorno quando Prodi,  Violante, don Ciotti erano scesi in questo pezzo di Sicilia sperduto per onorare le vittime di mafia ricordandole.

Agata Azzolina sola nel suo paese che sembra lontano dalla provincia madre, Caltanissetta, come da Ragusa e da Catania, a 43 anni non ha resistito e ha deciso. Ha preso una corda, è salita in mansarda, ha fatto un nodo alla trave portante del tetto e si è impiccata.
Era sola in casa. La figlia Chiara, 20 anni, che frequenta l’università a Catania, è tornata tardi l’altro ieri notte. Alle 2,30 ha trovato il corpo magro della madre ciondolante. Ha gridato, ha tentato ciò che tutti tenterebbero. Poi si è arresa e ha hiamato i carabinieri.

Possiamo chiamarla pressione del racket, possiamo definirla persecuzione mafiosa o criminale, possiamo ipotizzare quello che gli investigatori scopriranno. È facile dire che Agata si è uccisa perchè non le davano tregua. Ma in verità questa donna sconosciuta, fragile, che il 16 ottobre si chinava in lacrime fin dentro le casse dov’erano i corpi senza vita del marito e del figlio per baciarli un’ultima volta si è uccisa perchè era sola, profondamente sola.

Quel giorno di autunno entrarono in due nel negozio: «Dobbiamo comprare una fede» – dissero.
Agata con gentilezza mostrò gli anelli. I due cambiarono tono ed espressione. Non volevano pagare, volevano i gioielli. Lei reagì, gridò. I balordi la presero a schiaffi. Salvatore Frazzetto, il marito di Agata, arrivò richiamato dalla confusione. E con lui Domenico, il figlio di 22 anni. Le cronache del giorno dopo dicono che il giovane prese una pistola e che i banditi gliela levarono uccidendo lui e il padre. Agata rimase gelata prima dagli spari poi dai cadaveri dei suoi cari in terra. Ebbe la forza, ancora sconvolta, di riconoscere nelle foto segnaletiche gli assassini. Ed il giorno dopo Salvatore e Maurizio Infuso, fratelli di 26 e 23anni, furono arrestati in un casolare di campagna nella contrada “Rasia” di Mazzarino. Avevano con loro la 357 magnum strappata a Domenico.
La notizia venne metabolizzata subito. Agata rimase sola.

Rimase una semplice curiosità la notizia del 31 dicembre scorso: «Rapinata moglie di pellicciaio ucciso con il figlio a Niscemi». Sì, Agata ebbe una nuova visita proprio la sera di San Silvestro. Un rapinatore entrò nella gioielleria ”Papillon”. Chiese soldi e gioielli.
Picchiò Agata ferendola sul viso e in testa, la spinse contro la vetrina che si frantumò e poi andò via.
Sembra impossibile che dopo la tragedia di ottobre possa essere accaduto questo. Invece è andata proprio così.

Poi il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di Caltanissetta decise che Agata andava tutelata e fece sistemare una postazione di soldati dell’operazione “Vespri siciliani” davanti alla casa-negozio.
Troppi segnali per non ipotizzare che quella gioielleria-pellicceria era entrata nel mirino di qualche banda criminale. Qui non c’è lavoro, non c’è svago. C’è polvere, miseria, giovani disoccupati che vogliono dimenticare il giorno appena trascorso e cominciarne un altro con la speranza di ottenere un posto anche per poche settimane. Altri che invece si organizzano pistole in pugno.

Nell’ultima intervista, rilasciata i primi giorni dell’anno, dopo l’ennesima aggressione, Agata Azzolina aveva risposto così: «Chiudere il negozio? Non lo farò mai, con mia figlia continuerò a portare avanti l’attività che abbiamo messo su con tanti sacrifici e anni di duro lavoro. Anche se la mia famiglia è stata distrutta, io non cedo».

Il sindaco di Niscemi, Salvatore Liardo, ha proclamato il lutto cittadino per la morte di Agata: «Si sentiva sola e noi non siamo riusciti a coprire quel vuoto immenso col nostro affetto e la nostra solidarietà». Monsignor Vincenzo Cirrincione, vescovo di Piazza Armerina, diocesi che comprende Niscemi, in serata si è dichiarato disposto a celebrare i funerali: «La Chiesa oggi» ha affermato «ritiene il suicida come un malato e ha comprensione verso di lui».

 

Agata, sola contro il racket
di Gianfranco Bettin
Dramma della disperazione in Sicilia: il marito e il figlio erano morti 5 mesi fa tentando di sventare una rapina.

AGATA AZZOLINA non aveva voluto, qualche giorno fa, partecipare alla grande manifestazione antimafia tenutasi proprio nella sua città, Niscemi (Caltanissetta). Qualcosa non doveva averla convinta in quei buoni propositi contro il crimine e l’intimidazione, malgrado la caratura di alcuni partecipanti, come il presidente del Consiglio Prodi e il presidente della Camera Violante e comel’instancabile, straordinario animatore di «Libera», l’associazione che aveva promosso quella «giornata della memoria e dell’impegno», don Luigi Ciotti. Agata, qualche mese fa, ha visto cadere sotto i colpi di due delinquenti, il figlio e il marito, che avevano tentato di impedire una rapina nella loro pellicceria.

Poco dopo, la sera di San Silvestro, era stata aggredita lei stessa. Si trovava nel negozio, che ormai doveva condurre da sola, e verso l’ora di chiusura aveva subìto un assalto da parte del racket che pretendeva il pizzo dai commercianti della zona. Era stata brutalmente picchiata e infine ammonita: «Paga, o te ne pentirai». Da allora era sotto tutela. Lo Stato cercava di farla sentire meno sola, protetta.

La manifestazione di qualche giorno fa aveva certo anche questo scopo, dire a lei e a tutti coloro che si trovano in pericolo di fronte all’arroganza e alle pretese del racket, della mafia, di ogni delinquente, che si sta reagendo, che lo Stato è presente, che le più alte  cariche vengono fin nel fondo di una provincia difficile, nel cuore del Mezzogiorno tesissimo, a ribadire valori e principi non ignorabili da nessuno.

Ma Agata non è scesa in piazza, non ha aggiunto la propria presenza e la propria voce alle altre. Standosene in disparte intendeva forse rimarcare un’insoddisfazione civile diffusa, aspra, oltre che un dolore personale immedicabile. Forse intendeva, anche, enunciare una paura e una solitudine che, ora lo sappiamo, avevano ormai sconfinato nella disperazione.

L’altra notte Agata Azzolina si è impiccata nella cucina della propria casa. L’ha trovata, quando ormai era troppo tardi, la figlia minore. Non è bastata la protezione della polizia, la scorta. Non è bastata la promessa, il solenne impegno, delle maggiori autorità, promessa e impegno reiterati sulla piazza di Niscemi, a riaccendere in lei la fiducia e a voglia di vivere stessa. Perché? Perché tutto questo non è bastato?

Al di là di quanto deve aver pesato il dolore per la perdita del marito e del figlio – comunque moltissimo, naturalmente, anche se la cura della famiglia rimasta doveva averne fin qui motivata la resistenza sul lavoro, la tenuta psicologica – proprio la dimensione civile e pubblica della disperazione, per così dire, deve aver giocato un ruolo determinante.

Questa storia tragicissima, affinché la morte di Agata non sia del tutto vana, deve  mostrarci che non bastano le ricorrenze, gli impegni solennemente assunti. Violante, don Ciotti, Prodi sono i primi a saperlo, sicuramente.

Ma il clima generale, col rilancio potente di iniziative deligittimanti contro magistrati (conto il procuratore Caselli in primo luogo) e contro investigatori, con la ricorrente minimizzazione del perdurante pericolo mafioso, non favorisce quel salto di qualità e quella generalizzazione dell’impegno contro la criminalità che oggi è più che mai necessario.

È nella sua vita quotidiana, e in quella della sua città, durante il lavoro di tutti i giorni, dentro la sua concreta esperienza corrente, che Agata Azzolina ha continuato a sentirsi sola, malgrado la scorta, malgrado le pubbliche e istituzionali assicurazioni.

È lì, dunque, nella dimensione reale in cui ogni vita chiede di essere rispettata che occorre presidiare le garanzie che fondano la possibilità stessa di un ordine condiviso, di un comune, accettabile destino. La rinuncia alla vita da parte di Agata rappresenta, per questo, una ferita bruciante nella nostra coscienza democratica.

 

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 25.03.1997
” Ora sono figlia dello Stato, ma di qui voglio andarmene ”
di Felice Cavallaro
Parla la figlia di Agata Azzolina, impiccatasi nella notte tra venerdi’ e sabato: 21 anni, ha deciso di non riaprire il negozio di famiglia.

NISCEMI (Caltanissetta) – “E adesso sono “figlia dello Stato”. Lo stesso Stato che ha praticamente ucciso mia madre. Tutto in cinque mesi. Prima hanno ammazzato mio padre e mio fratello perché non volevano pagare il “pizzo”. E sabato ho trovato impiccata in questo salone la mamma perché lo Stato, anziché aiutarla, ha preferito sfilare alle parate. Come l’altra sera, con Prodi e Violante qui a Niscemi, in piazza, con i giochi d’artificio alla fine. Io e mia madre sentivamo i botti. Facevano festa. Deprimente”.

A tratti appare implacabile e forte. A tratti tenera e impotente. Chiara Frazzetto, lunghi capelli neri come gli occhi lucidi, esile come la madre Agata Azzolina, fino a cinque mesi fa aveva una famiglia. Adesso si ritrova sola nell’attico simile a una baita di montagna, il camino al centro, il tetto dogato e le travi di legno sostenute da cinque tronchi levigati. Era il salone delle feste. Ma all’ultimo di quei tronchi, accanto a una giara con il collo ricoperto da fiori finti, Chiara, sabato notte, tornando a casa dopo una pizza con gli amici, ha visto quel che non dimenticherà mai più nella vita. E lei a ventun anni vaga in una casa troppo grande, incerta sul da farsi.

Restare, partire? “Me ne voglio andare da questo paese che ha voltato le spalle alla mia famiglia, assente, rassegnato, indolente, pronto ad accettare il quieto vivere con i mafiosi e i “picciotti” del racket…”. Attenzione, però: nello sfogo di Chiara “il paese” spesso diventa “il Paese”. E allora, oltre alle responsabilità del Far West siciliano, spiccano quelle dello Stato. Soprattutto quando sente in tv commenti di questori e prefetti convinti d’avere fatto “tutto il possibile” contro “l’imprevedibile”: “Non è vero. Dovevano assegnarle una scorta negata. In Questura le consigliavano di mettersi il cuore in pace, perché non avevano personale: “Forse, se abitasse a Caltanissetta…”. Doveva cambiare città per essere scortata? Adesso ha il cuore in pace… Sì che si poteva fare di pi§. Lo Stato ha mia madre sulla coscienza. Se ce l’ha una coscienza”.

E s’arrabbia quando in tv ascolta il commento del superprocuratore Vigna sulla “solitudine” di Agata Azzolina: “Quello di mia madre non è stato un dramma frutto di una disperazione “personale”. Non è una tragedia privata. È una catastrofe collettiva. Debbono capirlo tutti, anche Prodi e Violante, hanno colpa anche loro per quello che è accaduto”. Il dolore sembra renderla ingenerosa, visto che l’altra sera i presidenti del Consiglio e della Camera hanno comunque contribuito ad accendere i riflettori proprio su Niscemi. Ma per Chiara era solo “una parata”. Piaccia o non piaccia, la pensa così. E lo dice senza mezzi termini: “Mia madre non c’è voluta andare perché gli organizzatori avevano deciso che non si potevano inserire i nomi di mio padre e mio fratello fra le vittime della violenza mafiosa. Già, manca il bollo dello Stato che deve decidere se sono morti per rapina, pizzo o mafia. E quindi si possono commemorare i 360 morti, ma non due in più. Questo vorrei raccontare a tanti politici che non sanno… Brutta quella sera. Soprattutto quando son cominciati i giochi di fuoco: botti e ombrelli colorati sul paese, come se fosse stata la festa del patrono. E noi con la morte dentro il cuore. La morte che prende soprattutto quando non puoi nemmeno onorare i tuoi morti, perché gli altri, appunto lo Stato, non te li fa onorare”.

Chissà cosa accadrà oggi pomeriggio ai funerali. Ci saranno uomini politici? Il quesito aleggia sotto quel tronco dove Chiara si piazza, accucciata su un divano a fiori: “Non c’è bisogno che vengano ai funerali. Basta che si facciano vivi fra dieci giorni. Perché in questo Paese anche i funerali diventano parata. E sarebbe meglio evitare…”. Domanda cose concrete Chiara. Di essere aiutata ad andar via: “Visto che lo Stato adesso dovrà adottarmi, si prenda quanto c’è in questa stradina di Niscemi. Io mi tengo la casa, perché qui, fra questi legni, ogni tanto vorrò tornare. Lo Stato si compri il negozio, con tutta la merce. Sono pronta ad andare ovunque ci sia un lavoro”. Dei quattrocento metri quadrati con abiti da sposa, pellicce e gioielli in esposizione non vuole occuparsi. “Papillon”è chiuso. E non riaprirà, al contrario di quanto ha lasciato scritto mamma Agatina. Chissà, potrà anche cambiare idea, Chiara, ma adesso le sembra di vivere la beffa della sua vita. Si affaccia dal balcone del quinto piano e, accanto all’insegna del negozio sprangato, vede due auto dei carabinieri e quattro soldati dei Vespri siciliani.

“Noi lo sapevamo e lo dicevamo che i soldatini non bastano. Che cosa volete che facciano? Hanno la consegna di non muoversi. Non potevano accompagnare mia madre nemmeno al cimitero. E, infatti, al cimitero, unica sua uscita mattutina negli ultimi due mesi, davanti alle tombe di mio padre e di mio fratello, si presentò uno di quei maledetti: “I morti non possono pagare, i vivi debbono pagare. I morti si piangono, ma il “pizzo” i vivi lo pagano”. Quel giorno tornò a casa stravolta. E passò dal commissariato per gridare quanto era successo… Ma che cos’hanno fatto? Niente. Non era una pazza che si sentiva perseguitata. Quei mascalzoni li ha visti in faccia. Come i due assassini che, dicono, potrebbero uscire dal carcere. No, quest’altro delitto lo Stato non può consumarlo”.

 

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it
Articolo del 26 marzo 1997
NISCEMI DISERTA I FUNERALI DI AGATA SUICIDA PER MAFIA
di Attilio Bolzoni

NISCEMI – La donna siciliana che si batteva contro il racket è stata sepolta e dimenticata. Sola in vita e sola in morte, Agata ha subito l’ultimo sfregio sulla strada che porta verso il cimitero del suo paese. Dietro la bara non c’era un solo uomo dello Stato, i negozi di Niscemi sono rimasti aperti per tutto il giorno, i commercianti hanno voltato le spalle sino alla fine alla donna che si è impiccata per avere perso marito e figlio uccisi dai sicari e dal silenzio.

Sentite cosa ci ha detto, alle 11 del mattino, il segretario del Confcommercio di Niscemi Vincenzo Alessandrello: “E perché mai dovremmo chiudere le botteghe, qui c’è crisi nera…”. E sentite cosa ha aggiunto, mezz’ora dopo, il suo presidente Giovanni Milletarì: “Certo che paghiamo il pizzo e allora?…Quella poveretta ormai era fuori di testa per il rimorso…”. Senza vergogna e senza pudore, Niscemi ha salutato così Agata Azzolina, morta suicida in un paese fuorilegge dove spadroneggiano bande e cosche. La più alta “autorità” seduta nelle prime file della chiesa madre è un giovanissimo capitano dei carabinieri che è venuto dalla vicina Gela.

Non c’ è il vescovo di Piazza Armerina che doveva celebrare la messa funebre. Non c’ è un solo assessore o un deputato della Regione siciliana. Non c’ è un rappresentante dello Stato. Un lutto cittadino proclamato a Niscemi per pochi intimi – qualche centinaia di uomini e di donne – riuniti intorno al feretro e all’ultima superstite della famiglia, Chiara, la ragazza orfana per mano mafiosa di padre e madre. Tutti i parenti, tutti gli amici, moltissimi curiosi, il sindaco Salvatore Liardo con i suoi assessori e Manuele Braghero per l’associazione “Libera” di don Ciotti che – qualche giorno fa – aveva portato qui a Niscemi migliaia di persone per onorare tutte le vittime delle mafie. Il sindaco entra nella chiesa madre senza fascia tricolore e non fa portare tra le navate il gonfalone del Comune.

La gente è rintanata nelle case e i ragazzi passeggiano nei vicoli che scendono dalla grande piazza. I bottegai sono tutti nei loro negozi, saracinesche alzate e luci al neon accese. Quando il feretro esce dalla chiesa è aperto il salone da barba, è aperto il bar, è aperta la farmacia, sono aperte la cartolibreria e pure il “circolo ricreativo” dove – davanti a un videogioco – a mezzogiorno avevamo incontrato il presidente della Confcommercio di Niscemi. Ci aveva anche confessato: “Che senso ha non pagare se nessuno ci difende? Pure io pago, ma non in liquidi…in soldi, io pago in merce”.

I funerali sono alla fine. Ecco Chiara, la figlia di Agata Azzolina, che si alza e va verso l’altare. La sorregge don Antonio, il parroco. Lei ha un foglio in mano, comincia a leggere. È un soffio di voce: “Mamma, amore mio, io sono rimasta sola, ti hanno lasciato sola… io accuso lo Stato italiano che permette che qualcuno venga ucciso così…”. Il carro funebre parte verso il cimitero, la piazza si svuota, sotto i riflettori delle tivù ritorna il viso pallido di Chiara. Un’altra intervista. Un’altra accusa. Sussurra: “L’altro giorno il presidente della Camera Violante è venuto a Niscemi a inaugurare le scuole, però deve sapere che il terreno dove hanno costruito quelle scuole era della mia famiglia. L’hanno esproriato 15 anni fa, hanno costruito le scuole che i bambini già frequentano, ma ancora non ci hanno rimborsato nulla. È questo lo Stato in cui devo credere? Impossibile”.

La sera scende su Niscemi. Arriva la notizia dell’ultimo attentato. Hanno bruciato il portone d’ingresso della casa del gestore dell’unico cinema del paese. Un paio di settimane fa avevano bruciato anche il cinema. Tutti, a Niscemi, conoscono i nomi dei “malacarne”. Nessuno parla.

 

 

Fonte: https://cristinadipietro.files.wordpress.com/2015/12/la-morte-e-la-speranza_sebastiano-gulisano_1997.pdf

Tratto da
La morte e la speranza
Niscemi, una storia siciliana
Di Sebastiano Gulisano

[…]
Due bianche colonne sormontate da un’enorme insegna gialla triangolare, tipo tempio greco, un po’ kitch, incorniciano la porta a vetri della pellicceria Papillon; al negozio ci si arriva percorrendo viale Mario Gori, un lungo stradone polveroso, via d’accesso a Niscemi per chi viene da Caltagirone. Dopo poche centinaia di metri, sulla destra, la scritta azzurra «Polizia» avverte che lì c’è il commissariato.

Fissata ad un palo eretto sul marciapiede opposto c’è una lunga insegna al neon; una freccia nera indica il vicolo – via Terracina – che porta al Papillon, quaranta metri più in là, al piano terra di un palazzo di quattro piani – anche questo abusivo, ma ben rifinito – fatto edificare da Salvatore Frazzetto nei primi anni Ottanta.

Una famiglia medio borghese, ricca per via ereditaria, quella Frazzetto-Azzolina: Salvatore, detto Tuccio oppure Totò, 46anni, prima di dedicarsi al commercio era stato un piccolo imprenditore edile; la moglie Agata, 43 anni; i figli Giacomo, detto Mimmo, 23 anni e Chiara, 21. Chiara studiava scienza dell’educazione, all’università di Catania, gli altri badavano al negozio. Salvatore da dieci anni conviveva con un tumore al cervello che, però, non gli aveva impedito di conservare e apprezzare la voglia di vivere e di avviare e far crescere la sua attività commerciale.

All’inizio vendeva solo pelletteria, poi anche pellicce e abiti da sposa e, infine, ha aggiunto oro e brillanti. La gioielleria aveva tre anni, e la sua apertura era stata pubblicizzata in tutta la zona: da Caltagirone a Gela, da Butera a Piazza Armerina manifesti settanta/cento e spot televisivi annunciarono la nuova attività del Papillon, che prometteva “prezzi concorrenziali”. Gli orafi di Niscemi denunciarono Frazzetto perché non aveva la licenza: «In una situazione di illegalità diffusa, solo io devo rispettare la legge?», avrà pensato il commerciante. E tirò dritto. Poi, nel’96, ci ripensò e avviò le pratiche per regolarizzare anche quell’ultima attività.

Lei, Agata Azzolina, prima che la morte irrompesse in casa sua sotto le spoglie di due mafiosetti di paese, era stata una donna forte, simpatica e allegra. L’allegria e la felicità però evaporarono il 16 ottobre 1996, alle sette di sera, quando i fratelli Maurizio e Salvatore Infuso entrarono l’ultima volta nel suo negozio.

Erano solo due piccoli pregiudicati assai spavaldi che insieme non arrivano a cinquant’anni; sarebbero diventati i carnefici della sua famiglia e le avrebbero spezzato il cuore fino ad indurla al suicidio.

Il Papillon è un negozio molto ampio, probabilmente il più grande di Niscemi, si estende su tutto il piano terra del palazzo di via Terracina: si entra e si avanza per circa trenta metri lungo un percorso a ferro di cavallo, tra pellicce e abiti bianchi. Sulla destra c’è una stanza che funge da segreteria e da salottino. È qui che, la mattina del 21 marzo, Cecile Landman ed io siamo seduti, mentre Agata Azzolina, sempre più tesa, rievoca gli ultimi momenti di vita dei suoi cari. Un racconto lento, crudo, dettagliato come una descrizione in presa diretta; una narrazione scandita con la regolarità di un marciatore e la rabbia di chi non dimentica.

Parla dei fratelli Infuso riferendosi spesso a Salvatore, ventiseienne, il maggiore dei due che lei e la sua famiglia già conoscevano. Glielo aveva presentato un tale Meli, Peppe Meli, un giovane artigiano niscemese titolare di un laboratorio di oreficeria e amico dello stesso Infuso; a Meli si rivolgevano quasi tutti i gioiellieri del paese ogni qual volta avevano un anello da allargare, una collana da aggiustare, un bracciale da modificare. Ci sapeva proprio fare con l’oro, Peppe Meli; forse, però, non guadagnava abbastanza e durante l’estate del’96 chiuse la sua bottega artigiana e, per un periodo, andò a lavorare in una località del nord Italia.

Fin dal primo momento, Salvatore Infuso si rivela un pessimo cliente: «Un giorno è venuto ’st’Infuso» ricorda Agata Azzolina, «voleva comprare un girocollo alla suocera; è venuto con tutta la famiglia: il suocero, la suocera, la moglie e la cognata. Ha visto tutti i girocolli, me li ha fatti uscire tutti, poi ne ha scelto uno e ha chiesto a mio marito se poteva pagare con un assegno. Due giorni dopo è tornato e ci ha chiesto se avevamo ancora quell’assegno, che sicuramente era “sporco”». Salvatore Frazzetto glielo restituì e incassò i contanti, con gran sollievo. Un’altra volta, dopo avere appreso che Mimmo, il figlio, aveva   intenzione di acquistare un’automobile, Infuso si presentò al Papillon proponendo al giovane l’acquisto della sua «bellissima» Mercedes; malgrado l’insistenza e le reiterate offerte, l’affare non si concretizzò per la ferma opposizione del signor Frazzetto.

Durante il mese di aprile del ’96, mentre Tuccio Frazzetto era ricoverato in ospedale per sottoporsi a delle cure, Infuso tornò al negozio: cercava un anello da regalare alla moglie per il suo compleanno. Ne trovò uno che gli piaceva, ma bisognava allargarlo leggermente; concordarono che la signora lo avrebbe fatto aggiustare da Meli e dopo qualche giorno lui sarebbe tornato a ritirarlo. Uscito Infuso, però, sparì anche l’anello: «Non l’ho più trovato» ci spiega la signora, allargando le braccia e accompagnando il gesto con una smorfia. Poi aggiunge: «Trascorso qualche giorno venne a chiedermi se l’anello era pronto ed io gli risposi che non lo avevo più. Lui non disse nulla, mi chiese solo di fargliene vedere altri». Trovarono quello giusto, anch’esso da allargare. «Gli feci adattare l’anello. Quando tornò a ritirarlo pretendeva di pagare le trecentomila lire (il costo del gioiello) con un assegno post datato di un certo Cannizzo Giuseppe, che non so chi sia. Era un assegno da un milione e mezzo: voleva che gli dessi l’anello e il resto della somma, più di un milione. Gli spiegai che non potevo farlo, che non potevo togliermi tutti i liquidi; gli lasciai portare via il gioiello a patto che mi dicesse quando me lo avrebbe pagato: “Tra una settimana avrà i soldi”, promise. Io accettai. Il denaro, però, non lo abbiamo mai visto».

Il racconto procede in maniera metodica, ricco di flash back. Come se la signora stesse montando un puzzle: prima si realizza la cornice, i cui pezzi sono quelli più facili da individuare; poi, un frammento dopo l’altro, si compone l’intera immagine. Un puzzle, com’è noto, è un quadro tagliuzzato in tanti pezzettini; il paziente giocatore che voglia ricomporlo conosce, in quanto dati, il numero dei pezzi e la figura che bisogna ricostruire. La signora Azzolina, invece, non ha un quadro di partenza, né un numero definito di pezzi per comporlo. Da cinque mesi analizza pazientemente una lunga serie di fatti verificatisi durante l’anno precedente, ai quali se ne sono aggiunti altri successivi agli omicidi di suo figlio e di suo marito; cerca una chiave di lettura che li accomuni, un filo unico che leghi i furti subìti (in negozio, a casa e nell’abitazione di campagna), la presenza di Salvatore Infuso, la paura crescente di suo marito, le continue visite di quest’ultimo al commissariato di polizia, il duplice delitto. E, inoltre, che unisca tutto ciò con le minacce e le aggressioni subìte da lei stessa, dopo che ebbe denunciato gli assassini dei suoi familiari. Il quadro che ne viene fuori è quello di un marito vittima del racket del pizzo, stanco di pagare, propenso a parlare con gli investigatori ma non ancora pronto a denunciare gli estorsori.

E gli Infuso? Secondo la signora Azzolina sarebbero stati proprio loro gli “esattori” del pizzo. Una sera d’estate, mentre Agata Azzolina e Tuccio Frazzetto andavano verso la casa di campagna, pochi chilometri fuori dal paese, incrociarono per strada una “Y10” guidata da Salvatore Infuso, accompagnato da «un signore che poi è stato ucciso». Frazzetto era così teso e impaurito che pretese di tornare a Niscemi. Lei si oppose, litigarono, ma non ci fu verso di fargli cambiare idea: «Mio marito aveva paura, ma non mi diceva nulla. Io non pensavo a queste persone, ne avevo in testa altre, perché prima era venuta altra gente a chiedere il pizzo, chiaro, in presenza mia. Perciò la mia testa era ad altri, quella sera». Tratteggiato il contesto, la cornice, manca da costruire la scena centrale, il cuore di questo quadro inquietante, l’omicidio del marito e del figlio. La voce di Agata Azzolina è pacata, il racconto dettagliato, minuzioso come la sceneggiatura di un film. Al presente indicativo.

«Entrano. Mio marito, appena li vede, diventa cadavere inviso. Io lo guardo e penso che sia a causa del fatto che due ore prima s’era sentito male, molto male e aveva preso due pastiglie; aveva lasciato la pistola sul tavolo ed era andato in bagno, ché stava malissimo, proprio male. Perciò, anche se lo vedo sbiancarsi, non collego il pallore alla presenza di ’sti due criminali. Penso: È pallido perché il “male” (il tumore) lo fa soffrire. «Mi danno la mano. Si rivolgono personalmente a me: “Signora, abbiamo fatto il giro di tutte le gioiellerie e l’ultima è questa”, dice Salvatore Infuso. Perché? domando. “Sa, ora il lavoro di Peppe Meli lo facciamo noi”. “Quando hai imparato ora ad aggiustare ’ste cose?” chiede mio marito. “Mi sono specializzato da poco”. “E dove stai lavorando?” lo incalza, “A casa tua o nel locale che ha lasciato Meli?”. Ché Meli se n’era andato subito dopo lo scasso, scomparso. “Ho deciso di prendermi quella casa e di mettermi a lavorare. Meli ha preso un lavoro molto importante, a Milano. Ora si deve sposare mio fratello: ci servono delle fedi”.

«Mio marito chiama mio figlio: “Mimmo, prendi la chiave della cassaforte e vai a prendere delle fedi”. Loro si mostrano tesi, perché l’oro non è qua di fronte, ma nella cassaforte…Mio figlio torna col pannetto con le fedi: non è che ci sia una grande scelta, sono tutte uguali. “Queste però mi sembrano leggere”, obietta Salvatore, quello che non si deve sposare. “Per le fedi il peso è limitato, cinque grammi o sette grammi”, gli fa notare mio marito. “Io le vorrei da nove grammi”. “Da nove grammi non se ne fanno più. Tu, visto che sai lavorare l’oro, te le puoi fare da te”. Lui non replica e chiede se ce ne sono col brillante. Col brillante? Le fedi nuziali?

Allora Maurizio dice: “Che fa, la vado a prendere?” (Io penso che vada a prendere la convivente) E lui, il fratello, assente con gli occhi. “La vado a prendere” è invece riferito a me. «Salvatore scatta come una molla e tira il tavolinetto addosso a mio marito, mentre Maurizio si butta su di me; mio marito si abbassa per venire qui dentro, nello stanzino (Io avevo spolverato quel tavolo e avevo spostato la pistola su un altro, ma mio marito non se n’era accorto, non lo sapeva). Mio marito s’abbassa e lui gli salta addosso. Se lo porta sulle spalle fin qua (da una stanza all’altra) … «L’altro mi prende per il collo e ci manca poco che mi soffochi: mi mette due dita nella gola e l’altra mano nella bocca e mi intima: “Non gridare!”, col “tu”. Io penso: ’Stu “tu” … Cioè: mi ha dato un fastidio, un fastidio tale che non ho saputo nemmeno respirare. Bastardo, dico nel mio io, se non sto parlando, non sto dicendo nemmeno una parola, come fai a dirmi “non gridare, non gridare”? però io mi muovevo, cercavo di liberarmi e lui mi prese per i capelli e mi trascinò verso il divano, là in fondo, e me ne ha dati di tutti i colori, mi ha pistato, proprio mi ha pistato.  Di più si è innervosito quando io gli ho addentato i pantaloni… cioè, gli ho preso i pantaloni, ma volevo mordere la gamba…

È allora che sento lo sparo, il primo, quello che uccide mio marito. Maurizio Infuso, temendo per la vita del fratello, mi lascia andare e s precipita nello stanzino. Io gli corro dietro e vedo mio figlio che tiene per le spalle Salvatore; poi fuggo fuori, in strada». A questo punto, Agata Azzolina interrompe per un attimo la narrazione e, dopo avere abbassato gli occhi come se volesse riordinare le idee, riprende: «Io ho sbagliato e mi sento incolpa, la mia colpa mi sta mangiando viva, perché io dovevo entrare qui dentro invece di andare fuori a chiedere aiuto. E che cosa ho concluso?».

Un rimorso insensato: di fronte a due persone, una delle quali armata, preferisce correre a chiedere aiuto: a cinquanta metri di distanza, appena fuori dal cortile condominiale, c’è il commissariato di polizia, ma lei non ci arriva… «Fuori c’è un giovane che aspetta la sua ragazza, che abita qui sopra, e gli chiedo aiuto; lui è in macchina e ha lo stereo acceso. Grido: Massimo! Aiutami, aiutami! Ma ’sto ragazzo non mi sente. Poi, quando faccio il gesto di tirarmi i capelli, se ne accorge e scende dall’automobile: “Signora, che succede, che c’è…?”. E sento altri due spari: sono quelli di mio figlio. Un colpo va a vuoto, l’altro lo centra in testa. Grido ancora: Massimo aiutami, ti prego! Ci sono due in casa mia, vai subito alla polizia!

«Mentre sto per rientrare i due fratelli escono in cortile, Salvatore impugna ancora la pistola; io non mi rendo conto nemmeno di sapermi difendere, cioè magari di scansarmi. Lui, Salvatore, mi viene vicino e sento il clic qua (al cuore). Indossavo un vestitino giallo e mi sono guardata, mentre tornavo indietro: M’ha sparato? Non m’ha sparato? Io il clic ’ho sentito, ma sangue non ne ho, nel mio io dicevo. Mi giro e lo vedo vicino alle mie spalle, che sta tornando per ammazzarmi: non vuole lasciare una testimone scomoda. Corro in negozio, chiudo la porta e mi butto per terra: parlo a mio marito, secondo me, parlo con mio marito e mio figlio: Mimmo, Tuccio, com’è andata a finire? ’Stu bastardu pure me stava ammazzando, mi voleva ammazzare!». Era talmente sotto shock, Agata Azzolina, da non rendersi conto che i suoi cari non potevano più sentirla.

[…]

 

 

Articolo del 3 Giugno 2011 da  suddegenere.wordpress.com
Agata Azzolina
di Danila Cotroneo.

Niscemi , quasi 30 mila abitanti, carciofeti a perdita d’occhio, e serre per la coltura delle primizie: pomodori e melanzane, peperoni e insalata. Cento chilometri da Catania. Due ore e mezza di treno, con la strada provinciale per Gela, quasi sempre interrotta per frane .

Un incendio ogni due giorni: macchina o portone, per sgarri o vendette, roghi assicurati, perché i pompieri qui non esistono. Bisogna aspettare che salgano da Gela, mezz’ora quando va bene. E naturalmente nella denuncia si mette la parola “autocombustione”. Il sud si sa è caldo, così l’ assicurazione paga, così non si è costretti a fare i nomi di nessun nemico.

Dall’ 89 al ’91 sono 30 i morti ammazzati. Si è nel mezzo di una guerra tanto feroce quanto sconosciuta. Dalla piana premono quelli di Gela, da Catania quelli di Nitto Santapaola, il vero padrone della città. Le cosche locali scelgono da che parte stare con il mitra in mano. E poi incendi, bombe, case bruciate. Non esiste un commissariato di polizia, solo una stazione dei carabinieri che, rigorosamente, al tramonto chiude i battenti. Nei primi anni 90, in metà del paese che è abusivo la luce non arriva, il piano-regolatore non esiste, le strade sono bucate, le abitazioni sono casacce, tirate su senza nemmeno il parere del geometra. L’acqua arriva una volta ogni ventisette giorni e per far fronte al bisogno, ogni tanto gli abitanti si ribellano davanti al Comune, ma intanto si forniscono da autobotti private.

Nel frattempo, nessuno si cura di Niscemi, ma alcune grosse banche sì. La sede del Banco Ambroveneto è la seconda nella classifica italiana per depositi bancari: gestisce quasi 400 miliardi di vecchie lire di risparmi locali. Perché qui si lavora, e in silenzio si mette da parte quasi tutto, nessuno si fida di avviare un’ attività, perché si è lasciati soli come cani Nel 1992 il Comune viene sciolto d’autorità per infiltrazioni mafiose. L’amministrazione viene retta da commissari del governo nazionale fino al giugno 1994, quando si rivota e vince la coalizione progressista.

Inizia l’epoca che verrà definita “primavera niscemese” Il 21 marzo 1997, Niscemi, per un giorno è la capitale dell’antimafia. Sulla piazza colma di persone parlano il presidente del Consiglio Prodi e il presidente della Camera Violante.Si inagura una scuola elementare, si leggono, dal palco, centinaia di nomi di vittime della mafia

Due giorni dopo, Niscemi è di nuovo sui giornali: la signora Agata Azzolina, titolare di un negozio di gioielli e pellicce, si toglie la vita impiccandosi. Il racket ha ucciso cinque mesi prima il marito Salvatore e il figlio Giacomo Frazzetto, in un raid “mascherato” in un primo momento, come un tentativo di rapina. Era il 16 ottobre del 1996 Maurizio e Salvatore Infuso, due fratelli con qualche precedente penale si presentano a volto scoperto nella gioielleria “Papillon”. Cosi si chiama l’attività della famiglia Frazzetto avviata da qualche anno. Salvatore l’ha costruita con le sue mani dopo aver lavorato 15 anni nell’edilizia.

Li conosce bene Agata, i fratelli Infuso: già in passato hanno preteso di comprare senza pagare .Questa volta vogliono acquistare, “ a credito”, dicono loro, due vere nunziali L’ipotesi è che si tratti di un pizzo “camuffato”, riscosso in beni e non in contanti. Invece del passaggio da una mano all’altra dei soldi, gli emissari della criminalità organizzata si servono direttamente dagli scaffali Quella sera, Agata dice no . La colpiscono con uno schiaffo. Alle sue grida , accorrono il marito ed il figlio . Il ragazzo quando si rende conto della situazione non perde tempo: prende la pistola che il padre custodisce in un cassetto.

Ma Giacomo non ha dimestichezza con le armi e se la fa strappare da uno dei banditi. Seguono, una raffica di pallottole, prima contro Salvatore Frazzetto, 46 anni, poi sul ragazzo, Giacomo 23. Muoiono sul colpo. Muoiono davanti agli occhi atterriti di Agata, madre e moglie, testimone di una strage. I due assassini, vengono fermati cinque ore dopo: in una borsa, hanno ancora la pistola.

Lei si salva a stento, ma da quel giorno comincia a spegnersi. Il dolore si trasforma in rabbia e poi arriva anche la paura. Paura per le aggressioni e le minacce che subisce quotidianamente. Un giorno la seguono fino al cimitero. Sta pregando sulla tomba dei suoi cari quando qualcuno si avvicina :“non finisce qui” si sente dire. Agata prova ad andare avanti, lo fa per la figlia, Chiara, 21 anni. Vuole portare avanti l’attività non vuole cedere. Ma le intimidazioni continuano. : “Devi pagare…devi pagare…”, si sente ripetere. Denuncia tutto alla polizia. Fa nomi e cognomi .Al commissario parla anche di certi traffici di oro, di uomini che si muovono nell’ombra Vuole giustizia e la vuole subito. Vuole provare a far vivere a sua figlia una vita normale. Vuole andare avanti, lo deve a Chiara, ma è sconvolta è terrorizzata. La sera di San Silvestro viene addirittura picchiata da un paio di ragazzi che entrano ancora una volta nella sua gioielleria.

Qualche giorno dopo – a gennaio – le giurano che avrebbe ricevuto un’ altra “visita”. Arriva anche una lettera anonima . Minacciano di uccidere anche la figlia. Non ce la fa più Agata vittima del suo dolore la notte del 22 marzo 1997 si impicca con una corda di nylon nella sua cucina. Lascia un biglietto alla figlia: “perdonami “ le scrive . Il giorno seguente il sindaco Salvatore Liardo proclama il lutto cittadino. “Agata si sentiva sola e noi non siamo riusciti a coprire quel vuoto immenso con il nostro affetto e la nostra solidarieta”, sussurra Liardo mentre gli attacchini del paese cominciano a fare il giro per strade e piazze con i manifesti fatti preparare dal Comune, “Questa vita spezzata cosi’ tragicamente – si legge – richiama si’ la nostra reazione, ma anche una seria riflessione sui valori della vita, della legalita’, dell’amore, della civile convivenza”.

 

 

Foto da: lettera32.org

Fonte:  lettera32.org
Articolo del 4 giugno 2015
Agata Azzolina, vittima della mafia a Niscemi. Il suo nome nella scuola Caruano
di Francesca Cabibbo

L’auditorium del II Circolo “Giuseppe Caruano” di Vittoria, intitolato a Agata Azzolina. Agata era una giovane donna di Niscemi: nel 1996 la mafia le aveva ucciso il figlio e il marito, seviziati e trucidati, sotto i suoi occhi, perchè non si erano piegati ai diktat dei clan. Agata aveva provato a resistere, aveva riaperto la pellicceria e la gioielleria, subì ancora minacce, richieste di estorsione, violenze. Dopo sei mesi, il 23 marzo 1997, cedette e si tolse la vita, chiedendo alla figlia, Chiara, di lasciare per sempre Niscemi.

Giovedì mattina, per la cerimonia di intitolazione, erano presenti il sindaco di Niscemi, Francesco La Rosa, Giovanni Di Martino, in passato sindaco della stessa città e assessore nel 1997, Eliana Giudice, presidente dell’Associazione Antiracket di Vittoria, Piero Gurrieri, vicepresidente nazionale di Avviso Pubblico. la dirigente scolastica Lucia Palummeri ha introdotto la giornata e alcuni alunni del plesso “Angelo Campanella” hanno raccontato la storia di Agata. Sala commossa, in lacrime, quando ha preso la parola Chiara Frazzetto, la figlia di Agata, unica sopravvissuta della famiglia, figlia di Agata, Chiara Frazzetto, che ha ricordato gli ultimi giorni di vita della madre, e l’accanimento da parte della criminalità organizzata nei confronti della propria famiglia: “Sono rimasta sola – ha detto – all’inizio non ho compreso la decisione estrema di mia madre, solo quando sono diventata mamma a mia volta ho capito quanto sia difficile per una madre sopravvivere alla morte dei propri cari, soprattutto di un figlio”. Il suo intervento è stato più volte fermato dagli applausi dei presenti.

Lucia Palummeri ha aggiunto: “La scuola è luogo di legalità, e questa giornata è per tutti noi il coronamento di percorsi di legalità di un anno intero, che hanno trovato nei bambini degli straordinari protagonisti”. Infine, Piero Gurrieri ha esortato i ragazzi ad individuare nella quotidianità il luogo e il tempo in cui sperimentare azioni di legalità: “Non siete chiamati ad essere eroi, ma giovani cittadini, capaci di fare memoria ma soprattutto di dare una scossa al mondo che vi circonda, al mondo di noi adulti”.

Sono intervenuti anche Eliana Giudice e Giovanni Di Martino. Quest’ultimo ha ricordato l’impegno contro la mafia della giunta di cui faceva parte, guidata da Salvatore Liardo. Lui stesso gli succedette poi da sindaco, prima di passare il testimone all’attuale primo cittadino, Francesco la Rosa. Eliana Giudice ha ricordato come agisca la mafia che spesso (com’è accaduto per Agata) chiede un pizzo camuffato, prelevando oggetti preziosi nel suo negozio (ad esempio portando via le fedi nuziali) senza pagare.

Il concorso “Chiamami ancora Amore. Un altro mondo è possibile”, vedrà ora le ultime due tappe. Il 5 giugno, l’intitolazione di uno spazio scolastico, nella scuola “Sacro Cuore” a don Peppe Diana e don Pino Puglisi, mentre si chiuderà il 6 con la scuola San Biagio, che dedicherà uno spazio a Gelsomina Verde, uccisa dalla camorra perchè era stata, per un breve periodo, fidanzata con un giovane che faceva parte dei clan coinvolti nella “faida di Scampia”. venne torturata, uccisa con tre colpi di pistola e il suo corpo dato alle fiamme.

 

 

Foto dalla pagina Facebook di Chiara

Fonte: vivi.libera.it
Nota del 15 ottobre 2017
Io sono viva per voi.
di Chiara Frazzetto

Ciao Mimmo, ciao papà e mamma. Sono 20 anni che non sento la vostra voce, solo perché qualcuno ha deciso di mettere fine alla vostra vita per una manciata di soldi.

Non sento la vostra voce, ma la vostra immagine è scolpita nei miei occhi e nel mio cuore. È difficile la mattina alzarsi e darvi il buongiorno e non udire la vostra risposta, ma penso che voi siete solo nella stanza accanto e non potete sentire. La morte non è nulla: è questo che mi ripeto ogni giorno per andare avanti, voi vivete in me e io sono viva per voi.

Mimmo, ricordo ancora i nostri abbracci e le nostre uscite insieme: facevamo invidia al mondo, un fratello e una sorella che non litigavano mai. “Ma solo perché tu amore mio, portavi tanta pazienza”.

Mamma, mi mancano i tuoi abbracci e i tuoi baci e anche le nostre litigate. Papà, che dire di te… tu eri l’aria che respiravo, il mio grande amore.

Voi siete distanti, ma sempre presenti nella mia vita. Sento il vostro odore e il vostro abbraccio, dove trova rifugio la mia martoriata anima.

Ma la forza la prendo da voi, siete voi che asciugate le mie lacrime e il vostro ricordo mi dà pace.

A presto amori miei!

 

 

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