27 Marzo 2004 Annalisa Durante, vittima innocente di Napoli, aveva 14 anni

Foto da repubblica.it
Annalisa Durante, 14 anni, è stata uccisa per caso, a Napoli nel quartiere Forcella, uno dei più degradati della città. Era il 27 settembre del 2004 quando la ragazza, in compagnia di un’amica stava chiacchierando sotto il portone di casa ed è finita nella traiettoria di uno scontro a fuoco tra camorristi. Annalisa raggiunta al capo cade in una pozza di sangue. Inutile la corsa all’ospedale più vicino, l’Ascalesi. Il nosocomio non è attrezzato per questo tipo di assistenza e la ragazza, ormai in coma irreversibile, viene trasportata al Loreto Mare. Qui i sanitari non posso fare altro che affermare che la vita della giovanissima e bellissima vittima si era spezzata per sempre. I genitori autorizzano l’espianto degli organi. Mentre il quartiere e l’intera Napoli è sotto choc per l’accaduto, gli inquirenti stringono il cerchio sia per quando riguarda il malavitoso sia sui suoi sicari che sembrano appartenere al clan contrapposto dei Mazzarella che negli anni cercavano di spodestare il clan Giuliano. Salvatore Giuliano viene arrestato dopo un blitz di interforze mentre si nascondeva nell’appartamento di un parente a Pomigliano d’Arco. Fin dall’inizio il ragazzo ha negato di aver sparato e colpito Annalisa e di essersi fatto scudo con il corpo della ragazza. Ma l’autopsia e i controlli sulla pistola di Giuliano, nonché la ricostruzione dell’intera scena, affermano che il proiettile che ha ucciso l’adolescente è stato esploso proprio dal camorrista per rispondere al fuoco dei suoi rivali. Salvatore Giuliano è stato condannato a 20 anni di carcere per l’omicidio di Annalisa Durante. (Fondazione Pol.i.s.)
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Napoli, quartiere Forcella, 27 Marzo 2004
Fonte: Repubblica, (18 novembre 2005)
Aveva 14 anni, morì per una pallottola vagante in uno scontro tra camorristi
Ora in un libro i suoi segreti. Con una profezia: “Il quartiere dove vivo è a rischio”
Il diario di Annalisa, uccisa per errore
“Vorrei fuggire, a Napoli ho paura”
di Conchita Sannino

NAPOLI – “Vivo e sono contenta di vivere, anche se la mia vita non è quella che avrei desiderato. Ma so che una parte di me sarà immortale”. Annnalisa sorride dal risvolto di copertina. Bionda, il volto d’angelo, ma lo sguardo di “scugnizza” catturava il presente con parole di mesta e tagliente lucidità, quella che tocca in dono ai bambini. “Cari genitori, quando Pasqua sarà veramente festa di Rinnovamento, papà avrà un lavoro vero e noi andremo via da Forcella”: ecco cosa scriveva, sei mesi prima di esser uccisa, Annalisa Durante, la quattordicenne caduta nei vicoli dell’antica Vicaria, il 27 marzo 2004, in uno scontro a fuoco tra camorristi.

Era un sabato sera, una pallottola vagante la centrò alla testa mentre si tratteneva sotto casa. Scapparono tutti, lei non ci riuscì: la madre si affacciò e vide i capelli color miele della secondogenita impregnati di sangue, gli occhi verdi già spenti. A leggere, oggi, i suoi appunti di fanciulla raccolti in un libro dai passaggi toccanti – “Il diario di Annnalisa”, Tullio Pironti editore, a cura di Matilde Andolfo e Mario Fabbroni – affiora il testamento di un’adolescente che tentò invano di sottrarsi al destino.

E che continua a esser simbolo dell’attesa di riscatto, oltreché immagine inesorabile di dolore e culto popolare. Decine di lettere e telegrammi, sul suo sepolcro peluche o odore di talco. Messaggi da New York a Santiago del Cile, da Barcellona al Texas.
“Un giorno diverrò grande. Eppure non riesco a immaginarmi. Forse me ne andrò, forse no. Mi mancherebbe le gite, la pizza che porta papà dopo il lavoro. Adoro la pizza fritta”, scrive nel diario.

Oltre la solarità trascinante del carattere, dietro l’aspetto di monella che si infliggeva piercing e tatuaggi contro il volere di mamma e già cominciava a guidare le auto dei corteggiatori più grandi, Annalisa coltivava angosce e presagi che affidava solo al suo diario. O al segreto dei temi in classe.

Scrive della criminalità che infesta il rione. Sogna di “fuggire da Napoli, viaggiare”: almeno fino a quando non fa irruzione nella sua vita Francesco, “l’amore” dell’adolescenza. “I grandi mi stanno appresso, ma io li sfotto, poi li lascio andare: mi spaventano. Mentre Francesco ha quasi la mia età, tra noi solo baci, anche se litighiamo sempre”.

È la ragazza che davanti alla tv non sogna solo di entrare nei programmi di Maria De Filippi: “Magari un giorno ballerò insieme a loro”, ma si interroga anche sui drammatici fatti di cronaca che avvengono a pochi metri da lei. “Non è giusto: si può morire così?”, scrive appena qualche mese prima di essere uccisa, ragionando in solitudine sull’omicidio di Claudio Taglialatela, assassinato per la rapina di un telefonino.

Claudio era solo il penultimo della lista. “Oggi abbiamo visto i funerali di Claudio in televisione. Abbiamo pianto tanto. Mia madre è sconvolta, dice che è la cosa più orribile perdere un figlio. A me mi è venuto il freddo addosso. Che tragedia. Perché si deve morire così? Non è giusto”. Era il 10 dicembre 2003. Il 27 marzo altri avrebbero iscritto Annalisa nello stesso elenco. “Il sogno di mio padre è portarci via da Forcella. Ha ragione. Non mi piace vivere qui”, scrive Annalisa nel diario.

Benché annoti, in classe, “nella città dove sono nata la gente sorride sempre”, troppe cose non le piacciono lì intorno. Ottobre 2003. “Le strade mi fanno paura. Sono piene di scippi e rapine. Quartieri come i nostri sono a rischio. Ci sono i ragazzi che si buttano via e si drogano senza motivo. La prof non sa bene i problemi del mio quartiere. La prof non può capire”. Ancora: “Mi fanno pena quei tossicodipendenti che barcollano tutti i giorni sotto le nostre case”.

Non le piace “lo sfruttamento e il lavoro nero. A Forcella ci sono fabbriche di borse, tante ragazze stanno per tutto il giorno chiuse lì. Hanno sempre le mani sporche. C’è mia sorella Manu: ma almeno il datore di lavoro non la costringe a lavorare quando non si sente bene”, aggiunge con candore Annalisa. E poi: non le piace la povertà di “tante amiche che non hanno una casa vera, ma vivono in una sola stanza. Anche io devo fare i compiti sul ballatoio, ma almeno ho una casa vera, sono fortunata”. Le fanno rabbia “i disonesti”. Che poi è il suo modo, di bambina nata a Forcella, di definire camorra i vicini di vicolo.

Tre giorni dopo il suo assassinio, i genitori di Annalisa, assistiti da un coraggioso prete, don Luigi Merola, donano tutti gli organi. “Qualcosa di Annalisa vive in sette persone”. I proventi del libro serviranno a costruire una cappella per Annalisa. È l’unico obiettivo di Carmela, sua madre. “Io e mio marito abbiamo avuto reazioni diverse. Lui va in Tribunale, fa i dibattiti. A me non interessa nulla. Spero solo che il sacrificio di Annalisa non sia stato inutile”.

 

 

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Articolo del 2 Gennaio 2012 da  liberafrosinone.it
Il nuovo presidio sarà intitolato ad Annalisa Durante
di Antonio Lafano

Vivo e sono contenta di vivere, – scriveva nel suo diario personale Annalisa Durante anche se la mia vita non è quella che avrei desiderato. Ma so che una parte di me sarà immortale“. Bionda, soli 14 anni con una una vita ed un futuro tutto da scoprire, una “scugnizza” la definirebbero i suoi compaesani. “Cari genitori, – si legge nel suo diario 6 mesi prima di essere uccisa – quando Pasqua sarà veramente festa di Rinnovamento, papà avrà un lavoro vero e noi andremo via da Forcella“. Oggi avrebbe avuto la mia stessa età. Dopo aver letto il suo diario si ha la certezza che da grande sarebbe stata una persona brillante, una di quelle che portano solo successi e soddisfazioni alla sua famiglia. Tutto ciò non è stato possibile a causa di coloro che il 17 marzo 2004 scambiarono il rione Forcella per una trincea di guerra.

Era un sabato sera, in compagnia di un’amica e della cugina ascoltava della musica, probabilmente canzoni neomelodici, le preferite dalle ragazze napoletane. All’improvviso due motorini accellerano al massimo, rincorrono qualcuno, le ragazze non si rendono conto, poi gli spari, molti scappano ma Annalisa cade a terra: due pallottole la centrano.

Il 16 aprile 2008 la Corte di Cassazione ha definitivamente condannato Salvatore Giuliano a 20 anni di reclusione per l’omicidio di Annalisa. Giuliano, esponente dell’ononimo clan, era l’obiettivo di quell’agguato, rispose al fuoco dei sicari ma a rimetterci la pelle non furono i camorristi ma un’innocente che con la camorra non aveva niente a che fare.

Uccisa per errore” scrissero alcuni giornali. Non è la prima volta che si leggeva che la camorra uccide per errore. La verità è che la camorra non uccide per errore, uccide e basta! Poco importa ai clan se durante uno scontro a fuoco viene colpito un’innocente. Che razza di uomo è colui che maneggia una pistola a pochi passi da una ragazzina! Che colpa aveva Annalisa!

La sua morte è purtroppo la dimostrazione che le mafie è un problema di tutti, anche di coloro che nel bene o nel male non vogliono averci niente a che fare. Proprio per questo motivo il nuovo Presidio di Libera di Cassino, che sarà presentato a breve, sarà intitolato ad Annalisa Durante. Ma non è tutto! La presenza del clan Giuliano non è circoscritta nel solo quartiere napoletano di Forcella, la sua presenza si è sentita  e si continua a sentire anche nel cassinate sin dagli anni ’80.

Era il 1993 quando fu prima sequestrata e poi confiscata una villa a Carmine Giuliano nel comune di Sant’Elia Fiume Rapido. Carmine Giuliano, boss dell’omonimo clan (clan Giuliano) era chiamato O’lione. Egli compare in diverse foto  accanto l’ex campione del mondo Diego Armando Maradona.  Giuliano è stato legato agli ambienti del Cassinate sin dagli anni 80 dove fu arrestato all’interno di un appartamento in affitto. In un altra occasione fuggì da una colonia penale e si nascose nella villa di Sant’elia Fiume Rapido, la stessa villa in cui le forze dell’ordine lo scovarono e arrestarono. Dopo un breve periodo di detenzione in carcere gli furono concessi gli arresti domiciliari per motivi di salute presso la clinica “Casa di Cura Sant’Anna” di Cassino dove fuggì nuovamente. Gli inquirenti hanno sempre pensato che la fuga fu premeditata, così come la scelta del luogo di cura, probabilmente  vantava di una rete di collaborazione nel cassinate. Le gesta del vecchio clan Giuliano si ripercuotono sino ad oggi con procedimenti giudiziari ancora in corso. Grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Giuliano (famigliare di Carmine e omonimo dell’assassino di Annalisa Durante) nell’estate del 2008 la DDA di Roma (operazione “Grande Muraglia”) ha arrestato diverse persone, tra cui noti imprenditori del cassinate. Alcuni degli indagati sono tutt’ora accusati di aver messo su un’organizzazione per la vendita di merce contraffatta con l’aiuto della malavita cinese. Con i proventi è stato creato un “impero” di diversi milioni di euro.

Infine lo scorso luglio  la Direzione investigativa antimafia di Roma e la Direzione distrettuale antimafia hanno notificato l’atto di confisca ad alcuni componenti della famiglia Terenzio. Alla famiglia cassinate sono state confiscate due lussuose ville (a Cervaro, ed in centro a Cassino), un ristorante, dodici vetture di grossa cilindrata, due barche, quote societarie, attività commerciali e cospicui conti correnti bancari. Il patrimonio confiscato è stato stimato in circa 150 milioni di euro.

Il nuovo Presidio sarà sicuramente un segnale forte sul territorio, ma soprattuto la dimostrazione dell’esistenza, come lei stessa scriveva nel suo diario, di quella parte immortale di Annalisa Durante.

 

 

 

Annalisa Durante – vittima innocente della camorra

 

 

 

Articolo del 27 marzo 2013 da  dallapartedellevittime.blogspot.it
MORIRE A 14 ANNI SENZA UN PERCHE’. ANNALISA DURANTE CHE NON RIUSCIVA A FARE A MENO DELLA PIZZA FRITTA
di Raffaele Sardo

Era il 27 marzo del 2004, un sabato sera, quando una pallottola vagante uccise Annalisa Durante  nei vicoli dell’antica Vicaria, a Forcella  in uno scontro a fuoco tra camorristi. Aveva solo 14 anni. Un mese dopo la sua uccisione ci fu una grande manifestazione che attrversò tutti quei vicoli. C’ero anch’io e raccontai quei momenti con  questo articolo.

“Un giorno diverrò grande. Eppure non riesco a immaginarmi. Forse me ne andrò, forse no. Mi mancherebbero le gite, la pizza che porta papà dopo il lavoro. Adoro la pizza fritta”
(dal Diario di Annalisa)

NAPOLI – Gli occhi di Giovanni Durante, luccicano d’emozione. Non si aspettava che tanta gente venisse a ricordare, dopo un mese, la morte di sua figlia. “Giannino”, come lo ha chiamato confidenzialmente Loigino Giuliano, l’ex boss del rione, è il padre di Annalisa, la ragazza  14enne uccisa la notte del 28 marzo scorso durante una sparatoria a via Vicaria Vecchia, nel quartiere di Forcella. Un mese dopo il quartiere si stringe attorno a lui per una fiaccolata nata da un appello della società civile napoletana. La  gente del rione ha risposto numerosa all’appello lanciato da tante associazioni di volontariato e da personalità della società civile impegnate sul fronte della cultura della legalità e della pace (Alex Zanotelli, Luigi Ciotti, Rita Borsellino, Tonino Palmese, Pasquale Salvio, Gianluca Stendardo, Alfredo Mendia, Sergio D’Angelo, Renato Briganti, Emilio Lupo, Aldo Policastro) e dal comitato “Noi per Forcella”. La protesta è contro la ferocia di una criminalità che non si ferma di fronte  a niente e a nessuno.  Sono arrivati in tanti, da Posillipo a  Capodimonte, dal Vomero a Chiaia, da Secondigliano a Ponticelli, dalla Sanità a Fuorigrotta, per rompere il muro della paura. Al fianco di “Giannino” camminano il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, l’onorevole Alfonso Pecoraro Scanio e padre Alex Zanotelli, dietro uno striscione con la scritta «da Forcella una speranza per tutta la città». Dietro ancora, seguono più di un migliaio di persone. Tanta anche la gente del rione che si accalca dietro le prime file, nonostante poco abituata a frequentare marce e soprattutto a protestare contro la camorra. E’ quella stessa gente che ogni giorno sbarca il lunario con espedienti sempre diversi e che si barcamena tra legalità e illegalità. Che è passata da un’economia illegale, come quella del contrabbando di sigarette, ad un’altra, altrettanto illegale, del pizzo e della droga, sotto “padroni diversi”. Ieri il clan dei Giuliano, oggi quello dei Mozzarella. Ai balconi dei vicoli sono appesi tanti lenzuoli bianchi, in segno di adesione all’iniziativa. Il corteo, che si riunisce a piazza Calenda, vicino allo storico teatro Trianon, tocca il cuore del rione: Via Forcella, Vico Zite, sotto le finestre di Loigino Giuliano, quello che una volte era “ ‘o rre” di Forcella. Tanti restano affacciati dai balconi. In strada la gente del rione fa ala alla fiaccolata che avanza tra saracinesche che vengono abbassate. Nella manifestazione sono tanti i giovani che portano le bandiere per la pace. Si passa in via Duomo, via Vicaria Vecchia, dove venne uccisa Annalisa. Qui suo padre non può fare a meno di piangere. {…}.

 

 

Fonte: ilfattoquotidiano.it
Articolo del 15 dicembre 2013
Camorra: Rione Forcella, Annalisa Durante uccisa due volte
di Arnaldo Capezzuto

Ebbene che si sappia. Annalisa Durante è morta inutilmente. A Forcella niente doveva essere più uguale a prima. Invece non è cambiato nulla. Quel rione popolare continua ad essere la grande periferia del Centro storico di Napoli dove la camorra la fa da padrone. Si trova a pochi passi dai Decumani e dal Duomo ma resta una maledetta terra di sangue. Tra poco più di tre mesi saranno dieci anni dall’omicidio dell’Angelo biondo di Forcella.

Era il 27 marzo del 2004. Era sabato sera. Le viuzze attorcigliate di quel ventre molle erano vuote e silenziose. La partita del Napoli faceva da sottofondo ai soliti rumori di strada. Un silenzio irreale e sinistro. Un clima da coprifuoco. Nell’aria segni premonitori. Qualcosa doveva accadere. Istanti. Far West in via Vicaria Vecchia. Sul selciato resta Annalisa, 14 anni. Bionda, occhi azzurri, sorriso stampato sulle labbra e tanti sogni scritti di getto sul suo diario segreto. Un proiettile le trafigge l’occhio e le devasta il cervello. Tre giorni di agonia e muore. Il consenso della famiglia. L’espianto degli organi, un grande gesto d’amore e di speranza, nonostante tutto. Sette persone oggi vivono grazie a lei. Avrebbe 24 anni. Forse sarebbe già mamma.

Una vittima innocente. Una delle tante. Un’ecatombe. L’ennesimo simbolo da celebrare e ricordare dai professionisti della liturgia anticamorra. E solo qualche mese prima morì il 10 dicembre del 2003 Claudio Taglialatela, ucciso non molto distante da Forcella nel corso di una rapina. Annalisa annotò sul suo diario: “Oggi abbiamo visto i funerali di Claudio in televisione. Abbiamo pianto tanto. Mia madre è sconvolta, dice che è la cosa più orribile perdere un figlio. A me mi è venuto il freddo addosso. Che tragedia. Perché si deve morire così? Non è giusto”. E’ rabbia e rancore. Non cambia niente. Sul dolore continua a scorrere la logica dei clan e dell’immane violenza.

Guardare in faccia i fatti. Tra buona condotta, benefici, indulti c’è da ipotizzare che Salvatore Giuliano, ora 30enne, l’assassino di Annalisa, esca di galera. Sarà accolto come un leader, un capo, un mammasantissima dalla sua famiglia-dynasty di camorra. Una maledetta gramigna del male che trova dentro la loro indegna storia criminale la forza di rinascere. Del resto Sasà – questo il soprannome del killer – si è cacciato nei guai perché voleva portare il clan familiare ai vecchi splendori di un tempo. Per conto dello zio Ciro detto ‘O barone (poi ammazzato nel corso di un agguato) tentò proprio a cavallo tra il 2003 e 2004 una sorta di “Colpo di Stato” ovvero far tornare grande il clan Giuliano. Un piano che non andò avanti.

Vengo alla cronaca tragica di venerdì scorso. In via Giudecca Vecchia, stradina poco distante dal luogo dell’omicidio di Annalisa, un commando ha massacrato a revolverate Massimo Castellano, 43 anni, esponente di un altro clan egemone ma decadente, i Mazzarella. Tre colpi di pistola esplosi alla schiena e alla nuca. Poi la fuga. Un agguato portato a termine alle ore 19 con strade e vicoli affollati di turisti per la festa di Natale. E’ stato il caso, la fortuna e la buona tecnica dei killer ad evitare che sulla traiettoria dei colpi si trovasse l’ennesimo innocente.

Qualcosa si sta muovendo in quei vicoli. Quindici giorni fa è stato sorpreso e arrestato il boss del rione Sanità Salvatore Savarese, 60 anni, pizzicato con una decina di pregiudicati mentre si riuniva in vico dei Zuroli a Forcella per un summit. In questo clima di faida emerge una “nuova professione” i “portatori di guaine”. Sono giovani senza presente né futuro – vuoti a perdere – che per conto di boss e gregari (più esposti a controlli e perquisizioni), portano con sé le armi cariche e pronte a cederle in caso di agguati.

È chiaro che i Giuliano come in passato stanno tentando di riprendersi il controllo e l’egemonia su quel pezzo di città. Possedere i vicoli e le attività illegali a Forcella significa avere voce in capitolo e cominciare a sedersi ai tavoli che contano. Forcella è un teatro di guerra indegno e scandaloso per una grande e bella città come Napoli. Non si possono più tollerare quei vicoli armati. C’è uno stuolo di giovanissimi fratelli, nipoti, cugini di cognome Giuliano che ci riprovano. Armi alla mano, arroganza da padroni, paranoie e cocaina sniffata. Voglio fare il salto di qualità. Non hanno niente da perdere. Hanno costruito alleanze inedite e trasversali ma sono anche pronti a romperle. Niente patti d’onore criminale. Sono quattro bamboccioni, viziati e codardi. Vogliono denaro e potere. È feccia umana.

Il sacrificio di Annalisa Durante non è servito. Lo sappia bene la sua famiglia. È una sconfitta collettiva che brucia come una ferita. Le tante indagini, arresti, condanne – ultima quella dell’inchiesta Piazzapulita – sono servite a poco. Non si è riuscito ad incidere dentro la vita delle famiglie che popolano quei vicoli. Non c’è nulla di niente. Anche la chiesa ha abdicato. A distanza di dieci anni quei pensieri annotati da Annalisa sul suo diario restano e sono una clamorosa denuncia dimenticata.

 

 

Fonte:  pugliapress.org
Articolo del 27 marzo 2018
Annalisa Durante, uccisa da innocente sotto i colpi della camorra. 14 anni fa a Napoli moriva l’infanzia
di Alessandra Cannetiello

Questa storia va raccontata a partire dalla “fine”, perché spiegarla dal principio significherebbe perdere il filo del racconto e disperdersi negli infiniti aspetti di una matriosca criminale: c’è una vittima accidentale di un agguato di Camorra, c’è un quartiere, Forcella – nel centro storico di Napoli, tra i quartieri Pendino e San Lorenzo a ridosso di via Duomo e tra Spaccanapoli e il corso Umberto I – c’è un folto pubblico, gli abitanti del quartiere Forcella, che diventerà spettatore muto di un bagno di sangue. E ci sarà un processo, nel quale la verità proverà ad essere manipolata, rinnegata, nascosta, alterata o “dimenticata”. Ma c’è anche un parroco, Don Lugi Merola: minacciato di morte, costretto a vivere sotto scorta e lasciare la parrocchia di San Giorgio, nel quartiere Forcella.

L’inizio della storia va fatto coincidere con la fine, appunto. La fine di Annalisa Durante, uccisa da un proiettile vagante a soli 14 anni, la sera del 27 marzo del 2004, esattamente 14 anni fa. Protagonista involontaria di una spedizione punitiva a Salvatore Giuliano – detto ‘O russ – della dinastia camorristica della famiglia Giuliano.

Dal libro “Il diario di Annalisa” trascrizione rielaborata dei diari di Annalisa Durante a cura della giornalista Matilde Andolfo: “Annalisa esce di casa alle 21.45. E’ con le sue amichette di sempre, dopo un pomeriggio trascorso tra le chiacchiere e i giochi. Sogna di fare la parrucchiera e si diletta a sperimentare nuove acconciature (…) indossa jeans con tasche gialle, maglietta nera a collo alto, scarpe da ginnastica “silver dorate”, giacca nera. Trascorre quel sabato sera tra i vicoli di Forcella, orgogliosa di mostrare a tutti il suo look con frangia e capelli lisci sulle spalle. Il gruppetto si divide: alcune ragazze vanno in pizzeria, altre preferiscono passeggiare.”

Quella sera Annalisa resta vicino casa, in Via Vicaria Vecchia 22. Sasà ‘o russ, Salvatore, è lì a chiacchierare con le ragazze e chiede ad Annalisa di comprargli le sigarette – i due si conoscono di vista fin da piccoli, abitano nello stesso quartiere e Sasà lo conoscono tutti – così Annalisa sale sullo scooter di Antonio, fratello di Salvatore e, si fa accompagnare in moto a comprargliele.

Sono le 22.50 quando il silenzio “religioso” nel quartiere di Forcella, che assiste all’incontro di calcio Napoli- Cagliari alla tv, viene interrotto da diversi colpi di arma da fuoco. Alcuni colpi partono dalla pistola di Salvatore Giuliano – in risposta al fuoco nemico – e uno di questi, accidentalmente, colpisce Annalisa alla testa, trafiggendole l’occhio e distruggendole il cervello. Cade per terra, nel suo sangue. Un fuggi fuggi generale di persone che cercano riparo nei portoni vicini, le urla, poi il caos pieno.

Il padre di Annalisa scende in strada, prova a “farle entrare ossigeno”, come racconterà durante il processo, praticandole la respirazione bocca a bocca. Ma Annalisa viene trasportata all’Ospedale “Ascalesi”, entra in coma e muore poco dopo. La famiglia deciderà di donare i suoi organi e 7 vite verranno salvate grazie a questo ultimo atto di amore.

Al processo dell’omicidio di Annalisa Durante, Antonio Giuliano (condannato a 1 anno e 27 giorni per falsa testimonianza resa il 13 ottobre del 2005, in favore del fratello) dichiara di aver visto due moto dirigersi “nel quartiere”, quattro persone coperte da casco integrale – “A Forcella nessuno usa il casco”, dice Antonio al processo – i passeggeri dei due scooter hanno entrambi la pistola, secondo il racconto.

L’omelia per i funerali di Annalisa viene celebrata da Don Lugi Merola, che durante la messa attacca duramente la camorra e che diventerà il simbolo di una lotta contro la criminalità, andando contro il volere dell’allora Arcivescovo di Napoli, Michele Giordano, che lo inviterà, a poco tempo da quella omelia, a non fare il poliziotto: “Don Luigi non può fare il mestiere degli altri. E’ un ragazzo buono, che ha entusiasmo e passione, mi lega a lui un rapporto filiale, ho il dovere di guidare i giovani sacerdoti. Ma don Luigi darà un contributo contro l’illegalità, solo nella misura in cui saprà educare i giovani, con un lavoro oscuro, di conversione. Un lavoro che non va sui giornali, è chiaro. Perché il bene non fa rumore. E il rumore non fa bene”.

Don Luigi Merola collaborerà con il questore di Napoli consegnandogli una cassetta in cui si documenta lo spaccio di droga; denuncerà la camorra e farà smantellare le telecamere piazzate dai clan all’interno del quartiere. Subirà minacce di morte da parte di due giovani armati che lo aspettano sotto casa. A pochi mesi dalla morte di Annalisa viene intercettata la frase di un camorrista, che a proposito del parroco afferma: “Lo ammazzerò sull’altare”. Da quel giorno del 2004, Don Lugi Merola vivrà sotto scorta e, nel 2007, lascerà la comunità parrocchiale di Forcella per ragioni di sicurezza. Sotto scorta fino al 2013, quando lo Stato deciderà che il parroco “non corre immediato pericolo di vita”, nonostante nell’ottobre del 2015, a Marano, viene affiancato alla guida del suo scooter da due ragazzi in auto, che gli intimano di fermarsi. Don Luigi riesce a fuggire. Le videocamere riprendono la scena. Il parroco si sentirà abbandonato dallo Stato: “Posso avere protezione se mi devo spostare, avvisando la Procura il giorno prima. Non serve a nulla questa opzione, se poi possono farmi fuori tutti i giorni”.

Ai funerali c’è tutta Forcella, l’intera scolaresca della “Teresa Confalonieri” (la scuola media frequentata da Annalisa). Mamma Carmela non ce la fa a vedere la sua piccola in quella bara bianca – i medici decidono di sedarla – la sorella Manuela e il papà Giovanni sono lì con lei per darle l’ultimo saluto. Il papà lascia nella bara un cellulare e un biglietto: “Ti prego, chiamami: dimmi se sei arrivata in Paradiso.”

Il suo diario, da cui è tratto il libro “Il diario di Annalisa”, è stato ritrovato nel giorno dei suoi funerali in circostanze insolite, da una signora che da poco abitava nel quartiere e che disse di averla sognata. Nel sogno Annalisa le avrebbe chiesto, tra le altre cose, di far ritrovare il suo diario di cui la famiglia non conosceva l’esistenza: “Voglio che tutti conoscano la mia storia. Non mi interessa far sapere come sono morta e chi sono i miei assassini (…) Dovete cercare tra le mie cose, troverete un diario blu con un cuoricino rosso ed una penna”.

Dettagliata e rispondente al vero, la descrizione di quel diario. Il giorno seguente la signora consegnò il messaggio ai genitori di Annalisa e quel diario fu ritrovato. In una delle pagine, questo messaggio: “Vivo e sono contenta di vivere, anche se la mia vita non è quella che avrei desiderato (…) Ma so che una parte di me resterà immortale. E presto andrò in paradiso.”

Leggendolo si ha la netta sensazione del suo bisogno di evadere da Forcella, della consapevolezza della realtà pericolosa in cui viveva. Alcuni pensieri sono dedicati al suo amico Francesco, di cui era innamorata; altri sono per la sorella, per i genitori e, infine, per le amiche del cuore. In uno dei tanti sfoghi di Annalisa sul suo diario, colpisce il racconto fatto alcuni mesi prima della sua morte, quando Claudio Taglialatela venne ucciso a 22 anni durante una rapina, non molto lontano da Forcella: “Oggi abbiamo visto i funerali di Claudio in televisione. Abbiamo pianto tanto. Mia madre è sconvolta, dice che è la cosa più orribile perdere un figlio. A me mi è venuto il freddo addosso. Che tragedia. Perché si deve morire così? Non è giusto”.

La morte di Annalisa Durante sembra, nei primi momenti, avere la forza di poter segnare uno spartiacque nella storia di Forcella: l’omelia funebre raccoglie la popolazione non solo di quartiere e della città, ma anche dei paesi limitrofi, che si schierano apertamente con la giovane vittima di un sistema criminoso autoreferenziale. L’Italia intera resta sgomenta davanti alla sua morte, che trova spiegazione solo in un repubblica camorrista di quartiere.

Questa sensazione svanirà, però, a processo iniziato, quando apparirà chiaro che molti dei testimoni chiamati a raccontare, ritratteranno le proprie deposizioni firmate, modificando la propria versione dei fatti. Esemplare a questo proposito è la testimonianza di un’amica di Annalisa, Iolanda D., che racconterà ai giudici di non saper leggere (pur avendo conseguito il diploma di scuola media inferiore) e sostenendo ostinatamente di non ricordare nulla. È chiaro a quel punto, che gli abitanti di Forcella siano ancora soggiogati dal sistema che governa il proprio quartiere e, il processo apparirà stagnarsi tra false testimonianze, memorie confuse, dettagli discordanti.

Chiarezza verrà fatta con la testimonianza di un collaboratore di giustizia, che spiegherà l’agguato a Salvatore Giuliano, organizzato da Vincenzo Mazzarella, a capo di un gruppo criminale egemone in quella zona, che aveva deciso di dare una lezione esemplare al gruppo rivale dei Giuliano e, confermando la responsabilità di Sasà ‘o Russ per il colpo di pistola fatale ad Annalisa.

Salvatore Giuliano è stato ritenuto colpevole di aver assassinato Annalisa e condannato a 24 anni in primo grado, pena ridotta a 18 in Corte d’Assise e infine nel 2008, secondo giudizio della Cassazione, aumentata a 20 anni di carcere.

Annalisa oggi avrebbe 28 anni, ma dalle pagine del suo diario traspare sfiducia nel futuro e, forse, un triste presentimento sulla sua fine prematura. Come in uno degli episodi raccontati dalla sua compagna di classe – apparso nel libro “il diario di Annalisa” – e avvenuto qualche tempo prima di quel tragico 27 marzo: “Aveva risposto in maniera insolita ad una frase della sua insegnante. <<Annalisa ci vediamo lunedì?>>. E lei: <<Lo spero. Non so se verrò a scuola>>.”

 

 

 

 

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