23 maggio 1997 Castelforte (LT). Giustiziato Andrea Di Marco, 30 anni, meccanico.

Andrea Di Marco, 30 anni, meccanico di Castelforte (LT) giustiziato il 23 maggio del 1997 e rinvenuto quasi un anno dopo all’interno di un’auto inabissata nel fiume Garigliano.

 

 

La foto di Andrea Di Marco è stata tratta dall’Emeroteca
dello Studio Ciampa a questo link: http://www.studiociampa.it/wp-content/uploads/2014/11/PC-1996-Processo-per-lomicidio-di-Andrea-Di-Marco.pdf

Dagli articoli non siamo riusciti a comprendere del perché di un tale efferato delitto.

 

 

 

Ringraziamoamicidilibera.blogspot.com per l’aiuto nella ricerca di nomi e storie da non dimenticare:

 

Fonte: iltempo.it 13/02/2007
CASTELFORTE — Il Tribunale di sorveglianza di Roma ha accolto la richiesta del legale di fiducia di Antonio …
La Valle accusato di distruzione ed occultamento del cadavere del carrozziere di Castelforte Andrea Di Marco, omicidio commesso il 23 maggio del 1997, era stato condannato dalla Corte di Assise d’Appello di Roma a due anni e otto mesi di reclusione. Provvedimento in alternativa al quale il La Valle per mezzo del suo avvocato aveva chiesto, con domanda del 9 luglio del 2003, di essere ammesso alla misura dell’affidamento in prova al servizio sociale o alla detenzione domiciliare. Un’istanza sulla quale il collegio presieduto dalla dottoressa Longo si è pronunciato solo nei giorni scorsi con un’ordinanza di ammissione. La vicenda processuale per la morte del carrozziere di Castelforte aveva visto alla sbarra anche Antonio Antinozzi e Ettore Mendico, ritenuti in Corte d’Assise l’esecutore materiale e il mandante dell’omicidio, oltre a Giovanni Falso e Giuseppe Viccaro. Nel primo grado di giudizio Antinozzi e Mendico erano stati condannati all’ergastolo, La Valle era stato condannato a quattro anni di reclusione, Viccaro a due anni e otto mesi e Falso assolto. Già la Corte di Assise d’Appello aveva, però, rivisitato il pronunciamento del primo giudice e assolto Mendico, rendendolo completamente estraneo ai fatti, condannato a ventisei anni di reclusione Antinozzi riconosciuto come l’autore materiale del fatto e concedendo le attenuanti generiche aveva diminuito la pena a La Valle da quattro a due anni e otto mesi. Il comportamento collaborativo del La Valle il quale in corso di indagini della Procura della Repubblica di Latina indicò Antonio Antinozzi come l’autore materiale dell’omicidio del carrozziere e aiutò a ritrovare il cadavere del Di Marco nel fiume Garigliano nei pressi della Manuli, un anno dopo l’omicidio, hanno fatto constatare l’ammissione di responsabilità e il pentimento del La Valle. A garantire ulteriormente la magistratura circa il possibile reinserimento dell’uomo nel contesto sociale anche la sua situazione familiare e lavorativa, l’uomo è attualmente sposato e con due figlie e presta servizio presso la cooperativa ìNatura ed Ambiente di Cupra”, dove effettua la manutenzione e la cura del verde pubblico nel territorio di Cupra Marittima. Una condotta per la quale l’imputato è stato accertato non collegato al alcuna organizzazione criminale. Sulla base di queste considerazioni e alla luce delle sue precarie condizioni di salute il collegio del tribunale di sorveglianza ha ritenuto ammissibile sostituire la pena detentiva da espiare con la misura dell’affidamento in prova ai servizi sociali ritenendo presumibile che ìper la rieducazione del soggetto e per prevenire il pericolo che egli commetta altri reati siano adeguate le prescrizioni proprie della misura alternativa”. Una decisione nella quale il collegio decidente ha escluso la detenzione domiciliare ritenendola inammissibile per ìsopravvenuta carenza di interesse, trattandosi di misura più restrittiva”. F.D.N.

Fonte: iltempo.it 16 Ottobre 2009
Mendico, ecco perché era gruppo di camorra
Clemente Pistilli Era il 17 luglio scorso quando la Corte d’Assise del Tribunale di Latina, al termine del processo denominato «Anni ’90», emise sette condanne, di cui due all’ergastolo, e cinque assoluzioni per il cosiddetto «gruppo Mendico». Ieri sono state depositate le trecento pagine di motivazioni in cui il giudice relatore, Maria Teresa Cialoni, ha spiegato perché i «ragazzi di Castelforte» sono stati considerati un gruppo camorristico, costola dei Casalesi, operante nel centro-sud della provincia di Latina. Una sentenza in cui è stata riscritta la storia del territorio, fatta di contatti con i vertici della camorra casertana, economia «inquinata», estorsioni, gambizzazioni, attentati incendiari e omicidi, divisa in una ventina di capitoli, in cui sono state condensate le testimonianze raccolte nell’alto numero di udienze svolte nel capoluogo pontino. La Corte d’Assise del Tribunale di Latina ha esaminato le dichiarazioni rese da molti collaboratori di giustizia, le verifiche sulla loro attendibilità, le precedenti sentenze che vedono in qualche modo coinvolti gli imputati, ripercorso la storia dei Casalesi, i legami con il territorio pontino, la storia del clan La Torre e la guerra di camorra esplosa negli anni novanta, fino a convincersi dell’esistenza di un gruppo mafioso a Castelforte e SS. Cosma e Damiano, agli ordini dei Casalesi e, in particolare, di Alberto Beneduce e Michele Zagaria. Passando poi alle posizioni dei singoli imputati, i giudici non hanno avuto dubbi sul fatto che al vertice del gruppo vi fosse Ettore Mendico, come da lui stesso confermato nella confessione resa nel marzo 1998, in un periodo in cui aveva deciso di collaborare con la giustizia. Mendico è stato ritenuto un capo con funzioni operative, mentre Orlandino Riccardi è stato considerato il secondo capo, interessato però più all’«aspetto imprenditoriale», la «faccia pulita» del clan, che raccoglieva il denaro frutto delle estorsioni in provincia di Latina, lo portava a Casal di Principe e lì riceveva gli stipendi per i «suoi», due-tre milioni al mese. Il braccio armato di Mendico è stato invece identificato in Antonio Antinozzi, alla luce soprattutto delle intercettazioni ambientali effettuate nelle indagini per l’omicidio del carrozziere Andrea Di Marco, ucciso nel 1997 a Castelforte e per il quale Antinozzi è stato condannato con sentenza definitiva. A disposizione del gruppo sono stati ritenuti Domenico Buonamano, Antonio La Valle e Luigi Pandolfo. Ma cosa ha portato all’assoluzione di Maurizio Mendico, Luigi Cannavacciuolo, Giuseppe Ruggieri, Giuseppe Sola e, per quanto riguarda l’estorsione alla ditta Grassi di Fondi, Luigi Riccardi? In generale un quadro probatorio insufficiente, una serie di indizi che non sono diventati prove certe per dimostrare l’appartenenza al clan o, nel caso di Riccardi, la partecipazione all’estorsione. Per quanto riguarda poi gli omicidi, nessun dubbio per i giudici sul fatto che Mendico abbia ucciso, il 27 aprile 1990 a SS. Cosma e Damiano, il fabbro Rosario Cunto, per vendicare la morte del nonno, ma molti problemi sull’omicidio dell’imprenditore Giovanni Santonicola, commesso a Spigno Saturnia il 9 settembre 1990 e ritenuto dagli inquirenti una vendetta dei Casalesi verso i La Torre, ai quali Santonicola sarebbe stato molto legato, per l’uccisione nell’agosto precedente di Alberto Beneduce. La Corte d’Assise di Latina ha condannato all’ergastolo soltanto Michele Zagaria, alla luce anche delle brutali modalità dell’omicidio, con la vittima bruciata per impedire ai familiari anche di avere indietro il corpo, e non ha ritenuto sufficienti gli elementi raccolti a carico di Orlandino Riccardi. Secondo la Dda di Roma quest’ultimo avrebbe attirato in trappola Santonicola, ma i giudici hanno ritenuto che gli indizi presentati non siano sufficienti per dimostrare la responsabilità dell’imputato. Il quadro ricostruito dall’Antimafia, il movente e la condotta di Riccardi dopo la morte di Santonicola sono stati ritenuti equivoci a tal punto da non consentire di riferire con certezza i fatti all’imputato. Alcuni elementi d’accusa sono stati addirittura considerati ribaltati a favore del pontino. Ora la battaglia appare destinata a spostarsi in Corte d’Assise d’Appello, dove tanto le difese quanto l’accusa avevano già a luglio paventato un ricorso. E c’è anche chi pensa a risarcimenti per ingiusta detenzione. Alla storia non è ancora tempo di mettere la parola fine.