24 ottobre 1982 Pizzini di Filandari (VV). I fratelli Antonio Pesce, 10 anni, e Bartolo Pesce, 14 anni, restano uccisi da una bomba posta per sbaglio davanti alla loro abitazione.

Due malavitosi piazzano una bomba in località Pizzini di Filandari (VV) sbagliando il posto e uccidendo Bartolo Pesce, 14 anni, che stava giocando insieme a suo fratello Antonio Pesce di dieci anni. Era il 24 ottobre 1982.

Fonte: vivi.libera.it

 

 

 

Fonte: archivio.unita.news 
Articolo del 26 ottobre 1982
L’atroce attentato era destinato a un’altra famiglia
Trucidati per errore nella guerra mafiosa i due bimbi in Calabria
di Filippo Veltri
La bomba doveva esplodere molto probabilmente davanti all’abitazione di noti esponenti della malavita – Per giovedì indetta una manifestazione dalla CGIL-CISL-UIL.

FILANDARI (Catanzaro) — Strage di Innocenti. Due bambini, due fratelli massacrati da una bomba mafiosa diretta ad un pregiudicato. Altri quattro feriti –  In lotta fra la vita e la morte – nell’ospedale di Vibo Valentia: è il bilancio di un altro orribile, atroce fatto di sangue in Calabria.

Domenica sera nella frazione di Pizzini nel comune di Filandari, a poco più di dieci chilometri da Vibo, in pochi minuti c’è stato l’inferno. Quasi un chilo di tritolo è esploso davanti alla porta di una abitazione e due fratellini, Bartolo e Antonio Pesce, di 14 e 10 anni, sono rimasti uccisi. Altre quattro persone – fra cui il padre dei ragazzi – feriti orribilmente dalle schegge dell’ordigno. Ieri mattina, dopo una febbrile notte di indagini, carabinieri e polizia hanno appurato con sicurezza che la famiglia del Pesce non era destinataria della morte mafiosa.

È infatti certo che l’intimidazione era diretta nei confronti di un pregiudicato e sorvegliato di pubblica sicurezza, Giuseppe Surlano, e dei suoi figli, che abitano a pochi metri di distanza dalla casa del Pesce, due isolati più in alto. Tre persone, Antonio Montella, Michele Vinci e Nazzareno Pugliese, tre pregiudicati di San Gregorio d’Ippona, San Costantino Calabro e Prancica, tutti paesi vicini, sono stati fermati ieri dai carabinieri perché fortemente sospettati e in serata il sostituto Procuratore della Repubblica di Vibo, Costa, era atteso per una decisione.

Filandari e la frazione di Pizzini ieri mattina erano avvolti da una cappa di paura e di sbigottimento. Nella povera casa del Pesce, nel vicolo Antonio Deodato, un budello strettissimo circondato dagli ulivi, la madre dei due bambini piange disperata e non parla. Sono i parenti, sgomenti, a raccontare quei terribili momenti vissuti domenica sera, poco dopo le 20,30.

Una vicina, Maria Rosa Cichello, un’anziana vedova che era andata a trovare una dirimpettaia, sente all’improvviso odore di bruciato.  Si pensa al gas. Fa un rapido controllo, poi si affaccia all’uscio di casa e vede la miccia della bomba, piazzata davanti al portone di casa sua, che lentamente si sta consumando. Chiede aiuto. Dalla vicina casa dei Pesce escono di corsa il padre e i due figli: sono momenti drammatici.  Scappate –  grida il padre – che c’è la bomba». Ma ormai è troppo tardi: la deflagrazione colpisce in pieno i due bambini che muoiono sul colpo. Inutile la corsa verso l’ospedale di Vibo, dove sono invece ricoverati Francesco Antonio Pesce, di 42 anni, Margherita e Carmelo Vallone, di 17 e 13 anni (cugini dei Pesce), e Maria Rosa Cichello di 67 anni.

Filandari è un paesino agricolo nel promontorio del Poro. Poche centinaia di abitanti sparsi per le campagne, una vita fatta di stenti, di fatiche, di tante durezze. Nessuno ieri voleva parlare, poca gente per le strade, tutti sgomenti e distrutti da un dolore enorme. La casa dell’anziana vedova Cilchello è pressoché demolita. La famiglia dei Suriano ha chiuso porte e finestre per evitare intrusi e curiosi. Giuseppe Suriano era stato arrestato l’ultima volta dieci giorni fa per non aver ottemperato agli obblighi della sorveglianza speciale. Ma era stato rimesso in libertà. Furti, rapine ed estorsioni pare siano il suo campo di attività. Alcuni giorni fa i figli erano stati protagonisti di una violenta lite con altri pregiudicati del posto. Il tutto – dicono i carabinieri – per una spartizione dei proventi di un furto, un regolamento di conti fra cosche.

Da tempo in questi paesini del Vibonese, che guardano verso la vicina Piana di Gioia Tauro, è in atto una vertiginosa crescita del potere mafioso e dei fatti di violenza. Limbadi, Rombiolo, San Calogero, San Gregorio, Nicotera, Francica, vivono ormai in uno stato di coprifuoco non dichiarato. Di sera – ma anche di giorno – è raro incontrare qualcuno. Ci si chiude in casa per paura di restare coinvolti in qualche sparatoria.  I traffici illeciti – dal contrabbando della droga e dei diamanti al taglieggiamento – questo il terreno dello scontro. Ma qui anche il controllo del mercato dei trasporti, della mano d’opera (i centri dove più diffuso è il «caporalato» in Calabria sono proprio questi del Vibonese), dell’agricoltura, provocare faide, regolamenti di conti, oppressione mafiosa vera e propria.

I compagni del comitato di zona del PCI di Vibo Valentia ci raccontano decine e decine di episodi di intimidazioni, di minacce, di furti, di rapine, di sparatorie.

Del resto proprio mentre a Filandari scoppiava la bomba, a pochi chilometri da Vibo i carabinieri facevano un’altra macabra scoperta rinvenendo il cadavere di un uomo carbonizzato e tagliato a pezzi dentro una macchina. Dopo gli accertamenti si è avanzato il sospetto che il cadavere possa essere quello di un 30enne di Vibo, Nicola Purità, residente da qualche anno a Milano e forse in collegamento con le bande mafiose del luogo.  Alcuni anni fa il Purità venne arrestato per traffico di armi e di pietre preziose.

La strage di Filandari, in ogni caso, non aveva precedenti nelle stesse statistiche sulle violenze mafiose; ieri le segreterie CGIL-CISL-UIL  del comprensorio del Vibonese hanno indetto uno sciopero ed una manifestazione contro la mafia per giovedì mattina. Un corteo si snoderà per le strade di Vibo e al termine ci sarà un comizio di un rappresentante della federazione unitaria.

Proprio ieri – intanto – si è avuta una ferma presa di posizione dei vescovi calabresi contro la mafia.  I vescovi affermano anche che occorre risolvere le crisi degli enti locali «che si trascinano da troppo tempo».

Nota di Fabio Mussi (dirigente PCI)

Una risposta immediata contro questa barbarie
La strage degli innocenti non è un «nuovo episodio di mafia. È un’altra cosa: la barbarie e l’orrore di una violenza che mira a grandi spargimenti di sangue e non teme neppure lo sbaglio, la morte comminata a caso. Di mezzo stavolta c’è la fine tragica di due ragazzini e il massacro di un’intera famiglia. Ricordo, mesi fa, un incontro con i massimi responsabili dell’ordine pubblico provinciale: ponemmo con Impegno il problema, a partire da Limbadi, della situazione di tutto II Vibonese. Ci si rispose con l’elenco rassicurante di furtarelli e piccoli atti criminali di scarso significato. Ecco cosa succede ora.

Ci vuole subito una risposta di massa. La reazione morale della gente è stata pronta.  Le forze della scuola e del lavoro stanno organizzando il primo importante sciopero generale di zona contro la mafia e la violenza. Noi comunisti saremo in prima fila come nel resto della Calabria: è ora il momento della risposta democratica alla sfida mafiosa, della lotta, dell’intervento organizzato a cominciare dal pieno Impegno per l’applicazione della legge La Torre contro la mafia.  Ci si può unire in questo impegno.  Importantissima è in tal senso la dichiarazione, che suona come un grido d’allarme e un appello, dei vescovi calabresi

 

 

 

Fonte: lacnews24.it
Articolo del 13 aprile 2018
La strage dei bambini senza giustizia e la confessione dimenticataVIDEO
A Filandari nel 1982 una bomba causò la morte di due vittime innocenti, di quattordici e dieci anni. Nel 2005 la clamorosa confessione di un collaboratore, ma il caso non fu mai riaperto.

Servello aveva solo 18 anni quando il 24 ottobre del 1982, assieme a un coetaneo, avrebbe fatto esplodere l’ordigno, a Pizzinni di Filandari. Avrebbero agito su mandato mafioso. Quella bomba doveva uccidere, tutti insieme, i Soriano. Morirono invece «bambini che erano usciti fuori a giocare». Sbagliarono a collocarla ed esplose davanti all’abitazione di Maria Rosa Cichello, che allora aveva 67 anni. Esplose proprio mentre i fratellini Pesce si avvicinarono a quella miccia incuriositi. Bartolo aveva quattordici anni, Antonio dieci. Altre quattro persone rimasero ferite. Fu una strage.

Eppure, per questa strage – vent’anni prima che il pentito parlasse – ci fu un processo, che vide assolti alcuni imputati che lo stesso Servello non menzionerà mai in seguito, e che – all’esito del terzo grado – finì con lo scagionare i boss Giuseppe e Luigi Mancuso.
La morte dei fratellini, innocenti vittime della ‘ndrangheta, rimase così un delitto senza giustizia. Un caso irrisolto. Un caso sul quale calò il silenzio fino al 2005, quando Servello, ex trafficante di droga, parlò, autoaccusandosi di quel reato, rivelandone retroscena e movente. Il verbale fu acquisito nell’ambito del processo “Black money – Overseas- Purgatorio” contro il clan Mancuso di Limbadi.

Manzini: «Volevo chiederle in relazione agli altri fatti di cui lei è a conoscenza se tra quelli che lei mi ha già riferito ve ne sono altri di cui intende parlarmi…».
Servello: collaboratore di giustizia: «Uno riguarda la bomba che è stata messa a Pizzinni di Filandari, stiamo parlando di 15, 20 anni fa, non ricordo».
Manzini: «Mi racconti l’episodio…».
Servello: «Intanto uno degli esecutori sono stati io… A mettere quella bomba, cioè l’ha messa l’amico mio quella bomba, no che l’ho messa io… Io ero complice diciamo, nella situazione della bomba…».
Manzini: «Allora, intanto mi chiarisca bene il fatto perché…»
Servello: «Allora questo fatto mi è stato obbligato dal signor […], mio paesano, l’industriale quello che ha la fabbrica di ferro, che lavora… che ha quella grossa fabbrica… Mi è stato obbligato di mettere questa bomba in quanto… dicendomi che glielo hanno detto i fratelli Mancuso, all’epoca, che io non ho mai conosciuto né conoscevo, .
Manzini: «Una bomba posizionata dove?».
Servello: «Alla famiglia Soriano di Pizzinni… Sì, dove invece sono morti degli innocenti, dei bambini…».

Malgrado quel verbale, malgrado quella clamorosa e drammatica confessione, quel caso non fu mai riaperto.

 

 

 

 

La strage dei bambini impunita, la confessione dimenticata

LaC TV 13 aprile 2018

 

 

 

Fonte:  ilvibonese.it
Articolo dell’8 dicembre 2019
‘Ndrangheta: la strage di Pizzinni e l’agguato a Spilinga nel racconto di Fuduli
di Giuseppe Baglivo
L’ex collaboratore di giustizia che il 18 novembre si è tolto la vita aveva reso dichiarazioni anche su tali fatti di sangue eclatanti.

Si chiude con il racconto su fatti di sangue eclatanti l’ultimo verbale di interrogatorio reso dall’ex collaboratore di giustizia, Bruno Fuduli, che il 18 novembre scorso ha deciso di togliersi la vita a Filandari. L’infiltrato dei carabinieri del Ros nell’operazione Decollo contro il narcotraffico internazionale era stato sentito il 12 maggio 2011 dall’allora pm della Dda di Catanzaro, Giampaolo Boninsegna, e dall’allora comandante della Stazione dei carabinieri di Vibo Valentia, Nazzareno Lopreiato. All’epoca Bruno Fuduli si trovava in carcere in quanto arrestato nell’ambito dell’operazione Overloading della Dda di Catanzaro.

Nel corso di un lungo interrogatorio, l’ex collaboratore di giustizia ha riferito agli inquirenti anche in ordine alle confidenze ricevute fra il 2002 ed il 2003 dal broker della cocaina Vincenzo Barbieri, poi ucciso a San Calogero il 12 marzo 2011. “Vincenzo Barbieri mi disse che i Mancuso anni prima avevano messo una bomba a Pizzinni di Filandari ed era morto un bambino. Avevano fatto loro l’attentato ed hanno sbagliato porta ed è morto un bambino. Si trattava di un attentato nato nell’ambito dello scontro fra i Soriano ed i Mancuso”. Chiaro il riferimento di Bruno Fuduli alla c.d. “strage di Pizzinni” che il 24 ottobre 1982 provocò la morte di due bambini innocenti: Bartolo Pesce di 14 anni e Antonio Pesce di soli 10 anni. Altre quattro persone rimasero ferite. Per quella strage ci fu anche un processo, che registrò l’assoluzione degli imputati, compresi i boss Giuseppe e Luigi Mancuso. Il sospetto – rimasto tale in assenza di verità giudiziarie – è che i Mancuso avessero ordinato di collocare una bomba sotto la finestra dei Soriano, già all’epoca ingestibili e da eliminare. L’ordigno esplosivo venne però collocato sotto la finestra sbagliata provocando la morte di due bambini.

La morte dei fratellini, innocenti vittime della ‘ndrangheta, è rimasta un delitto senza giustizia. Un caso irrisolto. Un caso sul quale è calato il silenzio fino al 2005, quando il pentito Angiolino Servello, ex trafficante di droga di Ionadi, si è autoaccusato di quel reato, rivelandone retroscena e movente. Malgrado il verbale di Angiolino Servello, malgrado quella clamorosa e drammatica confessione, e malgrado anche il verbale di Bruno Fuduli sei anni dopo, il caso della strage di Pizzinni non è stato mai riaperto.

L’omicidio Fiamingo. Particolari importanti Fuduli ha poi rivelato anche in ordine all’omicidio di Raffaele Fiamingo ed al ferimento di Francesco Mancuso, detto “Tabacco”. Fatti di sangue avvenuti nella notte del 9 luglio 2003 a Spilinga. “All’epoca mi voleva sentire la dottoressa Manzini – rivela Fuduli – ma poi non sono stato mai convocato. Sul posto della sparatoria si trovava anche uno dei fratelli Tripodi ed insieme a Raffaele Fiamingo e Francesco Mancuso erano andati a chiedere la mazzetta al titolare di un panificio di Spilinga. Sono andati poi a Tropea, hanno mangiato, hanno bevuto, si sono ubriacati e quando sono tornati hanno trovato la sorpresa: gli hanno sparato. Francesco Mancuso era in attrito all’epoca con gli zii e questo mi era stato riferito da Vincenzo Barbieri. I fratelli Francesco e Diego Mancuso e gli altri fratelli avevano costituito un gruppo a sé con i figli ed erano contro gli zii e gli altri cugini”.

Da ricordare che nell’aprile scorso la Dda di Catanzaro ha portato a termine l’operazione antimafia denominata “Errore fatale” che mira a far luce proprio sull’omicidio di Raffaele Fiamingo di Rombiolo ed il ferimento di Francesco Mancuso, detto “Tabacco”, di Limbadi. In carcere per tale fatto di sangue quale mandante resta il boss Cosmo Michele Mancuso, quali esecutori materiali della sparatoria Giuseppe Accorinti e Antonio Prenesti (annullamenti con rinvio ad opera della Cassazione). Ordinanza annullata, invece, per Domenico Polito di Tropea. Della presenza di uno dei fratelli Tripodi di Portosalvo la notte dell’agguato, accanto a Francesco Mancuso e Raffaele Fiamingo, oltre a Fuduli avevano parlato anche altri collaboratori di giustizia, ma allo stato nessun componente di tale clan è stato attinto da misure cautelari per la notte di fuoco del 9 luglio 2003 a Spilinga.

 

 

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