26 gennaio 1996 Cicciano (Napoli). Ucciso il Maresciallo della marina Salvatore Manzi, 30 anni. Si ipotizza per vendetta trasversale.

Salvatore Manzi, 30 anni, era un maresciallo di terza classe della Marina in servizio a Roma. Fu assassinato su un campo di calcio a Cicciano (Napoli) il 26 gennaio del 1996. I killer fecero irruzione sul campo di gioco e, dopo aver fatto stendere a terra i giocatori, si avvicinarono a uno di essi, per assicurarsi si trattasse della persona giusta; e gli spararono. Dal fucile a canne mozze dei sicari partirono tre colpi: due andarono a segno e per Salvatore Manzi non vi fu scampo. Un omicidio apparentemente inspiegabile. Secondo gli investigatori, però, la morte di Manzi potrebbe essere legata a una vendetta trasversale. L’uomo infatti era in rapporti di parentela con alcuni esponenti del clan camorristico dei Cava, la famiglia che per anni ha dettato legge a Quindici (Avellino). A Quindici, infatti, era in corso da anni una faida che vedeva i Cava opposti ai Graziano. Lì risiedevano ancora i suoi genitori, ma il sottufficiale, quando rientrava da Roma, si fermava a Nola (poco distante da Cicciano), dove sono rimasti la moglie e il figlio.
Fonte  memoriaeimpegno.it

 

 

 

Fonte: fondazionepolis.regione.campania.it

Salvatore Manzi, maresciallo della Marina, viene ucciso ai colpi di lupara mentre gioca con gli amici presso un campo di calcetto a Cicciano.

Due killer si presentano sul campo e fanno stendere a terra tutti i giocatori presenti e, avvicinandosi ad uno di essi, dopo essersi accertati che fosse la persona giusta, fanno fuoco. Dal fucile a canne mozze dei killer partono tre colpi: uno di questi trafigge Salvatore Manzi, che con la criminalità organizzata non ha niente in comune.

Il sottoufficiale Manzi prestava servizio a Roma e, prima di fermarsi a Nola, come sua abitudine, sostò a Cicciano. Il cambio di itinerario fu per lui fatale. A Nola sono rimasti sua moglie e il figlio di 5 anni.

Nel 2009 il Ministero dell’Interno decreta Salvatore Manzi vittima innocente di criminalità organizzata.

Il 31 ottobre 2014 l’associazione Libera Avellino ha ricordato con una marcia tutte le vittime innocenti del Vallo, tra cui Salvatore Manzi.

 

 

 

Fonte: ricerca.repubblica.it
Articolo del 28 gennaio 1996
ASSASSINATO SUL CAMPO DI CALCETTO
di Conchita Sannino

NOLA – Era un sottufficiale della Marina e parente – alla larga – del boss Salvatore Cava di Quindici, paese devastato da trent’ anni di faida con i nemici Graziano. E, forse, questo è bastato alla camorra per decretare la morte di Salvatore Manzi, trent’anni, capo di terza classe negli uffici del Ministero della Difesa. Era lontano dai giochi criminali, è stato invece ucciso come un capocosca: la feroce esecuzione, alle 22 di venerdì, in un campo di calcetto a Cicciano, vicino a Napoli, durante la partita dei suoi week-end di pendolare tra Roma – quartiere Eur, sede della Direzione generale delle Telecomunicazioni- e Nola, dove lo aspettavano la giovanissima moglie e il figlioletto di cinque anni. I killer hanno fatto irruzione nell’impianto sportivo, hanno fatto stendere a terra tutti e otto i giocatori, simulando la rapina. Poi – dopo essersi avvicinati al maresciallo Manzi e avergli sollevato il mento per esser certi della sua identità – lo hanno fulminato con tre pallettoni. La testa quasi staccata, sotto gli occhi degli amici. Tutto perché sua madre, Anna Maria Cava, porta lo stesso cognome del boss Salvatore, ritenuto il fondatore del gruppo decimato dalla guerra con i Graziano, cosca che ha dato quattro sindaci al paese di Quindici. Una saga costellata di morti: 40 in 26 anni. Salvatore Manzi, secondo il pm Paolo Itri e i carabinieri, sarebbe l’ultimo innocente sacrificato all’odio delle due famiglie. I killer della faida hanno colpito una coppia di estranei (nell’ottobre del ’91, per errore, uccisero Nunziante Scibelli e ferirono sua moglie Francesca Cava, solo omonima), né hanno risparmiato un ragazzo handicappato (il 13 dicembre del ’91): aveva 19 anni, era il figlio del boss Salvatore Cava. Nella notte, l’auto del commando e l’arma del delitto sono state date alle fiamme e ritrovate in un viottolo di campagna. Chissà se è un caso che, alla stessa ora dell’esecuzione, carabinieri e vigili fossero impegnati a domare l’incendio di un casolare in campagna.