23 Maggio 1992 Strage di Capaci (PA). Morirono il giudice Giovanni Falcone, il giudice Francesca Morvillo, moglie di Falcone, e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani

Foto da: La Repubblica.it

La Strage di Capaci è l’attentato mafioso in cui il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, magistrato anche lei, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Le foto  di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo sono tratte da L’album di Giovanni Falcone di La Repubblica.it –   Le foto degli Agenti Antonio Montinari, Rocco Dicillo e Vito schifani provengono da questi indirizzi da visitare:  dutipolizia.it/ montinaro
–  cadutipolizia.it /dicillo –  cadutipolizia.it / schifani

All’attentato sono sopravvissuti: Paolo Capuzzo, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e Giuseppe Costanza.
L’uccisione di Giovanni Falcone venne decisa nel corso di alcune riunioni della “Commissione” regionale e provinciale di Cosa Nostra, avvenute tra il settembre-dicembre 1991 e presiedute dal boss Salvatore Riina, nelle quali vennero individuati anche altri obiettivi da colpire; nello stesso periodo, avvenne anche un’altra riunione nei pressi di Castelvetrano (a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano), in cui vennero organizzati gli attentati contro il giudice Falcone, l’allora ministro Claudio Martelli e il presentatore televisivo Maurizio Costanzo. In seguito alla sentenza della Cassazione che confermava gli ergastoli del Maxiprocesso (30 gennaio 1992), la “Commissione” di Cosa Nostra decise di dare inizio agli attentati: per queste ragioni, nel febbraio 1992 venne inviato a Roma un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci), che avrebbero dovuto uccidere Falcone, il ministro Martelli o in alternativa Costanzo, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver; qualche tempo dopo però Riina fece tornare il gruppo di fuoco perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito in Sicilia adoperando l’esplosivo.
Nei mesi successivi, i boss Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi (rispettivamente capimandamento di San Lorenzo, della Noce e di Porta Nuova) compirono alcuni appostamenti presso l’autostrada A29, nella zona di Capaci, per individuare un luogo adatto per la realizzazione dell’attentato e per gli appostamenti. I 400 kg di tritolo utilizzati nell’attentato vennero confezionati da Pietro Rampulla (capo della Famiglia di Mistretta), il quale curò personalmente con speciali skateboard la collocazione dei fustini pieni di esplosivo in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada, nel tratto dello svincolo di Capaci, insieme ai mafiosi Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Gioè, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera; Rampulla procurò anche il telecomando per azionare l’esplosivo, inviandolo a Giovanni Brusca, che lo nascose tra due balle di paglia in un camion che trasportava una cavalla a Palermo.

Nella settimana che precedette l’attentato, Raffaele Ganci e il nipote Antonino Galliano seguirono tutti i movimenti del poliziotto Antonio Montinaro, il caposcorta di Falcone, che guidava le blindate. Il 23 maggio Ganci seguì l’uscita dalla caserma “Lungaro” delle Fiat Croma blindate che dovevano prelevare Falcone all’aeroporto di Punta Raisi e telefonò a Giovan Battista Ferrante e Salvatore Biondo (mafiosi di San Lorenzo), i quali si trovavano già all’aeroporto per vedere atterrare Falcone da Roma ed avvertirono telefonicamente Giovanni Brusca e Antonino Gioè, che si trovavano appostati sulle colline sopra Capaci. In seguito Gioacchino La Barbera si spostò con la sua auto in una strada parallela alla corsia dell’autostrada A29 e seguì il corteo blindato dall’aeroporto di Punta Raisi fino allo svincolo di Capaci, mantenendosi in contatto telefonico con Brusca e Gioé. Tre, quattro secondi dopo la fine della loro telefonata, Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione: la prima blindata del corteo, la Fiat Croma marrone, venne investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di cento metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, che furono orrendamente mutilati dall’impatto; la seconda auto, la Fiat Croma bianca guidata da Falcone, si schiantò contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossavano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza; rimasero illesi invece altri quattro componenti del gruppo al seguito del magistrato: l’autista giudiziario Giuseppe Costanza (seduto nei sedili posteriori della Fiat Croma bianca guidata dal giudice) e gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che sedevano nella terza blindata del corteo.
La strage di Capaci, festeggiata dai mafiosi nel carcere dell’Ucciardone, provocò una reazione di sdegno nell’opinione pubblica. Secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, l’attentato di Capaci fu eseguito per danneggiare il senatore Giulio Andreotti: infatti la strage avvenne nei giorni in cui il Parlamento era riunito in seduta comune per l’elezione del presidente della Repubblica ed Andreotti era considerato uno dei candidati più accreditati per la carica ma l’attentato orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro, che venne eletto il 25 maggio (due giorni dopo la strage).
Nel 1993 la Direzione Investigativa Antimafia riuscì ad individuare e ad intercettare Antonino Gioè, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera, i quali nelle loro telefonate facevano riferimento all’attentato di Capaci. Dopo essere stato arrestato, Gioè si suicidò nella sua cella, probabilmente perché aveva scoperto di essere stato intercettato mentre parlava dell’attentato di Capaci e di alcuni boss e quindi temeva una vendetta trasversale; invece Di Matteo e La Barbera decisero di collaborare con la giustizia e rivelarono i nomi degli altri esecutori della strage. Per costringere Di Matteo a ritrattare le sue dichiarazioni, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro decisero di rapire il figlioletto Giuseppe, che venne brutalmente strangolato e sciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia. Nonostante ciò, Di Matteo continuò la sua collaborazione con la giustizia.

Nel maggio 2002 vennero riconosciuti colpevoli 24 imputati tra mandanti ed esecutori per la strage di Capaci, mentre nel luglio 2003 una parte del procedimento per la strage di Capaci e lo stralcio del processo “Borsellino ter” (che riguardava la strage di via d’Amelio), entrambi rinviati dalla Cassazione alla Corte d’assise d’appello di Catania, vennero riuniti in un unico processo perché avevano imputati in comune: nell’aprile 2006 la Corte d’assise d’appello di Catania condannò dodici persone in quanto ritenute mandanti di entrambe le stragi: Giuseppe e Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Benedetto Spera, Giuseppe Madonia, Carlo Greco, Stefano Ganci, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri, Benedetto Santapaola, Mariano Agate mentre Giuseppe Lucchese venne assolto; nel 2008 la prima sezione penale della Cassazione confermò la sentenza.

Nel corso degli anni di indagine, l’alto potenziale dell’esplosivo utilizzato nell’attentato di Capaci e nelle altre stragi di quel periodo aveva fatto ipotizzare che servizi segreti deviati o appartenenti a servizi militari avrebbero potuto avere un ruolo logistico o di consulenza nella pianificazione della strage. Tuttavia nel 2008 la Procura di Caltanissetta riaprì le indagini sulla strage di Capaci in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, il quale dichiarò che lui ed altri mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille (Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello) ricevettero da un certo Cosimo alcuni residuati bellici della seconda guerra mondiale recuperati in mare e provvidero ad aprire gli ordigni e ad estrarre l’esplosivo, che venne consegnato al boss Giuseppe Graviano per essere utilizzato nella strage di Capaci e in altri attentati; nel novembre 2012 venne arrestato il pescatore Cosimo D’Amato, cugino del mafioso Cosimo Lo Nigro, identificato dalle indagini nel Cosimo indicato da Spatuzza. Per queste ragioni, nel 2013 il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, che si occupa delle indagini sulla strage di Capaci, ha dichiarato:
« Da questa indagine non emerge la partecipazione alla strage di Capaci di soggetti esterni a Cosa nostra. La mafia non prende ordini e dall’inchiesta non vengono fuori mandanti esterni. Possono esserci soggetti che hanno stretto alleanze con Cosa nostra ed alcune presenze inquietanti sono emerse nell’inchiesta sull’eccidio di Via D’Amelio: ma in questa indagine non posso parlare di mandanti esterni». (Wikipedia)

 

 

 

 

Articolo di La Repubblica del 25 Maggio 1992
LA RICOSTRUZIONE DELL’ AGGUATO

Ore 16,40. Il ‘ Falcon 50′ lascia l’aeroporto di Ciampino, a Roma, con a bordo il giudice Falcone e la moglie, Francesca Morvillo. Dopo poco più di un’ora, alle 17,43, l’atterraggio a Punta Raisi. Ad attenderli le tre auto blindate con la scorta. 2 Ore 17,48, il giudice si mette alla guida della Croma bianca con a fianco la moglie e dietro l’autista: il corteo di auto si incammina verso Palermo. Lì, in aeroporto, qualcuno avverte i killer in agguato che il giudice sta per transitare nel tratto di strada minato, a venti chilometri dallo scalo. Mancano pochi minuti all’ esplosione. 3 Ore 17,52, le tre blindate viaggiano velocissime, a breve distanza l’una dall’ altra, verso il centro della città. L’ ordine delle auto era il seguente: la Croma beige con tre agenti precedeva quella di Falcone che era tallonata da quella blu con gli altri quattro poliziotti. Poco più indietro la Lancia Thema di un privato. 4 Ore 17,58. L’ esplosione, forse innescata a distanza da un aereo che sorvola l’autostrada. Le lancette dell’orologio della signora Francesca Morvillo confermeranno l’ora esatta dell’attentato. La prima blindata viene investita in pieno ed è catapultata in aria finendo accartocciata in una vicina campagna. L’ automobile di Falcone urta contro un cumulo di cemento, asfalto e rocce che si è creato dalla voragine provocata dall’ ordigno e che squarcia un tratto di autostrada per circa cento metri.

UN’ OMBRA SEGUE FALCONE – Il piano per ucciderlo parte intorno alle 16,40 a Roma, all’ aeroporto di Ciampino, quando il giudice e sua moglie Francesca salgono a bordo del Falcon che li porterà in Sicilia. A Palermo Giovanni Falcone sarebbe voluto arrivare il giorno prima, il sabato l’avrebbe passato volentieri a Favignana, voleva vedere la mattanza. Ma non c’ erano tonni, gita rinviata. Partenza per Palermo, il pomeriggio di sabato. Qualcuno probabilmente lo segue, lo vede imbarcarsi sul Falcon, fa una telefonata a Palermo: “È partito… è partito”. E giù, a Punta Raisi, i macellai si muovono. Un paio scrutano il cielo azzurro e aspettano un puntino nero all’orizzonte, il Falcon, il Falcon del giudice. Almeno altri due macellai scendono nel sottopassaggio pedonale dove avevano piazzato l’esplosivo, controllano le cariche, preparano con calma l’innesto. Da quelle parti altri due o tre complici sorvegliano la zona, fanno i “pali”, stanno in guardia. Alle 17,43 il Falcon atterra, sulla pista ci sono le tre Croma blindate coi motori accesi. Quindici minuti dopo l’orologio di Francesca si ferma, c’ è il boato, c’ è la morte. Dov’ era l’assassino che ha premuto un tasto, dov’ era l’assassino che ha fatto clic? Nel cielo di Palermo vola un piccolo aereo da turismo, un Piper. A terra saranno sette o otto gli uomini del commando.

GLI ASSASSINI SU UN PIPER – Sono le 17,50, il corteo blindato si avvicina, da 6-7 minuti l’aereo da turismo passa e ripassa sopra l’A29 all’altezza dello svincolo di Capaci. È l’unico aereo che vola in quel pezzo di cielo, lo vedono alcuni testimoni che lo racconteranno poi alla polizia. Gli investigatori sospettano che gli assassini fossero lì sopra, sul Piper, con il loro telecomando ben stretto fra le mani. È un’ipotesi, ma è un’ipotesi che ha una sua consistenza. Del Piper si sono perse le tracce, nessuno sa dov’ è finito, nessuno sa da dove è venuto. Da 24 ore si controllano tutti i piani di volo degli aeroporti siciliani, ma non s’ è trovato nulla, neanche una traccia. “Crediamo proprio che abbiano azionato il comando dal cielo”, confessa uno degli 007 sbarcati nella notte a Palermo. Caccia grossa al Piper e battute nelle campagne, irruzione in una cava, perquisizioni in una dozzina di ville immerse nella campagna di ulivi, sopralluoghi su un ponticello che taglia l’autostrada. Tutti i luoghi dove i mafiosi si sarebbero potuti appostare per azionare il telecomando, un congegno con una specie di codice per attivarlo, con un doppio relais per evitare le interferenze, per evitare che qualcuno si inserisse sulla loro frequenza.

LA FOSSA DELLA MORTE – mercoledì a Palermo pioveva a dirotto. E anche giovedì veniva giù acqua. Ma venerdì, venerdì i palermitani si sono svegliati con il sole e il cielo azzurro. E i macellai sono usciti da casa travestiti da operai dell’Anas. Tute gialle nuove di zecca, tanto nuove che qualcuno le ha notate. Un poliziotto e un tassista che passavano sull’ autostrada Punta Raisi-Palermo hanno visto gli “operai” proprio vicino allo svincolo per Capaci, proprio a qualche metro dal sottopassaggio che sta sull’ autostrada. Gli operai erano gli assassini, che scavavano dentro un canalone di scolo lungo una quarantina di metri e dal diametro di settanta, ottanta centimetri. Un canalone pieno di detriti, un po’ d’ acqua sporca, pietre e terra. Coi badili hanno liberato un metro e mezzo di canalone, lo spazio per sistemare il “carico”, l’esplosivo. Ieri si diceva che era tritolo ma oggi i periti dei carabinieri e quelli della polizia non l’hanno ancora ben accertato. Potrebbe essere plastico, o anche il semplice esplosivo che si usa nelle cave. Non una tonnellata come sembrava, “solo” 70-80 chili, la quantità giusta per trasformare l’autostrada in un vulcano in eruzione, la quantità giusta per fare strage e uccidere Giovanni Falcone. Su quel tratto di autostrada una settimana fa era passata anche Maria Antonietta Setti Carraro, la madre di Emanuela, la moglie del generale Dalla Chiesa. E anche lei aveva visto “strani” operai in azione. Una settimana fa vicino a quello svincolo c’ era anche una deviazione, uno stop, l’obbligo di passare sull’ altra corsia. Erano sempre i macellai?

IL MOVENTE DEL MASSACRO – La strage è avvenuta in territorio di Capaci. Chi è la “famiglia” che comanda in quel paese? Sono i Di Trapani. Chi sono i Di Trapani? Sono dei fedelissimi dei Madonia, il più grosso esercito di mafia che esisteva fino a un anno fa nella città di Palermo. Fino a un anno fa, fino a quando la polizia li ha arrestati uno dopo l’altro. L’ ultimo finito all’ Ucciardone si chiama Salvino, Salvino Madonia. Sabato mattina s’ è sposato in carcere con una ragazza che si chiama Mariangela, Mariangela Di Trapani, figlia di Salvatore, il capo della “famiglia” di Capaci. Alle 19,49 di sabato, due ore dopo il massacro, qualcuno telefona alla redazione del Giornale di Sicilia e dice: “Questo è il regalo di nozze di Salvino Madonia”. Una rivendicazione, un modo per far capire a tutti che i Madonia non sono stati cancellati dalla faccia della terra da Falcone (il primo che iniziò le indagini sul loro conto quando era ancora giudice istruttore) ma che sono ancora vivi, forti, pronti a combattere, pronti a uccidere tutti i loro nemici. La polizia dà abbastanza credito a questa telefonata e a questa ipotesi. Anche perché i Madonia hanno subito in questi mesi più di altri i colpi dell’antimafia: una cosca decimata dagli arresti, i suoi rappresentanti inseguiti da decine di ordini di cattura e quasi delegittimati nella loro zona, il suo capo, Francesco, trasportato come un pacco dall’ ospedale civico dove era ricoverato come un vero padrino ad un’umida cella del carcere di Pisa. Basta tutto questo per mettere a fuoco un contesto, per trovare un filo, un filo sottile per spiegare almeno sul piano militare la morte di Giovanni Falcone? “Sì, basta”, rispondono i poliziotti. “No, non basta”, ribatte qualche esperto dell’Arma. Non c’ è polemica in queste giornate di orrore palermitano, non è la solita vergognosa e ridicola guerra tra apparati. Ma ci sono punti di vista diversi, ci sono indagini che si scontrano, ci sono teorie investigative lontane mille miglia una dall’ altra. E riemergono i corleonesi con i loro diabolici giochi di guerra, con la loro strategia destabilizzante, con la loro tattica di sempre: colpire un nemico e far cadere ogni responsabilità sugli avversari di cosca concentrando tutti gli indizi contro di loro. Un classico della guerriglia corleonese di Totò Riina e Bino Provenzano. Un’ operazione perfetta, far fuori in una sola volta due nemici. È così, non è così? Sullo sfondo la sentenza della Cassazione sul maxi processo, la morte misteriosissima di Salvo Lima (nel territorio dei Madonia), la nuova politica giudiziaria del governo. E dieci, undici, dodici anni di rancore covato. Dieci, undici, dodici anni ad aspettare la vendetta, ad aspettare il momento buono, il giorno buono, l’ordine buono per eliminare il grande nemico. Lui, Falcone, l’uomo che li aveva disonorati.

 

 

Foto da: Wikipedia

Fonte: “La Storia siamo noi”

Giovanni Falcone

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine

La figura di Giovanni Falcone rappresenta un pilastro fondamentale nella lotta alla mafia e più in generale nella storia della Repubblica Italiana; uno straordinario esempio di fiducia e dedizione alle istituzioni: la fedeltà incondizionata di Falcone per lo Stato è stata a lungo espressa come un’anomalia, rispetto alla Sicilia e al suo capoluogo Palermo che dopo la sua morte sembrano aver finalmente ritrovato il coraggio di combattere la piaga della malavita.

Nel maxiprocesso che termina nel 1987 mettendo in ginocchio Cosa Nostra, il ruolo incarnato dal giudice Falcone è essenziale perché definisce nuove procedure e più efficaci metodi d’indagine, e fa capire che una strategia coordinata, portata avanti con determinazione, può sconfiggere definitivamente la “piovra”.

Una vita di lotta alla mafia
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone si laurea in Giurisprudenza nel 1961 e diventa magistrato nel 1964; in dodici anni di esperienza come Sostituto Procuratore a Trapani il suo interesse si sposta dal diritto amministrativo a quello penale e, dopo appena un anno di lavoro a Palermo, nel 1979 viene impegnato come Giudice Istruttore. L’eco degli omicidi, delle faide che insanguinano la città, lo raggiungono a Palazzo di Giustizia e consolidano il suo impegno a combattere il crimine organizzato.

Quando il Consigliere Rocco Chinnici gli affida l’inchiesta sul mafioso Rosario Spatola, il progetto di Falcone non è quello di condurre le indagini sul singolo caso, ma di arrivare ad una conoscenza dettagliata ed esauriente del fenomeno mafioso: comporre un quadro d’insieme che permetta di estirpare Cosa Nostra alla radice. Sotto la guida di Chinnici, si forma al Tribunale di Palermo una squadra affiatata di magistrati che si dimostra capace di intraprendere questa battaglia con successo.

Rosario Spatola è il principale costruttore di Palermo, ricicla il denaro frutto del traffico di eroina dei clan italo-americani Boutade-Inzerillo-Gambino. Per indagare su Spatola hanno già perso la vita il capo della Mobile Boris Giuliano e il capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Falcone scopre che Spatola è parente diretto dei boss mafiosi italo-americani. Ma questo non gli basta. E’ ai soldi dei mafiosi che Falcone vuole arrivare. Così, aiutato dal capo della Mobile, Ninni Cassarà, compie una serie di perquisizioni nelle principali banche siciliane, provocando l’ira della Palermo che conta. Intanto, Giovanni intuisce che i clan mafiosi agiscono separatamente ma hanno un unico vertice, proprio a Palermo. A Giovanni viene affiancato l’agente Lillo Zucchetto, incaricato di proteggerlo. Falcone va a New York e grazie alla collaborazione di Rudolph Giuliani, interroga il trafficante di eroina Gillet e scopre che le raffinerie che trasformano la sostanza base in eroina si trovano proprio a Palermo, e che l’uomo che organizza il traffico è il boss Mafara. Intanto a Palermo esplode la guerra di mafia. Le condanne del processo Spatola hanno indebolito i vecchi boss Stefano Bontade e Totuccio Inzerillo, che vengono eliminati nell’ambito di una faida fratricida. I corleonesi di Totò Riina hanno dato inizio al loro assalto a Palermo uccidendo chiunque non passi dalla loro parte.

Il processo Spatola, senza precedenti per la fermezza della sentenza con cui si conclude, è in effetti la prima manifestazione del nuovo approccio all’inchiesta messo a punto da Falcone: le indagini bancarie e patrimoniali, la ricostruzione dei percorsi di circolazione del denaro sporco permettono di comporre una visione d’insieme delle associazioni mafiose, dei traffici e degli appalti ad esse collegati, e forniscono prove determinanti che non possono essere ignorate traducendo, come in passato, le sentenze in desolanti assoluzioni. Più le banche si mostrano riluttanti nel fornire informazioni, più Falcone si convince di essere vicino ai suoi obiettivi, e quando arrivano minacce ed avvertimenti si rafforza in lui l’ostinazione a proseguire la lotta al potere delle cosche.

Sangue a Palermo
La reazione della mafia, che avverte un pesante pericolo per la propria sopravvivenza, è spietata: il 30 aprile 1982 viene assassinato il deputato comunista Pio La Torre, fautore di una proposta di legge in Parlamento per l’introduzione del reato di associazione mafiosa e la confisca del patrimonio dei boss; il 3 settembre dello stesso anno i sicari uccidono il Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, tornato in Sicilia dopo le vittoriose operazioni contro il terrorismo per affrontare la situazione di emergenza.

La collaudata squadra di magistrati palermitani lamenta la mancanza di poteri speciali, negati dal governo allo stesso Dalla Chiesa, ma non abbandona il difficile lavoro; se saluta con speranza l’approvazione della legge elaborata da La Torre e siglata dal Ministro dell’Interno Rognoni, deve far fronte ad una spaventosa catena di omicidi che non conosce soste: il 29 luglio 1983 muore in un agguato anche Rocco Chinnici, lasciando i suoi collaboratori nello sconforto; l’ Italia intera e’ a lutto..

Il maxiprocesso alla mafia
Il lavoro dei giudici riprende però con nuovo slancio ed affiatamento all’arrivo di Antonino Caponnetto, che subentra a Chinnici riprendendone opera e metodi, e inoltre ripropone a Palermo una strategia già efficace contro il terrorismo: la creazione di un pool di magistrati dedicati esclusivamente alla lotta contro la mafia.
Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe di Lello e Leonardo Guarnotta possono concentrarsi nelle indagini più importanti senza distrazioni, esonerati dalla normale attività giudiziaria; la loro idea del pool come entità collettiva, organizzazione di squadra non soggetta alle vulnerabilità dei singoli individui risulta estremamente efficace perché consente alle indagini di sopravvivere anche nel caso in cui il magistrato che le conduce venisse assassinato.
E’ il 1984 quando la cattura e le successive confessioni di Tommaso Buscetta, riconosciuto come il primo pentito nella storia di Cosa Nostr permettono al pool antimafia di analizzare con capillare precisione la rete di collegamenti della piovra, assicurare alla giustizia interi clan (circa 500 arrestati durante il cosiddetto “Blitz di San Michele”) ed istituire un maxiprocesso con più di 400 imputati.

Il processo che inizia il 10 febbraio 1986 a Palermo nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone è la più grande ed ambiziosa operazione giudiziaria condotta contro la cupola, il vertice dell’organizzazione mafiosa: non si tratta di un procedimento particolare, ma di una causa contro il sistema mafioso nel suo complesso, il primo sistematico tentativo di decapitare la piovra incarcerandone i capi fino ad allora sempre sfuggiti alla giustizia. L’eccezionalità dell’evento è dimostrata anche dall’enorme spiegamento di uomini e mezzi che devono garantire la sicurezza per tutta la durata del dibattimento. Il verdetto che arriva dopo 22 mesi, il 16 dicembre 1987, condanna i padrini a 19 ergastoli ed altri 339 imputati a 2665 anni di carcere complessivi: per i componenti del pool si tratta di uno straordinario successo poiché vedono finalmente riconosciute l’importanza del loro lavoro e l’abnegazione con cui viene svolto.

Un impegno tra mille difficoltà
Gli ostacoli a cui è sottoposto il pool sono infatti difficilmente sostenibili: dopo gli omicidi del commissario Beppe Montana (28 luglio 1985) e del vice questore Ninni Cassarà (6 agosto 1985) in forza alla Squadra Mobile, Falcone e Borsellino vengono per sicurezza temporaneamente trasferiti con le loro famiglie al carcere dell’Asinara. I magistrati sono da anni costretti a vivere perennemente sotto scorta, blindati in ogni spostamento e di fatto rinunciano ad un’autentica vita privata per dedicarsi completamente all’impegno verso lo Stato.
Le istituzioni a Roma però non sembrano corrispondere una piena attenzione, e non riescono ad assicurare al pool un’ampia tutela quando inizia una clamorosa serie di attacchi incrociati: da una parte numerosi componenti della stessa magistratura palermitana osteggiano il maxiprocesso, e tra loro probabilmente si inserisce il “corvo” autore anonimo di lettere calunniose, dall’altra la stessa Corte di Cassazione tende a disconoscere presupposti e risultati delle indagini del pool.

Nel 1988, quando Caponnetto lascia l’incarico per limiti di età, a succedergli non è Falcone perché incredibilmente il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferisce Antonino Meli: l’ondata di veleni e polemiche che ne segue, e di cui intanto la mafia approfitta per riorganizzarsi, mette a repentaglio un lavoro decennale e lascia il pool quasi completamente isolato fino al punto da venire ufficialmente sciolto.

Mentre Borsellino è trasferito a Marsala, Falcone viene chiamato a Roma dal Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli per guidare la direzione affari penali, ma non rinuncia ad occuparsi ancora di mafia: molte questioni restano irrisolte e l’impegno di un’intera vita non può essere improvvisamente abbandonato; per questo Falcone insiste sulla creazione di una Superprocura che possa affrontare la malavita con mezzi adeguati. Proprio da Roma ha la capacità di indagare il fittissimo tessuto di intrecci tra politica, economia e una mafia che ormai da tempo non è più confinata nella sola Sicilia ma si è espansa inserendo uomini fidati in tutta la penisola, soprattutto nel Nord Italia dove opera un’imprenditoria non trasparente senza troppi clamori e risulta più facile investire capitali di provenienza illecita o farli transitare verso le banche svizzere.

La strage di Capaci
I torbidi interessi e i potentati minacciati dalle indagini fanno però di Falcone una vittima designata, bersaglio non più delle diffamazioni, ma di una vera e propria guerra che la mafia decide di intraprendere per metterlo a tacere. Falcone e Borsellino sono per la cupola gli avversari più pericolosi, perché essendo siciliani e palermitani conoscono i linguaggi, le regole, le mosse strategiche delle cosche e mettono però la loro conoscenza al servizio dello Stato.
Falcone, miracolosamente scampato ad un attentato dinamitardo il 20 giugno 1989 presso la sua villa sul litorale dell’Addaura, sa di essere condannato e di non poter contare sull’appoggio o la protezione del potere politico, ma continua eroicamente il suo lavoro. Nelle sue stesse parole, si tratterebbe di ordinaria amministrazione: il dovere morale al quale ogni buon cittadino è chiamato non comporta, secondo Falcone, nessun eroismo.

Il 23 maggio 1992, un jet del SISDE trasporta il magistrato dall’aeroporto di Ciampino allo scalo palermitano di Punta Raisi; durante il successivo tragitto verso la città, all’altezza dello svincolo autostradale di Capaci, un ordigno di potenza inaudita travolge la Fiat Croma blindata su cui viaggia il giudice e le due auto della scorta: perdono la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro.

Per la storia italiana si apre una delle pagine più buie: la mafia, dopo avere ucciso anche Paolo Borsellino il 19 luglio 1992, sfida apertamente lo Stato in una guerra che semina esplosioni e distruzione fino a Roma, Firenze, Milano. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, impareggiabili esempi di lealtà e moralità, coraggio e smisurata umanità, sono la luce che negli anni ha dato la forza, la speranza per continuare a credere e lottare: ci hanno insegnato che la mafia deve e soprattutto può essere sconfitta.

 

 

 

 

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Fonte: WIKIPEDIA

Francesca Laura Morvillo (Palermo, 14 dicembre 1945 – Palermo, 23 maggio 1992) è stata un magistrato italiano.

Nata a Palermo il 14 dicembre 1945, il 26 giugno 1967 si laurea in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo con una tesi dal titolo “Stato di diritto e misure di sicurezza” (rel. prof. Giovanni Musotto), riportando il massimo dei voti e la lode accademica. La qualità del risultato raggiunto le fa meritare il conferimento del premio “Giuseppe Maggiore” per la migliore tesi nelle discipline penalistiche per l’anno accademico 1966/1967.

Come il padre Guido, sostituto procuratore a Palermo e il fratello Alfredo poi, decide di entrare in magistratura. Nel corso della carriera ricopre le funzioni di giudice del tribunale di Agrigento, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Palermo, di Consigliere della Corte d’ Appello di Palermo e di componente della Commissione per il concorso di accesso in magistratura.

Francesca Morvillo insegnò anche presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ateneo palermitano, in quanto docente di materia giuridica nella Scuola di Specializzazione in Pediatria.

Nel 1979, dopo un primo matrimonio conclusosi con la separazione, Francesca Morvillo conobbe Giovanni Falcone, all’epoca giudice istruttore presso il tribunale di Palermo; si sposarono con una cerimonia civile nel maggio 1986.

Il 23 maggio 1992, intorno alle 18.00, sull’autostrada A29 Palermo-Trapani, nei pressi dello svincolo di Capaci, una carica di 500 chilogrammi di tritolo fa saltare in aria le tre macchine che accompagnavano Giovanni Falcone e sua moglie di ritorno da Roma. Francesca Morvillo, ancora viva dopo l’esplosione, viene trasportata prima all’ospedale Cervello e poi trasferita al Civico, nel reparto di neurochirurgia, dove però muore intorno alle 23 a causa della gravi lesioni interne riportate.

 

Medaglia d’oro al valor civile
Giovane Consigliere della Corte d’Appello di Palermo, consorte del giudice Giovanni Falcone, pur consapevole dei gravissimi pericoli cui era esposto il coniuge, gli rimaneva costantemente accanto sopportando gli stessi disagi e privazioni, sempre incoraggiandolo ed esortandolo nella dura lotta intrapresa contro la mafia. Coinvolta, insieme al Magistrato, in un vile e feroce agguato, sacrificava la propria esistenza vissuta coniugando ai forti sentimenti di affetto, stima e rispetto verso il marito, la dedizione ai più alti ideali di giustizia.
— Capaci, 23 maggio 1992

 

 

Fonte:  globalist.it
Articolo del 23 maggio 2019
Ricordiamo Francesca Morvillo, la prima e unica magistrata a essere assassinata dalla mafia
di Claudia Sarritzu
E’ stata una delle prime italiane a vincere il concorso in magistratura nel 1968, ha avuto una carriera brillante molto prima di conoscere Giovanni Falcone.

Bisogna ammettere che di Francesca Morvillo si è sempre detto poco, ma non certo perché lei fosse una “costola”, un accessorio muto del marito, ma perché Giovanni Falcone ieri come oggi è sempre stato considerato un eroe, la sua di luce avrebbe messo all’ombra chiunque, anche una moglie come la Morvillo.

Era una donna mite e discreta ma il suo ruolo nella vita del marito è stato così importante che oggi molti amici della coppia affermano che forse il Falcone che abbiamo conosciuto non avrebbe avuto tale forza e determinazione senza di lei.

Prima di tutto partiamo da una considerazione. Quando il 23 maggio del 1992, alle 17.58, una carica di cinque quintali di tritolo fece saltare in aria un pezzo dell’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, vicino a Palermo, azionata dalla mano Giovanni Brusca, uccidendo il giudice Giovanni Falcone insieme alla sua scorta, e alla moglie Francesca, la morte di lei non fu per caso. Non fu un inciampo. Lei era lì perché lo aveva scelto.

Francesca Morvillo è il primo e unico magistrato donna assassinato nel nostro Paese. E’ stata una delle prime italiane a vincere il concorso in magistratura nel 1968, ha avuto una carriera brillante molto prima di conoscere Giovanni, è stata Sostituto Procuratore al Tribunale dei Minori di Palermo, prima che l’italiano medio conoscesse il nome di Falcone. Si conoscono a casa di amici nel 1979. Sono entrambi sposati e lui era appena tornato a Palermo dopo 14 anni di assenza. Succede che si innamorano e lasciamo i loro compagni. Francesca sa molto bene cosa fa. Sa che non sarà facile che lui non è un uomo come tanti. E Giovanni dal canto suo sa che solo una collega che si batte con passione per la giustizia come Francesca può sopportare tutto quello che gli anni insieme riserveranno a entrambi. Da subito una scorta che non li lascerà mai e poi la rinuncia ad avere figli perché come le disse un giorno Giovanni “non si fanno orfani, si fanno figli”.

Le foto che abbiamo di lei sono quasi tutte sorridenti, ma possiamo immaginare quanto sia stata dura. Dopo il periodo all’Asinara, torna a lavorare, non lascia mai il suo impiego di magistrato e aiuta Giovanni, per senso di giustizia e amore per la legalità ogni volta che lui le sottoponeva i suoi provvedimenti più delicati. Spesso lei è in disaccordo e glielo dice sicura delle sue posizioni.

Si sposano, e poi arriva il momento in cui dopo il primo attentato sventato mentre sono in vacanza lui vuole divorziare per salvarla, ma lei resta, non solo per amore ma perché quella da donna di Stato come è, è anche la sua guerra alla Mafia.
Altro che ombra… Francesca Morvillo è stata luce, è stata la degna compagna di un uomo non certo comune. Forse è stata più coraggiosa, più caparbia perché sapeva che non sarebbe stata ricordata quanto lui, ma lo ha fatto per amore, amore di lui e amore di giustizia.

 

 

Foto da: iostudionews.it

Fonte:WIKIPEDIA

Antonio Montinaro (Calimera, 1962 – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un poliziotto italiano.

Assistente della Polizia di Stato, era il capo della scorta di Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci.

Montinaro viaggiava nella prima delle tre Fiat Croma che riaccompagnavano il magistrato, appena atterrato a Punta Raisi da Roma, a Palermo. L’auto era guidata da Vito Schifani, sul sedile posteriore stava l’agente Rocco Dicillo (Falcone guidava la Croma bianca che li seguiva, e su cui viaggiava anche la moglie Francesca Morvillo). Nell’esplosione, avvenuta sull’Autostrada A29 all’altezza dello svincolo per Capaci, i tre agenti morirono immediatamente, poiché la loro auto fu quella investita con più violenza dalla deflagrazione, tanto da essere sbalzata in un oliveto a più di dieci metri di distanza dal manto stradale.

Quel pomeriggio il suo lavoro doveva svolgerlo nel turno di mattina ma, saputo che il “suo” magistrato sarebbe arrivato da Roma a quell’ora, chiese il cambio per essere lui ancora una volta a scortarlo, il suo antico capo scorta. Una scelta dettata dall’altissimo senso del dovere, una scelta che gli è costata la vita, perché sapeva che Falcone in Sicilia era “personalità ad altissimo rischio attentati”.

Montinaro aveva 30 anni e lasciava la moglie Tina e due figli. Tina Montinaro è una delle promotrici dell’associazione vittime di mafia, e da anni gira l’Italia per parlare del sacrificio di suo marito e della necessità della lotta alla mafia.

In sua memoria il Comune di Calimera ha intitolato una piazza ed eretto un piccolo monumento costituito da un masso estratto dal luogo dell’attentato e da un albero di mandarino di Sicilia.

Riguardo la sua rischiosa mansione di scorta al giudice Falcone commentò:
« Chiunque fa questa attività, ha la capacità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria.
La paura è qualche cosa che tutti abbiamo: chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange.
È la vigliaccheria che non si capisce e non deve rientrare nell’ottica umana. »

Medaglia d’oro al valor civile – nastrino per uniforme ordinaria

Medaglia d’oro al valor civile
«Preposto al servizio di scorta del giudice Giovani Falcone, assolveva il proprio compito con alto senso del dovere e serena dedizione, pur consapevole dei rischi personali connessi con la recrudescenza degli attentati contro rappresentanti dell’ordine giudiziario e delle Forze di Polizia. Barbaramente trucidato in un proditorio agguato di stampo mafioso, sacrificava la giovane vita a difesa dello Stato e delle Istituzioni.

 

 

Fonte:  iostudionews.it
Articolo del 26 maggio 2016
La storia di Antonio, il caposcorta di Falcone
Di Eliseo Davì

Doveva essere una bella giornata di primavera quella del 23 maggio. Il magistrato, appena sceso dall’aereo, aveva voglia di guidare e si mise al volante della sua Croma Bianca, mentre Antonio, insieme a Vito e Rocco, metteva in moto la sua macchina e lo precedeva imboccando l’uscita dell’aeroporto. E poi via, in direzione di Palermo, sull’autostrada che costeggia il mare. Un pomeriggio come tanti altri.

Possiamo immaginare che il sole primaverile facesse riluccicare le creste delle piccole onde e che Antonio per qualche istante si fosse lasciato incantare dal paesaggio o dalla vista dell’isolotto di Isola delle Femmine. Possiamo immaginarlo. Nessuno conosce cosa passa per la mente di una persona che sta per morire e ancora non lo sa: forse pensava ai suoi progetti, forse era stanco, forse pensava alla moglie Tina e ai figli. E poi un boato scuote il cielo e sventra l’autostrada e la macchina viene sbalzata 100 metri più in là, in un uliveto. Passerà alla storia come la strage di Capaci e ancora oggi, in quell’esatto punto, due steli enormi allungano le loro ombre sulla strada, ricordando a tutti coloro che passano che la Sicilia è soprattutto la Sicilia dei Falcone e Borsellino e anche di Antonio, Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone.

Era un ragazzo di 30 anni. Aveva lavorato 4 anni a Bergamo nel 113 e poi alla sezione Volanti. Si racconta che avesse chiesto un cambio di turno: doveva svolgere il suo lavoro nel turno della mattina, ma quando seppe che Giovanni sarebbe tornato da Roma chiese il cambio per poter ancora una volta scortare il ‘suo magistrato’: “Ci siamo visti l’ultima volta al funerale di papà – racconta il fratello Brizio – io rientrato da Firenze e lui da Palermo. Mentre la salma era ancora in casa, in un’altra stanza, mi raccontava dettagli e specificità di Giovanni Falcone. Traspariva la stima e la dedizione al personaggio”.

Antonio era il più spaccone di tutti, il più simpatico e vivace e diceva sempre che quando sarebbe andato in pensione avrebbe scritto un libro sulla sua esperienza con Falcone, il giudice che in privato chiamava ‘Giovanni’, e prometteva, senza averlo mai fatto, che un giorno o l’altro avrebbe fornito notizie da scoop. Ma Antonio Montinaro non avrebbe mai svelato un segreto e per arrotondare il suo stipendio aveva messo su un negozietto per la vendita di detersivi, gestito dalla moglie. Al fotografo Michele Naccari, quando era andato a trovarlo per ritirare delle immagini che lo ritraevano assieme a Giovanni aveva detto: “Dai che prima o poi mi faranno saltare in aria ed allora farai davvero uno scoop“.

Questo non è un ritratto di un eroe: non lo era, faceva il suo dovere come i suoi colleghi, come loro aveva coraggio e aveva le sue paure e come loro ha lasciato qualcosa. Soprattutto in sua moglie Tina, che non ha mai smesso di lottare per conoscere la verità, contro l’indifferenza e la finta antimafia. Non potrà mai dimenticare l’ultimo sguardo di suo marito. “Prima di uscire mi disse: ‘Ci vediamo più tardi’. E fece un sorriso a me e ai bambini”. È all’ombra di quelle alte steli che Tina vorrebbe commemorare suo marito e tutti coloro che lì hanno perso la vita, non in via Notarbartolo, come avviene ogni anno. “Qui riaffiorano sempre i ricordi. Per molto tempo mi sono rifiutata di capire quello che era accaduto”. Gli agenti non devono essere dimenticati: è questo l’appello che fa Tina, assieme alla richiesta di un Parco della Memoria “Quarto Savona 15”, dal nome in codice della squadra che proteggeva Falcone, in cui portare la Fiat Croma su cui viaggia suo marito, assieme a Vito Schifani e Rocco Dicillo, un mucchio di lamiere contorte conservate per venti lunghi anni nella Caserma Lungaro di Palermo, “perché è giusto che la gente veda… tutti devono vedere quello che la mafia ha fatto e che lo Stato non ha punito. Perché questa strage appartiene all’Italia, alla gente onesta… onesta come era onesto mio marito. Sono orgogliosa quando si parla di Antonio. E mi piace ricordarlo non come un eroe ma come un uomo normale, semplice e coraggioso… un uomo che credeva in Giovanni Falcone e nello Stato”. Ma ancora il Parco della Memoria non c’è, ci sono solo erbacce, spazzatura e un parcheggio improvvisato. L’anno scorso il basamento di una stele è stato anche deturpato con delle scritte e solo l’intervento di alcuni cittadini di Isola delle Femmine hanno ridato alla stele il rispetto che merita.Chissà, forse un giorno questo Giardino ci sarà e magari lo Stato così potrà onorare meglio anche la memoria degli uomini della scorta.

«Chiunque fa questa attività, ha la capacità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria. La paura è qualche cosa che tutti abbiamo: chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange. È la vigliaccheria che non si capisce e non deve rientrare nell’ottica umana»: parola e parole di Antonio Montinaro.

 

 

 

 

Foto da: liberoquotidiano.it

Fonte: WIKIPEDIA

Vito Schifani (Ostuni, 1965 – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un agente di Polizia italiano.

Agente della scorta di Giovanni Falcone, venne ucciso nella strage di Capaci.

Era al volante della prima delle tre Fiat Croma che riaccompagnavano il magistrato, appena atterrato a Punta Raisi da Roma, a Palermo. Al suo fianco stava l’agente scelto Antonio Montinaro, sul sedile posteriore l’agente Rocco Dicillo; Falcone guidava la Croma bianca che li seguiva, sulla quale viaggiava anche la moglie Francesca Morvillo). Nell’esplosione, avvenuta sull’Autostrada A29 all’altezza dello svincolo per Capaci, i tre agenti morirono sul colpo, dato che la loro Croma marrone fu quella investita con più violenza dalla deflagrazione, tanto da essere sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza.

Schifani aveva 27 anni e lasciò la moglie Rosaria Costa, 22 anni e un figlio di appena 4 mesi. Quando, nella camera ardente allestita a Palazzo di Giustizia a Palermo, il presidente del senato Spadolini si avvicinò alla vedova, lei gli disse:
« Presidente, io voglio sentire una sola parola: lo vendicheremo. Se non puoi dirmela, presidente, non voglio sentire nulla, neanche una parola. »

Le parole che poi Rosaria pronunciò ai funerali del marito, di Falcone, della Morvillo e del resto della scorta fecero presto il giro dei notiziari per la disperazione ma anche lucidità che ne traspariva:
« Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.
Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare…
Ma loro non cambiano… […] …loro non vogliono cambiare…
Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore… »
(Enrico Deaglio, Patria 1978-2008, Il Saggiatore, Milano, 2009, pag. 367.)

Medaglia d’oro al valor civile
«Preposto al servizio di scorta del giudice Giovani Falcone, assolveva il proprio compito con alto senso del dovere e serena dedizione, pur consapevole dei rischi personali connessi con la recrudescenza degli attentati contro rappresentanti dell’ordine giudiziario e delle Forze di Polizia. Barbaramente trucidato in un proditorio agguato di stampo mafioso, sacrificava la giovane vita a difesa dello Stato e delle Istituzioni.

Nel settembre 2007 lo Stadio delle Palme di Palermo è stato a lui intitolato, in quanto, oltre ad essere un agente, Schifani era un promettente atleta, specialista nei 400 metri.

 

 

 

 

foto da Wikipedia

Fonte: WIKIPEDIA

Rocco Dicillo (Triggiano, 13 aprile 1962 – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un agente scelto di Polizia italiano.

Agente della scorta di Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci.

Dicillo viaggiava sul sedile posteriore della prima delle tre Fiat Croma che riaccompagnavano il magistrato, appena atterrato a Punta Raisi da Roma, a Palermo. L’auto era guidata da Vito Schifani, al cui fianco sedeva Antonio Montinaro (Falcone guidava la Croma bianca che li seguiva, e su cui viaggiava anche la moglie Francesca Morvillo). Nell’esplosione, avvenuta sull’Autostrada A29 all’altezza dello svincolo per Capaci, i tre agenti morirono immediatamente, dato che la loro Croma marrone fu quella investita con più violenza dalla deflagrazione, tanto da essere sbalzata in un oliveto a più di dieci metri di distanza dal manto stradale.

Medaglia d’oro al valor civile
«Preposto al servizio di scorta del giudice Giovani Falcone, assolveva il proprio compito con alto senso del dovere e serena dedizione, pur consapevole dei rischi personali connessi con la recrudescenza degli attentati contro rappresentanti dell’ordine giudiziario e delle Forze di Polizia. Barbaramente trucidato in un proditorio agguato di stampo mafioso, sacrificava la giovane vita a difesa dello Stato e delle Istituzioni.

 

 

 

 

Fonte:  Fondazione Falcone 

Speciale Sentenza
STRAGE DI CAPACI, ENTRA LA CORTE”
Articolo da “Il Giornale di Sicilia”
Ventiquattro ergastoli e 8 assolti. Caltanissetta. I giudici impiegano dieci minuti per leggere il dispositivo. Pietro Aglieri unico imputato presente in aula. Brusca condannato a 26 anni, il collaboratore Cancemi a 21. I pm: “Importante punto fermo”. I legali: sentenza scritta dai pentiti.

CALTANISSETTA. Trentanove imputati, ma uno solo presente in aula ad ascoltare la sentenza. Soltanto Pietro Aglieri ha sentito dalla voce del presidente Carmelo Zuccaro di essere stato condannato a vita per la strage di Capaci. Solo lui. Tutti gli altri, sia i condannati sia gli assolti, hanno preferito restare nelle loro celle. Dopo quasi due anni e mezzo di processo e seicento ore di camera di consiglio la sentenza, nei confronti dei presunti assassini di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo, è stata emessa.
Erano le 10 e 10 quando la Corte è entrata in aula.

Un silenzio spettrale quando le prime parole sono tuonate: ‘In nome del popolo italiano…..’ . Zuccaro ha fatto l’elenco degli imputati ritenuti colpevoli e per 24 di loro ha emesso la sentenza della condanna all’ergastolo. Otto gli assolti, per altri sette condanne più ‘lievi’. Tra questi ultimi alcuni collaboratori di giustizia e non. Undici anni sono stati inflitti a Giuseppe Agrigento, assolto dalla strage, ma riconosciuto colpevole per avere fornito parte dell’esplosivo. E poi Giovanni Brusca. Al carnefice che ha premuto il pulsante quel 23 maggio del 1992 sono stati inflitti 26 anni, quattro in meno di quanto aveva richiesto l’accusa. Non è stato riconosciuto collaboratore, ma ha usufruito dello sconto delle attenuanti generiche per avere confessato la sua partecipazione. Anche a Salvatore Cancemi la corte di Assise non ha dato la ‘patente di pentito’. Condannato a 21 anni, non ha beneficiato dello sconto di pena riservato ai collaboratori. Sconto che invece è stato dato a Giovan Battista Ferrante (17 anni), Gioacchino La Barbera (15 anni e due mesi) e a Santo Di Matteo e Calogero Ganci (15 anni ciascuno). Assolti per non aver commesso il fatto Giuseppe Lucchese, Salvatore Sbeglia (per il quale era stata chiesta una condanna a 14 anni per associazione mafiosa), Giusto Sciarabba, Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè e Francesco Madonia. Carcere a vita per gli altri ventiquattro tra boss e gregari. Dieci minuti è durata la lettura della sentenza e subito dopo i commenti. Soddisfazione da parte dell’accusa: ‘Una sentenza storica, che riconosce non solo la colpevolezza, ma anche l’esistenza della commissione regionale di Cosa nostra’ ha sostenuto il pm Luca Tescaroli. E l’altro pm, Paolo Giordano ha aggiunto: ‘La sentenza è un importante punto fermo per il prosieguo delle indagini sui mandanti dal volto coperto’. In aula anche il procuratore capo Giovanni Tinebra, che al termine ha affermato: ‘Sono sereno, non soddisfatto. Questa sentenza conferma che abbiamo lavorato bene’. Di parere, naturalmente, opposto i difensori: ‘Una sentenza scritta dai pentiti’ ha sostenuto Rosalba Di Gregorio, difensore di Aglieri. E Giuseppe Dacquì, che assisteva Greco e Battaglia: ‘C’è una contraddizione. Cancemi non ha avuto lo sconto come collaboratore, quindi non creduto, ma è passata la sua tesi sulla commissione regionale’. Soddisfatti solo due dei difensori, Michele Micalizzi e Vittorio Mammana: tutti i loro assistiti (Sbeglia, Farinella, Sciarabba e Buscemi) sono stati assolti. Ma ieri nell’aula bunker sembravano echeggiare alcune parole di Giovanni Falcone: ‘Solo il rigore professionale di magistrati e investigatori darà alla mafia la misura che la Sicilia non è più il cortile di casa sua. Il maggior risultato consiste nel privare la mafia della sua aura di impunità e di invincibilità’. Quell’impunità che ieri è stata abbattuta.

 

 

 

Intervista ad Antonio Montinaro uomo-scorta Falcone

 

 

 

Giovanni Falcone: “La mafia avrà una fine”

 

 

 

Articolo del 22 dicembre 2009 da palermo.repubblica.it 
Il custode dei segreti di Falcone “Dai suoi archivi spariti molti dati”
di Salvo Palazzolo

Diciassette anni dopo, i misteri che avvolgono la morte di Giovanni Falcone sono ancora dentro i suoi computer, quelli che furono trovati manomessi al ministero della Giustizia, all´indomani della strage di Capaci. Oggi, un testimone davvero particolare racconta a Repubblica che prima di lasciare Palermo il giudice si era fatto predisporre una copia delle memorie dei suoi computer: vennero sistemate in un centinaio di floppy-disk. Ma solo ottanta ne sono stati trovati dopo la strage, nell´ufficio di Falcone in via Arenula. E nessuno, prima di oggi, sospettava che ce ne fossero altri.

Il testimone racconta pure che il giudice utilizzava una piccola scheda Ram, un´estensione di memoria, con il suo palmare Casio, il minicomputer che qualcuno tentò di cancellare dopo l´esplosione di Capaci. E neanche la scheda si è mai trovata. Forse, tra i floppy e la ram-card c´era il diario segreto di Falcone, di cui hanno parlato alcuni suoi colleghi e la giornalista Liana Milella, a cui il magistrato aveva consegnato due pagine di appunti. Ora sappiamo per certo che qualcuno trafugò delle prove dall´ufficio di Falcone al ministero della Giustizia.

Ha il volto stanco l´uomo che parla per la prima volta di Falcone e della sua fissazione per i computer. È Giovanni Paparcuri, ha 53 anni, è l´autista sopravvissuto alla strage del giudice Chinnici che Falcone e Borsellino vollero accanto, nel 1985, per informatizzare il maxiprocesso: «Ho resistito al tritolo della mafia – racconta – poi, per anni sono rimasto rinchiuso nel bunker del pool per microfilmare le sei milioni di pagine del primo processo a Cosa nostra. Successivamente, ho creato una banca dati sulle cosche, sistematizzando le dichiarazioni dei pentiti. Ora ho deciso di andare in pensione perché da qualche anno ormai sembra che il mio lavoro non interessi più il ministero della Giustizia, che preferisce pagare profumatamente alcune ditte esterne per gestire la banca dati dell´antimafia». Paparcuri è amareggiato: «Mi mandano in pensione, il 31 dicembre, con la qualifica di commesso».

Nessuno dei magistrati che nel tempo si sono occupati delle indagini per la strage di Capaci ha mai chiamato Paparcuri a testimoniare. Anche lui si stupisce. Eppure, il racconto di uno dei più stretti collaboratori di Falcone e Borsellino si sarebbe potuto rivelare importantissimo per l´avvio dell´inchiesta, quando i consulenti dei pm, Genchi e Petrini, segnalarono alcune manomissioni nei file di Falcone.

Nella stanza di Paparcuri c´è aria di smobilitazione. Ma i magistrati della Direzione antimafia cercano ancora il commesso-esperto informatico per una verifica dentro la banca dati. «Ho preso la mia decisione – dice lui – l´amministrazione della giustizia mi ha deluso. Continuo ad attendere il risarcimento per quello che ho subito nel 1983».

Adesso, Paparcuri sta dando le ultime consegne ai colleghi più giovani, perché la banca dati non si fermi neanche un istante. Ma sarà un´altra cosa senza il suo ideatore, che a lungo è stato il custode di un pezzo di memoria di Giovanni Falcone. Paparcuri stringe fra le mani i libri che il magistrato gli regalò prima di partire per Roma. «Tre anni fa – racconta – sono tornato a sfogliarli e ho trovato un biglietto della dottoressa Morvillo. Diceva: “Giovanni amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore”. Firmato: Francesca». Paparcuri guarda fisso quel cartoncino: «Un giorno il giudice Falcone mi disse che dovevo andare in un noto negozio di elettronica, a trovare un suo amico fidato, per potenziare il databank Casio. Io, naturalmente, non so cosa ci fosse dentro i suoi computer – spiega Paparcuri – però so per certo che su quei cento dischetti ho scritto io le etichette. In quei cento dischetti c´era l´archivio di Giovanni Falcone».

 

 

 

Rai Storia – LA STRAGE DI CAPACI 
23 maggio 1992. Alle 17.56 lungo l’autostrada che collega Palermo all’aeroporto di Punta Raisi, all’altezza dello svincolo di Capaci, le auto su cui viaggiano il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta saltano

letteralmente in aria. A causare l’esplosione del tratto di autostrada sono 500 kg di tritolo. Oltre al magistrato e alla moglie perdono la vita gli agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Una strage ordita dalla mafia. Una vera e propria dichiarazione di guerra allo Stato che proseguirà con la strage di Via d’Amelio, che meno di due mesi dopo colpisce il giudice Borsellino e gli uomini della sua scorta e gli attentati di Firenze, Roma e Milano del 1993.

 

 

 

Diario Civile. Giovanni Falcone: c’era una volta a Palermo

Il rapporto con Paolo Borsellino, gli anni del pool di Palermo, i mesi dei veleni, l’anno alla Direzione dell’Ufficio Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia, a Roma. A venticinque anni dalla strage di Capaci, avvenuta il 23 maggio 1992, a Giovanni Falcone Rai Cultura dedica il doc “Giovanni Falcone – C’era una volta a Palermo” di Alessandro Chiappetta, regia di Graziano Conversano, in onda lunedì 22 maggio alle 21.10 su Rai Storia e sabato 27 maggio in terza serata su Rai1, per il ciclo “Diario Civile” con un’introduzione del Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti. Il metodo investigativo e le capacità strategiche di Falcone, simbolo della lotta contro la mafia e di legalità, hanno fatto di lui un “fuoriclasse” riconosciuto in tutto il mondo, prova ne è l’omaggio del Congresso Americano in occasione della sua morte. Tra i testimoni che ricostruiscono la sua vita e raccontano il proprio rapporto con lui, la sorella Maria, il nipote Vincenzo Di Fresco, il Presidente del Senato Pietro Grasso, gli ex giudici del pool antimafia Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello, l’ex Sostituto Procuratore di Palermo, Giuseppe Ayala, l’ex Ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, Il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo, Roberto Scarpinato, il Comandante Regionale Guardia di Finanza Sicilia, Ignazio Gibilaro, l’ex Comandante Sezione Antimafia Palermo, il Generale Angiolo Pellegrini, e i giornalisti Francesco La Licata, Marcelle Padovani, Attilio Bolzoni e Giovanni Bianconi

 

 

 

 

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