23 Febbraio 1990 Vibo Valentia. Saverio Purita, bambino di 11 anni, scompare, lo ritrovano il 27 morto soffocato e bruciato.

Saverio Purita ha solo undici anni quando viene ucciso come il peggiore dei boss.
Abita a Vibo, frequenta la scuola e in paese tutti lo conoscono. Non è un ragazzino normale, non si è più ripreso da un incidente stradale che lo ha costretto a una lunga convalescenza.
La sera del 23 febbraio 1990 esce di casa per andare a giocare in Piazza Martiri dell’Ungheria nel centro della cittadina. Lo vedono tirare calci al pallone. Poi scompare. Per cinque giorni si teme per la sua vita, e il 27 febbraio le ipotesi degli investigatori sono scavalcate dai fatti. In peggio. Il ragazzo viene ritrovato in una pineta nella zona Mezzapraia di Curinga, tra Vibo e Lamezia. La testa è immersa nella sabbia e il corpo semicarbonizzato. Una zona, quella di Curinga, dove pochi mesi prima era stata trovata un’auto incendiata con dentro i resti di due uomini.

Difficile non pensare alla sorte che era toccata al padre del ragazzo. Nicola Purita era partito da Vibo alla volta di Milano, dove era diventato un facoltoso imprenditore edile, prima di venire coinvolto in diverse inchieste di mafia. Al suo rientro a Vibo, nell’ottobre ’82, era stato ucciso con un colpo di pistola alla testa, poi dato alle fiamme insieme a una Mercedes abbandonata nella zona di Francisca.

All’inizio l’ipotesi seguita è quella di un tentativo di violenza da parte di un maniaco. Una pista destinata subito a cadere: il corpo del ragazzo non presenta segni di violenza. Si scopre che il bambino undicenne più volte è uscito da scuola in anticipo: le richieste con la firma falsa della madre sono state trovate nel suo diario.

Che cosa ha fatto il piccolo Saverio per meritare la morte?

Alla domanda nessuno ha saputo rispondere.

 

Tratto da
“Dimenticati” di Danilo Chirico/Alessio Magro
Cap. XIX Troppo piccoli per morire

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it 
Articolo del 1 marzo 1990
UCCISO E POI BRUCIATO
di Pantaleone Sergi

VIBO VALENTIA Una morte atroce, forse opera di un maniaco sessuale, quella di Saverio Purita, un bambino di appena 10 anni: l’hanno trovato ai margini di una pineta, su un arenile assolato, il volto compresso nella sabbia, il corpo quasi completamente carbonizzato. Il medico legale pensa che sia morto per soffocamento. La polizia è preoccupata, dice che bisogna ricercare un bruto, un mostro che potrebbe colpire ancora. Nessun nesso, a quanto pare, ci sarebbe tra la morte di questo bambino e quella di suo padre, anche lui, tragica coincidenza, ucciso e poi bruciato nell’ auto in cui era stato rinchiuso. A Vibo Valentia serpeggia la paura. Le modalità del delitto fanno ritenere che sia opera di un maniaco, afferma il vicequestore Raffaele Gallucci, dirigente il commissariato della polizia di Stato, il bambino, che forse tentava di resistere a una violenza carnale, è stato soffocato e poi il suo cadavere è stato bruciato. Gli investigatori hanno qualche pista, ma è ancora poco per pensare di poter arrivare in tempi brevi alla soluzione del caso. La vittima molto spesso chiedeva passaggi ad automobilisti e motociclisti, molto spesso si faceva vedere in giro con persone più grandi di lui. Sarà difficile accertare, quindi, con chi si è allontanato da Vibo la sera di venerdì scorso, quando per l’ultima volta, poco prima delle 20, l’hanno visto scherzare con numerosi amici in maschera, in piazza Martiri d’ Ungheria, davanti al municipio. Saverio Purita frequentava le elementari e, dice chi lo conosceva, non era un bambino normale per i postumi di un brutto incidente stradale avvenuto quattro anni fa che gli aveva lasciato gravi disturbi psichici. Amava giocare, per esempio, con i bambini più piccoli di lui, ma mostrava poi atteggiamenti espansivi con tutti e preferiva scorrazzare in auto o in moto con persone più avanti in età. Con uno di questi si è allontanato venerdì sera. La madre, Silvana Bagnato, 32 anni, assieme ai figli Immacolata e Nazareno, di 15 e 13 anni, ha atteso fino a tardi che Saverio rientrasse a casa, in via Giustino Fortunato, di fronte alla scuola di polizia nella parte nord della città. Era una delle rare volte che Saverio faceva tardi. Per cui, passate inutilmente alcune ore, la donna ha denunciato la scomparsa. È scattato l’allarme. Si è pensato subito a una vendetta, vista l’orrenda fine che aveva fatto il padre, Nicola, 29 anni, il quale il 24 ottobre 1982 era stato ritrovato carbonizzato nel portabagagli di una Mercedes. Si disse allora che Nicola Purita poteva essere finito in un brutto giro. Si parlò anche di droga, di grandi affari sulla direttrice Lombardia-Calabria-Sicilia. Un socio di Purita, Antonio Varone, originario di Maropati, un paese della provincia di Reggio Calabria, era stato assassinato allo stesso modo (ucciso, messo in auto e bruciato) solo alcuni mesi prima, il 21 luglio, in Lombardia. Ex addetto alle caldaie presso l’ospedale civile, Nicola Purita, cinque anni prima di essere ucciso, aveva lasciato il suo posto di lavoro e si era trasferito in un paesino della provincia di Milano dove divenne socio di alcune imprese edilizie che, si sospettò, potevano servire di copertura per un losco e mai provato giro di droga. Sta di fatto che, dopo l’eliminazione di Varone, Purita era rientrato a Vibo sfoggiando auto di lusso, ostentando gioielli e brillanti, vestendo con ricercatezza, atteggiandosi a grande manager. Il bambino è rimasto dunque, vittima di un mostro che l’ha violentato o tentato di violentare e adesso circola tranquillo nel Vibonese e nel Lametino? È l’ipotesi più accreditata. Anche se il perito legale, dottor Pietro Mancini, al termine dell’autopsia effettuata ieri nell’ obitorio dell’ospedale di Lamezia Terme, ha chiesto del tempo per dare una risposta certa al sostituto procuratore Luciano D’ Agostino che coordina le indagini. Saverio è stato trovato a quattro giorni dalla scomparsa da una pattuglia di carabinieri su una spiaggia isolata in località Torre Mezzapraia nel Comune di Curinga, tra Vibo e Lamezia Terme, una località frequentata per lo più da coppiette in cerca di intimità, ma dove recentemente sono avvenuti cupi episodi di cronaca nera. In base ai primi risultati dell’autopsia il bambino è stato ucciso subito dopo la scomparsa. Ma per favore non creiamo la psicosi del mostro, afferma il magistrato, perché posso assicurare che stiamo

 

 

 

Fonte:  mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 26 aprile 2019
Marcella e Saverio nella Calabria dei silenzi
di Asia Rubbo

Vedere qualcuno morire per la colpa d’esser nato in una famiglia sbagliata, in un paese sbagliato e forse in una parte sbagliata d’Italia non è una cosa semplice da mandare giù. Lo è ancora meno se chi muore ha solo dieci anni.
E’ successo a molte, troppe persone e trent’anni fa, il 23 febbraio 1989, è successo anche alla piccola Marcella Tassone. Nata e cresciuta a Laureana di Borrello, nella Piana di Gioia Tauro in Calabria, la bambina avrebbe dovuto compiere a breve undici anni. La sua era una famiglia apparentemente normale, ma nella cronaca del tempo si legge che, forse, i fratelli di Marcella avevano “alzato un po’ la testa”, invischiandosi in una delle tante faide che hanno caratterizzato quel territorio soprattutto tra gli anni ’80 e ’90. Il contesto non era per nulla semplice e, al centro degli scontri, era proprio la cittadina di Laureana flagellata da continui omicidi.
Alfonso Tassone, fratello di Marcella e appena ventenne, era l’obiettivo dell’agguato avvenuto la sera del 23 febbraio del 1989. Uscito da poco di prigione, il ragazzo si era probabilmente inimicato qualcuno di “importante” e la vendetta non ha tardato ad arrivare.
A chi doveva ucciderlo, i movimenti di Alfonso erano già noti: sapevano esattamente quali strade avrebbe percorso con la sua Alfetta. Su quella macchina però, quella sera, Alfonso non era solo. La sua sorellina, Marcella, era seduta al suo fianco e non vedeva l’ora di tornare a casa per guardare il Festival di Sanremo.
D’un tratto l’auto viene colpita dai pallettoni di una lupara, che arrivano dritti ad Alfonso mandandolo fuori strada. La sorella Marcella non viene colpita. Malgrado questo, però, né Alfonso, né Marcella sono tornati a casa quella sera. Alfonso avrebbe dovuto essere l’unico a morire, ma se Marcella fosse rimasta in vita avrebbe potuto essere una testimone troppo scomoda. I due killer si sono avvicinati alla macchina, le hanno puntato la lupara contro e l’hanno uccisa con sette colpi.

Un anno dopo, a Vibo Valentia, scompare un ragazzino di 11 anni, Saverio Purita. Nessuno poteva immaginare che cosa gli sarebbe successo e, soprattutto, in che condizioni sarebbe stato ritrovato.
Nicola Purita, suo padre, era partito da Vibo all’inizio degli anni ‘80 ed era diventato un facoltoso imprenditore a Milano. Si occupava di edilizia, ma dopo qualche tempo venne coinvolto in inchieste di mafia e, probabilmente, aveva dato fastidio a qualcuno. Tornato a Vibo, infatti, era stato ucciso con un colpo di pistola e poi dato alle fiamme.
Trovare informazioni sul perché e sul come del suo omicidio è molto difficile, ma ciò che si sa con certezza è che a suo figlio è toccata una sorte forse ancora peggiore e non macchiata di alcun tipo di colpa.
A quattro giorni dalla sua scomparsa, il 27 febbraio, il corpo di Saverio viene trovato tra Lamezia e Vibo Valentia: la testa è immersa nella terra, il corpo è carbonizzato.
Marcella e Saverio avevano praticamente la stessa età e le loro storie sono il segno di una memoria che non c’è. La sorte di Marcella, forse perché una bambina, è stata oggetto di molti articoli di giornale anche a livello nazionale.
E’ su La Repubblica di quell’anno che si legge dei suoi funerali, a cui ha partecipato l’intera comunità di Laureana. Al contempo però, si descrive l’assordante silenzio che ha avvolto tutta questa vicenda: “Chi è stato? Le indagini, come per gli altri delitti, non hanno portato a nulla. Ma la gente qui […] dice che è semplice sapere chi è stato, che i carabinieri potrebbero andare a colpo sicuro a prendere tutto un gruppo familiare che abita in un quartiere vicino al luogo in cui è avvenuta la strage. Una strage che, stranamente, in Calabria non ha provocato alcuna reazione di sdegno, nonostante una delle vittime sia stata una innocente bambina. Partiti e sindacati hanno taciuto. Non si sono fatte sentire né vedere le donne della neonata associazione delle donne contro la mafia e la violenza di qualsiasi genere. Enti e istituzioni si sono comportati come se nulla fosse accaduto.”
Scrive così il cronista del quotidiano, Pantaleone Sergi, che in poche righe riesce a cogliere il paradosso di una terra come quella calabrese. Da un lato testimonia la vicinanza espressa dalla comunità dove la piccola Marcella era nata e cresciuta, dall’altra la normalità di un silenzio assordante da parte di chi avrebbe dovuto parlare e, invece, ha nuovamente nascosto la testa sotto la sabbia. Anche la testa di Saverio Purita è finita sotto la sabbia, ma di lui, della sua tenera età e della sua atroce morte, non si è quasi mai parlato. Le prime indagini ipotizzavano che il colpevole fosse un maniaco, una sorta di bestia e un pericolo per l’intera comunità. Gli iniziali sospetti però caddero subito, l’intento era stato unicamente quello di ucciderlo.

Due morti così difficili da accettare sono, al giorno d’oggi e forse già allora, state accolte da un silenzio generale. Eppure, quando si parla di bambini uccisi a questa maniera il bisogno di sapere e, forse, la necessità di indignarsi, dovrebbero colpirci come un pugno allo stomaco.
Viene quasi naturale pensare alla situazione attuale, alla rassegnazione o forse all’indifferenza con cui accettiamo la morte di donne, uomini e bambini nella traversata del Mediterraneo. Oggi “l’altro“ è chi viene da lontano, chi scappa da qualcosa che non conosciamo e che pensiamo di non poter capire. Marcella e Saverio erano “altro” da noi? Com’è possibile distaccarsi a tal punto da riuscire a tacere sulla morte di due bambini?
Purtroppo, ciò che avviene più di una volta perde il suo carattere particolare, diventa parte del paesaggio conosciuto e quindi pezzo di una quotidianità accettata come tale. La morte di Marcella, così come quella di Saverio, è stata solo una delle tante morti avvenute in Calabria in quegli anni. I giornali hanno presto dimenticato i due bambini e così ha fatto anche la coscienza collettiva.
A questo silenzio e a questa normalità si deve opporre la memoria, che ha l’arduo compito non solo di tenere accesa una luce su ciò che rischia di essere dimenticato ma, soprattutto, di provare a ribaltare il senso di rassegnazione e indifferenza.
Non deve essere normale morire così, a dieci anni e non deve essere reputato normale tutto il contesto che ha permesso che ciò accadesse.

 

 

 

 

 

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