27 Maggio 1944 Ragalbuto (EN) ucciso Santi Milisenna, segretario della federazione comunista

Regalbuto (Enna), nel corso di disordini in occasione di un raduno separatista, il 27 maggio 1944, viene ucciso Santi Milisenna, segretario della federazione comunista di Enna.

Fonte: Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato

Nel 2022 Libera ha tolto Santi Milisenna dall’elenco delle vittime innocenti di mafia:
Fonte: vivienna.it  – Articolo del 21 marzo 2022
Santi Milisenna, dirigente comunista ennese nel 1943-1944, tolto dall’elenco delle vittime innocenti delle mafie, è vittima della violenta conflittualità politica nella Sicilia del dopoguerra, non di “cosa nostra”.

 

 

Articolo del 5 Agosto 2007 da  cittanuove-corleone.it 
Una scia di sangue firmata Cosa Nostra
di Dino Paternostro

1944. Fu un anno nero per i comunisti: a Regalbuto venne ucciso Santi Milisenna, a Casteldaccia Andrea Raia

Per la verità, dei segnali inquietanti erano già arrivati nei mesi precedenti. Il 27 maggio 1944, a Regalbuto (Enna), durante un tumulto per un raduno separatista, era stato ucciso il segretario della federazione comunista di Enna, Santi Milisenna. E, pochi giorni prima che Li Causi tornasse in Sicilia, il 6 agosto 1944, a Casteldaccia, in provincia di Palermo, era stato assassinato Andrea Raia, definito dalla Voce Comunista «un organizzatore comunista» e un «membro attivo e intelligente del  comitato di controllo ai granai del popolo». I mandanti, secondo lo stesso giornale, erano «da ricercare nei grossi proprietari fascisti e separatisti di Casteldaccia»,  mentre gli esecutori materiali «tra i maffiosi locali». Ma l’aggressione mafiosa a Girolamo Li Causi, a differenza dei delitti precedenti, suscitò molto scalpore a Roma, dove i comunisti facevano parte dei governi di unità nazionale. In Sicilia, invece, il maggiore quotidiano dell’Isola vi dedicò appena un trafiletto, travisando per giunta i fatti (per il Giornale di Sicilia, a provocare furono i socialisti e i comunisti). E, non a caso, contro i colpevoli le autorità procedettero con molta cautela. «Il Vizzini ed il
Farina furono rinviati a giudizio, ma non ne fu disposto l’arresto (nonostante il codice, per reati del genere, lo prevedesse). Così, quando nel novembre del 1949 il processo si concluse con la condanna di entrambi a cinque anni di reclusione, don Calò era già latitante da qualche anno ed aveva potuto dedicarsi alla sua attività politica in favore del separatismo e della Democrazia cristiana. Nel 1954, egli morì nel suo letto. Nel maggio del 1958, i partecipanti alla strage ottennero la grazia del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi», scrive la Scolaro.
Eppure, nella drammatica vicenda di Villalba si possono già individuare le caratteristiche tradizionali dell’esercizio del potere mafioso. In un memoriale del 7 gennaio 1964, che i comunisti di Caltanissetta inviarono alla Commissione antimafia, fu denunciato che quella di Villalba era stata una «azione violenta della mafia in difesa delle strutture agrarie esistenti, e un’aperta intimidazione rivolta ai partiti politici, alle organizzazioni sindacali ed ai lavoratori della terra, che ponevano l’esigenza della concessione della terra ai contadini». E si mise in rilievo la «debolezza – in qualche caso connivenza – dei pubblici poteri», ma anche la «notevole capacità di intrigo e la forza di pressione della mafia, al punto di consentire ai responsabili della strage di non scontare nemmeno un solo anno di carcere e di riuscire ad ottenere persino la grazia del presidente della Repubblica». Sui fatti di Villalba la magistratura e le forze dell’ordine indagarono con molta prudenza, ma per gli omicidi Milisenna e Raia, a parte l’apertura dei fascicoli di routine, si può dire che non vi furono vere e proprie indagini. D’altra parte, nel caos della Sicilia del dopoguerra, distinguere tra omicidi comuni e delitti politico-mafioso non era per niente facile. E diventava ancora più difficile, in un contesto in cui i «comunisti» e la sinistra venivano identificati come i «nemici» da combattere, mentre i mafiosi e i loro complici «amici» da arruolare nel «partito dell’ordine». Invece, questi primi episodi di violenza si sarebbero dimostrati come l’inizio di un’offensiva armata che avrebbe accompagnato la storia della Sicilia fino agli anni ’60.
D. P.

Per un approfondimento:

 

 

STORIA DEL MOVIMENTO ANTIMAFIA
Dalla lotta di classe all’impegno civile

di Umberto Santino

Editori Riuniti

Fotocopertina e nota da:  editoririunitiuniversitypress.it

Questa nuova edizione, aggiornata e integrata (che viene dopo nove anni dall’ultima del dicembre 2000), si propone soprattutto di promuovere una riflessione, in primo luogo nell’ambito di un movimento che deve crescere, diffondersi e radicarsi, ma anche in un ambito più ampio, quello della società civile più o meno organizzata e quello ancora più esteso dei lettori che desiderano conoscere la storia remota e attuale delle lotte contro uno dei fenomeni più preoccupanti della società contemporanea e impegnarsi per la costruzione di alternative efficaci e praticabili.

Le pagine della Storia del movimento antimafia si articolano in tre parti: la prima parte, «Il movimento contadino e la lotta contro la mafia», abbraccia un arco di tempo che va dai Fasci siciliani, al fascismo, al secondo dopoguerra; la seconda parte, «Un periodo di transizione», è sui cruciali anni ’60 e ’70; la terza parte, «L’impegno della società civile», analizza la lotta contro la mafia dagli anni ’80 a oggi. Il volume contiene anche un’appendice sulle associazioni e le iniziative antimafia in Italia aggiornato ad oggi, essenziale repertorio di punti di riferimento in tutto il territorio nazionale.

Umberto Santino. Fondatore e direttore del Centro siciliano di documentazione «Giuseppe Impastato» di Palermo, il primo centro studi sulla mafia sorto in Italia (1977), è da decenni uno dei più autorevoli studiosi del fenomeno mafioso oltre che uno dei più rigorosi e tenaci militanti del movimento antimafia. I suoi scritti sono strumenti fondamentali per quanti sono impegnati contro il potere mafioso. Il saggio La mafia finanziaria (1986) e gli altri saggi ripubblicati nel volume La borghesia mafiosa (1994) hanno anticipato le analisi attuali e restano un punto di riferimento, come pure le ricerche su L’omicidio mafioso (1989) e su L’impresa mafiosa (1990), svolta assieme a Giovanni La Fiura, i volumi La democrazia bloccata (1997), L’alleanza e il compromesso (1997), La cosa e il nome (2000), la rassegna degli studi pubblicata nei volumi La mafia interpretata (1995) e Dalla mafia alle mafie (2006), gli scritti raccolti nel volume Mafie e globalizzazione (2007) e la Breve storia della mafia e dell’antimafia (2008). È autore anche di scritti satirici e letterari, come Una ragionevole proposta per pacificare la città di Palermo (1985, 2006), Libro di Giona (1993), I giorni della peste (1999, 2006).

 

 

 

Fonte: vivienna.it
Articolo del 21 marzo 2022
Santi Milisenna, dirigente comunista ennese nel 1943-1944, tolto dall’elenco delle vittime innocenti delle mafie

SANTI MILISENNA, DIRIGENTE COMUNISTA ENNESE NEL 1943-1944, TOLTO DALL’ELENCO DELLE VITTIME INNOCENTI DELLE MAFIE: “VITTIMA DELLA VIOLENTA CONFLITTUALITÀ POLITICA NELLA SICILIA DEL DOPOGUERRA, NON DI COSA NOSTRA”

Oggi si celebra la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. L’associazione nazionale Libera, che ha istituito l’evento redigendo un elenco dei nomi dei caduti sotto il piombo mafioso, nei giorni scorsi ha deciso di rimuovere dalla lista il nome dell’ennese Santi Milisenna, accogliendo la sollecitazione dello storico Carmelo Albanese che in una circostanziata relazione ha chiarito al gruppo di lavoro che cura la raccolta nominativa i fatti accaduti nel maggio 1944 a Regalbuto dove perse la vita il dirigente comunista. A Carmelo Albanese abbiamo chiesto un commento.

“Sono molto contento della decisione presa da Libera perché dimostra la disposizione di una grande associazione che, tra le altre cose, si occupa di divulgazione della memoria, ad accogliere le acquisizioni che provengono dal mondo degli studi e della ricerca. L’elenco delle vittime innocenti delle mafie, che ogni anno il 21 marzo viene letto in tanti luoghi d’Italia, è un progetto importante che va fatto conoscere e per questo è necessario che sia quanto più possibile preciso.
Le ragioni per cui Milisenna vi era finito dentro possono essere diverse, non ultima il fatto che vi è stata una lunga stagione in cui si è impropriamente ritenuto che tutte le morti di militanti politici in Sicilia avvenute in circostanze non del tutto chiare fossero riconducibili alla criminalità organizzata; si trattava naturalmente di una semplificazione che non vedeva (o non voleva farlo) che, pure in forme diverse, qui come altrove in alcune fasi della storia si è sviluppato un conflitto politico molto duro che ha dato luogo a scontri di piazza particolarmente cruenti, talvolta finiti tragicamente. Ed è a questo quadro, ovvero alla violenza politica del dopoguerra isolano, che va ricondotta la vicenda del militante ennese.

I fatti sono questi.
Il 27 maggio 1944 è prevista a Regalbuto una manifestazione autorizzata del movimento indipendentista (Mis), forza politica che in quel frangente gode di un grande consenso tra la popolazione siciliana, ed è annunciata anche la presenza del suo presidente, Andrea Finocchiaro Aprile. Appresa la notizia, in mattinata un gruppo di comunisti di Enna guidato da Santi Milisenna, a bordo di un camion si dirige alla volta di Regalbuto per contestare l’evento.
Attivo segretario del Pci di Enna, in gennaio Milisenna aveva partecipato, assieme a pochi altri siciliani – tra i quali il palermitano Franco Grasso –, al congresso di Bari dei Comitati di liberazione nazionale (Cln) e, in aprile, al primo congresso regionale comunista di Messina aveva difeso i suoi orientamenti massimalisti in tema di politica agraria volti ad ottenere la socializzazione del latifondo. Il radicalismo delle posizioni, tuttavia, non aveva impedito al leader ennese di divenire un affidabile interlocutore dell’Amministrazione militare alleata nella Sicilia liberata, tanto da ottenere l’autorizzazione a pubblicare, già dal settembre ‘43, l’organo del Fronte del Lavoro «Il dieci luglio ‘43» (divenuto dal marzo 1944 «Unità proletaria»), seconda esperienza di direzione editoriale di Milisenna, figurando già come responsabile, con Accursio Miraglia, del periodico di Sciacca «La Riscossa».

Giunti a Regalbuto, gli ennesi trovano una piazza a dir poco singolare, dove comunisti della locale sezione e monarchici alimentano la protesta contro il Mis e, assieme ad alcuni soldati della Divisione “Sabauda” del Generale Ettore Ronco, premono per entrare nel teatro dove si sta svolgendo la manifestazione. Lo scontro con i separatisti, ma soprattutto con le forze dell’ordine, è a quel punto inevitabile. Il gruppo dei comunisti ennesi si disperde: alcuni riescono a salire sul camion e fare ritorno a Enna, altri si muovono a piedi, mentre Milisenna cade nel corso degli scontri.
Le circostanze che portano alla sua morte non sono mai state chiarite con certezza, ma sulla base della documentazione esistente e delle testimonianze (secondo alcune delle quali, tra l’altro, i morti sarebbero stati due), in sede storica sono state avanzate due ipotesi, non necessariamente alternative: la prima riconduce il decesso ai problemi cardiaci di cui Milisenna soffriva e dunque ad un attacco di cuore subentrato nella foga del momento; la seconda, invece, individua nella vigorosa reazione dei Carabinieri posti a protezione del teatro la causa di quello che si configurerebbe, quindi, come un assassinio dei militi dell’Arma. In nessun caso, comunque, è possibile ricondurre i tragici fatti, direttamente o indirettamente, alla mafia. Com’è noto, infatti, nel movimento separatista confluirono spinte diverse e al suo interno non furono marginali gli esponenti “democratici” (si pensi ad Antonino Varvaro, che del Mis era al tempo segretario generale), molti dei quali ben presto aderirono ai partiti nazionali. E’ altrettanto conosciuto il fatto che in alcuni territori l’organizzazione mafiosa abbia cavalcato il movimento, ma tale saldatura non solo non fu prevalente (la vicenda Giuliano, naturalmente, riguarda un’altra fase e un altro contesto), ma non è riscontrabile in quest’area, anche – ma non solo – perché il comune dell’ennese non era Villalba e Finocchiaro Aprile non era don Calogero Vizzini. Soprattutto, però, Milisenna e i suoi compagni si recano volontariamente a Regalbuto per contestare degli avversari politici e non vi sono elementi nella sua attività che lo collochino in una qualche forma di contrasto diretto con Cosa Nostra o che comunque possano motivare la decisione di ucciderlo, per di più in quel contesto.

Del resto, a metterci sulla pista “politica” della morte di Milisenna, ossia della conflittualità di piazza quale contesto in cui si realizza la tragedia, sono gli stessi soggetti protagonisti di quella fase.
I separatisti innanzitutto, che tra giugno e luglio, per iniziativa di Finocchiaro Aprile e Varvaro, inviano una serie di missive al governo italiano, alla Commissione alleata di controllo e ai ministri degli Esteri di vari paesi (tra cui USA, URSS e Regno Unito) lamentando l’ostracismo cui è sottoposto il movimento in Sicilia, citando come esempio emblematico i “fatti di Regalbuto”, imputabili alla “regia” del prefetto di Enna, l’aidonese Ferruccio Bruno (effettivamente indicato in un rapporto del 15 marzo 1944 del Maggiore Radice, Provincial Commissioner di Enna della Commissione alleata di controllo, «an active socialist and friend of Matteotti»).
Poi i comunisti: Franco Grasso, infatti, pochi giorni dopo quegli scontri, nel settimanale che dirige, «La voce comunista», definisce Milisenna «prima vittima del separatismo», e il 15 giugno Giuseppe Montalbano, nella prima seduta della neocostituita Giunta Regionale Consultiva dell’Alto Commissariato per la Sicilia, presieduta da Francesco Musotto, inizia il suo intervento ricordando Santi Milisenna, «caduto a Regalbuto vittima del movimento separatista».

In definitiva, gli avvenimenti occorsi il 27 maggio 1944 maturano nel clima di tensioni tra i partiti (e tra questi e le forze dell’ordine) nella Sicilia del dopoguerra, ed è in questo contesto che avviene la morte di Santi Milisenna, un dirigente politico importante che, dunque, è giusto e necessario ricordare tra i caduti di una stagione di violenta conflittualità politica, non certo come una vittima della criminalità mafiosa”.

 

 

 

 

 

 

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