25 Marzo 1957 Camporeale (PA) uccisi Pasquale Almerico, sindaco DC, e Antonio Pollari, un passante.

Foto da: http://www.cittanuove-corleone.it

Pasquale Almerico (Camporeale, 12 luglio 1914) fu assassinato il 25 marzo 1957 a Camporeale, in via Minghetti, da cinque uomini a cavallo armati di mitra. Anche un giovane passante, Antonio Pollari, rimase ucciso.
La prima Commissione Parlamentare Antimafia arrivò alla conclusione che a decidere la sua condanna a morte fu il potente capomafia di Camporeale “don” Vanni Sacco, che era implicato anche nell’assassinio del segretario socialista della Camera del Lavoro, Calogero Cangelosi. Almerico aveva infatti osato rifiutare la tessera della Democrazia Cristiana al boss Vanni Sacco, che aveva militato nel Partito Liberale Italiano ed ora voleva esercitare il suo influsso su quello scudocrociato, insieme ad altri trecento mafiosi del paese. Dopo il suo rifiuto, Almerico cominciò ad essere minacciato. Decise quindi di scrivere al segretario della DC siciliana, Nino Gullotti, e informò anche uno dei proconsoli fanfaniani a Palermo, Giovanni Gioia. Almerico denunciò il fatto che la DC di Camporeale rischiava di essere conquistata dalla mafia e il pericolo di vita che correva lui stesso, ma i dirigenti del partito non condivisero la sua posizione e lo invitarono a lasciare l’incarico di segretario della Democrazia Cristiana. (Wikipedia)

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 27 marzo 1957
I banditi spararono centosette colpi lasciando due morti e quattro feriti
L’episodio si riallaccia alla catena di vendette organizzate dalla mafia
Il tragico agguato notturno nella piazza di Camporeale

Palermo, 26 marzo. Centosette colpi di pistola e di mitra sono stati sparati ieri sera sulla piazza di Camporeale, piccolo centro della provincia di Trapani, da ignoti assassini che, com’è noto, hanno ucciso l’ex-sindaco del paese, l’insegnante elementare Pasquale Almerico, di 42 anni, morto poco dopo all’ospedale, il conduttore di trattori agricoli Antonino Pollaci, di 29 anni, deceduto sul colpo, e hanno ferito altre quattro persone: l’agricoltore Liborio Almerico, di 30 anni, fratello del primo, il giovane Giacomo Saputo, di 17 anni, la bambina Francesca Maria Mangiaracina, di quattro anni, e l’agricoltore cinquantottenne Rosario D’Angelo. Subito dopo l’efferato crimine è venuta a mancare la luce elettrica in tutto l’abitato, e l’oscurità, resa più fitta dal cielo plumbeo, favoriva il dileguarsi degli aggressori.

Secondo una prima ricostruzione del criminoso episodio, i due fratelli Almerico si erano recati ieri sera al circolo Italia e ne erano usciti verso le 19, dirigendosi verso la piazza, quando venivano avvicinati da cinque individui che avevano il cappotto con il bavero alzato e il berretto calcato fin sugli occhi. Senza far parola, uno dei cinque puntava la pistola contro i due fratelli, mentre un altro imbracciava il mitra che aveva tenuto ben nascosto sotto il cappotto. Una prima raffica raggiungeva al petto l’ex sindaco, che si accasciava al suolo; una frazione di secondo e un’altra scarica abbatteva il fratello Liborio, il quale era riuscito a fare qualche passo nel tentativo di sottrarsi alla mortale aggressione, ma veniva raggiunto da alcuni proiettili e stramazzava anche lui a terra. Cadute le due vittime gli assassini non si placavano per questo, ma continuavano a sparare all’impazzata mentre i passanti terrorizzati cercavano rifugio nel circolo, nelle strade e nelle case vicine; così altre quattro innocenti vittime cadevano sotto i colpi degli aggressori. E il contadino trentenne Pollari rimaneva cadavere sul selciato.

Frattanto, come se la sparatoria fosse stata un segnale convenuto, per un preordinato piano criminoso, veniva a mancare la luce in tutto il paese, favorendo la fuga degli assassini. Nella piazza teatro della sanguinosa aggressione, poco distante dal cadavere del Pollari e dai feriti, uno dei quali, il Pasquale Almerico, era già agonizzante, sono stati rinvenuti un cappotto e una machine-pistole P. 38 a 14 colpi, nonché un caricatore per mitra con 40 cartucce. Quando i carabinieri, accorsi subito al fragore degli spari, hanno raggiunto la piazza, si sono affrettati a recare soccorso alle vittime. Com’è noto, l’ex-sindaco Pasquale Almerico è giunto cadavere all’ospedale di Palermo, mentre il fratello Liborio è stato ricoverato in gravissime condizioni in una clinica privata. Nel frattempo si metteva subito in moto la macchina investigativa.

Gli inquirenti orientano le indagini sul movente della vendetta e sul delitto di mafia. Questa ipotesi troverebbe sostegno in alcuni delittuosi precedenti che hanno avuto come sfondo il grande feudo di proprietà del principe di Camporeale. Un anno addietro veniva ucciso a San Giuseppe Iato il cinquantaduenne Luigi Pardo, freddato da una scarica di pistolettate mentre, in compagnia di un suo figliolo, usciva dal bar del paese. Nessuna luce è stata ancora fatta su questo delitto. L’ucciso era uno dei sovraintendenti del feudo del principe di Camporeale. La polizia ritenne di individuare gli autori del crimine e qualche mese dopo le indagini si concludevano con la denuncia di alcuni individui, parte in stato d’arresto, alcuni a piede libero e altri in stato di irreperibilità. Veniva accertato che alla base del delitto Pardo vi erano motivi di contrastanti interessi fra persone di San Giuseppe Iato e altre residenti a Camporeale, interessi rotanti sempre intorno al grande feudo del principe di Camporeale.

Ma vi è di più: la sera del 2 marzo scorso una raffica di mitra echeggiava sinistra nell’abitato di Camporeale: ignoti aggressori avevano attentato alla vita del possidente quarantasettenne Pasquale Almerico, zio dell’ex-sindaco, rimasto ucciso nell’agguato di ieri sera. Per tentato omicidio venivano tratti in arresto i fratelli Gaspare e Vincenzo Scardino, due giovani contadini rispettivamente di 23 e 21 anni, i quali sono tuttora in carcere, il che consente di escludere qualsiasi loro partecipazione materiale alla sanguinosa sparatoria di ieri sera.

Dunque la tesi che si affaccia e si identifica alla base del gravissimo episodio di ieri sera è la vendetta di mafia, il contrasto di interessi sullo sfondo del grande feudo. Omertà e silenzio fanno da massiccio ostacolo allo svolgersi delle indagini e ogni vittima è il nuovo anello di una terrificante catena della quale ancora non si vede purtroppo la fine.

Intanto si apprende che tra i fermati figura un cugino dei fratelli Almerico: interrogato, egli nulla ha saputo dire, ha fornito solo qualche vaga notizia circa le abitudini dell’ex sindaco e si è limitato a dire che il fratello dell’ucciso aveva di recente comprato alcune terre già appartenenti al grande feudo del principe di Camporeale. Si attende ora che la polizia riesca a far luce sul fosco delitto, ma come vi sede l’ostacolo maggiore allo svolgimento delle indagini è costituito appunto dall’impenetrabile barriera dell’omertà e dalla fitta cortina di silenzio che avvolge ogni crimine. f .d.

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 25 maggio 1973
Processo al sen. Li Causi (PCI): accusò il ministro Gioia di rapporti mafiosi
di Guido Guidi
Il parlamentare comunista, membro della Commissione antimafia, in una conferenza stampa, tre anni fa, addossò la “responsabilità morale” di un crimine all’attuale ministro delle Poste, allora segretario della DC palermitana – È stato querelato per diffamazione “con ampia facoltà di prova”.

Palermo, 24 maggio. Il processo potrebbe essere soltanto un pretesto, ma il problema di fondo rimane ugualmente importante: il tribunale, in pratica, domani deve controllare la validità di talune conclusioni alle quali è giunta la commissione parlamentare antimafia. L’indagine prende le mosse da due querele per diffamazione che trovano di fronte tre fra gli uomini politici più noti in Sicilia: Giovanni Gioia, ministro delle Poste, e Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, da un lato, Girolamo Li Causi, vicepresidente dell’Antimafia, dall’altro.

I temi in discussione sono due: al parlamentare democristiano può essere attribuita la responsabilità «morale» di un omicidio dalla matrice mafiosa e all’ex primo cittadino di Palermo può essere contestato il disordine amministrativo che ha travagliato il capoluogo siciliano? Una risposta negativa all’interrogativo vuol dire automaticamente la condanna di Girolamo Li Causi, parlamentare comunista; in caso contrario, il discorso potrebbe assumere proporzioni vistose, almeno sotto il profilo politico.

Primo argomento: querela dell’onorevole Giovanni Gioia. All’origine vi è una dichiarazione del senatore Li Causi in una conferenza stampa quando, nel novembre di tre anni or sono, taluni componenti la commissione antimafia si spostarono ufficialmente a Palermo per completare in Sicilia talune indagini: l’onorevole Cattanei, che allora era il presidente, l’onorevole Della Briotta, il senatore Li Causi, l’onorevole Bisantis e l’onorevole Vincenzo Gatto.

In quella conferenza stampa furono affrontati vari temi e i giudizi espressi dai deputati e senatori sugli episodi di mafia che avevano richiamato la loro attenzione furono tutti particolarmente severi. Tra gli altri, il senatore Li Causi che volle ricordare la soppressione dell’ex sindaco democristiano di Camporeale, un paesino in provincia di Palermo, Pasquale Almerico.

«Perché — sottolineò in quell’occasione il senatore del PCI — è stato assassinato da Vanni Sacco? Perché Pasquale Almerico non voleva che Vanni Sacco, capomafia liberale, entrasse nella DC. E allora il segretario provinciale della DC, Giovanni Gioia, e il segretario regionale, Gullotti, dicono ad Almerico: “Fatti gli affari tuoi. Che cosa ti interessa la politica che facciamo? Vuoisi così colà dove si puote. Lascia Camporeale, noi ti troviamo un posto al Banco di Sicilia”. Tutto questo è detto in un memoriale autografo scritto da Almerico e consegnato al tenente dei carabinieri». «Ora costoro — concluse l’anziano parlamentare comunista — hanno pagato? Neanche per idea. Se non c’è una responsabilità penale, materiale, c’è una responsabilità morale».

Pasquale Almerico era un insegnante elementare: fu ucciso per strada, quasi al centro di Camporeale, il pomeriggio del 25 marzo 1957. Venne aggredito da tre o quattro uomini mentre passeggiava, insieme con un amico: gli assassini fecero fuori entrambi a colpi di pistole e di lupara. Tanto erano sicuri che nessuno li avrebbe mai traditi da non prendere alcuna precauzione: neanche quella di coprirsi il volto.

Il primo ad essere sospettato per questo delitto fu Vanni Sacco, un anziano camporealese, che, secondo l’opinione pubblica, era un boss mafioso di estrazione liberale, il quale aveva espresso, da tempo, il proposito di iscriversi alla DC incontrando, però, l’opposizione di Pasquale Almerico. Per una coincidenza per lo meno singolare quando l’ostacolo fu rimosso, il boss diventò democristiano e Almerico venne soppresso. Ma i giudici non trovarono elementi sufficienti per ritenere che Vanni Sacco potesse essere ritenuto in qualche modo responsabile di quel delitto.

Contro le affermazioni del senatore Li Causi è insorto l’onorevole Gioia. «Attribuirmi rapporti con un mafioso e soprattutto contestarmi la responsabilità quanto meno morale — questa la tesi del ministro delle Poste — di un omicidio significa avermi diffamato». Per dimostrare che è innocente da entrambi gli addebiti, Gioia ha concesso «ampia facoltà di prova». Li Causi replica che esiste un memoriale dell’ex sindaco di Camporeale, nel quale l’ex sindaco ha raccontato la sua storia con le sue preoccupazioni perché intuiva che essere in contrasto con Vanni Sacco era molto pericoloso.

Secondo tema: la querela di Vito Ciancimino. A chiama, re in causa l’ex sindaco di Palermo è stato sempre il senatore Li Causi: questa volta, nel maggio 1971, quando venne ucciso il procuratore della Repubblica, Pietro Scaglione. Con il trasferimento a Lecce del magistrato — questa fu la tesi sostenuta in una dichiarazione pubblicata dal parlamentare comunista, vicepresidente dell’Antimafia — «si è rotto un equilibrio di potere che il dottor Scaglione proteggeva (…) per cui, sconvolto questo equilibrio, gli interessi ingentissimi che sono stati messi in gioco hanno determinato questo terribile e crudele regolamento di conti».

Se la commissione Antimafia — aggiunse Li Causi — non avesse perso mesi per «appurare la responsabilità dei poteri dello Stato circa la fuga di Liggio e non si fosse occupata, come continua ad occuparsi, del groviglio di interessi che gravitarono intorno alla figura di Vito Ciancimino, certamente le responsabilità del procuratore Scaglione non sarebbero neanche affiorate e certamente il bubbone non sarebbe scoppiato in modo così tremendo e tragico».

A questa dichiarazione la reazione di Vito Ciancimino: anche lui con facoltà di prove. Un duplice processo quello che comincia domani dal quale potrebbero saltare fuori conclusioni di grande interesse per chi vuole ricostruire la storia della Sicilia di questi ultimi anni.

 

 

Fonte: archivio.unita.news 
Articolo del 1 luglio 1973
L’atto di accusa di un dc ucciso dalla mafia
Il drammatico memoriale con cui nel ’56 Pasquale Almerico indicò nell’On. Gioia il responsabile dell’ingresso di un boss nel partito.
La tragica vicenda dell’ex sindaco e segretario della sezione di Camporeale –  Abbandonato dal partito, privato di ogni carica e di ogni prestigio, Almerico cadde in un agguato – Il caso è al centro del processo per diffamazione intentato dal ministro delle poste contro il compagno Li Causi.
di Giorgio Frasca Polara

Nuova udienza, domani a Palermo, del processo intentato contro iI compagno Li Causi, dal ministro Gioia e dall’ex sindaco Ciancimino. I due notabili democristiani si erano querelati perché iI prestigioso dirigente comunista ne aveva chiamato apertamente in causa le responsabilità, anche personali, nell’intreccio di Interessi di mafia e di taluni gruppi di potere dc. Le accuse di Li Causi risalgono al ’71, quand’egli era ancora vice-presidente della Commissione parlamentare antimafia.
Ed è proprio all’Antimafia che i giudici palermitani – su istanza dei legali di Li Causi avvocati Tarsitano e Riela – hanno chiesto la trasmissione di una serie di documenti ancora riservati e relativi appunto alla posizione personale dei due. La Commissione ha già manifestato un orientamento favorevole alla richiesta; ma entro domani la documentazione non potrà pervenire al tribunale che ascolterà perciò una serie di testimonianze relative in particolare agli uomini e alle vicende che chiamano in causa l’on. Gioia.

Di costui, Li Causi aveva detto di ritenerlo «responsabile quantomeno morale» della morte di Pasquale Almerico, giovane e coraggioso segretario della sezione DC di Camporeale (Palermo). Almerico fu barbaramente ucciso il 25 marzo 1957 da quattro sicari perché si opponeva strenuamente all’ingresso a vele spiegate nella DC del notissimo capomafia Vanni Sacco, appoggiato invece da Gioia, allora segretario provinciale del partito.

Ora «L’Unita» è in grado di fornire una sconvolgente e pressoché inedita documentazione sulle matrici di quello spaventoso episodio. Si tratta dei passi fondamentali di una relazione agli organi centrali della DC con cui, dieci mesi prima di essere ammazzato, Almerico accusava esplicitamente Gioia di assecondare i disegni di Vanni Sacco, e di aver messo per questo in atto gravi e reiterate manovre che sapevano «del più lurido compromesso».

La relazione prima fu ignorata. Poi, peggio, servì per isolare politicamente Almerico che, alla fine, venne ucciso. Ma una copia del suo memoriale è rimasta allegata agli atti del processo contro i presunti assassini di Almerico. Che furono assolti per insufficienza di prove.

Camporeale, gennaio 1956. Da poco il paese – un paese piccolo, ma di grande e ubertoso territorio – è stato strappato alla provincia di Trapani e assorbito da quella di Palermo. La contesa si trascinava da ottant’anni. Per risolverla ci voleva Vanni Sacco: a misura dei suoi interessi a stare a contatto con «la capitale» di una Regione governata dalla DC di Restivo con l’appoggio dei liberali e dei fascisti.

Ma chi è Vanni Sacco, e perché è così potente? La chiave della sua fortuna non solo economica sta nella conquista, tanti anni prima, della gabella del feudo Parrino, una immensa tenuta di 3.200 ettari sulle sponde del Belice. È lì, nella quiete e senz’occhi indiscreti, che Giuliano e Pisciotta s’erano incontrati dopo le elezioni del ’48 coi mandanti della strage di Portella della Ginestra. Ed è in quella stessa epoca che Vanni Sacco si era messo in politica, coi liberali.

Ma ora i tempi stanno cambiando rapidamente. C’è sempre meno bisogno di una mediazione tra mafia e gruppi di potere DC. Anzi, sia l’una che gli altri cercano un rapporto diretto, basato sull’interesse reciproco. Anche Vanni Sacco, ora, vuol perciò passare sotto le insegne dello scudo crociato; e a Palermo le sue avances trovano consenso e sostegno prima discreti poi sempre più aperti proprio in quelle forze DC che si preparano a prendere il posto della vecchia classe dirigente, ormai troppo compromessa con la destra. C’è un ostacolo, però. È Pasquale Almerico, quarantadue anni, insegnante, cattolico, impegnato, segretario della sezione DC da sette anni e sindaco da due. Lui conosce bene Sacco e i suoi «liberali». Per lui e i suoi amici non c’è, non può né deve esserci spazio nella DC di tradizione popolare cui Almerico sempre si richiama. Sacco capisce dunque che per farcela deve liberarsi di quest’ostacolo.

La lotta sarà lunga e senza quartiere: quindici mesi, per demolire letteralmente una figura politica più che un avversario personale. Alla fine Almerico verrà liquidato prima politicamente e poi anche fisicamente. Ma della guerra di cui è vittima resterà un documento sconvolgente: un drammatico memoriale da lui stesso scritto in extremis per i dirigenti nazionali di un partito che, ormai, non era più suo ma di Vanni Sacco.

 «Forze occulte ben note» 

Si comincia con una crisi in comune, in funzione appunto anti-Almerico. «Fomentati da forze occulte però ben note in questa nostra terra» (Almerico non usa mai, quasi per pudore, la parola mafia; lo farà una sola volta, mettendola in bocca all’on. Gioia), i liberali fanno cascare I ‘amministrazione municipale. Non è solo l’avvisaglia di quel che si prepara per Almerico. È soprattutto un primo avvertimento alla segreteria provinciale della DC, a Palermo: a Camporeale, o trattate con noi o ci rimettete tutto il potere. La riprova è data sei mesi dopo. «Con l’inganno, gli allettamenti, le minacce ai nostri organizzati» racconta Almerico, la mafia s’impossessa di 54 deleghe e provoca il capovolgimento di una elezione che si riteneva sicura: schiaffo bruciante, la Coldiretti viene battuta nelle votazioni per la Cassa mutua, la cui gestione passa nelle mani della «Associazione agricoltori» controllata da Vanni Sacco.

Almerico rileva subito il vero obiettivo dell’offensiva; e fa sapere al partito che sa bene di certe offerte di collaborazione fatte a Palermo «dagli elementi ispiratori della lotta» i quali dal canto loro giurano di non avercela affatto con la DC – ci mancherebbe – ma piuttosto con Almerico, del quale chiedono ora le dimissioni anche da segretario della sezione, visti se non altro i guai combinati in comune e alla Coldiretti… dalla sua gestione del partito. Essi insomma, scrive, «tentavano di togliere l’ostacolo e di mettere un uomo docile e malleabile alla direzione della sezione».

Preoccupato, Pasquale Almerico va anche lui a Palermo, per parlare con il segretario provinciale della DC, il giovane avvocato Giovanni Gioia. Gioia lo rassicura: si, con quelli che l’inesperto Almerico definisce «questi uomini spregiudicati», in effetti «un avvicinamento c’è stato», ma da qui a supporre che si sia disposti a subire un «imposizione» ce ne corre. «Ogni decisione – sono le parole di Gioia riferite nel memoriale – sarà presa dagli organi comunali della sezione d’accordo con quelli provinciali».

I mesi passano però senza che nessun fatto concreto intervenga a dimostrare che effettivamente a Palermo si voglia sostenere la ferma e coerente linea politica di Pasquale Almerico e soprattutto difenderlo dalle crescenti arroganze della mafia. Al contrario, un giorno d’aprile del ’58 che l’insegnante affronta daccapo Gioia per conoscerne le vere intenzioni (erano già parecchi mesi che Almerico faceva inutilmente la spola tra Camporeale e Palermo: cercavano di stancarlo), il segretario provinciale «dopo un lungo discorso sulla opportunità di taluni metodi politici in determinate contingenze, ebbe a dirmi chiaramente che desiderava che io lasciassi la sezione ed anche il paese, offrendomi l’incarico di segretario di zona» cosicché al suo posto si potesse mettere un uomo di paglia. Al che, «pur sdegnato perché la proposta fatta dal segretario provinciale era già nota da tempo in paese», Almerico rispose ingenuamente che avrebbe accettato «per amore di partito».

Ma a questo punto intervengono due fatti nuovi: da un canto la solidale rivolta di tutti i dirigenti della sezione contro la pretesa di Gioia, e dall’altro canto la conferma – attraverso un inaudito boicottaggio da parte del centro provinciale SPES alla campagna elettorale a Camporeale – che a Palermo quasi si sperava proprio e soltanto in una vittoria dei Liberali.

II connubio con la mafia

È il momento della verità. «Chi erano – si domanda Almerico – quelli che venivano a imporre condizioni? Il partito ne usciva avvantaggiato? Avrebbe guadagnato nella considerazione e nei voti? Si sarebbe l’elettorato mantenuto compatto?». «II dott. Gioia mi rispose – si legge testualmente nel memoriale – che questi problemi non dovevano interessarmi, e che eventuale accusa di aver cercato un connubio con la mafia non faceva impressione perché loro non avrebbero figurato».

Ad Almerico è ormai chiaro – siamo nella primavera del ‘56 – che «ogni ammonimento era vano», che «l’intenzione era quella di dare la DC a forze che ne avrebbero svisato e trasformato gli scopi», che sarebbe stato compiuto «uno sconcertante tradimento degli interessi del partito e delle sue finalità». Tra Almerico e Gioia si svolge un nuovo «concitato colloquio». Ed un altro il 28 maggio quando «infine il dott. Gioia, a soluzione di tutta la bassa e meschina faccenda che sa del più lurido compromesso e della più cieca e ottusa visione delle cose» gli offre un posto in quella Cassa di Risparmio le cui vicende saranno anche legate dall’Antimafia al nome del futuro ministro.

La reazione è durissima ma esattamente quella più funzionale agli interessi che Pasquale Almerico voleva contrastare. «Di fronte a tutto ciò e alla rabbia impotente provocata da un atteggiamento machiavellico e indisponente, di fronte ad un assenteismo assoluto nella campagna elettorale e alla nessuna considerazione degli uomini, il sottoscritto rifiutava l’offerta e annunziava che avrebbe dato le dimissioni dalla carica (di segretario della sezione, ndr) senza pretendere nulla cosi come aveva fatto per otto anni di sua attività».

Nel confermare ora alla Direzione nazionale le dimissioni, Almerico denunziava che «intessersi prestati al doppio gioco di avversari che pretendono di comandare in casa altrui è colpa grave e azione pregiudizievole nei riguardi del partito. Così la DC tradisce sé stessa e le finalità per cui è sorta».

Poca o punta, ormai, la fiducia di Almerico in un ripensamento: «Far trionfare la verità e tutelare strenuamente le posizioni del partito è un compito molto arduo e difficile anche per le persone che vi sono mischiate»; eppure lui ribadiva la speranza che «gli uomini più responsabili sapranno assumersi le proprie doverose responsabilità se non si vuole davvero che il partito per cui con tanta fede abbiamo lavorato scenda ai più impensabili compromessi».

«Non voleva collaborare»

Il memoriale è dell’aprile ’56. Trascorsero tre mesi di silenzio totale. Nessuno intervenne, se non a metà luglio, la giunta esecutiva provinciale del partito: d’ordine di Gioia, un suo funzionario comunicava alla sezione di Camporeale, in poche righe dattiloscritte, che era stato deliberato «di sciogliere codesto direttivo sezionale» e di nominare un commissario.

(Un anno e mezzo dopo la morte di Almerico, nel corso di una clamorosa inchiesta sulla mafia, L’Ora chiederà polemicamente di conoscere – sia pure così tardivamente – le motivazioni del provvedimento. «Nulla a che vedere con la mafia», risponde secco Gioia il quale però con il magistrato inquirente sull’assassinio è costretto ad ammettere che «lo scioglimento della sezione si era reso necessario perché «L’Almerico non voleva collaborare con i partiti di destra e quindi non si adeguava alle direttive». Almerico    convoca l’assemblea generate degli iscritti e in blocco riorganizza, la controffensiva. Parte per la segreteria politica, a Roma, un ricorso contro la decisione di Gioia, «un grave abuso compiuto dal segretario provinciale» e che si traduce in un «provvedimento tanto più lesivo degli interessi e del prestigio della DC», quanto più scopertamente è volto ad avvantaggiare «forze liberali che di nessuna considerazione e stima hanno goduto e godono».  II 21 luglio un altro ricorso è presentato al collegio centrale dei probiviri: vi si denuncia Gioia per «abuso ed arbitrio, volontario tradimento e leso prestigio del Partito». II 9 agosto arriva la risposta: competente ad esaminare e giudicare la denuncia è il collegio provinciale di Palermo. Cioè Gioia.

Il giovane dirigente è ormai isolato e ridotto all’impotenza. Ma parla ancora, e protesta, e accusa, né si dà per vinto. Si tenta di intimidirlo sparando allo zio e ferendolo alle gambe. Almerico capisce l’antifona. «Se ora ammazzano me – confida ad un amico, il brigadiere dei carabinieri Berlingieri -, mandanti ed esecutori sono Vanni Sacco, suo figlio, e inoltre Benedetto e Calogero Misuraca».

Intorno a lui c’è erba bruciata, ormai. Solo e indifeso, l’agguato gli è teso la sera del 25 marzo, in pieno paese. Crepita una mitra. Prima   cadono feriti il fratello Liborio e una bambina. Poi una scarica uccide un passante Antonio Pollari. Ora è la sua volta. Centoquattordici colpi per consegnarlo alla morte.

 

 

Fonte: archivio.unita.news
Articolo del 21 dicembre 1974
Secca Sconfitta del DC Gioia nel processo contro Li Causi
di Giorgio Frasca Polara
Cade clamorosamente l’accusa di diffamazione – Quattro anni fa il compagno vicepresidente dell’Antimafia aveva denunciato le «pesanti responsabilità morali» del notabile fanfaniano in un fosco delitto politico – Il  Pubblico ministero: «Vi è una rispondenza storica nelle accuse…»  – Chiarezza politica e onestà morale.  

PALERMO, 20. Clamorosa, bruciante sconfitta dal ministro fanfaniano Giovanni Gioia: il Tribunale di Palermo ha oggi assolto il compagno Girolamo Li Causi – «per avere egli agito nell’esercizio di un diritto connesso alle sue funzioni parlamentari» – dalla accusa di diffamazione contestatagli appunto dal discusso notabile DC.

Li Causi aveva denunciato quattro anni fa, nel corso di una conferenza-stampa indetta nella Prefettura palermitana dall’ufficio di presidenza della commissione parlamentare Antimafia di cui era vice-presidente, le «pesanti responsabilità morali» del Gioia per l’assassinio politico di Pasquale Almerico, giovane sindaco di Camporeale e segretario della DC di quel paese da sempre considerato la cerniera del sistema mafioso palermitano-trapanese. E Almerico era stato trucidato nella primavera del ’57 proprio perché si opponeva strenuamente, insieme a tutti i dirigenti della sezione democristiana, al passaggio nelle file del partito scudocrociato del famigerato capomafia Vanni Sacco, sino a quel momento grande elettore del PLI. L’ingresso di Vanni Sacco e della sua banda nella DC era preteso invece dalla segreteria democristiana di Palermo, allora gestita da Gioia; ed alla fine fu imposta creando le condizioni per estromettere il povero Almerico da ogni incarico pubblico e di partito, ciò che – in pratica consegnò alla vendetta della mafia un uomo ormai indifeso ed isolato.

Ora il Tribunale (III Sezione penale, Agrifoglio presidente, Rotigliano e Puglisi giudici a latere), affermando    l’impunibilità del compagno Li Causi in quanto egli ha agito nell’esercizio delle funzioni tutelate dall’art. 68 della Costituzione, ha non solo sottolineato l’assoluta infondatezza delle pretese dell’attuale ministro della Marina Mercantile, ma, insieme, imposto altri importanti elementi critici.

Il primo consiste nel fatto che vengono così fermamente e definitivamente respinti i grossolani attacchi che, stavolta per giunta attraverso una figura intemerata come quella del compagno Li Causi, il notabile fanfaniano aveva ripetutamente mosso alla commissione Antimafia pretendendo addirittura di metterla e farla mettere sotto processo per le numerose inchieste e i duri giudizi sull’operato suo e di parecchi suoi compari.

Il secondo elemento è dato dalla circostanza che, con la importante sentenza di oggi, le univoche risultanze del lungo dibattimento si ritorcono pesantemente contro il ministro Gioia che vede cosi, per la sua imprudente e pur salutare querela, accentuarsi paurosamente le ipoteche che gravano ormai da molto tempo sulla sua figura politica e che giusto qualche giorno fa avevano trovato nuovo alimento nell’assoluzione piena, a Cagliari, anche del  giornale l’Ora, citato in giudizio dallo stesso Gioia per aver riferito di un’altra grave vicenda in cui il notabile era coinvolto.

Certo, questo non viene detto esplicitamente nel dispositivo della sentenza. Anzi il solo riferimento all’art.    68 della Costituzione può apparire come un elemento riduttivo della portata del giudizio. Ma sarà Inevitabile che, nella stesura della motivazione, i giudici entrino anche nel merito della causa: glielo impongono la stessa portata polemica di un giudizio che nei fatti liquida l’atteggiamento vittimistico di Gioia, la gravità delle questioni dibattute, l’ampia documentazione che il tribunale ha voluto acquisire nel corso del lungo dibattimento.

In questo senso estremamente significativi sono apparsi i giudizi espressi stamane sull’intera vicenda dal PM Vincenzo Geraci che, all’unisono con i difensori avv. Tarsitano e on. Riela, aveva non solo chiesto l’affermazione della impunità del compagno Li Causi ma anche il riconoscimento tanto del suo diritto  alla critica quanto della avvenuta prova del fatto contestato al popolare e stimato dirigente comunista: e cioè l’aver chiamato in causa la responsabilità morale del Gioia per la spaventosa fine di Pasquale Almerico.

Da che cosa era nato infatti il convincimento di Li Causi? Si è chiesto il rappresentante della pubblica accusa. Il convincimento era nato, è stata la sua stessa risposta, da quel vero e proprio atto di accusa nei confronti di Gioia rappresentato dal drammatico memoriale redatto da Almerico poco prima di essere ucciso e consegnato ai carabinieri oltre che inviato a tutti i massimi dirigenti della DC. Com’è ormai largamente noto, nel memoriale si ricostruiva con impressionanti dettagli il ruolo personale di Gioia nell’operazione che doveva portare all’assorbimento della potente mafia di Camporeale nella DC, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo: dalle blandizie (ad Almerico fu inutilmente offerto un posto in banca purché si disinteressasse della faccenda), agli accomodamenti (per affrettare il passaggio di Vanni Sacco alla DC, in banca fu sistemato allora il suo affezionatissimo nipote), alle vere e proprie sopraffazioni.

Bene, di quel memoriale – ha detto il sostituto procuratore Geraci – «l’on. Li Causi ha fatto un uso legittimo, puntuale, ortodosso; e ne ha tratto non solo la verifica della liceità della sua accusa ma anche la prova dei contrasti che si erano determinati tra Gioia e i democristiani di Camporeale guidati da Almerico. Vi è dunque una rispondenza storica delle accuse; è provata la verità dei presupposti di fatto su cui tali accuse si fondano; ed infine è congrua la motivazione che ha spinto Li Causi a parlare di responsabilità morale del Gioia e non anche di responsabilità materiale – dell’oggettivo abbandono dell’Almerico da parte di colui che in quel momento era il segretario provinciale della DC».

Su questi elementi si è poco dopo concentrata l’attenzione del compagno Riela con una arringa tutta tesa a ripercorrere le tappe della sconvolgente vicenda di Almerico.

Da questa ricostruzione, tanto minuziosa quanto appassionata, Riela ha fatto emergere le profonde e nobilissime motivazioni della denuncia di Li Causi mossa da un preciso interesse pubblico.

Proprio su questi elementi ha insistito poi, nell’arringa finale, il compagno Tarsitano, sottolineando innanzitutto come il riferimento all’art. 68 della Costituzione proposto sia dal PM e sia dalla difesa per spazzare via l’inammissibile querela del Gioia, non fosse un espediente tecnico per sfuggire al merito della causa, quanto piuttosto lo strumento per affermare solennemente i diritti del Parlamento, il suo ruolo ispettivo e inquirente, le sue prerogative cosi essenziali per la difesa della legalità repubblicana.

L’assoluzione – ha esclamato Tarsitano – non è perciò solo un fatto dovuto a 20 anni e 9 mesi di galera fascista, che ha scontato 10 anni di carcere e 6 di confino, che ha combattuto da stimato e coraggioso dirigente nella Resistenza, che è stato un indomito avversarlo della mafia e uno strenuo combattente contro l’intreccio fra la criminalità mafiosa e il sistema politico DC. L’assoluzione è rivendicata anche e soprattutto dal patrimonio di nobiltà e di rigore morali che Li Causi esprime con la sua vita, con le sue lotte, con le sue opere. «Sono sempre più vecchio ma sono sempre più povero», ha ricordato Tarsitano citando Li Causi per chiudere la sua arringa: che la vostra sentenza lo faccia ora anche sempre più stimato nella coscienza civile del Paese.

Qualche istante dopo i giudici si ritiravano in camera di consiglio. Appena 35 minuti dopo veniva Ietta dal presidente Agrifoglio la sentenza, pienamente liberatoria per Li Causi e tanto pesante per chi lo aveva incautamente citato in giudizio.

 

 

 

Articolo di La Sicilia del 10.04.2005
Pasquale Almerico eroe dimenticato
di Dino Paternostro
Il 25 marzo del 1957 il sindaco di Camporeale fu massacrato dai killer. Dietro tanta ferocia la tessera Dc negata a Vanni Sacco, che fu arrestato e poi assolto.

Quella sera del 25 marzo 1957, la televisione italiana trasmetteva – ovviamente in bianco e nero – le immagini della storica firma sul trattato del Mercato Comune Europeo. Ma, allora, ad avere il “piccolo schermo” in casa erano in pochi e la gente si accalcava nei circoli o nelle sale parrocchiali per non perdersi lo storico avvenimento. Accadde così anche a Camporeale, paese agricolo di 7 mila abitanti, che da appena tre anni aveva “lasciato” la provincia di Trapani, per aggregarsi a quella di Palermo. In prima fila, al circolo “Italia”, c’era Pasquale Almerico, un maestro elementare, segretario della locale sezione D.C., che da 24 mesi era diventato pure sindaco del paese.Almerico, 43 anni, scapolo, era un cattolico democratico e una gran persona perbene, che sognava un destino diverso per la Sicilia e per il suo partito. Finita la trasmissione, uscì dal circolo insieme a suo fratello Liborio. Arrivato in via Minghetti, però, si accorse di essere stato circondato da cinque uomini a cavallo, armati di mitra, che cominciarono a sparare all’impazzata. Trenta, quaranta secondi di fuoco sul corpo del sindaco e di suo fratello, che caddero a terra inuna pozza di sangue. A quel punto, uno dei killer scese da cavallo e si avvicinò con la pistola in pugno a Pasquale Almerico, sparandogli a bruciapelo ben 7 «colpi di grazia». Poi finì la luce e la strada piombò in un buio spettrale, rotto solo dalle urla disperate della vittima designata, del fratello e di altre persone che si erano trovate casualmente a passare. In lontananza, il rumore degli zoccoli dei cavalli su cui si stavano allontanando i killer. Tornata la luce, lo spettacolo sul luogo dell’agguato era raccapricciante: Pasquale Almerico, colpito da 104 colpi di mitra e da 7 colpi di pistola, giaceva a terra agonizzante; un giovane passante, Antonio Pollari, era morto, mentre erano rimasti feriti il fratello Liborio, un ragazzo, una ragazza ed una persona anziana.

«Quando arrivai, avevano già caricato Pasqualino a bordo di una macchina, perché avrebbero voluto condurlo all’ospedale di Palermo. Nessuno ancora capiva che quel povero corpo era stato ferito da centinaia di proiettili, che la sua vita correva via irreparabilmente», raccontò nel gennaio 1984 ad una giornalista de «I Siciliani» Maria Saladino, instancabile operatrice sociale, che gestisce diversi centri di accoglienza per bambini disagiati.

«Riuscii ‘aggiunse’  ad infilare la testa nel finestrino: era pallidissimo ed aveva sangue dappertutto. Pasqualino, gli dissi, prega insieme a me: Gesù mio, misericordia, Gesù mio, misericordia. Lo udii ripetere quelle parole. Poi non disse più nulla. Gli afferrai la mano, probabilmente morì in quell’attimo».

Ma perché, quella sera di marzo di 48 anni fa, il sindaco democristiano di Camporeale fu assassinato così barbaramente?

Perché i killer si accanirono contro di lui con un volume di fuoco che sarebbe stato sufficiente a sterminare un’intera compagnia di soldati? Perché un uomo onesto, incorruttibile e coraggioso aveva scatenato tanto odio? Secondo la prima Commissione antimafia, a decretarne la  morte era stato il potente capomafia del paese, “don” Vanni Sacco, a cui il “piccolo” maestro elementare aveva osato negare la tessera della Dc. Un oltraggio al “Padrino” e, più ancora, un ostacolo serio al processo di penetrazione della mafia nel partito scudo-crociato. Ma gli ostacoli “don” Vanni era solito spazzarli via a colpi di mitra, come aveva già fatto il 1° aprile 1948 col segretario della Camera del lavoro, il socialista Calogero Cangelosi, che si era messo in testa di togliere la terra agli agrari per darla ai contadini. Allora la fece franca. Stavolta, però, Sacco venne arrestato con l’accusa di avere ordinato l’assassinio di Almerico. All’Ucciardone rimase solo qualche giorno, perché poi fu trasferito all’ospedale della «Feliciuzza» di Palermo (un altro «Grand Hotel» della mafia), fino all’assoluzione per insufficienza di prove. E, per anni, la mafia di Vanni Sacco sarebbe rimasta padrona assoluta del paese. Solo nel 2001, l’Assemblea Regionale ha ridato “l’onore” a Pasquale Almerico, inserendolo nel lungo elenco dei caduti “per la libertà e la democrazia” in Sicilia.

 

 

 

Fonte:  reportagesicilia.blogspot.com
Articolo del 4 aprile 2017
LA “MOSTRUOSA VICENDA” DEL DELITTO DI PASQUALE ALMERICO
di Ernesto Oliva
Cronaca poco ricordata dell’omicidio politico e mafioso dell’ex sindaco di Camporeale, nel marzo di sessant’anni fa: un delitto ancor oggi senza colpevoli e senza memoria

Era il marzo del 1963 quando il giornalista Pietro Zullino (autore anni dopo di una documentatissima “Guida ai misteri e piaceri di Palermo”, edita da Sugarco) definì il delitto di Pasquale Almerico come una “mostruosa vicenda, della quale le cronache si occuparono brevemente perché l’episodio sembrava simile a tanti altri”.
Zullino colse allora la gravità di un omicidio oggi colpevolmente dimenticato e che può considerarsi come un delitto “politico-mafioso”, ben prima di quelli palermitani costati in seguito la vita a Michele Reina, Piersanti Mattarella e Pio La Torre.

Pasquale Almerico, già maestro elementare e sindaco democristiano dimissionario di Camporeale (in precedenza fu un attivista cattolico seguace di Giuseppe Dossetti) fu ucciso il 25 marzo del 1957 da cinque sicari.
L’agguato, costato la vita ad un giovane passante, Antonio Pollari, dimostrò un feroce accanimento contro Almerico, raggiunto da 114 colpi di mitra e pistola all’addome.
Per la storiografia – e solo per quella, non per la giustizia – mandante dell’omicidio di Pasquale Almerico fu Vanni Sacco, all’epoca capomafia di Camporeale, “grande elettore” del partito liberale e già coinvolto nelle retate del prefetto Mori dopo il 1925.

“L’urto decisivo tra la mafia e il sindaco – scrisse Zullino il 31 marzo del 1963 sul settimanale “Epoca” – fu causato da motivi che esorbitavano dalla modestia cerchia degli interessi di Camporeale.
Si era creato, nel 1956, un fronte unico delle mafie agrarie dei paesi situati nel comprensorio dell’alto e medio fiume Belice, l’unico fiume della zona che d’estate non si asciughi del tutto.
Lo scopo di questo fronte, esteso da Castelvetrano fino ai sobborghi di Palermo, era semplice: controllare il consorzio agricolo del comprensorio e manovrarlo in modo da boicottare una serie di opere pubbliche da tempo in programma.

Quella specie di confederazione delle mafie agrarie era però intollerabilmente debole in un punto: Camporeale, dove Almerico conduceva la sua battaglia.
I gruppi mafiosi delle altre zone premevano sulla cosca di Camporeale perché l’incomodo sindaco fosse tolto di mezzo.
Si premeva da Corleone, poiché da quelle parti già la mafia lottava contro una diga che avrebbe portato l’acqua da tutt’altra parte.
Pasquale Almerico, invece, sosteneva che la diga andava fatta, perché trentamila contadini aspettavano di trovare sul posto il loro pane, invece di essere costretti all’emigrazione.
Si premeva persino da Palermo e dalla fascia costiera, cioè dal regno di un’altra mafia potentissima, quella dell’agrume, timorosa che da un piano di irrigazione venissero fuori, in concorrenza, ricchi agrumeti nell’entroterra”

Schieratosi contro interessi più forti del suo impegno politico, Pasquale Almerico subì allora l’offensiva sempre più pesante del clan di Vanni Sacco, interessato ad allearsi con la DC.
Il boss – già elettore liberale di Vittorio Emanuele Orlando – dapprima cercò di atteggiarsi a paladino del cattolicesimo.
La scusa fu quantomeno sospetta: dopo una sparatoria notturna contro la canonica della parrocchia del paese, Sacco decise di donare alla chiesa una nuova campana.
L’iniziativa diede modo al capomafia di accreditarsi agli occhi dell’elettorato e dei notabili palermitani della Democrazia Cristiana, scalzando a suon di lupara il ruolo locale di Pasquale Almerico.
Poco prima, Almerico si era permesso di negargli l’iscrizione alla sezione locale della DC; Sacco era noto per il suo impegno politico liberale e per la sua fama di “campiere” assurto ai ranghi della “onorata società”.

Nel 1952, in occasione delle elezioni amministrative, i liberali riuscirono comunque ad allearsi allo scudo crociato; Almerico fu eletto sindaco, ma dovette accettare l’ingresso in giunta di tre assessori liberali scelti da Sacco.
Dopo avere rifiutato le lusinghe e le minacce degli uomini al servizio del capomafia, venne deciso di mandare in crisi il potere del sindaco.
Il 26 novembre del 1954 fu dato voto contrario allo storno di una spesa di 100.000 lire sostenuta da Pasquale Almerico per partecipare, tre mesi prima, ai funerali romani di Alcide De Gasperi.
L’iniziativa era scorretta ed aveva scopi di natura affatto politica.
Il giorno dopo quell’attacco, Almerico si recò a Palermo per denunciare i fatti al comitato provinciale della DC, ma senza risultati.

Nel gennaio successivo, il sindaco di Camporeale compì un altro passo che gli sarebbe stato fatale: il rifiuto dell’alleanza con i liberali in occasione dell’elezione del Consiglio della Cassa Mutua Coltivatori Diretti, seguito dalla sconfitta di molti suoi candidati.
Ormai screditato a livello politico, Pasquale Almerico ritornò a Palermo, indicando ai maggiorenti della DC nel 9 marzo la data delle sue dimissioni.
In assenza di risposte, abbandonò l’incarico di sindaco, senza neppure avere una risposta dai suoi superiori.

Il travaglio personale di Almerico ed il cinico disinteresse mostrato dai vertici provinciali della DC furono documentati in un memoriale scritto dal maestro elementare nell’aprile del 1956, parte del quale riferito ad alcuni scambi verbali ed epistolari avuti col leader palermitano del partito, l’avvocato Giovanni Gioia.
Nel documento – ricorderà nel 1973 il giornalista Giorgio Frasca Polara – Almerico ricostruì la scalata dei liberali di Vanni Sacco al comune di Camporeale, culminata in una crisi politica della sua giunta “fomentata da forze occulte però ben note in questa nostra terra”.
Si chiedeva Almerico:

Chi erano quelli che venivano ad imporre condizioni?
Il partito ne usciva avvantaggiato?
Avrebbe guadagnato nella considerazione e nei voti?
Si sarebbe l’elettorato mantenuto compatto?

Alle preoccupazioni dell’insegnante elementare, Gioia avrebbe così replicato:

Il Dottor Gioia mi rispose che questi problemi non dovevano interessarmi.
Ogni ammonimento era vano e l’intenzione era quella di dare la DC a forze che ne avrebbero sviato e trasformato gli scopi, con uno sconcertante tradimento degli interessi del partito e delle sue finalità“.
Dopo un lungo discorso sulla opportunità di taluni metodi politici in determinate contingenze, Gioia ebbe a dirmi chiaramente che desiderava che io lasciassi la sezione di Camporeale ed anche il paese, offrendomi l’incarico di segretario di zona“.

Infine il dottore Gioia, a soluzione di tutta la bassa e meschina faccenda che sa del più lurido compromesso e della più cieca e ottusa visione delle cose” offrì ad Almerico l’assunzione alla Cassa di Risparmio.

Intenzionato a non cedere agli ultimatum ricevuti a Palermo, l’ex sindaco di Camporeale non esitò a presentare un ricorso contro il provvedimento impostogli da Giovanni Gioia, accusato di “abuso ed arbitrio, volontario tradimento e leso prestigio del partito”.
La questione finì sul tavolo del collegio centrale dei probiviri della DC, a Roma.
Il 9 agosto del 1956, Almerico venne definitivamente politicamente e moralmente pugnalato: la competenza a valutare la sua denuncia venne assegnata alla segreteria provinciale di Palermo. Cioè, a Gioia.

Gli ultimi mesi di vita di Pasquale Almerico a Camporeale furono segnati dall’isolamento e, forse, dalla consapevolezza di essere destinato alla morte.
Questo timore lo portò a confidare ad un maresciallo dei Carabinieri i nomi dei suoi possibili assassini: Vanni Sacco, suo figlio, Benedetto e Calogero Misuraca.

Nel frattempo, come ha scritto ancora Pietro Zullino, nel dicembre del 1956,

la mafia ordinò che in paese nessuno più rivolgesse la parola a Pasquale Almerico. Neanche un saluto, neppure un’occhiata.
Almerico si vide a poco a poco scansato da tutti.
Dissero: Almerico è contro le persone onorate perché è pazzo; è pazzo perché porta nel sangue, dalla nascita, qualcosa che fa diventare pazzi; l’hanno sentito bestemmiare, l’hanno visto smaniare e dare nel muro del municipio con la testa.
Ha una malattia vergognosa…
La mafia, allora, capì che stava vincendo la partita, che Almerico era ormai praticamente eliminato non soltanto dalla vita politica, ma addirittura dal consorzio degli uomini.
E volle divertirsi un po’ con quell’uomo finito, con quel giocattolo umano.
Per quattro mesi, Pasquale Almerico visse in un pozzo di solitudine.
Nessuno gli rivolgeva più la parola: non aveva più niente da fare a Camporeale, non serviva più.
Vagava per le strade del paese con le mani in tasca o se ne stava in casa a leggere, in un’atmosfera d’incubo, in un silenzio di morte

Poi, la sera del 25 marzo del 1957, la “mostruosa vicenda” di Pasquale Almerico ebbe il suo epilogo.
Anni dopo il feroce delitto, Vanni Sacco e altri furono accusato dell’omicidio.
Il processo si concluse con l’assoluzione di tutti gli imputati; ed ancora dopo sessant’anni, l’omicidio del maestro elementare che osò sbattere la porta in faccia ad un boss è rimasto senza colpevoli e quasi dimenticato nelle commemorazioni per le vittime di mafia.
Sacco visse sino al 4 aprile del 1960, morendo nel suo letto con i conforti religiosi; i figli sarebbero stati in seguito uccisi da altri clan di Cosa Nostra.

Adesso, a tardiva memoria di questa storia, il Comune di Palermo ha annunciato l’intenzione di intestare una strada alla memoria dell’ex sindaco che si oppose alla mafia.

 

 

Fonte:  palermotoday.it
Articolo del 25 marzo 2019
Ucciso per i suoi “No” alla mafia, a Bonagia una strada intitolata a Pasquale Almerico

Partecipò alla creazione della Democrazia Cristiana a Camporeale e rifiutò di concedere la tessera del partito al boss Vanni Sacco. Una decisione pagata con la vita il 25 marzo 1957. Orlando: “Si è sacrificato per un futuro diverso e migliore”

Cambia nome via dell’Usignolo, a Bonagia. Da oggi si chiama Pasquale Almerico, originario di Camporeale, assassinato dalla mafia il 25 marzo 1957. Presenti alla cerimonia il sindaco Leoluca Orlando, Luigi Cino, sindaco di Camporeale, il nipote di Almerico, Aldo Pisciotta, e gli alunni della scuola elementare del quartiere.

Almerico partecipò alla creazione della Democrazia Cristiana a Camporeale e rifiutò di concedere la tessera del partito al boss Vanni Sacco. Una decisione pagata con la vita.

„”Siamo qui non per ricordare ma per fare memoria di Pasquale Almerico – ha detto Orlando -. Qui oggi ci interroghiamo su quanto sia importante l’esempio di un siciliano che si è opposto alle connivenze e ai silenzi e si e opposto all’ingresso della mafia dentro le strutture dei partiti, ingresso che avrebbe negli anni successivi dato forza a una violenza criminale che ha finito per assumere il volto delle istituzioni. Questo è il senso di fare memoria: attualizzare il messaggio di chi come Almerico ha sacrificato la propria vita per un futuro diverso e migliore. Nella storia di Pasquale Almerico vediamo la storia di quanti, come Piersanti Mattarella, democristiano come Almerico, hanno pagato con la vita la loro opposizione al sistema di potere politico affaristico mafioso”.

 

 

 

Altre notizie su http://it.wikipedia.org/wiki/Pasquale_Almerico

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