23 Novembre 1993 Altofonte (PA). Rapito Giuseppe di Matteo, 11 anni, tenuto in ostaggio fino all’11 Gennaio 1996, strangolato ed il corpo sciolto nell’acido. Giovanni Brusca Ordinò: “allibertativi du cagnuleddu”

Foto da La Repubblica del 29 Aprile 2009

Giuseppe Di Matteo (1981-1996) figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, ex-mafioso, divenne vittima di una vendetta trasversale nel tentativo di far tacere il padre. La sua morte è risaltata grandemente su tutti i giornali perché il cadavere del ragazzo non fu mai trovato, essendo stato disciolto in una vasca di acido nitrico.

Fu rapito il 23 novembre 1993, quando aveva 12 anni, al maneggio di Altofonte (PA) da un gruppo di mafiosi che agivano su ordine di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Secondo le deposizioni di Gaspare Spatuzza, che prese parte al rapimento, i sequestratori si travestirono da poliziotti ingannando facilmente il bambino, che credeva di poter rivedere il padre in quel periodo sotto protezione lontano dalla Sicilia. Dice Spatuzza: “Agli occhi del bambino siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi. (…) Lui era felice, diceva ‘Papà mio, amore mio’ “. Il piccolo fu legato e lasciato nel cassone di un furgoncino Fiat Fiorino, prima di essere consegnato ai suoi carcerieri.
La famiglia cercò presso tutti gli ospedali cittadini notizie del figlio, ma quando, il 1º dicembre 1993, un messaggio su un biglietto giunse alla famiglia con scritto «Tappaci la bocca» e due foto del bambino che teneva in mano un quotidiano del 29 novembre 1993, fu subito chiaro che il rapimento era finalizzato a spingere Santino Di Matteo a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci e sull’uccisione dell’esattore Ignazio Salvo.
Il 14 dicembre 1993, Francesca Castellese, moglie di Di Matteo, denunciò la scomparsa del figlio. In serata fu recapitato un nuovo messaggio a casa del suocero (Giuseppe Di Matteo, padre di Santino) con scritto «Il bambino lo abbiamo noi e tuo figlio non deve fare tragedie». Dopo un iniziale cedimento psicologico il pentito non si piegò al ricatto, sebbene fosse angosciato dalle sorti del figlio, e decise di proseguire la collaborazione con la giustizia.
Brusca decise così l’uccisione del ragazzo, ormai fortemente dimagrito e indebolito per la prolungata e dura prigionia, e che venne strangolato e successivamente sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996, all’età di 15 anni, dopo 779 giorni di prigionia.
Per l’omicidio del piccolo Giuseppe, oltre che Giovanni Brusca, sono stati condannati all’ergastolo i boss Leoluca Bagarella e Gaspare Spatuzza.
Fonte: Wikipedia

 

 

Un libro per ricordarlo:
Il bambino che sognava i cavalli
779 giorni ostaggio dei corleonesi

di Pino Nazio

Ed. Sovera

Fotocopertina e Nota di:  panorami.info

Giuseppe Di Matteo era un bambino come gli altri, sorrideva speranzoso alla vita e amava i cavalli. Troppo piccolo per avere qualche colpa. Il suo peccato originale: essere il figlio di Santino Di Matteo che, dopo le bombe che costarono la vita a Falcone e Borsellino, cominciò a collaborare con lo Stato.
In libreria dal 26 ottobre, la docu-fiction racconta per la prima volta tutta la vicenda del piccolo Giuseppe Di Matteo, rimasto nelle mani dei mafiosi per più di due anni. La storia di Giuseppe, la sua tragica fine – ucciso e “cancellato” in una vasca di acido – quella della sua famiglia, i ricordi della madre, Franca, il racconto di suo padre, Santino, l’organigramma mafioso, i meccanismi che muovono l’esercito della mafia costituiscono i tasselli principali del lavoro di Pino Nazio, giornalista, autore del programma di Raitre “Chi l’ha visto?”, nel suo romanzo-verità: “Il bambino che sognava i cavalli”.
Una verità crudele tant’è che l’autore ha scelto di lasciare chiuse le pagine di un capitolo: quello che racconta l’assassinio del bambino e la raccapricciante distruzione del corpicino. Un capitolo chiuso che il lettore potrà sfogliare, se sarà in animo di farlo, o lasciare intonso, passando al capitolo successivo senza che il pathos della narrazione ne risenta.
Il romanzo-verità di Pino Nazio, realizzato in oltre due anni, nasce non solo da una lunga serie di incontri con il pentito Santino Di Matteo, ma anche da colloqui con i magistrati che si sono occupati del caso, degli avvocati che sono stati a contatto con gli assassini, da minuziose ricerche tra carte processuali che sembravano dimenticate e che oggi rivelano nuovi indizi per ricostruire quel periodo e fare luce su aspetti misteriosi degli attentati di Capaci e via D’Amelio.
Giuseppe Di Matteo è il simbolo della fine della mafia stragista e più sanguinaria, che ha contribuito a infliggere agli uomini del disonore decine e decine di ergastoli, a rompere il fronte dell’omertà che proteggeva Cosa Nostra, a infondere nella gente rabbia, indignazione e voglia di spezzare antiche, invisibili, catene.
Se la lotta per la legalità in Sicilia oggi è più incisiva, lo si deve al lavoro di coraggiosi magistrati e appartenenti alle forze dell’ordine, di giornalisti e testimoni, ma anche al piccolo Giuseppe Di Matteo, giustamente definito “il bambino che ha sconfitto la mafia”.

 

 

 

Fonte: lastampa.it
Articolo del 3 novembre 2007
“Così quel bambino uccise Cosa Nostra”
di Francesco La Licata
Parla il carceriere:«L’ordine di sciogliere nell’acido il piccolo Di Matteo fece perdere ai clan faccia e rispetto della gente»

«Lo chiamavano ‘u canuzzu’, ma non era un vezzeggiativo. Non era un modo amorevole per indicare un cucciolo. No, il piccolo Giuseppe Di Matteo aveva fatto la fine che fanno i ‘canuzzi’ in campagna: legati al collare, picchiati e poi ammazzati. Lo abbiamo ucciso, il piccolo Giuseppe, forse perché era diventato un problema, ancor di più di quando lo avevamo preso e tenuto prigioniero nella speranza di convincere il padre, il pentito Santino Di Matteo a ritrattare tutte le accuse che aveva rivolto contro Giovanni Brusca, contro Totò Riina e Leoluca Bagarella. E contro tutta la mafia. Più di due anni era durata la sua prigionia e per tutto quel tempo il padre aveva resistito e tenuto duro, continuando a collaborare coi giudici. Ecco perché Giuseppe alla fine era un problema: perché sulla sua pelle si giocava l’immagine di Cosa nostra e dei suoi capi. Fu Brusca a ordinare di affucarlo con la corda e poi sciogliere il corpo nell’acido.

Era andato fuori di testa il boss, una volta tanto gelido da essere stato prescelto per premere il pulsante assassino che mise fine alla vita di Giovanni Falcone, della moglie e della scorta. Non ragionava più. Non c’era verso di fargli capire che l’uccisione del bambino sarebbe stato un terribile boomerang per tutte le “famiglie”. Era come accecato. E così pronunciò quell’ordine che, una volta emesso, nessuno poteva più raddrizzare senza correre il rischio di rimetterci la pelle. Chi poteva trovare il coraggio di “far ragionare” Giovanni Brusca? Così, mentre tutti restavamo prigionieri della paura, il piccolo Giuseppe scivolava verso una fine ingiusta e terribile.

Ma non fu una vittoria della mafia. Un terribile castigo, anzi, si abbattè su Cosa nostra: come in un’esplosione atomica il clan dei corleonesi si è liquefatto. Riina è in galera e pure Provenzano e Bagarella e tutti i capi. Giovanni ed Enzo Brusca sono diventati pentiti. Anche Enzo Chiodo, che passò la corda attorno al collo di Giuseppe ora è collaboratore. E pure io, che mi porto appresso l’incubo di non aver saputo salvare Giuseppe. Ci credevamo immortali e potenti, noi uomini dei corleonesi. Avevamo messo nel conto di poter cambiare in nostro favore anche le sventure più grandi. E per fermare il pentito Di Matteo abbiamo scelto il ricatto più ignobile, prendergli il figlio. Così credevamo di aver risolto il problema ma invece andò a finire che quel bambino morto ammazzato, un bimbo, sconfisse la mafia. Fu peggio di una sconfitta militare, perché Cosa nostra perse la faccia e il rispetto della gente».

Sembra un ragazzino Giuseppe Monticciolo, il mafioso che racconta di essere stato incaricato da Giovanni Brusca di «risolvere il problema del bambino». Adesso che non è più un boss della mafia dice di sentirsi più libero. Vive nel Nord dell’Italia e da otto anni si è assuefatto alla vita del «signor nessuno»: anonima tranquillità, casa e lavoro. «Ma non sono stato mai così appagato», dice adesso accettando di incontrare il cronista in un posto «neutro». Soltanto oggi torna alla ribalta per aver scritto in un libro, affidandola al giornalista dell’Unità Vincenzo Vasile, «la storia del mio rapporto col piccolo Di Matteo» («Era il figlio di un pentito». Bompiani. pagg.203 E.15).

È un viaggio difficile, quello di Monticciolo. Lui sa che difficilmente potrà invocare perdono e comprensione. Ma cerca di «spiegare», nei limiti di una logica troppo lontana per chi non sta dentro gli ingranaggi mafiosi, il meccanismo, la trappola, «l’inganno» dice l’ex boss, che può portare l’uomo a trasformarsi in lupo. E racconta di quando «ammazzavo i cristiani senza pensare che stavo togliendo la vita ad esseri umani e padri di famiglia». Anche se poteva servire da alibi «la consapevolezza che a parti invertite le vittime non avrebbero avuto problemi a trasformarsi in carnefici». Già, andavano così le cose: «mi sentivo gratificato se il mio capo, Giovanni Brusca, sceglieva me per un omicidio “difficile”». Rivede mentalmente il film, Monticciolo. E tira fuori dalla moviola il campionario degli orrori. Come quando Bagarella «pretese che si uccidessero Giovanna Giammona, una donna, e il marito, Franco Saporito». Uno squadrone della morte partì alla volta di Corleone ed eseguì la sentenza in piazza: «Venne pure Bagarella perché voleva che si sapesse che la decisione era sua, anche contro la linea pacifista di Provenzano». Solo poco tempo prima «avevamo ucciso un commerciante, sempre a Corleone, perché Bagarella era convinto che congiurasse contro il nipote Giovanni, il figlio grande di Totò Riina».

Eccolo il delfino di don Totò, oggi condannato all’ergastolo proprio a causa delle confessioni di Monticciolo. Un ragazzetto ancora neppure diciottenne ma tanto determinato da rispondere allo zio (Bagarella) che chiede l’ennesimo omicidio: «Come lo dobbiamo ammazzare?». Così, senza l’ombra dell’indecisione.

In questo clima, Giovanni Brusca si imbarca nel «pessimo affare» del sequestro Di Matteo. Dice Monticciolo: «Pensava di averla vinta facilmente, anche perché contavamo nelle contraddizioni interne alla famiglia del bambino. Sapevamo che il nonno, il papà di Santino, non avrebbe esitato anche a sacrificare il figlio per salvare il nipote». E invece non andò così: caddero nel vuoto – per più di due anni – i messaggi terrificanti, le foto, i video inviati alla famiglia. Il piccolo Giuseppe, «sempre più magro, coi capelli lunghissimi, un fagotto di poco più di trenta chili che imprecava contro quel pentito di suo padre che lo aveva abbandonato» venne spostato per mezza Sicilia, affidato a mafiosi che lo vedevano come un «impiccio». Poi dovette occuparsene Monticciolo, dopo aver costruito un bunker, nella casa di campagna dei Brusca, che potesse ospitarlo. Ma era la fine. Così il pentito ricorda l’ultimo viaggio: «Infransi la regola che mi impediva di aver rapporti col bambino e ci parlai. Ricevetti una lezione di dignità, non mi permise mai di oltraggiarlo. Ricordo che, bendato, sentì il mare e i profumi dei fiori. Mi chiese di poterli vedere e toccare. Non potevo accontentarlo. Al contrario, però, riuscii a fargli avere diverse riviste sui cavalli. Gli piaceva cavalcare. Quando arrivò l’ordine feci in modo che non dovessi essere io a stringere il laccio. Questo incubo continua a vivere con me».

 

 

 

Fonte:  repubblica.it
Articolo del 29 aprile 2009
Affidato ai servizi sociali Bommarito il carceriere di Giuseppe Di Matteo
Era stato condannato a 22 anni di carcere, ma in cella è rimasto poco
La decisione presa dai magistrati dopo che l’uomo ha deciso di collaborare con la giustizia

PALERMO – Il tribunale di sorveglianza di Palermo ha concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali al pentito Stefano Bommarito, condannato a 22 anni di carcere per l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo. La scarcerazione di Bommarito, che fu il carceriere del bambino, segue di poco la sua scelta di collaborare con i magistrati. La notizia è stata diffusa dal Giornale di Sicilia.

Il pentito è di San Giuseppe Jato, lo stesso paese del palermitano di cui è originario l’altro ex boss e collaboratore di giustizia Giovanni Brusca. Giuseppe Di Matteo venne sequestrato per ricattare il padre Mario Santo, detto Santino ‘Mezzanasca’, per evitare che parlasse della strage di Capaci. Questi aveva però continuato ad aiutare i pm, e quindi a quel punto Brusca aveva ordinato di uccidergli il figlio. Il cadavere del bambino era stato poi sciolto nell’acido.

Gli altri condannati per l’omicidio del piccolo sono Enzo Salvatore Brusca e Giuseppe Monticciolo, ai domiciliari, e Vincenzo Chiodo, in carcere, arrestato nei mesi scorsi su ordine della Corte di Cassazione. In prigione anche il mandante Giovanni Brusca.

Bommarito, figlio del boss Bernardo, nel processo Di Matteo aveva già avuto gli sconti di pena previsti per i collaboratori di giustizia. Era stato inoltre riconosciuto colpevole per l’omicidio di un imprenditore di Monreale che non aveva voluto pagare il pizzo, Vincenzo Miceli, ucciso il 23 gennaio 1990 e per i delitti di persone ritenute vicine all’ex pentito Balduccio Di Maggio.

 

 

 

Articolo da La Repubblica del 23 novembre 2010
Il racconto di Santino Di Matteo
“Quando Brusca ordinò di uccidere mio figlio” 

di Enrico Bellavia

Diciassette anni dopo il rapimento di Giuseppe Di Matteo, il padre, collaboratore di giustizia, racconta la prigionia del bambino in un libro del giornalista Pino Nazio

Accadde alle 16,30 di 17 anni fa. Fu a quell’ora e in quel giorno che i Corleonesi decretarono la loro fine. Sequestrarono un bambino di 12 anni. Lo tennero in ostaggio per 779 giorni, per mesi torturano con biglietti, foto e filmati, i familiari. Poi, l’11 gennaio del 1996, il giorno in cui a Giovanni Brusca inflissero l’ergastolo per l’omicidio dell’esattore Ignazio Salvo, lo uccisero strangolandolo e sciogliendo il cadavere nell’acido.

Quel bambino era Giuseppe Di Matteo, divenne adolescente mentre trascorreva ore da incubo, sfidando la voglia di uccidersi, nel buio delle masserie prigioni di mezza Sicilia. Finendo i suoi giorni nel doppio fondo di Giambascio, la casa galera di Giovanni Brusca con il pavimento che sprofondava, svelando un vano segreto tenuto su da un pistone idraulico. Giuseppe era l’arma di ricatto per il padre “pentito”. Era lo strumento con cui convincere Santino “Mezzanasca” a ritrattare.

A diciassette anni da quel rapimento, quando già le sentenze hanno riconosciuto la colpevolezza di mandanti ed esecutori è lo stesso collaboratore di giustizia a raccontare di suo figlio, attraverso il giornalista Pino Nazio nel libro “Il bambino che sognava i cavalli” (Sovera Edizioni).

Un racconto angoscioso, tetro e claustrofobico, come la vita di Giuseppe in mano ai suoi carcerieri. Soldati del male, banali nella loro scrupolosa ferocia. Capaci di picchiare un ostaggio inerme di dieci anni più giovane di loro e poi, chiusa a doppia mandata l’ennesima cella, rincasare
e abbracciare i propri figli. Una “necessità”, così se la raccontavano gli “uomini d’onore” al soldo di Giovanni Brusca. Era “inevitabile” accanirsi su quell’innocente se il padre, uno degli esecutori della strage di Capaci, aveva deciso di saltare il fosso, smantellando il pezzo pregiato della formidabile artiglieria corleonese.

L’idea, racconta il libro di Pino Nazio, fu di Brusca insieme con Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano. Leoluca Bagarella diede il via libera e partì una squadra di finti agenti della Dia a sequestrare il bambino nel maneggio dei fratelli Vitale, dove Giuseppe era andato per il consueto allenamento in sella al suo cavallo da salto. “Vieni, ti portiamo da tuo padre”. “Me patri, sangu mio!”, disse Giuseppe, sparendo per sempre.

Il racconto scorre per immagini: lo struggimento impotente di Franca, la moglie di Santino, costretta a svegliarsi dal lungo sogno di agio inspiegabile per rivedersi moglie di un assassino e madre di una vittima. Il banco della terza D della scuola di Altofonte vuoto, mentre del bambino ancora nessuno sa nulla. Il pianto e le domande senza risposte di Mariella, la compagna e migliore amica di Giuseppe. La tragedia di Piddu, il nonno mafioso, graniticamente fermo nella propria voglia di risolvere secondo Cosa nostra quella partita.

Il libro documenta l’intercessione di Benedetto Spera e un debole intervento di Bernardo Provenzano, con un pizzino tratto dalla Bibbia fatto arrivare a Bagarella, in favore del rilascio. Ma l’ala dura dei Corleonesi non cedette. Brusca immaginava di posticipare la sentenza di morte al compimento dei 18 anni di Giuseppe per stare a posto con le regole, sempre trasgredite, dell’organizzazione che vieta di uccidere donne e bambini.

Di Matteo padre, dopo uno stop di qualche settimana, quando la famiglia si decise a denunciare il rapimento, riprese a collaborare, sicuro che la sentenza di morte per il figlio fosse stata emessa in un modo o nell’altro. Poi si organizzò con Balduccio Di Maggio e Gioacchino La Barbera, compagni d’armi, passati sotto protezione, per arrivare da solo alla prigione del figlio.

Arrivò fino a Giambascio ma non poteva sapere ciò che era stato allestito lì dentro: la segreta che solo la collaborazione di Vincenzo Chiodo consentirà di scoprire quando del bambino non c’era più traccia. Era stato liquidato con uno scatto d’ira da Giovanni Brusca lo “scannacristiani” che con il piccolo aveva giocato sfide interminabili alla play station. Disse ai suoi “allibertativi du cagnuleddu”. E quelli eseguirono.

 

 

Articolo del 30 giugno 2011 da antimafiaduemila.com 
Processo Di Matteo: il neo pentito Tranchina per la prima volta in aula

Si è svolta questa mattina in videoconferenza la deposizione dell’ex picciotto di Brancaccio, Fabio Tranchina, neo collaboratore di giustizia, al processo per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Mario Santo Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996 dopo 779 giorni di prigionia.
Gli imputati nel processo, che si celebra davanti alla Corte d’assise di Palermo, sono Gaspare Spatuzza, che si è autoaccusato del rapimento, il boss mafioso Giuseppe Graviano, oltre al boss latitante Matteo Messina Denaro, e Francesco Giuliano, Luigi Giacalone e Salvatore Benigno.
Tranchina, autista e vivandiere di Giuseppe Graviano, ha esordito davanti alla corte d’assise di Palermo protestando contro “il servizio di protezione dei pentiti che non onora il lavoro dei legali, ledendo il diritto di difesa dei collaboratori di giustizia”. Parole subito stoppate dalla corte che non ha ritenuto pertinenti al processo le dichiarazioni. Così Tranchina ha iniziato a rispondere ai pm, così come aveva già fatto lo scorso 16 maggio quando ad interrogarlo erano i pm Roberta Buzzolani e Fernando Asaro.
Quindi ha iniziato a riferire in merito ai propri rapporti con Graviano, di cui ha gestito la latitanza. Rivelazioni che smontano l’alibi fornito dal boss di Brancaccio  il quale sostiene che nel periodo del sequestro del piccolo lui era già latitante a Milano.
Infatti il pentito ha confermato che il questi tra il ’91 e il ’94 era a Palermo e si allontanava dal capoluogo solo per brevi periodi in cui andava a Milano o in vacanza in Sardegna, a Giardini Naxos e in Toscana. Le rivelazioni di Tranchina, coinvolto recentemente anche nella nuova indagine sulla strage di via d’Amelio, confermano le parole di un altro collaboratore di giustizia, ex fedelissimo di Graviano, Gaspare Spatuzza che ha raccontato che il capomafia, nel 1993, gli parlò a Misilmeri (Palermo) del progetto di sequestro del bambino. L’ex mafioso ha anche detto che Graviano trascorse parte della latitanza a casa di un sorvegliato speciale di Palermo “certo che lì non lo avrebbero cercato di sicuro”.
Rispondendo alle domande del pm Asaro ha inoltre raccontato di aver conosciuto Graviano attraverso il cognato Cesare Lupo nel maggio del 1991. “Lupo mi chiese di occuparmi della latitanza di Graviano e io gli feci da vivandiere fino al suo arresto, avvenuto nel gennaio del 1994. Ricordo che al primo incontro, in una porcilaia a Bolgonetta, Graviano mi consegnò una grossa somma di denaro in contanti e mi chiese di contarli. Erano 88 milioni di lire e lui mi regalò un milione.
Sul motivo che lo ha indotto a collaborare con la giustizia ha detto: “Devo pulire la mia coscienza, ho un peso che non mi fa vivere. Io sono stato condannato per mafia ma ero a conoscenza, e per questo me ne sento responsabile, di fatti atroci”. E per tre volte a ripetuto “Non si può vivere con questo peso – ha ripetuto tre volte con voce rotta – io non posso”.

 

 

 

Il Giardino della Memoria

 

 

Articolo del 18 Ottobre 2011 da raffaelesardo.blogspot.com
IL 7 NOVEMBRE LA REQUISITORIA DEL PROCESSO PER L’OMICIDIO DEL PICCOLO GIUSEPPE DI MATTEO

di Raffaele Sardo

Il 7 novembre prossimo comincerà la requisitoria del processo per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Santino sequestrato nel ’93 a 13 anni e ucciso dopo quasi due anni di prigionia. Lo ha deciso la seconda sezione della corte d’assise di Palermo che ha rigettato la richiesta dei difensori del boss Giuseppe Graviano di sentire in aula Salvatore Baiardo. Il teste avrebbe dovuto deporre sulla presenza di Graviano a Milano nel periodo in cui fu pianificato il sequestro. Circostanza smentita dal pentito Gaspare Spatuzza che ha raccontato di aver discusso del rapimento col capomafia in Sicilia. Baiardo è stato condannato per favoreggiamento. La requisitoria sarà pronunciata dal pm Fernando Asaro applicato per il processo dopo il trasferimento alla procura generale di Caltanissetta. Il dibattimento è una delle tranche giudiziarie legate all’omicidio Di Matteo, rapito per indurre il padre a tornare nei ranghi di Cosa nostra. Imputati, tra gli altri, oltre a Graviano il boss latitante Matteo Messina Denaro e il pentito Gaspare Spatuzza.

 

 

Articolo di La Repubblica del 7 Novembre 2011
Il pm in aula accusa i boss
“Il piccolo Di Matteo fu torturato”

Requisitoria dell’accusa al processo per il rapimento e l’uccisione del figlio del pentito Santino Di Matteo che venne sequestrato il 23 novembre del ’93 e poi strangolato e sciolto nell’acido. Dell’omicidio sono accusati Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, già condannati in un altro processo, il capomafia latitante Matteo Messina Denaro, Gaspare Spatuzza, Giuseppe Graviano, Francesco Giuliano, Luigi Giacalone e Salvatore Benigno

PALERMO –  “Il piccolo Giuseppe Di Matteo non solo viene privato della sua infanzia ma viene torturato dai suoi aguzzini che prima lo sequestrano e dopo 779 giorni di prigionia lo uccidono strangolando un corpicino ormai inerme e poi lo sciolgono nell’acido”. Con queste parole il pm Fernando Asaro sta ricostruendo davanti ai giudici della Corte d’Assise di Palermo il rapimento e l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio dodicenne del pentito Santino Di Matteo sequestrato il 23 novembre del ’93 e ucciso nel gennaio del ’96.

Il sequestro del bambino “venne deliberato da Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca (già condannati in un altro processo), Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano”. “Agli stessi mafiosi a cui era stato affidato il bambino durante i suoi spostamenti – dice Asaro – ripugnava tenere segregato il piccolo Di Matteo sequestrato per fronteggiare il dilagante fenomeno dei collaboratori di giustizia e per dare loro un segnale. Il collaboratore di giustizia Ciro Vara ha raccontato che gli era stato riferito che si trattava di un ragazzo di almeno 18 anni invece quando gli portarono il bambino di 12 anni rimase colpito”.

Per il pm “il sequestro doveva essere utizzato come simbolo per colpire tutti i collaboratori di giustizia”. Quando lo rapirono “lo fecero con l’inganno – spiega il pm – si travestirono da agenti della Dia dicendogli che lo avrebbero portato dal padre pentito e lui esclamò felice: ‘sangue mio, mio padre, amore mio’. Invece venne portato in un casolare di Misilmeri e da lì iniziò la lunga prigionia”. “Fu Graviano che organizzò il rapimento nel maneggio – dice il magistrato ricordando le parole di Giovanni Brusca – il bambino fu segregato per più di due anni fino a essere ucciso nel gennaio del ’96 e poi sciolto nell’acido”.

 

 

Articolo del 7 Novembre 2011 da adnkronos.com
Processo Di Matteo, il pm Asaro chiede l’ergastolo per Graviano e Messina Denaro

l processo è stato rinviato al prossimo 1 dicembre

Palermo – (Adnkronos) – Il pm Fernando Asaro ha chiesto alla Corte d’Assise di Palermo cinque ergastoli e dieci anni per il pentito Spatuzza. La requisitoria: “Il piccolo Giuseppe Di Matteo viene torturato dai suoi aguzzini”

Palermo, 7 nov. (Adnkronos) – La condanna all’ergastolo per cinque imputati, tra cui i boss Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, e a dieci anni per il pentito di mafia Gaspare Spatuzza con le attenuanti generiche, è stata chiesta dal pm Fernando Asaro alla Corte d’Assise di Palermo al termine della requisitoria del processo per il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Santino Di Matteo ucciso e sciolto nell’acido nel gennaio ’96 dopo 779 giorni di prigionia.

Chiesto l’ergastolo, oltre al boss latitante Matteo Messina Denaro e il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, anche per gli imputati Francesco Giuliano, Luigi Giacalone e Salvatore Benigno. Parlando del pentito Gaspare Spatuzza, per il quale il pm ha chiesto l’attenuante generica per la “sua collaborazione piena”, il magistrato ha sottolineato che il suo “è stato un contributo assolutamente determinante per chiarire alcuni aspetti di questa vicenda processuale su cui andava fatta luce. Le sue dichiarazioni sono genuine e meritevoli”.

Nella sua requisitoria, il pm Asaro ha detto che il piccolo Giuseppe Di Matteo ucciso nel gennaio ’96 dopo più di due anni di prigionia “venne rapito e poi strangolato e sciolto nell’acido per contrastare la dilagante emorragia di collaboratori di giustizia e lui era l’anello più debole per colpire il sistema dei pentiti”. Ma l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo “si è dimostrato un vero e proprio boomerang per Cosa nostra per l’implosione avvenuta subito dopo nell’organizzazione mafiosa”.

“Il piccolo Giuseppe Di Matteo non solo viene privato della sua infanzia ma viene torturato dai suoi aguzzini che prima lo sequestrano e dopo 779 giorni di prigionia lo uccidono strangolando un corpicino ormai inerme e poi lo sciolgono nell’acido”, ha detto il magistrato, ricordando poi che sono stati già tre i processi definitivi celebrati per l’omicidio del bambino, in stralci processuali. “Su 49 imputati ne sono stati condannati 35 in via definitiva e alcuni all’ergastolo – ha detto ancora – e si è fatta luce sull’episodio solo grazie ai collaboratori di giustizia. Purtroppo la cosiddetta società civile di Altofonte di quel periodo si è dimostrata assente”.

Il processo è stato rinviato al prossimo 1 dicembre.

 

 

Fonte  video.repubblica.it

16 gennaio 2012
Mafia, omicidio Di Matteo: ergastolo per 5 imputati

Pesanti condanne per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino, che fu sequestrato nel 1993 e dopo 779 giorni di prigionia fu strangolato e sciolto nell’acido. Ecco la sentenza dei giudici della corte d’assise di Palermo. “Matteo Messina Denaro, Francesco Giuliano, Salvatore Benigno, Luigi Giacalone, Giuseppe Graviano, Gaspare Spatuzza sono condannati all’ergastolo per il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Per Gaspare Spatuzza, è stata concessa l’attenuante generica della collaborazione, una condanna a 12 anni di reclusione”. Gli imputati sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali.

 

 

Articolo del 25 Febbraio 2014 da livesicilia.it
La morte di Giuseppe Di Matteo
Ergastolo per Graviano e Benigno

Il figlio del pentito Santino fu rapito il 23 novembre 1993, strangolato e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996.

ROMA – Confermate dalla Cassazione le condanne all’ergastolo per il boss Giuseppe Graviano e per Salvatore Benigno per l’uccisione i il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito il 23 novembre 1993, strangolato e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996. Lo ha appena deciso la Seconda sezione penale della Suprema corte. I supremi giudici – presieduti da Antonio Esposito – hanno rigettato il ricorso presentato da Graviano e da Benigno contro il carcere a vita inflittogli il 18 marzo 2013 dalla Corte d’assise d’appello di Palermo. Gli ergastoli erano stati comminati anche in primo grado dalla Corte d’assise di Palermo il 16 gennaio 2012.

Per il sequestro e l’atroce omicidio del figlio del pentito Santino Di Matteo, sono stati condannati in appello anche Luigi Giacalone, Francesco Giuliano e il boss latitante trapanese Matteo Messina Denaro. Ma solo Graviano e Benigno hanno fatto ricorso alla Suprema corte. A lanciare le accuse contro i suoi complici era stato il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, condannato a 12 anni con l’applicazione dell’attenuante speciale per i pentiti. Il piccolo Di Matteo fu sequestrato il 23 novembre 1993 da un commando di mafiosi travestiti da poliziotti che su ordine di Graviano catturarono il bambino mentre si allenava in un maneggio ad Altofonte. Il bambino fu ucciso dopo 779 giorni di prigionia. La Cassazione ha condannato Graviano e Benigno al risarcimento di circa novemila euro in favore dei familiari della vittima, la madre Francesca Castellese e Nicola Di Matteo costituitisi parte civile.

(ANSA)

 

 

Articolo del 26 Febbraio 2014 da grr.rai.it
Mafia, delitto Giuseppe Di Matteo
Confermati i due ergastoli

I condannati avevano fatto ricorso alla Suprema Corte

La seconda sezione della Cassazione ha convalidato le condanne a vita emesse un anno fa dalla Corte d’assise d’appello di Palermo contro Giuseppe Graviano e Salvatore Benigno, accusati del sequestro e dell’uccisione del piccolo, rapito il 23 novembre 1993 e strangolato e sciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia, l’11 gennaio 1996. Secondo i pentiti il bambino sarebbe stato ucciso per ‘punire’ il padre, il collaboratore di giustizia Santino Di Matteo

ROMA – Conferma degli ergastoli in Cassazione per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio tredicenne del pentito di mafia Santino, strangolato e sciolto poi nell’acido l’11 gennaio del 1996 dopo quasi tre anni di prigionia. Lo ha deciso la seconda sezione penale della Corte di Cassazione, presieduta da Antonio Esposito che ha respinto i ricorsi presentati da due condannati all’ergastolo dalla Corte d’assise di Palermo. Si tratta di Giuseppe Graviano e Salvatore Benigno.

Sono stati condannati, sempre all’ergastolo in appello ma non hanno presentato ricorso in Cassazione, il super latitante Matteo Messina Denaro, Francesco Giuliano e Luigi Giacolone.

Sempre in appello era stato condannato a 12 anni di reclusione il pentito Gaspare Spatuzza, che ha partecipato al sequestro di Di Matteo, e che con le sue dichiarazioni ha permesso di ricostruire tutto l’episodio e per questo è stata applicata l’attenuante prevista per i pentiti.

Il piccolo Di Matteo venne sequestrato il 23 novembre del 1993 mentre si trovata nel maneggio di Villabate. I sequestratori volevano impedire che il padre, Santino Di Matteo, rilasciasse dichiarazioni nell’ambito del suo processo di pentimento. Santino Di Matteo al momento del sequestro del figlio aveva infatti iniziato a collaborare con la giustizia ed aveva iniziato a far luce sulla strage di Capaci.

Il pentito Gaspare Spatuzza raccontò le modalità dell’omicidio di Giuseppe Di Matteo che venne prima strozzato e il corpo poi sciolto nell’acido per farne perdere le tracce.

 

 

 

 

 

 

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