25 Dicembre 1981 Bagheria (PA). Resta ucciso Onofrio Valvola, un pensionato, durante un raid tra clan mafiosi contrapposti.

Onofrio Valvola, un pensionato di 62 anni fu ucciso sulla porta di casa il 25 dicembre del 1981 a Bagheria (PA), in quella che viene ricordata come Strage di Natale. Un commando di killer composto dai quattro uomini armati di mitra e pistole calibro 38, trucidò due appartenenti alla cosca rivale: Biagio Pitarresi e Giovanni Di Peri. Onofrio Valvola, involontario testimone, fu una delle vittime innocenti della seconda guerra di mafia, iniziata agli inizi degli anni ’80 e conclusasi nel 1983 in cui furono commessi oltre 1000 omicidi.

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news 
Articolo del 27 dicembre 1981
Natale di sangue a Bagheria e Amantea
Con lupara e pistola dalle auto in corsa: 7 uccisi  dalla mafia in Calabria e Sicilia
Nel  centro  isolano,  oltre  a  un  anziano  «boss»  e  al  suo  guarda-spalle,  colpito a morte un ignaro  spettatore della  sparatoria.

PALERMO — Tre auto a tutto gas, come in un film, tamponamenti, spari, urla e panico: oltre   alle   due «vittime designate» —  un capomafia ed il suo «guardaspalle» —  è morto pure un poveraccio che non centrava nulla, freddato sulla soglia di casa da una scarica di pallettoni di lupara.  È accaduto la mattina di Natale in pieno centro a Bagheria, la città di 40 mila abitanti ormai inglobata nella grande area metropolitana di Palermo.
Alle 11 era sbucata, a velocità pazzesca, sulla centrale via Lanza, con grande stridio di pneumatici, una «Golf» con due uomini a bordo.  E la gente si era assiepata sui marciapiedi, come per assistere ad una corsa fuori programma.

Dalla statale 113 —  dove, a quanto pare, l’inseguimento   era   iniziato — sopraggiungevano una BMW e una FIAT «128».  A un tratto c’è un incidente: il furgoncino di un commerciante, trovatosi in mezzo, vola via con un testa-coda, sbattendo contro un muretto.  E, in pochi secondi, mentre la folla comincia a capire, crepitano i primi colpi. Quelli sulla «Golf» sono in difficoltà: la sagoma dell’autista s’abbatte sul volante. L’altro fugge a piedi. Ma non riesce a fare più di dieci passi sul marciapiede ormai deserto: i killer, che ora sono scesi dalle loro auto, l’inseguono e lo colpiscono alle spalle, uccidendolo.
Per fare la strage sono state sparate decine e decine di pallottole calibro 38 e numerose scariche di lupara.

Quando giungono i soccorritori, le due auto dei sicari si sono già dileguate, l’uomo sul selciato è morto, quello al volante agonizza in un lago di sangue.  Ma da una traversa del corso, in via Trento, qualcuno urla e la gente si assiepa attorno ad un’altra chiazza rossa: riverso sulla strada, proprio davanti alla soglia della sua modesta abitazione, un pensionato 60enne. Onofrio Valvola si era affacciato, richiamato dal gran clamore, e ora sta spirando.  Non era certo lui l’obiettivo dell’agguato, ma uno dei due occupanti della «Golf», Biagio Pitarresi, 35 anni, che aveva tentato la disperata fuga a piedi. La prima «volante» giunta, sul posto non ha ricevuto dalla centrale alcuna indicazione sul suo conto.  Il giovane era incensurato. Solo più tardi si capirà qualcosa di più: quando anche dell’uomo alla guida, che intanto ha cessato di vivere, dissanguato, si conosceranno le generalità: era Giovanni Di Peri, 62 anni, vecchio patriarca mafioso di Villabate un comune attaccato alla cinta urbana del capoluogo Siciliano.
Anche un suo amico, Giuseppe Caruso, di 48 anni, è stato ucciso più tardi a Villabate.

La strage di Natale, che fa salire a 99 la tragica conta delle vittime dell’anno a Palermo, si è fatta probabilmente per eliminare proprio il Di Peri dalla scena.
II copione del delitto è quello classico degli omicidi mafiosi: la FIAT «128», rubata venti giorni fa, abbandonata dai killer — almeno cinque secondo i testimoni — è stata ritrovata sempre a Bagheria poco distante.  Nell’abitacolo un fucile a canne mozze. Sul cruscotto i fori di alcuni proiettili, segno che dalla «Golf» si è risposto al fuoco.
La BMW, anch’essa rubata alla vigilia di Natale, e che con ogni probabilità ha funzionato come macchina d’appoggio, a mezzogiorno è stata ritrovata a venti chilometri di distanza, bruciata, nella borgata palermitana di Falsomiele.

Ieri mattina le autopsie non hanno detto nulla di nuovo. Qualche passo avanti c’è, però nelle indagini: oltre alla pista principale, che accomuna questo agguato a decine di regolamenti di conti, con la probabile posta in gioco del controllo del traffico dell’eroina, e che hanno visto cadere soprattutto gli esponenti delle cosche più vecchie, come, per l’appunto, Di Peri, si segue una traccia ancor più precisa: il figlio ventottenne del capomafia braccato ed ucciso, Giuseppe, e suo cugino, Salvatore, sono in carcere da qualche settimana, perché trovali in possesso delle armi rubate nel corso di una grossa rapina di 700 milioni compiuta su un vagone postale nel luglio scorso alla stazione di Ficarazzelli: si sospetta che la strage sia maturata proprio in questo «giro».  v. va.

 

 

Articolo da L’Unità del 29 Dicembre 1981
Palermo: 6 le vittime della strage mafiosa

PALERMO — Sono sei anziché cinque le vittime? L’ipotesi di un ulteriore aggiornamento del tragico bilancio della strage mafiosa di Natale e Santo Stefano nel Palermitano si basa su nuove testimonianze. I killer che hanno trasformato le strade di Bagheria in una specie di Chicago-anni 30, braccando a tutto gas venerdì la BMW del capomafia di Villabate. Giovanni Di Peri, non soltanto avrebbero ucciso tre uomini (lo stesso boss, il suo delfino Biagio Piurresi ed un ignaro pensionato, Onofrio Valvola, che stava a guardare) ma avrebbero anche portato via, sequestrandoli per eliminarli successivamente, altri due uomini, e non uno solo, come in un primo tempo si era pensato.
Di uno di essi si conosce già il nome: Antonino Pitarresi, il mafioso di mezza tacca, padre del giovane Biagio, che domenica figurava tra i firmatari di una necrologia in memoria del figlio (la famiglia l’ha scrìtta per lui, ostinandosi a sostenere che è partito venerdì per curarsi in una non meglio precisata clinica svizzera). Dell’altro, appartenente sembra allo stesso clan, per ora non si conosce l’identità. L’opera, com’è noto, sarebbe stata comunque completata 24 ore più tardi, sabato sera, con un infernale tiro al bersaglio incrociato contro Giuseppe Caruso, amico stretto, oltre che vicino di casa, del vecchio patriarca di Villabate.
L’attenzione degli investigatori si concentra soprattutto sulla dinamica del drammatico inseguimento delle tre auto
per le vie di Bagheria. In specie su un particolare: quanti erano sulla «Golf» di Di Perì?
C’è chi giura fossero in quattro, il capomafia, per l’appunto, i due Pitarresi, ed un altro uomo. Chi era? E che fine ha fatto? Nel gran pandemonio, dopo la tremenda sparatoria, in pochi hanno avuto tempo d’osservare attentamente la scena. Si è udito un grido lacerare il silenzio, dopo il massacro: «Sono finiti i colpi. Che facciamo?». In un attimo la decisione: «Portiamoli via».
Il ferito, trasportato sulla macchina dei killer, è con ogni probabilità Antonino Pitarresi. Ora, sulla base di un semplice
calcolo dei contendenti rimasti sull’asfalto e degli aggressori, si ipotizza che anche il quarto occupante della «Golf» abbia fatto la stessa fine: rapito, e ucciso.
v. va.

 

 

Articolo da Il Corriere della Sera del 10 Marzo 1993     
” pocket coffee ” di piombo per la mattanza
di Andrea Purgatori

I retroscena di centinaia di delitti nei racconti dei killer: orrori, commenti e battute dopo le stragi. cronaca e nomi della guerra di mafia cominciata la sera del 23 aprile 1981 e arrivata fino ad oggi

ROMA . Uomo mite, stratega finissimo, capo spietato. Questo e’ Salvatore Toto’ Riina. E cosi’ lo raccontano quei pentiti di mafia che lui nega persino di conoscere. Un padrino assoluto e temibile che per 19 anni ha scalato il vertice di Cosa nostra. Sostituendosi al rissoso Luciano Liggio, spazzando via gli avversari, governando col terrore. Questo e’ Salvatore Toto’ Riina. E cosi’ ce lo raccontano le 400 pagine firmate dal pool degli investigatori della Procura di Palermo. Cucite su misura sugli elementi raccolti dalla Dia. Che mentre in aula Riina parlava, lanciava messaggi, erano invece al lavoro sulle confessioni di quel manipolo di uomini d’ onore che l’ aveva ormai abbandonato. Per svelare i segreti dell’ ultima guerra di mafia. La guerra che negli anni Ottanta ha segnato la (ir)resistibile ascesa dei corleonesi. Strangolamenti e bidoni d’ acido e grigliate di cadaveri. E 500 morti. Tutti nemici, piu’ o meno pericolosi o colpevoli di rappresentare un ostacolo al disegno di potere che Toto’ Riina comincia a coltivare il 5 maggio 1974, giorno dell’ arresto di Luciano Liggio. E non fatica a sostituirlo nel “triumvirato” che dirige Cosa nostra, Riina: con Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Lui, cosi’ mite ma carismatico, tuttavia non si accontenta. Impiega sette anni a tesser trame, a “reclutare” infiltrati nelle altre famiglie, per prepararsi al gran salto. Quando Bontate intuisce e’ troppo tardi. Riina e’ “alle porte di Palermo” e ha gia’ deciso l’ eliminazione fisica del suo rivale con un cocktail di lupara, 38 special, 357 magnum e kalashnikov che Antonino Madonia ribattezza divertito il “pocket coffee”. La guerra di mafia comincia proprio quella sera. E’ il 23 aprile 1981. E gli uomini che partecipano all’ agguato sono Giuseppe Gambino, Antonino Madonia, Giuseppe Greco e Raffaele Ganci, Mario Prestifilippo e Giuseppe Lucchese, Giovanbattista Pullara’ e Filippo e Giuseppe Marchese. Gli stessi (piu’ o meno) che 20 giorni dopo arrivano con le auto e un furgone nella via Brunelleschi, dove abita l’ amante di un altro bontatiano: Salvatore Inzerillo. E’ l’ undici maggio 1981. E mezz’ ora dopo mezzogiorno una valanga di pallottole gli si scarica addosso mentre sta per salire sull’ Alfetta blindata. Un’ esecuzione col tiro a fuoco incrociato, dice l’ ordinanza: Giuseppe Marchese “senti’ fischiare le pallottole accanto alle orecchie e rimase stordito. Vide che alcuni proiettili lasciavano scintille”. Per evitare sorprese con la blindatura dell’ auto, il gruppo di fuoco aveva fatto le prove coi kalashnikov la sera prima, sulle vetrine della gioielleria Contino lungo la via Liberta’ . Commento di Antonino Madonia: “Il pocket coffee funziona”. Ma il piu’ sconvolto sembra Giuseppe Marchese. E Giacomo Giuseppe Gambino lo prende in giro: “Ancora ti suonano le orecchie?”. La “mattanza” va avanti. Duecento sono i morti in due anni. E la caccia senza quartiere e’ estesa agli “scappati” all’ estero ma anche ai familiari e agli amici di tutti gli uomini d’ onore che il clan dei corleonesi considera avversari. Il 14 ottobre finiscono strangolati anche Franco Mafara e Antonino Grado. Se ne occupano Salvatore e Mario Prestifilippo con Giuseppe Greco, Giuseppe Lucchese e Filippo Marchese. Una esecuzione turbolenta, perche’ quando Mafara capisce scoppia a piangere e implora di risparmiarlo mentre Grado, impassibile, gli dice di comportarsi da uomo d’ onore fino alla fine: “Fagli fare i cornuti e di’ che si sbrighino”. Li strangolano, poi il gruppo rimane li’ a scherzare sulle lacrime di Mafara. Quando arriva Salvatore Cucuzza, li trova ancora a discutere vicino ai due cadaveri. Gli raccontano la scena e lui dice: “Mi sono perso il meglio”. Intanto, i tre Giuseppe (Marchese, Greco e Prestifilippo) si occupano di far fuori anche il fratello di Mafara, Giovanni. Lo ammazzano in azienda, a viso scoperto. Natale 1981, la strage di Bagheria. Le vittime designate: Giovanni Di Peri, Antonino e Biagio Pitarresi. Anche per loro era previsto lo strangolamento, poi le cose vanno diversamente e tutto si risolve a colpi di fucile e pistola. Solo che Greco sbaglia mira e finiscono le munizioni: Antonino viene caricato su un’ auto ancora vivo e ammazzato in campagna. Ci rimette la pelle un pensionato, Onofrio Valvola. Poco tempo dopo, ce la rimette anche Paolo Giaccone, un perito che scopre le impronte di Giuseppe Marchese su una delle auto. Poi, a fine novembre del 1982, la mattanza che fa piazza pulita di 15 avversari tra cui Rosario Riccobono e Salvatore Scaglione: tutti strangolati e poi sciolti dentro bidoni pieni d’ acido. Autunno 1985, Riina decide di togliere di mezzo il feroce Giuseppe Greco. 29 settembre 1987: e’ la volta di Mario Prestifilippo. 28 settembre 1988: tocca a Francesco Citardo e Giovanni Bontate. 11 maggio 1989: all’ Ucciardone, Antonino Marchese sfonda il cranio di Vincenzo Puccio con una bistecchiera. E al cimitero, ammazzano suo fratello Pietro Puccio. Siamo alle ultime battute. L’ esecuzione delle donne di casa Mannoia: Vincenza, Leonarda e Lucia, che non troncano i rapporti con l’ “infame” Francesco, pentito e collaboratore di Falcone. Le ammazzano, poi guardano la tv e vedono Falcone. Peccato, dicono i killer: a saperlo prima si poteva mettere l’ esplosivo sotto l’ auto coi cadaveri e far “saltare anche lui”. Infine, Libero Grassi. L’ ammazzano il 29 agosto del 1991 perche’ si ribella alle regole del “pizzo”. Lo Stato sembra reagire. Commenta Giuseppe Madonia: “Pazienza, passera’ anche questa. Ma se a questo cornuto non gli si sparava, tutti gli altri avrebbero seguito il suo stesso esempio di ribellarsi. Tocca farsi sentire ogni tanto”.

 

 

Articolo da La Stampa del 25 Aprile 1984
I Marchese accusati per cinque omicidi e una lupara bianca

PALERMO — Per la “strage di Natale”., compiuta a Bagheria. è stato chiesto li rinvio a giudizio di Filippo Marchese, boss di corso del Mille, e di suo figlio Giuseppe. La strage fù compiuta nel 1981. Durante un drammatico iInseguimento lungo le strade di Bagheria vennero uccisi Giuseppe Di Peri e Biagio Pltarresi ed inoltre un pensionato, Onofrio Valvola, raggiunto da un colpo di pistola proprio nel momento in cui usciva dal portone di casa. Il padre di Biagio Pitarresi, Antonino, che viaggiava insieme con il figlio, venne prelevato a viva forza. Di lui non si sono avute più notizie e si pensa che sia rimasto vittima della “lupara bianca”. Ai due Marchese si fa carico anche dellll’omicidio di Giuseppe Caruso assassinalo due giorni dopo la strage di Bagheria. Secondo l’accusa, determinante sarebbe, al fini dell’accertamento delle responsabilità una perizia sulle impronte digitali eseguita dal prof. Paolo Giaccone. Il medico legale ucciso nell’agosto del 1982. Il prof. Giaccone — secondo gli Inquirenti — è stato assassinalo perché avrebbe rifiutato di sostenere che le Impronte rilevate non erano quelle di Giuseppe Marchese. Filippo e Giuseppe Marchese sono inoltre accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso. (Agi)

 

 

 

Articolo da La Stampa del 2 Ottobre 1984
Gli autori e i moventi dei principali delitti
La ricostruzione dei magistrati di Palermo

PALERMO — Anche se hanno richiesto più di 160 pagine, si tratta ancora soltanto di accenni: eppure sulla base delle rivelazioni di Tommaso Buscetta i giudici di Palermo hanno già potuto individuare autori e moventi di una lunghissima serie di delitti.

Vediamo i principali.

Pietro Scaglione — «Buscetta — scrivono i giudici — lo definisce magistrato Integerrimo e persecutore della mafia. L’omicidio, Ispirato e voluto dal corleonesi, venne eseguito nel territorio di Porta Nuova, della cui famiglia già allora era capo Pippo Calò».

Giuseppe Russo — «L’omicidio del colonnello dei carabinieri venne eseguito da un commando del quale faceva parte anche Pino Greco».

Emanuele Basile — Accusati dell’assassinio del capitano del carabinieri, tre mafiosi erano stali assolti dopo un lungo processo. Secondo i giudici però il giudizio, come molti altri, adesso andrà rivisto: Michele Greco, Vincenzo Puccio e Giuseppe Madonia riemergono come i veri responsabili dalle confessioni di Buscetta.

Paolo Giaccone — «Stimatissima figura di professionista, venne ucciso soltanto perché incaricato dall’autorità ‘ giudiziaria di svolgere una perizia sulle impronte rinvenute nell’auto usata per l’omicidio di Onofrio Valvola». Fra i probabili autori dell’assassinio. Giuseppe Marchese, figlio del boss Vincenzo.

Alfio Ferlito — Assassinato sulla circonvallazione, coi tre carabinieri che lo scortavano. Venne ucciso «per rendere un favore a Nino Santapaola, capo della famiglia di Catania e strettamente collegato coi corleonesi. Uccidendolo, non solo si faceva un grosso favore a Santapaola ma si eliminava un grosso personaggio mafioso che per la sua vecchia amicizia con Salvatore Inzerlllo era tutt’altro che favorevole allo strapotere di quest’ultimo».

Mario D’Aleo — Anch’egli capitano dei carabinieri: fu ucciso per lanciare «un’aperta sfida al poteri dello Stato. Forse finora non è stato sufficientemente considerato come la compagnia dei carabinieri di Monreale costituisca un vero avamposto’nella roccaforte dei corleonesi. E’ indubbio che di questo omicidio debba rispondere tutta la ‘commissione’, e cioè il gruppo mafioso in quel momento prevalso nella guerra».

g.z.

 

 

 

 

TCDM lab – Strage di Natale
Villaggio Maori Edizioni

(24 pagine ) ISBN: 9788898119066

Il 25 dicembre del 1981 due auto si inseguirono, sparandosi, per le strade di Bagheria: la folle corsa si completò in via Trento lasciando morti Giovanni Di Peri e Biagio Pitarresi, uomini di onore della famiglia di Villabate, e Onofrio Valvola, un pensionato che ebbe la sventura di trovarsi per strada mentre venivano sparati i colpi. Un terzo uomo della famiglia di Villabate, Antonino Pitarresi, fu rapito dal commando dei killer e mai più ritrovato. Morte ed ipocrisia si intrecciano tra i vicoli del paese siciliano.

 

 

Fonte: vocedibagheria.it 
Articolo del 13 Aprile 2013
Bagheria. La strage del 25 dicembre 1981, è diventato un libro. Ecco uno stralcio

È diventato un evento letterario, uno degli episodi più sanguinosi che si sono verificati nelle strade di Bagheria: la strage del Natale del 1981.
Quel 25 dicembre, alle 11,00, circa, tre auto inseguirono tra le strade di Bagheria e gli occupanti spararono all’impazzata.
Alla fine vennero uccisi Giovanni Di Peri, boss della famiglia di Villabate, Biagio Pitarresi e un uomo che stava uscendo di casa, Onofrio Valvola. Pare che il commando, composto da uomini della cosca di corso dei Mille, capitanati da Filippo Marchese, finiti i colpi, rapirono e uccisero in seguito Antonino Pitarresi.
La strage di natale ha provocato un’altra vittima: il dottore Paolo Giaccone, ucciso l’11 agosto 1982, per non avere voluto falsificare una perizia su uno degli assassini.
Quella storia tragica, adesso è un racconto, scritto dai componenti del laboratorio “Tutta colpa della maestra” guidato da Giorgio D’Amato (nella foto sotto) e composto anche da Federico Orlando, Valeria Balistreri, Peppa, Antonella Tarantino, Eliana Macrì, Isabelle Herve, Rosalba Scurti e Giorgina D’Amato.

Il libro “TCDM – Strage di Natale – Villaggio Maori Edizioni “ sarà presentato venerdì 19 aprile 2013 ore 18,30 alla libreria Interno 95 di via Dante. Oltre agli autori, ci sarà anche Gianfranco Scavuzzo

Per gentile concessione degli autori, pubblichiamo uno stralcio.

“Il giorno di Natale che cadde il 25 dicem­bre del 1981, io che santifico le festività alle ore undici in punto stavo mescolando il sugo di carne: mi ero alzata che ancora era notte per mettere il tegame sul fuoco, deve cuocere assai lui, così stringe; e quel giorno mi succes­se una cosa che mai in trent’anni che faccio ragù e falso magro: la cipolla non si voleva imbiondire – ha buttato l’acqua, pensai, e ora gli porta sapore amarostico – e invece, tutta in una volta, si stava bruciando che meno male che avevo l’occhio pronto: subito misi i pez­zi di carne e poi l’estratto di pomodoro, due boccali di acqua calda e finalmente mi affac­ciai, che gli occhi mi andarono subito sulla 127 azzurrina di quello che sta a primo piano che parcheggia sempre a malo posto: con tutto lo spazio che ha l’aveva messa proprio davanti lo sbocco della via Trento nella via Lanza, e per me fu fatale questa posteggiata davanti le sa­racinesche, che verso le undici, quando arrivò la macchina bianca di quelli che furono am­mazzati – misericordia di Dio scappava come una gatta pregna inseguita dai cani, pure che si salva, i figli gli muoiono dentro la pancia -, si andò a scaraventare sulla fiancata: il rumore! pareva quando cadono le pentole dello stipet­to, ma le pentole cadute non erano due o tre, erano almeno cento e con il coperchio. Io fui costretta ad affacciare, che potevo fare?, ma non riuscii a vedere tutta la scena perché suc­cedevano troppe cose contemporaneamente – ci volevano dieci occhi, due non bastavano. Quello che guidava aprì lo sportello e si mise a correre, due passi fece che si trovò per terra: lo presero di spalle, forse in pieno. E poi ce n’era uno che rimase in macchina perché non arrivò ad uscire, non lo so se era intrappolato tra i se­dili oppure, secondo me, si voleva nascondere, macché, quelli aprirono lo sportello che erano furbi – si capisce che erano professionisti – e ci spararono pure, senza pietà, che gli rimasero i piedi di fuori: aveva delle bellissime scarpe a polacchino messe manco da una volta. Poi il terzo, che brutta fine avrà fatto! – così mi ha detto la signora che abita al piano di sotto, ma di più non si è aperta, noi per natura cerchia­mo di essere persone riservate, buongiorno e buona sera, poi ognuno si tira la porta di casa.

Il giorno di Natale che cadde il 25 dicembre del 1981, mentre guardavo tutta la scena di quelli che venivano ammazzati, ce ne fu uno, che era seduto accanto il posto di guida, che uscì dalla macchina e si mise a bussare alle porte chiuse gridando aiuto, fatemi entrare, aiuto mi vogliono ammazzare. L’unica porta aperta era quella della faccia di veleno che ha rovinato un quartiere, di sopra ha troppo ipocrisia. Quello bussava alle porte e si trovò di fronte la faccia di veleno – la dovreste vedere la domenica in Chiesa, appena è ora di mettersi in fila per la santissima comunione: lei già lo sa quando è il momento, scatta e si mette la prima, e poi, tutta soddisfatta guarda a destra e a sinistra come se a lei ora gli tocchi la parte migliore del corpo di Cristo, il filetto. Lei la faccia gli stracambiò – me lo ha detto la signora del piano terra che abita di fronte a lei e che si vide la scena dalla persiana ma con le scalette mezze calate – gli diventò di cemento e con una forza che c’è da dove la prese – io lo so da dove – gli chiuse la porta in faccia. Quelli che erano lì per ammazzare, dissero che erano rimasti senza cartucce, che facciamo di questo?, e uno di quelli rispose portiamocelo. Dice che il terzo, quello che si voleva salvare, fece una faccia che manco una mano di ducotone e cominciò ad afferrarsi alle cose come un polpo che non vuole entrare nella pentola, ma io questa cosa non l’ho vista bene, che il sugo stava stringendo e avevo tutti i vetri appannati.”

 

 

 

 

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