23 Dicembre 1995 Trapani. Assassinato davanti a moglie e figlia, Giuseppe Montalto, Agente custodia all’Ucciardone di Palermo

Foto da: Polizia-penitenziaria.it

Giuseppe Montalto, Agente Scelto del Corpo di Polizia Penitenziaria – nato a Trapani il 14/05/1965 in servizio presso la Casa Circondariale di Palermo Ucciardone.
Il 23 dicembre 1995, Contrada Palma (TP) mentre, in compagnia della moglie e della figlia, si accingeva a salire sulla propria autovettura, cadeva sotto numerosi colpi di fucile esplosi da due sicari travisati, appartenenti all’organizzazione criminosa “Cosa Nostra”.
Riconosciuto “Vittima del Dovere” ai sensi della Legge 466/1980 dal Ministero dell’Interno.
In data 19.11.1997 gli è stata altresì conferita dallo stesso Dicastero la Medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria con la seguente motivazione:
Preposto al servizio di sorveglianza di esponenti del clan mafioso denominato “Cosa Nostra”, nonché di criminali sottoposti al regime carcerario 41 bis, assolveva il proprio compito con fermezza, abnegazione e alto senso del dovere. Proditoriamente fatto segno a colpi d’arma da fuoco in un vile attentato tesogli con efferata ferocia da appartenenti all’organizzazione criminosa, sacrificava la vita a difesa dello Stato e delle istituzioni. Località Palma (TP), 23 dicembre 1995.
All’Agente Montalto sono intestate le Caserme Agenti degli istituti penitenziaria di Palermo Ucciardone, Agrigento e Ragusa.
Articolo di: Polizia-penitenziaria.it

 

 

Tratto da:  poliziapenitenziaria.it 
L’OMICIDIO DI GIUSEPPE MONTALTO

Era il 23 dicembre del 1995 quando in contrada Palma, Giuseppe Montalto fu assassinato davanti gli occhi della moglie: erano in auto, fermi, sul sedile posteriore la loro figlioletta, Federica di 10 mesi. La moglie Liliana ancora non lo sapeva, ma in grembo stava crescendo un’altra loro figlia, Ylenia.

Un omicidio per il quale i boss si erano messi pure a gara per eseguirlo. L’alcamese Nino Melodia ebbe a lamentarsi del fatto che alla fine Giovanni Brusca, uomo d’onore di San Giuseppe Jato, che nel 1995 faceva il latitante tra le campagne di Trapani e Valderice, non gli disse più nulla. L’ordine di morte era arrivato dall’Ucciardone. Dai boss palermitani, dai Madonia: «Ninuccio manda a dire che vuole fatta una cortesia, vuole eliminata una guardia carceraria che “si comporta male”».

È a Salemi che si svolsero i  «summit» per decidere e organizzare l’omicidio di Giuseppe Montalto, nella villetta di Rosario Calandrino si trovarono i capi mafia di Trapani con Messina Denaro, ebbero anche l’aiuto di una «gola profonda» dentro l”ufficio della Motorizzazione per individuare chi fosse quell’agente: dal carcere infatti avevano fatto sapere che quello da uccidere aveva una Fiat Tipo targato Torino. E così Giuseppe Montalto fu individuato.

I killer lo attesero la sera del 23 dicembre 1995 davanti casa dei suoi suoceri. Non fece in tempo a salire in auto che fu ucciso con due colpi di pistola, cadendo addosso alla giovane moglie che sedeva nel sedile di fianco. «Il regalo di Natale ai detenuti così – raccontarono poi i pentiti durante il processo – si fanno il Natale più allegro». Quei giorni del 1995 erano stati «pesanti» per gli agenti dell’Ucciardone, più volte avevano ricevuto chiari segnali di «pressione» da parte dei detenuti al 41 bis. In questo clima, da aprile 1995 in poi, maturò il delitto. A scatenarlo fu il fatto che Montalto impedì al boss palermitano Raffaele Ganci di passare una lettera al catanese Nitto Santapaola.

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 23 dicembre 1996
«Volevano far saltare il carcere Ucciardone»
di Ruggero Farkas

Un pentito rivela: i boss preparavano una grande evasione

PALERMO. I mafiosi volevano scappare in massa dall’Ucciardone, con un atto di forza senza precedenti, senza badare al sottile. Tra l’ottobre ed il novembre del 1995 volevano far saltare dall’esterno una porzione delle mura borboniche che circondano l’Ucciardone, il carcere palermitano. I mafiosi non misero in atto il piano perché nel carcere avevano preso servizio squadre speciali di agenti di custodia. È il pentito di Mazara del Vallo, Vincenzo Sinacori, a raccontare questo ed altri particolari dell’ultima storia di Cosa nostra e a consentire ai magistrati della Dda palermitana di firmare 39 ordini di custodia cautelare: 23 eseguiti, sei notificati in carcere, dieci indagati sono latitanti.

In questa inchiesta sulla mafia trapanese è contenuta anche l’indagine per l’omicidio di Giuseppe Montalto, giovane agente di polizia penitenziaria, assassinato il 23 dicembre dell’anno scorso a Trapani. Montalto aveva lavorato all’Ucciardone di Palermo ed il suo omicidio è avvenuto circa un mese dopo il progetto di fuga raccontato da Sinacori.

Oggi a Palermo ci sarà il ministro della giustizia Flick che commemorerà l’agente. Ieri la procura aveva annunciato una conferenza stampa, per oggi alle 9,30, per spiegare l’indagine. Ma anticipando i tempi il Tg1 ha mandato in onda un servizio sugli arresti per le dichiarazioni di Sinacori che ha scatenato subito la caccia delle notizie.

Il pentito ha indicato due persone come killer di Montalto. Uno sarebbe Vito Mazara, detenuto, che ha ricevuto l’ordine di custodia cautelare. L’altro sarebbe latitante. Non sappiamo se il collaboratore spiega le causali del delitto o si limita solo a dire che si trattava di dare un segnale agli agenti di polizia penitenziaria. A chiedere alle cosche trapanesi di compiere l’omicidio secondo Sinacori sarebbero stati i mafiosi palermitani. Non sappiamo anche se l’ex mafioso mazarese spiega nel dettaglio la fuga dall’Ucciardone: per scappare dalla sezione speciale riservata ai mafiosi non basta abbattere il muro di cinta.

Vincenzo Sinacori, 41 anni, mafioso dai tanti omicidi, braccio destro del padrino trapanese emergente Matteo Messina Denaro, arrestato l’ultima volta l’anno scorso e subito pentito, era finito in cronaca perché nell’aprile del ‘93 a casa sua vennero sequestrate 26 fotografie in cui era raffigurato il senatore Giulio Andreotti, in una chiesa romana, in compagnia di monsignor Baldassare Pernice, zio di Sinacori, e di altre persone. Le foto sono finite agli atti del procedimento a Giulio Andreotti processato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il senatore smentì di conoscere quel prete e disse che lo aveva incontrato solo in quell’occasione per una cerimonia religiosa.

Nell’inchiesta sulla mafia trapanese un capitolo è dedicato all’attentato al commissario di polizia Rino Germanà che nel settembre ’92 scampò per un pelo alla morte. Un gruppo di sicari gli sparò mentre sulla propria auto percorreva il lungomare trapanese. Lui scappò e rispose al fuoco. I sicari preferirono andare via. Sinacori dice che quel commando mafioso era composto da lui, Matteo Messina Denaro, Francesco Geraci – gioielliere pentito che ha consegnato agli investigatori quella che secondo lui è una parte del tesoro di Riina – Gioacchino La Barbera e Leoluca Bagarella. Sinacori aggiunge anche che a far saltare in aria l’abitazione estiva del commissario di polizia Anna Maria Mistretta, in servizio alla sezione misure di prevenzione della questura trapanese, furono mafiosi che obbedirono a Matteo Messina Denaro. L’altro ieri sera, a Castelvetrano, è stato assassinato Giuseppe Panicola, 25 anni, e ferito Giuseppe Ingrasciotta, 36 anni, sorvegliato speciale. Panicola è fratello di Vincenzo che ha sposato una delle figlie di Francesco Messina Denaro, padre di Matteo. È un segnale al boss?

 

 

 

Fonte: archivio.unita.news
Articolo del 27 dicembre 1995
Ucciso per un  «no»  ai boss in cella?
Funerali di Stato per l’agente assassinato a Trapani
E’ una trincea, Roma non ci aiuta»
di Walter Rizzo

Un funerale di Stato per Giuseppe Montalto il giovane agente della Polizia penitenziaria, massacrato venerdì a Trapani davanti alla moglie e alla figlioletta di dieci mesi.  Lo strazio dei parenti e degli amici.  Un collega «Siamo in trincea ma lo Stato non ci tutela».  Le indagini puntano alla pista mafiosa.   Il giovane agente potrebbe essere stato ferocemente punito per aver rifiutato un favore ai boss detenuti all’Ucciardone.

TRAPANI. Erano più di mille ieri mattina a Pietratagliata. Nella piccola chiesa bianca sono riusciti ad entrare in pochi, gli altri sono rimasti fuori nella piazzetta spazzata dal vento.  Hanno atteso pazientemente che monsignor Gaspare Gruppusu, il vicario del Vescovo di Trapani, che si trova invece in Terrasanta, finisse di celebrare la messa dando la benedizione a quel corpo massacrato dalla lupara. Poi finalmente la bara è uscita dalla chiesa. Un attimo di silenzio rotto da singhiozzi anonimi, poi come a liberare una tensione tenuta dentro da troppo tempo è esploso un lungo applauso che ha coperto gli squilli dl tromba del picchetto d’onore.

Giuseppe Montalto l’agente di custodia di 30 anni massacrato dai killer della mafia I ‘antivigilia di Natale mentre si trovava assieme alla moglie e alla figlioletta di appena dieci mesi è stato salutato così nella chiesetta del quartiere di periferia nel quale è cresciuto da una folla dl colleghi e amici annichiliti dal dolore per un delitto che non riescono a spiegare.

Un ragazzo perbene
«Giuseppe era un picciottu d’oru»  dice una signora di mezza età. Tormenta il fazzoletto «Lo abbiamo visto crescere in questo quartiere, un ragazzo perbene come la sua famiglia». «Siamo soli» dice un collega di Giuseppe che spinge via l’obiettivo della telecamera «siamo in trincea, ma lo Stato non ci tutela e poi finiamo così». Dietro la bara in noce avvolta nel tricolore un altro collega di Giuseppe con la divisa stirata di fresco porta il berretto blu dell’agente assassinato sopra un cuscino di velluto. Poi la corona del Capo dello Stato che ha voluto inviare un messaggio personale alla giovane vedova, quella del presidente del Consiglio. […]

Tre raffiche di lupara
Accanto alla bara Lilliana Riccobono la vedova del giovane agente di Custodia Giuseppe Montalto  le è praticamente morto tra le braccia. I tre killer hanno sparato proprio mentre Montalto assieme alla moglie e alla figlioletta Federica, di appena 10 mesi stava per arrivare alla casa dei suoceri dove dovevano trascorrere I ‘antivigilia di Natale. I sicari hanno usato un fucile automatico calibro 12 caricato a pallettoni. Tre raffiche di lupara che non hanno lasciato scampo a Giuseppe Montalto ma fortunatamente hanno risparmiato la donna e la bambina. Un delitto eseguito da professionisti che avevano un ordine solo: ammazzare Montalto. E lo hanno eseguito senza commettere il minimo errore.

La firma del boss
Un delitto firmato dai boss chiusi all’Ucciardone, alla faccia  del 41bis che li vorrebbe lontani dalla Sicilia.  Devono partecipare ormai a decine di processi, devono essere presenti quasi ogni giorno nelle aule di giustizia di Palermo, di Caltanissetta, di Catania. Non perdono un’udienza naturalmente, non rinunciano  come loro diritto  a presenziare davanti alle corti di giustizia che li giudicano e che in molti casi li manderanno per I ‘ennesima volta all’ergastolo ma è un modo sicuro per scappare da Pianosa e dall’Asinara.  Un pericolo questo che già nelle scorse settimane era stato denunciato proprio in una intervista a L’Unità dal procuratore aggiunto di Caltanissetta Paolo Giordano, che aveva chiesto di dotare le corti delle strutture di teleconferenza per garantire il diritto degli imputati a presenziare ai processi senza  annullare di fatto  le  norme  del 41 bis.
Ieri  mattina a Trapani si è svolto un vertice delle forze dell’ordine. Tra le ipotesi che sono state esaminate vi è quella della creazione di un nucleo speciale di agenti per sorvegliare i detenuti sottoposti al regime previsto dall’articolo 41 bis.  I magistrati che conducono I ‘inchiesta sono convinti che il delitto potrebbe essere una ritorsione diretta contro il giovane agente che probabilmente non ha voluto accettare una richiesta arrivata dai boss. Forse qualcuno voleva che Montalto portasse fuori dal carcere un messaggio.  Non si esclude al momento neppure L’ipotesi che la decisione di assassinare Montalto possa essere arrivata dopo una serie di accurate perquisizioni condotte tra gli altri  proprio dall’agente  assassinato  nelle celle dei boss di Cosa  nostra.  Una mancanza di rispetto  che qualcuno non ha voluto tollerare

 

 

Fonte: archiviolastampa.it 
Articolo del 27 Dicembre 1995
Dopo l’agguato Secondini «speciali» per  boss
di Antonio Ravidà

TRAPANI. Rabbia e sgomento sono le reazioni prevalenti all’uccisione, nella tarda serata di venerdì, in una frazione di Trapani a 10 chilometri dalla città, dell’agente della polizia penitenziaria Giuseppe Montalto, trapanese, 30 anni. Tre i colpi di lupara mentre la vittima scendeva dall’auto diretto nell’alloggio dei suoceri. I killer hanno risparmiato la moglie Anna e l’unica figlia, di 10 mesi.

Si parla con insistenza di un’immediata risposta ai boss mafiosi che hanno ordinato il delitto. Una risposta che potrebbe consistere in un nucleo di agenti penitenziari da destinare ai capimafia e ai «picciotti» soggetti alle restrizioni imposte dall’articolo 41 bis del regolamento carcerario. Un nucleo sganciato dai normali circuiti amministrativi, più o meno come quello addetto ai pentiti.

Salvatore Cianci, direttore degli istituti di prevenzione e pena, dopo i funerali di ieri mattina nella chiesetta della borgata di Pietratagliata (corone di Scalfaro e Dini, mille persone almeno rimaste in piazza, applausi al feretro avvolto nel tricolore e portato a spalla dai colleghi, molte autorità presenti) ha detto: «Reagiremo con fermezza senza mai deflettere da diritti e doveri, dai nostri compiti». E mentre la gente piangeva («Era oro», ha urlato una vicina di casa in lacrime), padre e madre di Montalto sono svenuti per l’emozione. Poco dopo è stato colto da malore anche un collega della vittima, che è stato portato in ambulanza in ospedale.

In prefettura, a un vertice del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica sono intervenuti fra gli altri i sottosegretari alla presidenza del Consiglio Cardia, dell’Interno Rossi e della Giustizia Marra, il capo della polizia Masone e il direttore della Dia De Gennaro, i comandanti dei carabinieri e della Guardia di Finanza generali Federici e Perlenghi, i prefetti di Palermo e Trapani Serra e Salanitro, questori, ufficiali, magistrati con il procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo e quello aggiunto di Palermo Luigi Croce. Atmosfera da «bassi pesanti», anche qualche polemica, come quella aperta dall’onorevole Francesco Storace, il portavoce di An, unico parlamentare intervenuto alla messa, che è anche membro dell’Antimafia e che ha denunciato con disappunto l’assenza dei suoi colleghi. Storace ha affermato: «Questo delitto deve far riflettere chiunque osi pensare all’abolizione del regime carcerario duro per i mafiosi».

Alla cerimonia è intervenuto anche il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che è anche europarlamentare e che ha espresso il cordoglio di Palermo, mentre il sindaco di Trapani Mario Boscaino ha proclamato il lutto cittadino affiancato dal presidente della Provincia Carmelo Spitaleri. Sia Orlando sia Spitaleri sia il prefetto Serra recentemente hanno ricevuto pesanti minacce. Montalto, che aveva prestato sei-vizio per cinque anni nel carcere delle Vallette a Torino, aveva partecipato giovedì scorso a una perquisizione straordinaria all’Ucciardone. Il delitto può essere un «avvertimento» dei boss che dal carcere aspirano a dirigere ancora le «famiglie».

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it 
Articolo del 29 dicembre 1995
I boss sfrattati dall’Ucciardone
di Antonio Ravidà
Palermo, trasferiti Riina e altri 14 padrini
«Anche in carcere continuavano a dare ordini». Probabili destinazioni, Pianosa e l’Asinara

PALERMO. Il capo di Cosa nostra Totò Riina e altri 14 boss sono stati allontanati ieri dall’Ucciardone di Palermo dove riuscivano a sfuggire al duro regime loro riservato dall’articolo 41 bis del regolamento carcerario.’ La loro destinazione è segreta. Forse Pianosa o l’Asinara, dove già molti capi delle cosche furono trasferiti dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio. La decisione è stata presa dai vertici antimafia dopo l’assassinio dell’agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto, avvenuto vicino a Trapani lo scorso 22 dicembre.

Era addetto al nono «braccio» dell’Ucciardone che ospitava, assieme a Riina, altri capi delle «famiglie», È possibile che Montalto abbia rifiutato lavori ai mafiosi e che questi l’abbiano fatto uccidere. Ma il delitto ha anche confermato un vecchio sospetto: dalle loro celle di «massima sicurezza» Cosa nostra era in grado di comunicare con l’esterno, anche le sue sentenze di morte.

Oltre a Riina sarebbero stati trasferiti nei penitenziari delle isole e in alcune carceri del Nord Italia i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, incriminati per l’uccisione di don Puglisi, e Francesco e Antonino Madonia, i cui nomi sono legati all’omicidio di Libero Grassi. E pure Leoluca Bagarella, cognato di Riina, sarebbe in partenza. Fino all’altro ieri era a Palermo, dove è stato condannato a 12 anni di reclusione per detenzione di armi. E nell’alloggio di un «fedelissimo» di Bagarella, Antonino Mangano, la polizia sequestrò lettere e biglietti usciti dall’Ucciardone attraverso misteriosi canali. Contenevano in codice istruzioni per gli «affari» del clan del rione Brancaccio, capeggiato dai fratelli Graviano.

Le indagini della polizia e della Dea hanno accertato che gli ordini per eliminare il questore di Palermo Arnaldo La Barbera erano partiti dall’Ucciardone, e avevano raggiunto le «famiglie» incaricate di attuare il piano (poi sventato): quelle dei quartieri Noce e Porta Nuova. Non c’è da meravigliarsi. Tommaso Buscetta, già nelle prime confessioni a Giovanni Falcone nel 1984, sostenne di esser stato a lungo a metà degli Anni 70 «il direttore dell’Ucciardone». A Caltanissetta il procuratore aggiunto della Repubblica Paolo Giordano, pensando ai molti processi in corso ai quali i boss trasferiti, come è loro diritto, vorranno assistere, ha proposto di far accodare quelli con imputati condannati con sentenze definitive.

«Il Nord non vuole né Riina né gli altri capimafia», ha dichiarato il deputato della Lega Mario Borghezio. «La decisione di trasferire al Nord i boss dell’Ucciardone non è una risposta adeguata ai mandanti dell’omicidio Montalto». E ieri Maria Falcone, sorella del giudice assassinato nel ’92, ha detto: «Cosa nostra non potrà essere sconfitta fino a quando l’Antimafia sarà terreno di scontro politico». Bisogna quindi sottrarre i partiti «al ricatto del consenso elettorale» e garantire a magistrati, forze di polizia e cittadini di non esporsi alle ritorsioni delle organizzazioni criminali «per il solo fatto di avere compiuto il loro dovere».

 

 

VITE DORATE DIETRO LE SBARRE  
Di Francesco La Licata

C’è chi dice che il carcere è galera, a me sembra una villeggiatura». Così canta il detenuto in una canzone popolare molto amata dai frequentatori dell’Ucciardone: è un modo un po’ guascone, molto sfrontato, di esorcizzare l’unica vera prova del fuoco riservata all’uomo d’onore. Già, il carcere: chi sa stare in cella, chi sopporta con dignità la detenzione, chi sa soffrire senza cedere, quando tornerà libero avrà raccolto punti preziosissimi per la carriera. Chi non sa soffrire, non è neppure buono per il comando. Questa la legge di Cosa nostra. Ed ecco perché il detenuto del canto popolare quasi si prende scherno dei «cancelli» e al giudice – che gli propone la libertà in cambio della verità – risponde sprezzante: «L’omu quannu è omu non parla mai». Ma c’è dell’altro che può trasformare la detenzione in una villeggiatura: quando il carcere è un colabrodo, quando finisce per essere ideale continuazione del territorio governato dalla mafia, stare dentro è come non essere mai stati arrestati. L’Ucciardone è storicamente un luogo di pena molto gradito a boss e picciotti. Ci dev’essere un mistero in quel carcere, perché al di là delle stesse intenzioni (negli anni non sempre encomiabili) di chi lo ha diretto, si è rivelato una sorta di grand hotel dove tutto è possibile. Anche negli ultimi tempi, quando l’occhio dello Stato si è fatto più vigile e le regole più rigide, l’Ucciardone non è mai stato sgradito agli uomini di Cosa nostra.

Se chiedete ad un boss di scegliere tra un carcere modello del Nord, con le stanzette linde, la televisione, la libreria, gli esperimenti per il recupero del detenuto e tante altre belle cose, e una squallida cella, sovraffollata e umida dell’Ucciardone, state tranquilli la preferenza cadrà sul vecchio maniero borbonico. Perché quello è territorio di Cosa nostra, anche con lo spettro dell’articolo 41 bis (il carcere duro), che dovrebbe ridurre di parecchio lo spazio di manovra dei contatti fra l’esterno e l’interno. Il boss ama l’Ucciardone, forse perché in quei corridoi bui per anni si è consumata una parte della storia della mafia. All’Ucciardone è avvenuto di tutto: quando Gaspare Pisciotta luogotenente del bandito Giuliano – divenne ingombrante, fu avvelenato nella cella che condivideva col vecchio padre. Era il 1954 e da allora nessuna inchiesta è mai decollata verso la verità: le mura borboniche non hanno mai lasciato trapelare nulla. E che dire del povero Vincenzo Puccio? La ragion politica che guidava la guerra di mafia degli Anni Ottanta lo voleva perdente e morto. Fu massacrato in cella a colpi di bistecchiera, e quando interrogarono l’assassino, o almeno uno degli assassini, quello ammise candidamente: «Non mi voleva far vedere la televisione. Io preferivo “Colpo grosso”, ma lui cambiava continuamente canale». Anche il vecchio Gerlando Alberti, boss di piazza Ingastone, rischiò molto: sfuggì all’attentato perché qualcosa non funzionò a dovere e un agente di custodia ebbe modo di intervenire prima che lo finissero nel corridoio che conduce i detenuti «all’aria». Si dice che un altro tentativo fosse stato affidato al veleno, procurato dall’allora dottor Gioacchino Pennino – uomo d’onore e politico di Cosa nostra poi pentito – e introdotto all’Ucciardone da un avvocato compiacente.

Già, gli avvocati. Argomento spinoso, specialmente in questo periodo che li vede esposti al ricatto dei boss e ai pericoli di richieste indecenti. A sentire i pentiti, per anni alcuni penalisti sono stati il tramite fra i boss detenuti e le loro «famiglie». I messaggi uscivano dentro il codice penale, oppure sintetizzati nei bigliettini che venivano consegnati ai familiari durante il colloquio. L’Ucciardone è sacro: tanto che le evasioni non erano neppure contemplate. Anzi erano proibite, come pure le rivolte. I boss non volevano creare grane ai direttori o ai comandanti delle guardie e quindi si instaurava una sorta di patto non dichiarato: i mafiosi dirigevano il carcere, in ogni senso, e in cambio i direttori non venivano infastiditi. Neppure una lamentela per il vitto o per il sovraffollamento. Rivolte? Solo quando decideva Cosa nostra. In una occasione, anzi, verso la fine degli Anni Settanta, una sezione di detenuti politici tentò la sommossa. Durò un lampo, il tempo che la mediazione dei boss riportasse i rivoltosi alla ragione. Se c’è un carcere dove è quasi impossibile fare osservare le norme previste dall’articolo 41 bis, questo è l’Ucciardone. Troppe maglie larghe, troppi boss presenti contemporaneamente che finiscono per esercitare una pressione insopportabile sugli agenti di custodia.

L’assassinio di Giuseppe Montalto evidentemente deve essere stata la spia di una situazione divenuta insostenibile. Si sa troppo poco su questo delitto per azzardare ipotesi: comunque la morte del giovane agente di custodia ha messo in moto una sorta di contromisura allo «sbracamento» dell’Ucciardone. In un certo senso, il problema era stato anticipato da Giancarlo Caselli e da Paolo Giordano, pubblico ministero al processo sulla strage di Capaci, quando lanciarono l’allarme sulla possibilità che molti mafiosi potessero riacquistare la libertà soltanto utilizzando il diritto a presenziare nei diversi procedimenti a loro carico. Tra gli altri timori, veniva espresso proprio quello che si potesse ricostituire in carcere un gruppo di potere mafioso già disarticolato e reso poco offensivo soprattutto dalla impossibilità di comunicare. È esattamente quello che stava accadendo: i processi riportano i boss all’Ucciardone e la cupola si ricostituisce. Come quando si scoprì che la direzione strategica di Cosa nostra era per intero ricoverata all’ospedale civico. Questa volta però qualcuno vigilava.

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 22 luglio 1997
Trapani, preso il killer dell’agente Montalto
La madre: «Quell’uomo merita la pena di morte»
di Ruggero Farkas
Francesco Milazzo era agli ordini di Brusca

TRAPANI. Il killer che i suoi stessi compari di mafia avevano soprannominato «il porco» è stato preso in un antico baglio nelle campagne di Paceco, vicino Trapani, dai poliziotti che non perdevano d’occhio sua moglie e che per essere sicuri di non sbagliare hanno messo mano perfino a un sofisticatissimo segnalatore di calore umano, uno strumento fornito dal Sisde che rileva la presenza di persone anche dietro spessi muri. Francesco Milazzo, 49 anni, è così finito in manette, tradito – se così si può dire – dalla moglie che non è stata abbastanza prudente e non si è accorta dei poliziotti che da qualche giorno la tenevano d’occhio ventiquattr’ore al giorno.

Milazzo era latitante dal 20 dicembre scorso, dopo che nei suoi confronti era stato emesso l’ordine di custodia cautelare per mandanti e sicari dell’omicidio di Giuseppe Montalto, la guardia penitenziaria trentenne uccisa la sera del 23 dicembre 1995 mentre stava scendendo con moglie e figlia di dieci mesi dall’auto per entrare in casa dei suoceri a consumare un anticipo di cena festiva. I sicari lo uccisero davanti alla moglie e alla figlia senza pietà. È stato lui a sparare, Cicco Milazzo «il porco», dicono i pentiti, insieme a Vito Mazzara su ordine di Nicola Di Trapani, Giovanni Brusca e Matteo Messina Denaro. È stato lui a sparare contro l’agente che nel carcere dell’Ucciardone faceva rispettare a puntino le regole imposte dal regime del 41bis e non ammetteva deroghe di alcun genere, neanche quelle chieste dai boss di prima grandezza e ai quali non sono in molti a dire di no.

Il ministro dell’Interno Giorgio Napolitano si congratula con la Squadra mobile di Trapani che h aarrestato Francesco Milazzo; come lui fa anche il sindaco di Trapani Mario Buscaino che dice: «Dell’efferato delitto di Giuseppe Montalto è ancora viva l’indignazione e la rabbia di tutta la città.

L’arresto dell’assassino è la più grande risposta che viene dalle istituzioni e che incoraggia a continuare nella lotta per sconfiggere la mafia». Il sostituto procuratore della direzione distrettuale Antimafia di Palermo, Antonella Consiglio, nella conferenza stampa organizzata per raccontare l’arresto rammenta a tutti che a Trapani vive e prospera uno zoccolo duro di Cosa Nostra. Ma è Leonarda Monacò, l’anziana madre di Giuseppe Montalto, che polarizza l’attenzione con le sue dichiarazioni di rabbia e rimpianto. Il suo amore di madre le fa dire di non essere contenta dell’arresto perché è della pena di morte che c’è bisogno per punire certi colpevoli. Afferma la signora Leonarda: «L’assassino di mio figlio è arrestato ma da vivo non mi rende giustizia. Ci vuole la pena di morte perché quelli lì da vivi sono sempre pericolosi e dal carcere continueranno a comandare come hanno fatto finora. Ho sentito dalla televisione che adesso vogliono portare in prigione anche le donne per farle incontrare con i detenuti. È un’assurdità. Chi prende queste decisioni sicuramente non ha provato il dolore di una mamma che ha perso il proprio figlio». «L’altro ieri è venuta la mia nipotina di due anni – continua l’anziana donna – e appena ha visto la fotografia di mio figlio ha gridato “papà, papà”. Il nostro è uno strazio senza fine».

Giuseppe Montalto non era comunque l’unico agente penitenziario finito nel mirino dei boss mafiosi, agenti destinati ad occuparsi di detenuti accusati di criminalità organizzata e che svolgevano il loro lavoro con scrupolosa serietà. Nel ‘93, ad esempio, un altro progetto che prevedeva l’uccisione di due agenti di Sciacca e Trapani, in servizio nel supercarcere di Pianosa, fu sventato dagli investigatori della Direzione investigativa antimafia che intercettarono, grazie ad alcune microspie, i discorsi dei mafiosi e i loro progetti criminosi nel covo di via Ughetti a Palermo.

 

 

 

Fonte: a.marsala.it
Martedì 23 Dicembre 2008
Tredici anni dopo il delitto dell’agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto  
di Rino Giacalone

«Ricordati di Giuseppe, uomo giusto, onesto, stroncato dalla mafia. Che il suo sacrificio possa essere d’esempio a tutti noi e che ci induca a combatterla».

Lui è Giuseppe Montalto, agente di polizia penitenziaria ucciso dalla mafia il 23 dicembre 1995. La frase è stata scritta dalla vedova, Liliana Riccobene, ed è stampata sull’«agenda antimafia 2009» distribuita dal Comune di Erice alle scuole. Giuseppe Montalto lavorava all’Ucciardone, nel braccio del 41 bis. La sua morte per mano assassina si scoprì essere stata «il regalo di Natale» del 1995 fatto dai boss in libertà, e tra questi il super latitante Matteo Messina Denaro, ai mafiosi reclusi, un omicidio per contestare l’odiato carcere duro e per colpire un agente che aveva fatto il suo dovere, impedire cioè a due boss reclusi di riuscire a passarsi un «pizzino».

Era il 23 dicembre del 1995 quando in contrada Palma, Montalto fu assassinato davanti gli occhi della moglie: erano in auto, fermi, sul sedile posteriore la loro figlioletta, Federica di 10 mesi. Liliana ancora non lo sapeva ma in grembo stava crescendo un’altra loro figlia, Ylenia.

Un omicidio per il quale i boss si erano messi pure a gara per eseguirlo. L’alcamese Nino Melodia ebbe a lamentarsi del fatto che alla fine Giovanni Brusca, uomo d’onore di San Giuseppe Jato, che nel 95 faceva il latitante tra le campagne di Trapani e Valderice, non gli disse più nulla. L’ordine di morte era arrivato dall’Ucciardone. Dai boss palermitani, dai Madonia: «Ninuccio manda a dire che vuole fatta una cortesia, vuole eliminata una guardia carceraria che “si comporta male”».

È a Salemi che si svolsero i  «summit» per decidere e organizzare l’omicidio di Giuseppe Montalto, nella villetta di Rosario Calandrino si trovarono i capi mafia di Trapani con Messina Denaro, ebbero anche l’aiuto di una «gola profonda» dentro l’ufficio della Motorizzazione per individuare chi fosse quell’agente: dal carcere infatti avevano fatto sapere che quello da uccidere aveva una Fiat Tipo targato Torino. E così Giuseppe Montalto fu individuato. I killer lo attesero la sera del 23 dicembre 1995 davanti casa dei suoi suoceri. Non fece in tempo a salire in auto che fu ucciso con due colpi di pistola, cadendo addosso alla giovane moglie che sedeva nel sedile di fianco. «Il regalo di Natale ai detenuti» raccontarono poi i pentiti durante il processo, «si fanno (i detenuti ndr) il Natale più allegro». Quei giorni del 1995 erano stati «pesanti» per gli agenti dell’Ucciardone, più volte avevano ricevuto chiari segnali di «pressione» da parte dei detenuti al 41 bis. In questo clima, da aprile 95 in pi, maturò il delitto. A scatenarlo fu il fatto che Montalto impedì al boss palermitano Raffaele Ganci di passare una lettera al catanese Nito Santapaola.

Ylenia non ha potuto conoscere il padre, Federica ne parla come se fosse stato «Aladino». Gli è rimasta impressa l’immagine del padre oramai senza vita, composto nella camera ardente con una sorta di turbante alla testa (gli era stato messo per nascondere le ferite che gli squarciarono il capo).

«Ricordare significa non far morire un’altra volta la persona che è stata uccisa» dice Liliana Riccobene. Lei oggi gira molto tra le scuole, è tra le «animatrici» dell’associazione Libera, agli studenti racconta «che è importante fare gruppo e combattere la mafia, ma la mafia – dice – dobbiamo saperla combattere anche in modo individuale. Invito i giovani ad avere sempre voglia di fare delle cose buone, belle e importanti».

Il killer fu Vito Mazzara.
A uccidere l’agente Giuseppe Montalto fu l’allora «capo famiglia» di Valderice Vito Mazzara, condannato all’ergastolo. Con lui c’era un secondo killer rimasto senza volto. «Uno che è un pericolo con la “scupetta”» disse di Mazzara (ex campione di tiro a volo) l’ex uomo d’onore di Marsala Antonio Patti. Vito Mazzara era il killer di fiducia della cupola mafiosa trapanese. Omicidi commessi con eguale tecnica, fucile semiautomatico calibro 12, e sempre una Fiat Uno usata per arrivare e fuggire via. Come quell’antivigilia di Natale del 1995 a Palma, Montalto fu ucciso da due colpi di fucile calibro 12, l’auto usata dai killer, una Fiat Uno, rubata a Marsala, fu trovata bruciata il 25 dicembre sotto un cavalcavia a Bonacerami. Il delitto Montalto sarebbe stato solo uno degli omicidi che lui avrebbe commesso. E ricorda molto quello di Mauro Rostagno (settembre 1988).

La mafia non gli ha mai fatto mancare «sostegno». Anni addietro a Valderice venne anche tentata l’estorsione ad un grosso imprenditore per «foraggiare» il detenuto in carcere e la sua famiglia, l’imprenditore capì e rivolgendosi ad un suo dipendente che era in grado di parlare con i boss gli disse che «se c’era da fare qualcosa per Vito» lui era a disposizione. I boss «intercettati» (tra il 1996 ed il 1998) furono ascoltati preparare «piani di guerra»: «Se fanno morire a Vito deve succedere una guerra!» andava dicendo Pietro Virga. Fu tentato un piano per farlo evadere, prelevandolo dall’alto con un elicottero durante l’ora d’aria dal carcere dove era detenuto. Tutto questo per paura di un pentimento: «Se lui parte di cervello… è cuoio per tutte cose..».

Il ricordo di oggi.
Contrada Palma, 23 dicembre 1995. Tredici anni dopo il ricordo della morte dell’agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto appartiene a pochi. Di fronte alla morte dell’agente di custodia GiuseppeMontalto c’è una società che di quell’uomo continua a non ricordarsi nella giusta maniera. Sua moglie, Liliana, oggi è diventata «testimone»della lotta alla mafia, incontra gli studenti eracconta la sua storia. Rispetto al 1995, lei riconosce che tra igiovani c’è più voglia di fare. E questo è accaduto anche per suo merito, per il sacrificio di Giuseppe Montalto e di altri caduti, e di altri che ancora oggi mantengono un impegno diuturno e carico di sacrifici, ma di grande fedeltà allo Stato ed ai suoi cittadini «liberi».

Stasera nella chiesa di Palma (dove la piazza è a lui dedicata) ci sarà una veglia di preghiera cui parteciperanno, assieme ai familiari, anche i colleghi di Giuseppe Montalto.

Per il delitto sono stati condannati all’ergastolo Matteo Messina Denaro,  Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Nel 1999, un’intercettazione della squadra Mobile colse il colloquio tra due cugini di Virga, Franco e Baldassare Virga. «A pecora mia “dammaggio” non ne fa, ma sempre pecora
è», così Vincenzo Virga avrebbe spiegato perchè Montalto era stato ucciso. Montalto aveva fatto «danno» e la mafia non lo ha perdonato, lo Stato dovrebbe ricordarlo meglio perchè Montalto è morto, come altri, per avare fatto il suo dovere, facendo «danno» ai mafiosi.

 

 

Articolo (aprile 2010) da articolo21.org     
Erice: “non ti scordar di me”
di Rino Giacalone

Ci sono le immmagini, foto, video, che ci testimoniano la violenza sanguinaria di Cosa Nostra. Vedere quei morti ammazzati suscita ribrezzo, angoscia, ma maggiore rabbia dovrebbe scatenarsi a leggere certe lettere, come quella che Federica Montalto ha scritto a suo papà, Giuseppe, agente di polizia penitenziaria ucciso dalla mafia l’antivigilia di Natale del 1995.

Federica, studentessa all’istituto Alberghiero, aveva pochi mesi quando il 23 dicembre del 1995 i killer mafiosi le uccisero il padre. Giuseppe, agente di polizia penitenziaria, lavorava all’Ucciardone, prestava servizio nel braccio del 41 bis: un giorno intercettò uno scambio di “pizzini” tra detenuti, per questo fu ammazzato, ma la sua morte, si appurò durante il processo, fu anche il regalo di Natale dei mafiosi liberi a quelli detenuti. All’ergastolo per questo delitto è stato condannato il valdericino Vito Mazzara, lo stesso che è indagato per l’omicidio di Mauro Rostagno, il giornalista ucciso il 26 settembre del 1988. Federica è stata tra gli studenti che hanno partecipato al concorso indetto dal Comune di Erice, riservato agli studenti delle otto scuole ericine, elementari, medie e superiori, dedicato a Giuseppe Montalto. Un concorso inserito all’interno delle manifestazioni “Non ti scordar di me”, indetto per il terzo anno consecutivo dal Comune per ricordare le vittime della strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985.

Il ricordo di Barbara Rizzo e dei gemellini Giuseppe e Salvatore Asta, a 25 anni dalla strage in cui furono uccisi da quell’autobomba destinata al pm Carlo Palermo, si è intrecciato quest’anno con quello di Giuseppe Montalto.

Gli studenti si sono misurati con diversi elaborati dedicati a Montalto. Sono stati proiettati i video: «Un futuro che viene dal passato» del primo circolo didattico; «Insieme» dell’Alberghiero; «Giuseppe: l’amico che ognuno vorrebbe avere» dell’istituto comprensivo Castronovo; «Giuseppe Montalto: l’eroismo della quotidianità» del comprensivo Pagoto; «Il diario dei quattro giorni dopo l’uccisione» del comprensivo Rubino; «Facciamo che» del secondo circolo didattico; «Un faro di luce nel mondo» della media Di Stefano.

E Federica Montalto con un video fatto assieme ai compagni di classe ha scritto una toccante lettera indirizzata al padre: “Caro Papà, mi manchi. Siamo stati insieme per pochi mesi e non mi ricordo niente di te. Ho imparato a conoscerti solo attraverso i racconti della mamma che mi diceva molte cose belle sulla nostra vita insieme. Mi sarebbe piaciuto conoscerti e trascorrere dei bei momenti con te, come tutti i papà fanno con i propri figli. Ma questo non ci è stato permesso perché ti hanno portato via da me quando ancora non potevo capire cosa stava succedendo. Non mi ricordo il momento in cui hanno detto che non c’eri più e sono cresciuta con il vuoto della tua assenza. Quella sera quando te ne sei andato, io la mamma e Ilenia, che era nella sua pancia, abbiamo corso un grande pericolo e tu sei morto per salvarci. Tante volte mi sono chiesta perché ti hanno portato via da me e a questa domanda non ho mai saputo rispondere. La mia vita con te sarebbe stata più facile perché è molto difficile crescere senza un padre. Ogni volta che ti penso, ti immagino felice e sorridente, come nelle poche foto che abbiamo insieme. Per quello che sei stato, ti voglio bene e sei il mio eroe”.

«Peppe Montalto – ha detto il sindaco di Erice, Giacomo Tranchida – era un cittadino normale che indossava una divisa e faceva un lavoro normale in una terra che normale non è». Un territorio dove il lavoro antimafia spesso si trova a segnare il passo, a non essere eccellente come dovrebbe essere, l’azione condotta dal Comune di Erice si può dire isolata, ma alla fine spesso si parla di questa azione che non delle disattenzioni di altre amministrazioni. Il ciclo di incontri del “Non ti scordar di me” comunque continua, il 30 marzo ci sarà una marcia per segnare la presenza della gente contro la mafia, il 14 aprile  il centro sociale di Erice, nel cuore del rione popolare di San Giuliano, verrà dedicato a Giuseppe Impastato.

 

 

 

Articolo del 3 Aprile 2010 da poliziapenitenziaria.it
In una lettera Federica Montalto ricorda il suo papà ucciso dalla mafia: e il DAP?
“Caro Papà, mi manchi. Siamo stati insieme per pochi mesi e non mi ricordo niente di te. Ho imparato a conoscerti solo attraverso i racconti della mamma che mi diceva molte cose belle sulla nostra vita insieme. Mi sarebbe piaciuto conoscerti e trascorrere dei bei momenti con te, come tutti i papà fanno con i propri figli. Ma questo non ci è stato permesso perché ti hanno portato via da me quando ancora non potevo capire cosa stava succedendo. Non mi ricordo il momento in cui hanno detto che non c’eri più e sono cresciuta con il vuoto della tua assenza. Quella sera quando te ne sei andato, io la mamma e Ilenia, che era nella sua pancia, abbiamo corso un grande pericolo e tu sei morto per salvarci. Tante volte mi sono chiesta perché ti hanno portato via da me e a questa domanda non ho mai saputo rispondere. La mia vita con te sarebbe stata più facile perché è molto difficile crescere senza un padre. Ogni volta che ti penso, ti immagino felice e sorridente, come nelle poche foto che abbiamo insieme. Per quello che sei stato, ti voglio bene e sei il mio eroe”.
Articolo del 3 Aprile 2010 da poliziapenitenziaria.it
In una lettera Federica Montalto ricorda il suo papà ucciso dalla mafia: e il DAP?

Questa e la lettera che Federica Montalto ha scritto nei giorni scorsi al padre Giuseppe, Agente Scelto del Corpo di Polizia Penitenziaria in servizio all’Ucciardone, ucciso in un agguato mafioso quindici anni fa a Trapani in contrada Palma.

Federica è stata tra gli studenti che hanno partecipato al concorso indetto dal Comune di Erice, riservato agli studenti delle otto scuole ericine, elementari, medie e superiori, dedicato a Giuseppe Montalto. Un concorso inserito all’interno delle manifestazioni “Non ti scordar di me”, il ciclo di manifestazioni indetto per il terzo anno consecutivo dal Comune per ricordare le vittime della strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985. Il ricordo di Barbara Rizzo e dei gemellini Giuseppe e Salvatore Asta, a 25 anni dalla strage in cui furono uccisi da quell’autobomba destinata al pm Carlo Palermo, si è intrecciato quest’anno con quello di Giuseppe Montalto.

Gli studenti si sono misurati con diversi elaborati dedicati a Montalto. Sono stati proiettati i video:

  • «Un futuro che viene dal passato» del primo circolo didattico;
  • «Insieme» dell’Alberghiero;
  • «Giuseppe: l’amico che ognuno vorrebbe avere» dell’istituto comprensivo Castronovo;
  • «Giuseppe Montalto: l’eroismo della quotidianità» del comprensivo Pagoto;
  • «Il diario dei quattro giorni dopo l’uccisione» del comprensivo Rubino;
  • «Facciamo che» del secondo circolo didattico;
  • «Un faro di luce nel mondo» della media Di Stefano.

Anche Liliana Riccobene, la moglie di Giuseppe Montalto, oggi è diventata «testimone» della lotta alla mafia, incontra gli studenti eracconta la sua storia. Rispetto al 1995, lei riconosce che tra i giovani c’è più voglia di fare. E questo è accaduto anche per suo merito, per il sacrificio di Giuseppe Montalto e di altri caduti, e di altri che ancora oggi mantengono un impegno diuturno e carico di sacrifici, ma di grande fedeltà allo Stato ed ai suoi cittadini «liberi».

La notizia è tratta dal sito web Antimafia 2000, non la troverete sul quello della Polizia Penitenziaria, non la troverete su altre pagine web o cartacee dell’Amministrazione penitenziaria. Il perché di un simile comportamento omissivo non lo conosciamo, possiamo però segnalare qualche riferimento al lettore che potrà farsi un’idea del contesto in cui maturano certe inadempienze del DAP.

L’INTERESSE DEL DAP IN MERITO ALLA QUESTIONE DEL RICORDO DEI CADUTI

11 luglio 2006: durante una riunione della Commissione Ricompense tenutasi presso il DAP, il rappresentante del Sappe propose di realizzare un volume cartaceo in memoria dei caduti della Polizia Penitenziaria. Proposta accolta favorevolmente dal DAP stesso.

Nel 2006, il Sappe indirizzò al DAP una delle tante lettere in cui si auspicavano iniziative per ricordare i caduti del Corpo: un sacrario, un libro, etc. e il 29 gennaio del 2008 il DAP espresse la prima timida risposta, manifestando l’intenzione di volersi occupare del sacrario.

Ma è qualche giorno dopo, il 1 febbraio del 2008 il DAP fece il primo passo formale, istituendo un gruppo di lavoro incaricato di “procedere ad attività di ricerca e alla realizzazione di un volume dedicato alle vittime appartenenti al Corpo”.

Il 19 luglio 2008, ancora il Sappe scrive al DAP per conoscere gli sviluppi del lavoro svolto dal gruppo di lavoro incaricato di realizzare il volume cartaceo.

Il 15 ottobre 2008, giorno in cui (in quell’anno) si celebra la Festa del Corpo di Polizia Penitenziaria, non ci sono ancora notizie sul sacrario ai caduti del Corpo.

Il 24 novembre 2008 ancora nessun segnale da parte del DAP riguardo il volume cartaceo così come nessuna notizia il 20 gennaio 2009.

Il 15 settembre 2009 “muro di gomma” del DAP riguardo alle attività del gruppo di lavoro incaricato di realizzare il volume cartaceo alla memoria dei caduti del Corpo.

Il 12 ottobre 2009 (tre anni e mezzo dopo) la prima risposta del DAP riguardo lo stato dei lavori per la realizzazione del volume cartaceo.

L’OMICIDIO DI GIUSEPPE MONTALTO

Era il 23 dicembre del 1995 quando in contrada Palma, Giuseppe Montalto fu assassinato davanti gli occhi della moglie: erano in auto, fermi, sul sedile posteriore la loro figlioletta, Federica di 10 mesi. La moglie Liliana ancora non lo sapeva, ma in grembo stava crescendo un’altra loro figlia, Ylenia.

Un omicidio per il quale i boss si erano messi pure a gara per eseguirlo. L’alcamese Nino Melodia ebbe a lamentarsi del fatto che alla fine Giovanni Brusca, uomo d’onore di San Giuseppe Jato, che nel 1995 faceva il latitante tra le campagne di Trapani e Valderice, non gli disse più nulla. L’ordine di morte era arrivato dall’Ucciardone. Dai boss palermitani, dai Madonia: «Ninuccio manda a dire che vuole fatta una cortesia, vuole eliminata una guardia carceraria che “si comporta male”».

È a Salemi che si svolsero i  «summit» per decidere e organizzare l’omicidio di Giuseppe Montalto, nella villetta di Rosario Calandrino si trovarono i capi mafia di Trapani con Messina Denaro, ebbero anche l’aiuto di una «gola profonda» dentro l”ufficio della Motorizzazione per individuare chi fosse quell’agente: dal carcere infatti avevano fatto sapere che quello da uccidere aveva una Fiat Tipo targato Torino. E così Giuseppe Montalto fu individuato.

I killer lo attesero la sera del 23 dicembre 1995 davanti casa dei suoi suoceri. Non fece in tempo a salire in auto che fu ucciso con due colpi di pistola, cadendo addosso alla giovane moglie che sedeva nel sedile di fianco. «Il regalo di Natale ai detenuti così – raccontarono poi i pentiti durante il processo – si fanno il Natale più allegro». Quei giorni del 1995 erano stati «pesanti» per gli agenti dell’Ucciardone, più volte avevano ricevuto chiari segnali di «pressione» da parte dei detenuti al 41 bis. In questo clima, da aprile 1995 in poi, maturò il delitto. A scatenarlo fu il fatto che Montalto impedì al boss palermitano Raffaele Ganci di passare una lettera al catanese Nitto Santapaola.

Giuseppe Montalto fù ucciso per aver svolto il proprio dovere al servizio dello Stato e nel 1997 gli è stata assegnata la Medaglia d’oro al Valore Civile con la seguente motivazione: “Preposto al servizio di sorveglianza di esponenti del clan mafioso denominato “Cosa Nostra”, nonché di criminali sottoposti al regime carcerario 41 bis, assolveva il proprio compito con fermezza, abnegazione e alto senso del dovere. Proditoriamente fatto segno a colpi d’arma da fuoco in un vile attentato tesogli con efferata ferocia da appartenenti all’organizzazione criminosa, sacrificava la vita a difesa dello Stato e delle istituzioni. Località Palma (TP), 23 dicembre 1995.”

Fonti: www.antimafiaduemila.com – www.a.marsala.it – www.sappe.it

 

 

Fonte: interno.gov.it
Nota del 23 dicembre 2017
Testimonianze di coraggio, Giuseppe Montalto la guardia dell’Ucciardone uccisa per avvertimento
La mafia gli tolse la vita il 23 dicembre 1995 per dare un segnale allo Stato sul trattamento dei boss nelle carceri

Era il giorno precedente la vigilia di Natale del 1995 quando in contrada Palma, una frazione di Trapani, Giuseppe Montalto – guardia carceraria in servizio nella sezione di massima sorveglianza dell’Ucciardone di Palermo – fu assassinato da due killer davanti alla moglie e figlia di 10 mesi, entrambi in auto con lui nel momento dell’agguato. Ad essere con lui in macchina quella sera in realtà erano in tre, dato che la moglie non sapeva di aspettare la loro secondogenita che purtroppo non conobbe mai il padre.

Giuseppe era un uomo generoso e buono che mostrava sempre comprensione verso chi viveva tra le sbarre, anche quando, trasferito in Sicilia, cominciò a lavorare a contatto con i boss incarcerati all’Ucciardone.
Boss che nonostante la condizione di detenzione continuavano ad ostentare sicurezza e a recitare la parte dei capi, protetti dallo loro stessa fama di ferocia e spregiudicatezza, scrivendo e spedendo i loro ordini attraverso i pizzini.

Anni dopo un pentito, Francesco Milazzo, rivelò, infatti, che l’agente fu ucciso proprio perché aveva sequestrato un bigliettino fatto arrivare in carcere ai boss Mariano Agate, Raffaele Ganci e Giuseppe Graviano: Cosa nostra non gli perdonò questa completa aderenza alle leggi ed al rispetto della legalità.

Il delitto fu considerato un avvertimento dei vertici della mafia nei confronti del trattamento dei boss nelle carceri. I mafiosi trapanesi stabilirono che si doveva uccidere una guardia carceraria così «potevano fare un regalo a qualche amico che è in carcere», rivelò Il pentito Giovanni Brusca, in Corte di Assise. Il killer fu Vito Mazzara, «capo famiglia» di Valderice, professionista che partecipava ai campionati nazionali di tiro a volo. Con Mazzara c’era un secondo killer rimasto senza volto.

Per il delitto sono stati condannati all’ergastolo il super boss (latitante) Matteo Messina Denaro, il capo mafia di Trapani, Vincenzo Virga, il killer valdericino Vito Mazzara, e il palermitano Nicolò Di Trapani, boss di Resuttana.

Montalto è stato riconosciuto ”Vittima del Dovere” ai sensi della legge 466/1980 e lo Stato ha onorato il sacrificio della vittima, con il riconoscimento concesso a favore dei suoi familiari, costituitisi parte civile nel processo, dal Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso di cui alla legge n. 512/99.

 

 

Fonte:  palermotoday.it
Articolo del 23 dicembre 2018
L’agente dell’Ucciardone ucciso per aver visto un pizzino: “Un omicidio come regalo di Natale tra i boss”
di Alessandro Bisconti
Ventitrè anni fa esatti, l’antivigilia di Natale del 1995, Giuseppe Montalto viene freddato davanti alla moglie e alla figlia di 10 mesi. Fu la risposta della Cupola contro il 41 bis: i mafiosi in libertà dovevano fare avere un regalo ai boss costretti al carcere duro

Aprile 1995. Durante l’ora d’aria in carcere all’Ucciardone, a un certo punto si trovano a distanza ravvicinata un paio di pezzi gorssi di Cosa Nostra. Sono Mariano Agate, il capo della mafia di Mazara, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e Raffaele Ganci, tutti e tre boss palermitani. Un agente nota uno strano movimento, decide di far perquisire i quattro.

Lui è Giuseppe Montalto, 30 anni, agente scelto della polizia penitenziaria. Dopo aver prestato servizio al carcere Le Vallette di Torino, da un paio d’anni è a Palermo, all’Ucciardone, nella sezione di massima sicurezza, quella riservata ai boss. Improvvisamente Montalto vede Raffaele Ganci far scivolare un foglietto dietro una tubatura. Prende quel foglietto e lo consegna al suo superiore raccontando quello che ha appena visto. Per avere intercettato quel “pizzino” l’agente viene condannato a morte dai boss.

E in effetti i boss aspettano appena otto mesi. È il 23 dicembre 1995 (23 anni fa esatti) l’antivigilia di Natale. Due killer, a Trapani, lo aspettano davanti alla casa del suocero, non curanti del fatto che Montalto sia con la moglie Liliana e la figlia di 10 mesi. L’agente viene ucciso. Il delitto fu considerato un avvertimento dei vertici di Cosa Nostra nei confronti del trattamento dei boss nelle carceri. Liliana vede accasciarsi il marito, senza poter far nulla. Mesi dopo saprà che in grembo portava la loro seconda figlia.

Anni dopo un pentito, Francesco Milazzo, rivela che Montalto è stato ucciso perché aveva sequestrato un bigliettino fatto arrivare in carcere ai boss Mariano Agate, Raffaele Ganci e Giuseppe Graviano. Per l’omicidio è stato condannato all’ergastolo Vito Mazzara. Giuseppe Montalto fu ucciso perché i mafiosi in libertà dovevano fare avere un regalo ai mafiosi detenuti al 41 bis. E l’omicidio di Giuseppe Montalto fu il regalo di Natale. Fu la risposta della cupola contro il 41 bis, il regime di carcere duro. Montalto venne “punito” per l’inflessibilità dimostrata nei confronti dei detenuti mafiosi mentre era in servizio nel penitenziario palermitano.

Un delitto deciso nel corso di summit di mafia nel quale c’era anche il pentito Giovanni Brusca. Il collaboratore di giustizia spiegò che “quell’uccisione aveva un valore simbolico di monito nei confronti delle altre guardie carcerarie in quanto in quel periodo circolava la voce che nelle carceri di Pianosa e dell’Asinara si verificavano maltrattamenti ai danni dei detenuti”

 

 

 

 

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