26 gennaio 1960 Nicosia (EN). Assassinato Antonino Giannola, magistrato.

Foto da memoriaeimpegno.it

Antonino Giannola, entrato in magistratura a soli 24 anni, fu assegnato alla Corte d’Assise di Palermo alla fine degli anni ’40, in momenti storici particolarmente complessi per la Sicilia dove le note vicende riguardanti il separatismo, le lotte agrarie e il banditismo ebbero nella strage di Portella della Ginestra l’espressione più tragica e violenta. In quegli anni, Antonino Giannola svolgeva le delicatissime funzioni di giudice a latere in Corte d’Assise, dove si celebravano anche i processi alla banda Giuliano. Gli fu assegnata una scorta armata che lo accompagnava, a piedi, in tutti i suoi spostamenti.
Presidente del Tribunale di Nicosia (EN), il 26 gennaio del 1960, mentre presiedeva un’udienza civile nel suo ufficio, venne barbaramente assassinato da un individuo armato, esasperato per un ulteriore rinvio di una causa da lui intentata contro un avvocato. L’uomo era convinto che l’ambiente forense locale gli fosse ostile. Giannola abitava a Palermo con la moglie e i suoi tre figli.
Fonte::  memoriaeimpegno.it

 

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Postato il 26 gennaio 2017
In ricordo di Antonino Giannola

Antonino Giannola, presidente del Tribunale di Nicosia (EN), dove svolgeva il suo ultimo incarico dalla metà degli anni ‘50, il 26 gennaio del 1960, mentre presiedeva un’udienza civile, veniva barbaramente assassinato da un individuo introdottosi armato nel Palazzo di Giustizia senza che nessuno lo fermasse. Il grave delitto, senza precedenti nella storia della Repubblica, alterava per sempre il senso di rispetto e di deferenza che i cittadini e anche i cosiddetti “uomini d’onore” avevano fino ad allora nutrito nei confronti della Magistratura. All’atto dell’arresto, l’assassino urlava asserendo che con il suo gesto aveva “ucciso la Giustizia”.

Quell’episodio fu vissuto da tutta la Nazione con angoscia e preoccupazione per gli effetti che potevano derivare dalla violazione traumatica del principio di sacralità della figura del Giudice. Da allora gli episodi di violenza nei confronti dei giudici non si sono più fermati.

L’inaudita violenza del delitto mal si conciliava con la figura, la storia, la mitezza, la competenza professionale, con il modo di amministrare giustizia di nostro padre. Eppure, nella sua carriera si era confrontato con una società dove gli ancestrali contenziosi e contrasti di interessi, anche familiari, si manifestavano sovente con violente faide personali e collettive. Erano anni in cui il “ribellismo” diffuso non costituiva fatto eccezionale e sfociava anche negli assalti agli uffici pubblici comprese le Preture e le Questure (Alcamo, 1944/45); momenti storici particolarmente complessi per la Sicilia dove le note vicende riguardanti il separatismo, le lotte agrarie, il banditismo, il connubio politico- mafioso, ebbero nella strage di Portella della Ginestra l’espressione più tragica e violenta. In quegli anni, nostro padre svolgeva le delicatissime funzioni di giudice a latere in Corte d’Assise dove si celebravano anche i processi alla banda Giuliano, per tutta la durata dei quali, atto non frequente a quei tempi, gli fu assegnata una scorta armata che lo accompagnava, a piedi, in tutti i suoi spostamenti.

E’ tuttora viva nel nostro ricordo di bambini con quanta indignazione e orrore aveva esclamato “l’ammazzaru a ddru picciriddu!!” alla notizia della morte di Giuseppe Letizia, tredicenne pastore di Corleone, testimone oculare del delitto di Placido Rizzotto.

Quella di nostro padre fu la fine tragica di un uomo “normale”, che svolgeva un lavoro “normale”, con una famiglia “normale”, in un Paese che, a lui, sembrava diventato finalmente libero e “normale”. Coerentemente con la sua formazione umanistica, l’innato senso della giustizia, il culto della libertà di pensiero, il rifiuto di ogni forma di coercizione e di violenza, di oppressione e di dittatura lo avevano reso un convinto antifascista. Nell’agognata libertà aveva creduto tanto da non indossare mai la camicia nera che il regime imponeva ai pubblici funzionari. Nel febbraio del 1945, quando tutto era incerto, al più piccolo di noi aveva dato il nome di Libero Italo.

Il brillante corso di studi classici, aveva influenzato profondamente la sua visione del mondo, solcando una traccia indelebile nel suo carattere e nei suoi interessi culturali e personali. Era noto per il suo parlare in latino e recitare poesie in latino e greco. Uomo buono, mite, giusto, affettuoso, colto, era amatissimo dai cittadini dei luoghi in cui aveva esercitato le sue funzioni, aveva fama di possedere serena pazienza, umana e bonaria comprensione, umiltà, sollecitudine nel soccorrere con consigli chiunque a lui ricorresse.

A noi figli, privati della sua presenza fin dall’adolescenza, non aveva fatto mancare, negli studi umanistici, la cura e la guida paziente né gli affettuosi indirizzi verso il senso di giustizia, di equità, profonda umanità, passione civica.

Al nostro dolore, alle ferite mai rimarginate, al vuoto e all’assenza che ci hanno accompagnato per la maggior parte della nostra vita, trascorsa sotto il segno della tragedia, si è aggiunto il peso dell’ingiustizia subita per la mancanza di una qualsivoglia forma di gratificazione, riconoscimento, risarcimento o beneficio da parte di uno Stato che, nei nostri confronti, si è rivelato sordo e patrigno. Per un incomprensibile meccanismo giuridico-legislativo altamente discriminatorio, infatti, i benefici alle vittime del dovere vengono concessi soltanto per i fatti accaduti a partire dal gennaio dell’anno 1961.

In ciascuno di noi rimangono indelebili le tracce dei suoi insegnamenti e i metodi per tradurli in azione. Gli stessi suoi valori sono stati trasmessi ai nostri figli che non hanno potuto godere dell’affettuosa guida e delle tenerezze di un nonno amorevole e premuroso.

i figli Silvano, Isabella e Libero Italo Giannola

 

 

 

Articolo da  STAMPA SERA Mercoledì 27 – Giovedì 28 Gennaio 1960
La tragedia ai Tribunale di Nicosia  in Sicilia.
Il medico ha ucciso il magistrato per vendicarsi di «un’ offesa personale»
di Franco Desio
Il sessantenne omicida esasperato per un ulteriore rinvio di una causa per danni da lui intentata contro un avvocato – Era convinto che l’ambiente forense locale gli fosse ostile – Tre colpi di pistola, uno dei quali a vuoto – La vittima abitava a Palermo con la moglie ed i tre figli.

Palermo, mercoledì sera. Un medico chirurgo, il dott. Giovanni Occhipinti, di 60 anni, che aveva da qualche tempo in corso una causa civile presso il Tribunale di Nicosia, mentre si trovava nell’ufficio del presidente dello stesso Tribunale, dott. Antonino Giannola, da Palermo, ha estratto una grossa pistola «Smith» calibro 38 esplodendo contro l’alto magistrato tre colpi, uno dei quali gli spezzava la carotide provocandone la morte quasi Istantanea. L’omicida, che è stato arrestato mentre usciva dall’ufficio nel quale aveva commesso il delitto, si riteneva perseguitato dai magistrati e dagli avvocati di Nicosia per i continui rinvii della discussione di una causa per danni intentata dall’Occhipinti contro l’avv. Saggio. Questi, secondo l’omicida, accusandolo di antifascismo, gli aveva impedito di vincere molti anni addietro un concorso per una condotta in un paese della Calabria. L’Occhipinti, nella sua istanza, aveva chiesto che per questo fatto il Tribunale condannasse l’avv. Saggio al risarcimento dei danni, ammontante a diverse centinaia di milioni. La causa, che doveva discutersi oggi davanti al Tribunale, aveva subito stamane un nuovo rinvio di carattere procedurale. Il rinvio disposto dal presidente del Tribunale, dott. Giannola, inaspriva il medico, che aveva considerato un’offesa personale la decisione presa dal Tribunale e per esso dal presidente dott. Giannola, e mentre l’udienza continuava con l’istruzione di un’altra causa, è entrato nell’ufficio del presidente sparandogli contro tre colpi di pistola, che hanno raggiunto il magistrato in parti vitali. Verso le ore 13 di oggi l’Occhipinti aveva avuto un colloquio con la sua futura vittima e con il giudice dottor Rizzo, durante il quale si era mostrato particolarmente nervoso e sconvolto. Il dott. Giannola d’altra parte non era mai intervenuto direttamente nella causa per il risarcimento dei danni se non per quanto gli competeva in dipendenza del suo ufficio. Il colloquio era avvenuto nell’aula delle udienze, là dove dopo qualche ora il corpo del magistrato doveva essere trasportato privo di vita per essere vegliato in commosso luttuoso raccoglimento dai giudici, avvocati, dipendenti del Tribunale locale. Nel corso della discussione sia il dott. Rizzo che il presidente del Tribunale avevano assicurato l’attore del giudizio che l’azione legale avrebbe sicuramente proseguito il suo corso e avrebbe avuto definizione secondo giustizia. Il dott. Rizzo si allontanava quindi per recarsi a casa, dove si trovava il padre ammalato, mentre il dott. Giannola rientrava net suo ufficio, dove doveva discutersi un’altra causa civile in cui erano interessati i fratelli La Guidara, del luogo. Mentre, presenti gli avvocati Mazzocca, Benintende e Pitanza, oltre al cancelliere Algozzino ed ai due fratelli La Guidara, la discussione stava per finire, l’Occhipinti chiedeva di essere ricevuto dal Presidente del Tribunale e questi gli permetteva di fare ingresso nel suo ufficio. Il dott. Giannola dunque, nonostante il colloquio precedente avesse già definito tutto quanto c’era da dire per il momento, fece entrare il medico, lo invitò a sedersi su una poltroncina di velluto in un angolo dello studio e prosegui a discutere con i presenti gli ultimi particolari del procedimento in corso di trattazione. L’Occhipinti, mentre presidente e avvocati parlavano, uscì dall’ufficio, attraversò il corridoio, oltrepassò il vasto pianerottolo che si affaccia sulla tromba della scala e si appartò in un angolo, dove rimase qualche istante in atteggiamento che si rivelò sospetto solo a fatto compiuto: forse stava armeggiando con la pistola che aveva in tasca, pistola per la quale non aveva il porto d’armi e della quale si era munito nel premeditato e preordinato proposito di compiere il gesto omicida. Ritornato nell’ufficio del dott. Giannola, dopo essersi seduto ancora per pochi minuti nella poltroncina d’angolo, si alzò di scatto e, portatosi alle spalle dell’avvocato Benintende, estratta la «Smith» dalla tasca del cappotto, esplose tre colpi di pistola, due dei quali raggiunsero la vittima designata alle regioni carotidea e giugulare, mentre il terzo, dato che il ferito si era accasciato di sghembo sulla sedia, attraversò la spalliera e si conficcò nella parete retrostante. L’omicida venne arrestato dai carabinieri proprio mentre cercava di fuggire, mentre l’alto magistrato veniva trasportato all’ospedale, dove però giungeva cadavere. Sul tavolo dello studio dove si era svolto il fulmineo dramma, era rimasto, ancora spiegazzato, testimone degli ultimi istanti di vita del dott. Giannola, un foglio di carta bollata che nello spasimo dell’agonia il Presidente del Tribunale aveva stretto nella mano contratta. L’assassino era stato nel frattempo, dopo una sosta presso la caserma dei carabinieri, associato alle carceri, dove nella serata il Procuratore della Repubblica ha proceduto all’interrogatorio di rito. Il presidente Giannola abitava a Palermo assieme alia moglie e ai tre figli ed era giunto a Nicosia ieri mattina. Egli infatti avrebbe dovuto rientrare venerdì sera a Palermo per trascorrere la fine settimana con i familiari.

 

 

Fonte: LA STAMPA Mercoledì 27 Gennaio 1960
Tragico episodio nel paiano di giustizia a Nicosia in Sicilia
Presidente di Tribunale ucciso a rivoltellate in ufficio da un medico che si credeva perseguitato
La vittima è un magistrato di Palermo di cinquantaquattro anni – L’assassino aveva da tempo in corso una causa civile per presunti torti subiti – Riteneva che nell’ambiente forense tutti gli fossero nemici – Ieri mattina il suo caso aveva subito un nuovo rinvio – Esasperato, ha affrontato la vittima e le ha sparato tre colpi di pistola – Subito dopo è stato arrestato.

Palermo, 26 gennaio. Il presidente del Tribunale di Nicosia, dott. Antonino Giannola di 54 anni, è stato ucciso poco dopo le 13 nel proprio studio al primo piano del palazzo di giustizia, dal medico chirurgo Giovanni Occhipinti di 60 anni; l’assassino gli ha sparato contro tre colpi di pistola, uno dei quali ha spezzato la carotide della vittima. L’Occhipinti è stato arrestato subito dopo il delitto. Mentre, infatti, i primi accorsi prestavano aiuto al dottor Giannola, che si era accasciato agonizzante su una sedia, l’uccisore, messa in tasca la grossa pistola con la quale aveva sparato contro il Presidente del Tribunale, era uscito dall’ufficio. Già si stava allontanando per il corridoio, quando una delle persone che avevano assistito impotenti al tragico episodio affacciatasi all’uscio, aveva urlato il nome dell’assassino: e due carabinieri che si trovavano in servizio nei pressi della sala delle udienze, in quel momento deserta, e che stavano accorrendo sul luogo dal quale era venuto il fragore delle esplosioni, potevano affrontarlo, afferrarlo saldamente, disarmarlo e ammanettarlo, non senza che l’omicida, con una forza insospettabile in un uomo di età avanzata, avesse prima tentato di divincolarsi violentemente dalla stretta.

In tasca gli veniva rinvenuta e subito sequestrata una grossa pistola tipo Smith calibro’38, ancora munita di alcuni proiettili nel caricatore, mentre altre cinque cartucce sciolte, a quanto si è potuto apprendere dalle prime notizie, l’assassino aveva in un’altra tasca.

Il medico Giovanni Occhipinti si riteneva perseguitato nel lontano passato dall’avv. Ernesto Saggio e ora un po’ da tutti i magistrati del Tribunale di Nicosia. E questo è il movente dell’assurdo delitto. L’Occhipinti, durante il fascismo, era stato nominato medico condotto in prova presso un paesino della Calabria. Al termine del periodo di prova, era stato licenziato dall’Amministrazione civica del luogo e aveva cominciato ad attribuire la causa del licenziamento all’avv. Saggio, che all’epoca rivestiva la carica di segretario politico di Cerami.

L’Occhipinti, a suo dire, nutriva sentimenti antifascisti e per tale sua posizione politica veniva perseguitato — sempre secondo la sua tesi — dagli esponenti del regime del suo paese e in particolare dall’avv. Saggio. Caduto il fascismo, l’Occhipinti aveva cominciato ad inviare esposti e proteste al Consiglio di Stato, al Presidente della Repubblica, ai nuovi esponenti politici, chiedendo giustizia e riparazione. Due anni or sono, poi, aveva iniziato un’azione legale in sede civile contro il Saggio, chiedendo un risarcimento di danni in larga misura — centinaia di milioni di lire — per essere stato danneggiato anche professionalmente.

Siccome la causa appariva manifestamente infondata in punto di diritto, tanto che nessun legale del luogo intendeva assumerne il patrocinio, il Consiglio dell’Ordine designava come difensore l’avvocato Messina, del foro di Nicosia. Naturalmente, data la natura della causa, l’azione legale affidata per la istruzione al giudice dott. Antonino Rizzo, del Tribunale locale, subiva parecchi rinvii, l’ultimo dei quali, quello che ha scatenato il gesto omicida, era stato deciso proprio stamane.

Sei mesi fa il medico, insoddisfatto dell’andamento della azione giudiziaria da lui assurdamente intentata, aveva ritirato la procura già rilasciata all’avv. Messina e s’era messo a stendere autocomparse, che presentava a getto continuo al giudice incaricato. Nel contempo frequentava assiduamente il Tribunale, chiedendo colloqui con il presidente dott. Giannola e col giudice dott. Rizzo, per sollecitare la definizione della causa civile, che era ormai diventata la ragione prima della sua vita. In questi ultimi giorni, si era recato diverse volte a Nicosia dal suo comune di residenza e anche martedì scorso era stato visto in Tribunale, sempre col suo fascio di carte sotto il braccio.

L’Occhipinti, considerando stamane il rinvio disposto dal presidente del Tribunale come un’offesa personale, mentre l’udienza continuava con la istruzione di un’altra causa, è entrato come s’è detto nell’ufficio del dott. Giannola. Senza pronunciare parola, s’è avvicinato alla scrivania dietro la quale sedeva il magistrato, ha estratto la rivoltella ed ha sparato tre colpi quasi a bruciapelo contro il dott. Giannola. Il presidente, raggiunto in parti vitali, non ha avuto nemmeno la forza di alzarsi dalla sedia: ha reclinato il capo sul petto entrando in agonia. Trasportato all’ospedale civile, il magistrato è spirato subito dopo il suo ricovero. Il dott. Giannola abitava a Palermo con la moglie e ‘tre figli, f. d.