27 Settembre 1960 Lucca Sicula (AG). Ucciso Paolo Bongiorno, bracciante agricolo, segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, padre di cinque figli con uno in arrivo.

Foto dal Video Youtube

Paolo Bongiorno fu assassinato il 27 settembre del 1960 a Lucca Sicula (AG) dove risiedeva dal 1949.
Aveva 38 anni e lasciò cinque piccoli orfani, il più grande aveva 14 anni e il più piccolo 2. La moglie era in attesa di un altro bambino.
Bracciante agricolo, era Segretario della locale Camera del Lavoro (CGIL) ed era stato appena candidato nelle liste del PCI, al quale era iscritto dal 1946, per le elezioni, per il Consiglio Comunale, che si sarebbero tenute il successivo 6 novembre.
“Era benvoluto da tutti ma ad alcune “cricche” cominciava a dare fastidio. Reclamava più diritti sociali, un salario più alto, condizioni e orari di lavoro più dignitosi. In un paese e in un periodo in cui, di diritti, chi doveva, ne concedeva ben pochi. Dunque arrivò anche per Bongiorno il tempo della lupara. Due colpi alla schiena, i colpi di grazia della mafia. Perché chi doveva capire capisse”.

 

 

Biografia da files.splinder.com
Due colpi di lupara dopo la riunione

Era la sera del 27 settembre del 1960, Paolo Bongiorno, dopo una riunione del partito, stava rincasando in compagnia del giovane nipote Giuseppe Alfano, leader dei giovani comunisti. Come ogni sera, Paolo, uscendo dai locali della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, della quale era segretario, ritornava a casa attraversando le vie del centro storico del piccolo centro montanaro dell’agrigentino, abitato da circa tremila abitanti. Chiacchierando, zio e nipote avevano già percorso la via Teatro, la via Centrale e la via Lanternaro; poi s’incamminarono verso la via Cutò, imboccarono la via Siggia e giunsero in via Valle, all’estrema periferia del paese, dove vi erano le loro abitazioni.

Erano le 22:30 circa quando, giunti a pochi metri dall’abitazione, due scariche di lupara, sparate da ignoti killer nascosti dietro lo spigolo di un muro, colpirono alla schiena Paolo Bongiorno. Lui emise un forte grido di dolore e, dopo aver fatto alcuni balzi in avanti, stramazzò al suolo in fin di vita. Il giovane nipote, terrorizzato, chiamò aiuto e allarmò i vicini di casa e la zia Francesca Alfano, moglie del Bongiorno. Poi corse ad avvisare i carabinieri della locale stazione.

«Mi trovavo a letto ancora vegliante – raccontò la moglie della vittima ai carabinieri giunti sul posto dopo alcuni minuti – sentii due colpi di arma da fuoco che si susseguivano l’uno all’altro. Preoccupata abbandonai il letto e, prima ancora di affacciarmi, mio nipote m’invitava ad aprire gridando: ‘Zia apri, ci hanno sparato’. Mi precipitai fuori e trovai mio marito a terra; poiché sembrava semplicemente svenuto, con mio fratello lo trasportammo a casa. Adagiatolo sul letto cercai di rianimarlo e gli porsi un bicchiere d’acqua che egli bevve. Aveva gli occhi spalancati e mi fissava, senza comunque profferire parola. Mi parve che avesse in animo di dirmi qualche cosa ma dopo pochi istanti spirò».

Paolo Bongiorno, 38 anni, bracciante agricolo, segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, padre di cinque figli, morì tra le braccia tremanti della moglie guardandola fissa negli occhi, cercando fino all’ultimo respiro di poterle dire qualcosa. Francesca Alfano rimase sola e disperata, in stato di avanzata gravidanza e con cinque creature in tenera età da accudire.

Questa la triste fine di Paolo Bongiorno, nato e cresciuto a Cattolica Eraclea, residente a Lucca Sicula, dove si era trasferito nel 1949 in cerca di lavoro, ricco di speranze. Nel tempo libero dopo faticose giornate di lavoro nei campi, Paolo faceva il segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, in paese era stimato e apprezzato da tutti, ma ad alcune “cricche” cominciava a dare fastidio. Reclamava più diritti sociali, un salario più alto, condizioni e orari di lavoro più dignitosi. In un paese e in un periodo in cui, di diritti, chi doveva, ne concedeva ben pochi. Dunque arrivò anche per Bongiorno il tempo della lupara. Due colpi alla schiena, i colpi di grazia della mafia. Perché chi doveva capire capisse.

[…]

Il Prefetto di Agrigento «orienta» le indagini
Sua Eccellenza il Prefetto di Agrigento intervenne personalmente nelle indagini. Il dr. Querci era un azzimato signore la cui immagine era nota in tutta Italia per essere stato fotografato, in occasione di soirèes e cocktails, accanto alle signore della élite agrigentina, soprattutto insieme alle signore Laila Tandoj e Danica La Loggia. Il prefetto, che godeva della stima e della fiducia della classe dominante agrigentina, intervenne nelle indagini sul delitto di Paolo Bongiorno, facendo pervenire ai corrispondenti di giornali e di agenzie una breve «nota orientativa » sulla figura della vittima.

«Paolo Bongiorno non era più segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula», scriveva il Prefetto il quale aveva inoltre informato la stampa dei «gravi precedenti penali di Paolo Bongiorno» e dello «stato di esaurimento nervoso» della vittima, quasi ad insinuare che la vittima fosse un demente o presso a poco. Si può parlare di depistaggio? Si può pensare, nella Sicilia degli anni ’60, che la mafia condizionasse le scelte dei massimi rappresentanti delle istituzioni?

L’esperienza lunga e dolorosa del movimento dei lavoratori in Sicilia è illuminante. I dirigenti sindacali e politici assassinati dalla mafia erano stati  sistematicamente indicati dalle autorità come personaggi “rissosi” o “violenti”. Oppure veniva fatto credere che il movente dei delitti fosse legato a  questione d’onore”, cosa di fimmini fu, si diceva spesso. Altro espediente spesso utilizzato per offuscare l’origine politica dei delitti di mafia era quello di sostenere nel corso delle indagini che a commettere i delitti fossero stati o i compagni di partito con i quali si era in contrasto o i parenti delle vittime stesse.

Anche nel delitto di Paolo Bongiorno ci sono un  po’ tutti questi elementi che mostrano chiaro il tentativo di stornare l’attenzione dai gruppi di potere di Lucca Sicula, gli unici ad avere interesse concreto e immediato nel colpire a morte la figura più rappresentativa dello schieramento politico popolare.

Prefetture e caserme, da queste parti, agivano in perfetta sinergia politica con i partiti al governo. Non si poteva tralasciare che nell’agrigentino, lo zoccolo duro di Cosa Nostra, si era già spesso fatto ricorso al terrorismo mafioso nella lotta politica. Ancora una volta, nella Sicilia degli anni ’60, si assisteva impotenti alla connivenza dello Stato con la mafia; Cosa Nostra ad Agrigento prosperava con la complicità delle istituzioni.

Mentre la giovane vedova e i cinque orfani di Bongiorno piangevano con disperazione e maledicevano gli assassini reclamando giustizia, il massimo rappresentante del governo centrale della provincia di Agrigento si preoccupava d’imbonire i corrispondenti dei giornali locali, non esitando a gettare ombre di sospetto e perfino di discredito sulla limpida figura del dirigente comunista ucciso. «Una seria indagine sul delitto Bongiorno, sanno gli inquirenti, si svilupperebbe a raggiera ed equivarrebbe in questo momento a fare esplodere la polveriera degli interessi, delle connivenze e dei delittuosi intrighi clericali», accusava dalle pagine de l’Unità il giornalista Federico Farkas. «Tutta roba che oggi si tenta di continuare a coprire sotto il velo di un precario compromesso elettorale raggiunto nel nome della filiale obbedienza alle intimazioni del vescovo di Agrigento e dei Comitati civici».

Era aspro, negli anni sessanta, lo scontro tra clero e movimenti politici di sinistra. I vescovi intervenivano direttamente e con forza nella vita politica. Il vescovo di Agrigento, monsignor Peruzzo, appoggiava con veemenza l’accordo elettorale stipulato per la prima volta tra Democrazia cristiana e Movimento sociale italiano, tanto da organizzare, in vista delle elezioni, una riunione tra tutti i preti della provincia per accertarsi che gli stessi svolgessero attività ecclesiastica in chiave anticomunista.

Nelle tasche della giacca il movente del delitto Fino all’ultimo minuto di vita Paolo Bongiorno era un attivista molto impegnato sia della Camera del Lavoro, della quale era il segretario, sia del Partito comunista, di cui fu tra i più attivi dirigenti. La sera dell’omicidio, avvisati dal giovane G i u s e p p e Alfano, i carabinieri corsero sul luogo del delitto e trovarono Paolo Bongiorno già a casa, riverso sul letto dove era morto, pochi istanti prima, tra le braccia della moglie.

Indosso agli indumenti della vittima furono rinvenuti :«5 blocchetti di tagliandi per la sottoscrizione in favore del giornale l’Unità, di cui 2 completi di 10 fogli ciascuno, e 3 portanti ventotto matrici e due tagliandi. Una lettera a stampa della CGIL a sua firma, oggetto: Sciopero generale per il 1° ottobre 1960. Un telegramma indirizzato alla sezione comunista di Lucca Sicula a firma Giacone. Una busta con lettera  dattiloscritta indirizzata alla Camera del Lavoro di Lucca Sicula a firma Bellomo Carmelo. Una lettera della Federazione del P.C.I. di Sciacca.

Una lettera a stampa della CGIL in doppio esemplare, emessa in data 12/09/1960, diretta alla Camera del Lavoro e alle leghe dei braccianti. A tergo di una di esse si osservano alcune annotazioni a matita biro (di cui non fu dato sapere, nda). Nella tasca sinistra dei pantaloni: un altro foglietto da block notes con appunti ed un invito spedito dal locale Ufficio collocamento a Bongiorno Paolo.
Gli indumenti e gli oggetti sopradescritti vengono dall’Ufficio consegnati al brigadiere Carmelo La Carruba, comandante della stazione dei carabinieri di Villafranca Sicula presente per le indagini di polizia giudiziaria».
Il materiale trovato nelle tasche degli indumenti del Bongiorno costituisce la prova lampante che la vittima, fino a qualche minuto prima dell’omicidio, era attivamente impegnato in politica, tanto da organizzare uno sciopero generale dei lavoratori in qualità di segretario della Camera del Lavoro e da presiedere una commissione del partito comunista locale per la raccolta dei fondi del giornale l’Unità.

 

 

 

 

DELITTO ALLE ELEZIONI

Paolo Bongiorno sindacalista ucciso dalla mafia

di Calogero Giuffrida

Il libro è scaricabile al seguente link:  scribd.com

e qui: issuu.com

 

 

 

 

 

 

DELITTO ALLE ELEZIONI. PAOLO BONGIORNO UCCISO DALLA MAFIA.
Comunicalo.it – Pubblicato il 25 set 2007

 

 

 

 

Articolo del 28 settembre 1960 da archiviostorico.unita.it
Dirigente comunista assassinato in Sicilia
di Federico Farkas
Il compagno Bongiorno, segretario della C.G.I.L. di Lucca Sicula, ucciso a fucilate – Imponente pellegrinaggio di lavoratori davanti alla salma.

LUCCA SICULA, 28 – Un grave episodio di banditismo politico è stato consumato iweri sera a Lucca Sicula, in provincia di Agrigento, in evidente connessione con le prime battute della campagna elettorale: uno o più sicari hanno teso una imboscata al segretario comunista della Camera del Lavoro e lo hanno assassinato con due fucilate a lupara .
La nuova vittima del terrorismo mafioso è il compagno Paolo Bongiorno di 38 anni, bracciante, iscritto al Partito dal 1946, cittadino incensurato e di condotta esemplare, dirigente combattivo e instancabile della sezione comunista e del sindacato.
Egli ha lasciato ben cinque orfani (Beppe di 14 anni, Pietro di 12, Giuseppina di ), Salvatore di 4 ed Elisabetta di 2) e sua moglie, la compagna Francesca Alfano, che attende un’altra creatura.
Il delitto, attentamente preordinato, è stato compiuto poco dopo le 22 di ieri sera a qualche decina di metri dall’abitazione di Bongiorno in Via Valle, una stradetta dirupata posta all’estrema periferia di Lucca Sicula.

Segue:

In vista delle elezioni hanno voluto colpire il partito che capeggia la battaglia democratica a Lucca Sicula
Nelle cricche piu retrive si trovano i mandanti degli assassini del compagno Bongiorno
L’ammonimento della vedova: “Non ci dimentichiamo che e morto per il Partito. Lui è morto, ma noi piu forti siamo!” – Nell’Agrigentino il delitto è sempre stato il sistema con cui i clericali e i fascisti hanno condotto la lotta politica – Lascia 5 figli

Bongiorno stava rincasando in compagnia di un nipote, il giovane Giuseppe Antonio Alfano, di 20 anni, segretario del circolo della FGCI, il quale abita nella stessa via. Il sicario incaricato del delitto ha atteso, stando riparato dietro lo spigolo di una costruzione, che i due uomini si separassero, poi, con estrema precisione di mira, ha sparato due fucilate contro il compagno Bongiorno che, raggiunto dai pallettoni alla schiena si è accasciato al suolo fulminato. Sullo spigolo del muro al quale l’assassino si è addossato per prendere la mira è rimasta la traccia nerastra dell’esplosione.
Dopo aver fatto fuoco, il sicario, solo o forse in compagnia di complici, si è dato alla fuga perdendosi fra le squallide colline che fanno corona al paese. I due cani poliziotto che stamattina i carabinieri hanno utilizzato per le prime indagini hanno seguito una pista, ma solo per un breve tratto: e cioè fino ad una cabina di distribuzione dell’energia elettrica situata ad alcune centinaia di metri dal luogo del delitto.
Dopo una veglia straziante protrattasi per tutta la notte intorno alla salma del nostro compagno, oggi, poco dopo le 13, i familiari, i compagni, gli amici del dirigente comunista assassinato e una grande folla di cittadini piangenti hanno dato l’estremo saluto a Paolo Bongiorno accompagnandolo sino alla camera mortuaria del cimitero. Il corteo, preceduto dalla bandiera rossa della sezione comunista di Lucca Sicura e da piccole corone di fiori di campo inviate dai fratelli e dalle sorelle di Bongiorno, Diego, Concetta, Rosa, Mariantonia, Giuseppina, dalla Federazione comunista e dalla Camera del lavoro di Agrigento, di Sciacca, e dalla bara portata a spalla, si è snodato per le vie del paese cadenzando la sua marcia sulle note acute delle grida di disperazione e di imprecazione dei familiari di Bongiorno.
Al cimitero collera e dolore sono esplosi in un crescendo impressionante di urla e di pianti, specie quando per l’ultima volta è stata scoperchiata la bara che custodirà le spoglie del martire.
Al rientro in paese è stato un pellegrinaggio lungo, ininterrotto e commosso alla casa dei Bongiorno per le condoglianze ai familiari della vittima. Tra gli altri si trovavano il compagno Guglielmino della segreteria regionale della CGIL, il compagno Nando Russo della segreteria regionale del partito, una delegazione della federazione comunista di Sciacca composta dai compagni Giacone, Leonte e Scaturro, il segretario della Camera Confederale del Lavoro di Agrigento e rappresentanze dei comunisti dei vicini comuni di Burgio e Ribera, dove la notizia dell’infame delitto si è subito propagata.
Tra i singhiozzi, la vedova di Bongiorno ha continuato a ripetere ai compagni che le si accostavano, quasi per rincuorare, e ad un tempo ammonire gli altri: «Non ci dimentichiamo che è morto per il Partito. Lui è morto ma noi più forti siamo».
In queste parole c’è la prima, fiera risposta agli assassini di Paolo Bongiorno e soprattutto ai loro mandanti i quali – va subito detto – debbono essere identificati nelle cricche clericali e fasciste del luogo che, dopo anni di lotte feroci, stanno stipulando in questi giorni una alleanza elettorale avente il duplice abizioso obiettivo di strappare alle nostre l’amministrazionie comunale e di scompaginare le organizzazioni del PCI e della Camera del Lavoro, di cui Paolo Bongiorno era stato per anni tra i dirigenti più intelligenti, attivi e prestigiosi.
I compagni ci dicono di lui: «Era il migliore di tutti. Era quello che parlava e le cose agli avversari gliele diceva in faccia. Era quello che leggeva di più, il più informato».
Grazie anche all’attività, all’apertura mentale di Bongiorno, l’organizzazione comunista di Lucca Sicula aveva superato molti difetti di settarismo e di prim…(?).
La sede del Partito che prima era situata in una catapecchia oggi si trova in una casa (?) e dignitosa, ed è fornita di televisione, è frequentata non solo dagli iscritti ma anche da cittadini senza partito, dai simpatizzanti.
Bongiorno ha svegliato alla lotta di classe e all’attività politica i braccianti agricoli. Negli ultimi mesi li ha guidati nelle lotte per la difesa degli elenchi anagrafici, li ha fatti partecipare – contrariamente a quanto accadeva in passato – alle lotte generali della categoria, agli sciperi provinciali e regionali per rivendicare paghe più alte e l’assistenza.
Quindici giorni fa – per la prima volta – a Lucca Sicula si è svolta la Festa dell’Unità alla quale ha partecipato tutto il paese.
Dietro a questi fatti che sono autentiche conquiste del popolo di Lucca – un paese di poco più di 3000 abitanti, che era lontano dal progresso (?) – c’è il lavoro (?) di Paolo Bongiorno. Ed ecco perché si è colpito proprio lui, nel momento in cui le forze clericali e fasciste …  (copia archivio illegibile)

 

 

 

Articolo del 29 Settembre 1960 archiviolastampa.it
Un sindacalista siciliano ucciso a colpi di lupara
Gli assassini, sconosciuti, hanno sparato nascosti dietro un muretto – La vittima era segretario della camera del lavoro di Lucca Sicula.

Palermo, 28 settembre. Il sindacalista Paolo Bongiorno, di 38 anni, padre dì cinque figli, segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, in provincia di Agrigento, è stato ucciso ieri sera verso le 22,30 con alcuni colpi di fucile caricato a lupara. Il delitto è stato compiuto da ignoti proprio nei pressi della Camera del Lavoro, dove la vittima aveva presieduto una riunione della commissione di collocamento. Il Bongiorno si era trattenuto con alcuni amici nei locali, uscendone poi in compagnia del giovane nipote Giuseppe Alfano, segretario della federazione giovanile comunista, e dirigendosi verso la propria abitazione. I due, che procedevano ad una certa distanza l’uno dall’altro a causa della impraticabilità della strada, in corso di rifacimento, avevano fatto appena pochi passi quando echeggiavano alcune scariche di fucile: Paolo Bongiorno, colpito in parti vitali, cadeva a terra e dopo alcuni istanti spirava. Il giovane nipote, rimasto illeso, invocava aiuto e Sul movente del delitto, varie sono le ipotesi. Non si esclude che esso abbia uno sfondo politico, in conseguenza di eventuali contrasti sorti nell’imminenza della campagna per le elezioni amministrative. Il Bongiorno era candidato nella lista comunista. Il presidente della Regione siciliana, appena a conoscenza del fatto, ha provveduto ad informare il ministro degli Interni ed ha disposto l’invio a Lucca Sicula di un ispettore di Pubblica Sicurezza.

 

 

 

Articolo del 30 settembre 1960 da archiviostorico.unita.it
Grave intervento del prefetto di Agrigento nelle indagini sul delitto di Lucca Sicula
di Federico Farkas
Mentre si leva l’esecrazione e la protesta per l’assassinio
Calunniose insinuazioni contro la memoria del dirigente comunista per stornare l’attenzione dalle cricche clerico-fasciste – Domenica, Li Causi commemora il compagno caduto – Passi dei parlamentari communisti e della CGIL –  Perché non si e fatto nulla dopo il voto del Senato per l’inchiesta sulla mafia?

LUCCA SICULA, 29. Domenica prossima Girolamo Li Causi verrà a Lucca per celebrare il martirio del compagno Paolo Bongiorno, il segretario della Camera del Lavoro assassinato dalla mafia e, nello stesso tempo, per aprire in questo piccolo comune dell’agrigentino la campagna elettorale del Partito comunista e delle altre forze democratiche.
Le due circostanze politiche non possono essere dissociate. Anzi. Lo schieramento popolare che le locali cricche clerico-fasciscte si prefiggevano di intimidire e di scompaginare attraverso la criminale imboscata dell’altra sera, dovrà trionfare e riconquistare il Comune proprio nel nome di Paolo Bongiorno e nel segno del suo sacrificio.
Questo rappresenterà la definitiva condanna politica delle cricche mafiose aggregate alla DC e al  Movimento Sociale italiano nelle quali non c’è ormai chi non vede qui a Lucca, le commissionarie della vigliacca fucilazione alla schiena del valoroso dirigente comunista.
Ma, intanto, si pone subito il problema di smascherare e di colpire con tutti i rigori della legge i responsabili del delitto. Quest’oggi ad una rappresentanza della Federazione comunista di Sciacca, il capitano Mannucci, che comanda la Compagnia dei carabinieri di Sciacca ed è incaricato della direzione delle indagini, ha dichiarato di essere deciso ad andare avanti e ad affrontare e superare le difficoltà di qualsiasi genere che si dovessero frapporre sul cammino della giustizia.
Ma questo dichiarato atteggiamento è comune a tutti gli organi statali sui quali da ieri l’altro pesa il dovere di scoprire e di assicurare alla giustizia gli autori e i mandanti dell’assassinio del compagno Bongiorno? Niente affatto.
Mentre ancora la giovane vedova di Bongiorno e i cinque orfani piangono disperatamente nella umile abitazione di Via Valle, maledicendo gli assassini e reclamando giustizia, il rappresentante del governo centrale nella provincia, evidentemente in base a precise direttive, si preoccupa di imbonire i corrispondenti locali non esitando a gettare ombra di sospetto e perfino di discredito sulla limpida figura del martire comunista.
Dunque, ci risulta che ieri sera il dott. Querci, lo stesso azzimato signore la cui immagine è nota a tutta Italia per essere stato fotografato in occasione di soirèes e di cocktails accanto alle signore dela elite agrigentina – soprattutto insieme con la Tandoy e con la Daniela La Loggia – ha fatto pervenire ai corrispondenti di giornali e di agenzie una breve nota «orientativa» sulla figura di Paolo Bongiorno e quindi sul delitto di Lucca.
Per prima cosa vi si afferma che Paolo Bongiorno non era più segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, e si inventa il nome del suo successore. Il risultato di questa grossolana menzogna è che qualche foglio locale parla oggi di «un bracciante assassinato a colpi di lupara» e di «ex segretario della Camera del Lavoro».
Inoltre, con la più spudorata falsificazione della verità, si è parlato di «gravi precedenti penali» della vittima, laddove è facilmente accertabile la nitidezza dei suoi trascorsi.
Infine si è arrivati al punto di insinuare, attraverso una gesuitica perifrasi, che Bongiorno fosse demente o presso a poco.
Cosa significa tutto questo? La esperienza purtroppo lunga e dolorosa fatta in questi anni in Sicilia è illuminante. I dirigenti sindacali assassinati dalla mafia sono stati sistematicamente indicati dalle autorità e dalla stampa governativa come personaggi «rissosi», «violenti». All’indomani dell’assassinio di Salvatore Carnevale si osò addirittura insinuare che ad ucciderlo fossero stati i suoi stessi compagni e si arriva al punto di imprigionare a tutta prima alcuni dirigenti comunisti e socialisti di Sciara, anche se in seguito la Magistratura, imboccando la strada giusta, raggiunse i veri rsponsabili del delitto.
Ebbene, il tentativo di stornare l’attenzione dalle cricche mafiose di Lucca, le uniche ad avere interesse concreto e immediato nel colpire a morte la figura più rappresentativa dello schieramento popolare, ci sembra che sia pericolosamente in corso. E non è difficile intuire quali siano gli ambienti interessati alla riuscita di un tale tentativo,
Non si deve dimenticare, infatti, che tutta la DC agrigentina, con le sue variegate fazioni, ha un lungo conto aperto con la giustizia per gli assassini che si sono sgranati come una interminabile catena da una campagna elettorale all’altra nel corso di oltre un decennio.
Accreditare su quel tremendo conto politico una nuova vittima; aggiungere ai nomi di Campo e di Giglia da una parte e a quelli dei compagni Accursio Miraglia e Spagnolo dall’altra anche il nome di Paolo Bongiorno, aprire sul delitto di Lucca una seria indagine che obbligatoriamente si svilupperebbe a raggiera, equivarrebbe in questo momento a far esplodere la polveriera degli interessi, delle connivenze e dei delittuosi intrighi clericali.
Tutta roba che oggi si tenta di continuare a coprire sotto il velo di un precario compromesso elettorale raggiunto nel nome della totale obbedienza alle intimidazioni del vescovo di Agrigento e dei Comitati civici.

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Articolo del 30 Settembre 1960 da  archiviolastampa.it
Vasta battuta alla ricerca degli uccisori del sindacalista
Gli autori del delitto di Lucca Sicula sarebbero più di due

Agrigento, 29 settembre. (e.c). I compagni di partito di Paolo Bongiorno, il sindacalista assassinato ieri sera a Lucca Sicula collaborano con la polizia alla ricerca dei responsabili. Le indagini si presentano, come per qualsiasi delitto dì mafia, complesse. Gli eventi sono stati così ricostruiti. Il sindacalista aveva preso parte, nel tardo pomeriggio di martedì 27, ad una riunione presso l’ufficio-collocamento di Lucca; alle 18,30 era rientrato alla sezione comunista del paese, di dove alle 20 era uscito, appena completata la lista dei candidati alle elezioni amministrative, nella quale era stato incluso il suo nome. Sulla via del ritorno è stato raggiunto da una scarica di lupara. Non ha neppure avuto il tempo di voltarsi. E’ caduto fulminato. I colpi erano stati esplosi da una distanza di circa venti metri, dalla parte opposta del fabbricato, in una zona d’ombra e fuori mano; sui muri sono rimasti i segni della micidiale scarica. La vittima aveva 38 anni, era sposato con cinque figli di età fra ì 14 ed i 2 anni; la moglie ne aspetta un sesto. Gli assassini, presumibilmente più di due, si sarebbero allontanati verso un piccolo corso d’acqua che scorre a una diecina di metri di distanza, raggiungendo poi la statale che da Lucca Sicula conduce a Palermo, via Corleone. Nelle ricerche sono impiegati i cani-poliziotto. Tutti i paesi e le valli circostanti sono ispezionati da carabinieri e agenti. Piccoli disordini sono avvenuti oggi a Lucca, dove l’unico movente che la gente attribuisce al delitto è quello politico.

 

 

 

Articolo del 1 Ottobre 1960 da  archiviostorico.unita.it
Le prime indagini confermano: si tratta di un delitto politico di Federico Farkas
L’assassinio del compagno Bongiorno
Altri fatti testimoniano sulle minacce ai rappresentanti dello schieramento di sinistra a Lucca – La sorella dell’ucciso nella lista democratica.

LUCCA SICULA, 30 – Anche se fino a questo momento l’esecutore ed i mandanti dell’assassinio del compagno Paolo Bongiorno, segretario della Camera del Lavoro di Lucca, caduto in un agguato la sera di martedi scorso, sono ancora in libertà, si ha questa sera la fondata sensazione che il cerchio delle indagini svolte a ritmo intenso dall’Arma dei Carabinieri stia stringendosi sempre di più.
L’indirizzo assunto dalle indagini confermerebbe in pieno la definizione che del crimine abbiamo subito fornita: un atto di banditismo politico da porsi in stretta relazione con il tentativo delle forze clericali e fasciste del luogo di dare, unite, l’assalto all’Amministrazione comunale, scompaginando, alla vigilia della presentazione della lista, lo schieramento popolare.
Ma proprio questa verità elementare, e facilmente accertabile, diventa addirittura scottante per quegli organi governativi che hanno tutto l’interesse ad allontanare dai mandanti dell’assassinio di Bongiorno il sospetto e l’attenzione severa dell’opinione pubblica. Da qui il tentativo odierno di quasi tutta la stampa di fare della vittima una figura isolata, allontanata ai margini della attività politica e sindacale.
Comunque, sono di oggi due precisazioni, rispettivamente della Federazione comunista di Sciacca e della Camera del lavoro di Agrigento, con le quali si ribadisce in modo autorevole che:
1) Paolo Bongiorno al momento della morte faceva parte del Comitato direttivo della sezione comunista di Lucca ed era stato designato quale candidato del PCI alle elezioni del 6 novembre;
2) sempre al momento della tragica imboscata era il segretario della Camera del Lavoro. In questa carica l’aveva sostituito dal settembre all’ottobre dello scorso anno, il compagno Vito Barone (attualmente corrispondente comunale dell’INCA), quando cioè Bongiorno dovette curarsi per un esaurimento nervoso.
Ma la certezza del movente politico, oltre che dalla netta qualificazione della figura dell’ucciso, la si ricava dai dati di fatto intervenuti proprio in questi giorni nella situazione politica locale. La prova che a Lucca ci si trovi di fronte ad un massiccio tentativo di rilancio reazionario avente come obiettivo la conquista del Comune da parte delle più temibili ed ambiziose clientele locali, la si coglie non solo nell’alleanza elettorale fra DC e MSI, stipulata bruciando le tappe, ma anche nell’azione portata avanti dai gruppi clerico-fascisti nei riguardi di altre forze politiche.
E’ infatti una circostanza anomala e troppo sospetta il fatto che gli esponenti cristiano-sociali di Lucca abbiano aderito a nome del loro movimento alla lista della DC e del MSI, nella quale figurerebbero appunto cinque candidati cristiano-sociali, contro altrettanti rispettivamente della DC e del MSI (oltre ad un esponente della Bonomiana).
Non c’è dubbio che anche questo è un sintomo fra i più appariscenti dell’azione tortuosa condotta sotterraneamente dalle forze antipopolari di Lucca per isolare, dividere e colpire in modo decisivo lo schieramento popolare che amministra il Comune. Un altro elemento che rafforza questo fosco quadro, è costituito dalla odierna rinunzia alla candidatura nella lista delle sinistre di un giovane intellettuale, designato dalla Direzione provinciale del PSI, dissuaso dallo «esporsi» dopo la sanguinosa intimidazione attuata dagli avversari politici con l’assassinio di Bongiorno.
L’agguto mafioso non ha però scalfito la decisa polontà di battersi degli uomini, i comunisti in testa, che in questo remoto comune portano avanti la bandiera del socialismo e del progresso. Già il vuoto lasciato nella lista dei candidati del PCI dal compagno Paolo Bongiorno è stato colmato; Rosa Bongiorno, una delle sorelle del martire, si presenterà candidata alle elezioni del 6 novembre.
Adesso si attende e si reclama che le indagini dei carabinieri, travolgendo il muro delle complicità, approdino il più rapidamente possibile all’identificazione e all’arresto dei responsabili del nefando crimine di Lucca. questo è stato chiesto questa mattina al Presidente della Regione Majorana da una delegazione composta dai compagni Renda e Pancamo, deputati regionali comunisti della provincia di Agrigento e dai compagni La Torre e Genovese, segretari regionali della CGIL.

 

 

 

Articolo da L’Unità del 1 Dicembre 1960
II PCI chiede che sia rispettata la decisione di una inchiesta parlamentare sulla mafia
L’intervento del compagno Berti sulla situazione siciliana . Ancora impuniti gli assassini del compagno Bongiorno – Socialisti e comunisti attaccano il governo che tenta di imporre a tamburo battente la minacciosa legge di censura sui manifesti

Con grande energia il Gruppo comunista ha ieri sollevato in Senato, con una interpellanza del compagno Berti, la grave questione dei delitti della mafia in Sicilia — l’ultimo dei quali ha avuto come vittima il compagno Paolo Bongiorno, segretario della Camera del Lavoro e candidato comunale per il nostro Partito a Lucca Sicula (Agrigento) —: della impunità di cui godono sicari e mandanti: della connivenza fra DC e mafia: della necessita di una inchiesta parlamentare.
Berti ha notato innanzitutto che oggi, a tre mesi dal delitto, sembra che non sia stata ancora trovata alcuna traccia per individuare i colpevoli. L’assassinio  del compagno Bongiorno non si distingue in alcun particolare essenziale da tutta la lunga serie di crimini commessi contro i dirigenti politici e sindacali dei lavoratori siciliani. Eppure sembra che ogni cura sia stata posta dalle autorità inquirenti per ricercare altri moventi: tutto lo sforzo è stato indirizzato nella ricerca di motivi di dissensi familiari o nell’ambito del partito comunista. E’ evidente che da indagini così dirette non poteva scaturire assolutamente nulla, poiché l’origine del delitto è nella mafia, e quindi nelle connivenze politiche di cuila mafia si giova, come dimostra l’elezione di Genco Russo nella lista democristiana di Mussumeli.
Ma cerchiamo — ha proseguito Berti — di approfondire l’analisi sull’ambiente in cui è avvenuto il delitto. A Lucca Sicula, negli ultimi 9 anni, sono stati commessi ben dieci assassinii. Ebbene, di nessuno di essi e stato trovato un solo colpevole! Nessuno è stato arrestato; nessuno è stato imputato! Si dovrebbe pensare che il responsabile dell’ordine pubblico di un paese in cui sono accadute cose simili e stato sostituito da anni. E invece no: il maresciallo dei carabinieri di Lucca Sicula è rimasto sempre al suo posto, nessuno ha trovato conveniente cambiarlo. Egli è uno degli  «insostituibili».
Sono molti giudici e procuratori, che provengono dalle zone di mafia e che, pur personalmente onesti, troppo spesso hanno le mani impacciate da legami più o meno noti. «Insostituibile» sembra sia diventato il questore di Agrigento, il quale pure proviene da una zona di mafia.
Sappiamo bene — ha aggiunto Berti nella parte conclusiva del suo intervento — che le responsabilità fondamentali di ciò che avviene in Sicilia non possono essere ritrovate nelle questure o nelle tenenze dei carabinieri. Al fondo della nostra denuncia e infatti l’aperta connivenza fra DC e mafia. Ad essa si deve se, come sembra, anche le indagini sul delitto Tandoy, che ha rivelato uno scandalo enorme in cui sono coinvolte alte personalità del partito clericale, si risolveranno in un nulla di fatto.
Noi abbiamo chiesto delle misure precise. Il Senato ha votato unanimemente per la formazione di una commissione di inchiesta parlamentare sulla mafia. Cosa intende fare il governo?
La risposta del sottosegretario all’interno, on. Bisori, è stata del tutto elusiva, non si sa se per cinismo o per estremo imbarazzo. Egli siè limitato a rileggere le dichiarazioni che il ministro Scelba fece alla Camera nell’ottobre scorso sulla situazione dell’ordine pubblico. Scelba allora disse che essendo la polizia alle dipendenze dell’Autorità giudiziaria, ogni questione riguardante le indagini sui delitti interessa non il suo, ma il ministero della Giustizia.
Nulla può dirsi sulle indagini sul delitto di Lucca Sicula, poiché vi è il segreto istruttorio.
Il compagno Berti, in una breve e secca replica, dopo aver rilevato l’elisività delle dichiarazioni di Bisori, ha dichiarato che i comunisti e tutte le forze democratiche proseguiranno in Parlamento, nel Paese, in Sicilia l’azione per una inchiesta parlamentare e perché si ponga fine ai delitti della mafia e alla connivenza con le forze politiche dominanti.
Una vivace battaglia è stata condotta ieri pomeriggio dalle sinistre al Senato contro una proposta di legge di marchio clericale, che può aprire la via – con il pretesto di colpire manifesti e immagini e oggetti «contrari al pudore e alla decenza » – a limitazioni gravi della libertà di espressione. La proposta, non per nulla, è partita da alcuni fra i parlamentari democristiani più retrivi, […]

 

 

 

Foto dal libro Delitto alle elezioni di Calogero Giuffrida

Fonte:  comunicalo.it
Articolo del 23 aprile 2016
Morta Francesca Alfano, vedova del sindacalista Paolo Bongiorno ucciso dalla mafia

Si è spenta oggi a Lucca Sicula, all’età di 89 anni, la signora Francesca Alfano, vedova del sindacalista Paolo Bongiorno, originario di Cattolica Eraclea, ucciso dalla mafia il 27 settembre 1960. La donna, bidella in pensione, insieme al nipote Giuseppe Alfano si batté coraggiosamente per rendere giustizia al marito dando il suo importante contributo durante le indagini comunque poi archiviate senza l’individuazione dei responsabili. Il funerale sarà celebrato martedì 26 aprile alle ore 15 nella chiesa Madre di Lucca Sicula.

Francesca Alfano, dopo il delitto del marito, rimase sola e disperata, in stato di avanzata gravidanza e con cinque bimbi in tenera età da accudire. Durante la veglia notturna alla salma di Paolo Bongiorno, la moglie della vittima, disperata, arrabbiata, ripeteva gridando: Pi lu partitu ci appizzasti la vita, «per il partito ci hai rimesso la vita». La vedova Bongiorno non aveva dubbi: l’omicidio era legato all’attività politica e sindacale che il marito svolgeva in favore dei braccianti e dei meno abbienti. «Sono perfettamente convinta che mio marito è stato ucciso esclusivamente per motivi politici – disse la donna ai carabinieri – deduco ciò dal fatto che egli è stato assassinato il giorno successivo a quello in cui in seno al partito comunista venne decisa la sua immissione nella lista che il partito avrebbe presentato alle elezioni amministrative».

“Paolo Bongiorno, padre di cinque figli – racconta Emanuele Macaluso – fu assassinato a colpi di arma da fuoco mentre rientrava a casa. La sua vita era limpida: si svolgeva tra il lavoro duro del bracciante, la Camera del Lavoro, la sezione comunista e la famiglia. Tutto qui. I suoi nemici erano solo coloro che in quegli anni non tolleravano la presenza di un uomo che ne organizzava altri per rivendicare diritti negati e per lottare contro quel mondo che da secoli li aveva oppressi”.

 

 

Fonte:  agrigentoierieoggi.it
Articolo del 27 aprile 2016
Paolo Bongiorno
di Elio Di Bella

Il sindacalista Paolo Bongiorno, di 38 anni, segretario della camera del lavoro di Lucca Sicula, padre di cinque figli ed uno in arrivo, veniva ucciso alle 22.30 del 27 settembre del 1960 con alcuni colpi di fucile caricato a lupara alla schiena e che erano stati sparati da ignoti killer nascosti dietro lo spigolo di un muro. Bongiorno emise un forte grido di dolore e, dopo aver fatto alcuni balzi in avanti, stramazzò al suolo in fin di vita.

Cadeva a pochi passi dalla sede di quella Camera del Lavoro dove ogni giorno coraggiosamente difendeva i diritti dei lavoratori. Proprio quella sera aveva presieduto una riunione della Commissione di collocamento e stava tornando a casa, soddisfatto per i risultati ottenuti. Bongiorno era candidato nella lista del partito comunista per le elezioni amministrative che si sarebbero svolte pochi giorni dopo. Le indagini, dirette dal capitano Mannucci, della Compagnia dei Carabinieri di Sciacca e dal Brigadiere Inzerillo Girolamo, che comanda la Stazione dei Carabinieri di Lucca Sicula seguirono varie piste. “Riguardo al movente del delitto – scrivessero allora i maggiori quotidiani – non viene esclusa anzitutto la causale politica dell’omicidio, in conseguenza di contrasti sorti, molto probabilmente, nella imminenza per le elezioni amministrative”.

Bongiorno era candidato nella lista comunista e può darsi che la causa prima dell’attentato sia da ricercarsi in un dissidio con elementi del luogo. Nel comunicare l’avvenuto delitto alla Procura della Repubblica di Sciacca, il Maresciallo Inzerillo, esprimeva invece considerazioni molto diverse : “L’uccisione del Bongiorno provocava viva indignazione fra questa popolazione, soprattutto per il fatto che egli lasciava sul lastrico la moglie in stato di avanzata gravidanza e cinque figli. Tale pietosissima realtà, veniva, purtroppo, inumanamente e immediatamente offuscata o quasi completamente dimenticata, perché gli sguardi e l’attenzione dell’opinione pubblica in generale e dei superficiali e creduloni in particolare (fra questi ultimi compresi la moglie e i parenti della vittima), vennero attratti dall’alone di viva luce politica col quale gli esponenti comunisti avevano voluto prontamente e opportunamente mettere in risalto il delitto. (…) In effetti – sottolineava il Maresciallo Inzerillo – il Paolo Bongiorno era semplicemente il rappresentante della categoria braccianti di questo comune, aderenti alla CGIL”.

Per il partito comunista di Lucca Sicula, infatti,si trattava di un chiaro delitto politico, ordito dalla mafia locale, in considerazione del fatto che Bongiorno era un uomo di punta del PCI e si era distinto per la sua accesa lotta contro il tentativo della cosche locali di controllare il mercato del lavoro. Si tratta pertanto di una ritorsione. Il caso Bongiorno giunse in Parlamento e venne posto all’attenzione della commissione antimafia.

Era nato il 30 luglio 1922 a Cattolica Eraclea. Figlio di Giuseppe e Giuseppina Renda. Il padre era un povero jurnataro. Paolo aiutava la sua povera famiglia come poteva. Innanzitutto studiava, ma quando la povertà della famiglia lo costringeva, con i fratelli andava al fiume Platani a raccogliere la liquirizia che poi rivendeva ai commercianti. D’estate soprattutto lavorava nei campi col salario a giornata. Mieteva il grano, raccoglieva le mandorle, l’uva, le olive e faceva persino il manovale quando gli si offriva qualche proposta . Fin da piccolo, quindi, conobbe la dura condizione dei lavoratori, le loro richieste, la tristezza di una vita precaria. Superati gli anni da “Balilla”, obbligatori durante il fascismo, Paolo non si fece imbonire dall’indottrinamento mussoliniana.

Dopo che furono emanati i decreti Gullo, coi quali il governo concedeva ai contadini le numerose terre incolte dei nobili latifondisti, anche a Cattolica Eraclea i contadini si organizzarono e diedero l’assalto al latifondo. In quel periodo Paolo si sposò a con Francesca Alfano (il 22 ottobre del 1944 a Cattolica Eraclea).
Anche Paolo partecipò alle numerose cavalcate organizzate nel suo paese dai dirigenti comunisti, in particolare Francesco Renda e Giuseppe Spagnolo. La mafia cercò allora di fermare quel movimento di lotta con le bombe: vi fu un grave attentato ai danni di Aurelio Bentivegna, vice-sindaco del CLN e segretario del PSI, nel quale rimase ucciso Giuseppe Scalia, dirigente sindacale locale che era in sua compagnia. Nel 1946, per la prima volta anche a Cattolica , si svolsero le elezioni amministrative libere e Paolo Bongiorno si schierò apertamente per il Blocco del Popolo che vinse le elezioni. Giuseppe Spagnolo fu eletto sindaco di Cattolica Eraclea. Per la prima volta nella storia del paese un contadino ricopriva la carica di primo cittadino.

Ma per Bongiorno divenne difficile trovare lavoro e così fu amaramente costretto ad allontanarsi di qualche chilometro dal suo paese, perché trovò migliori possibilità nel 1949 per una duratura occupazione a Lucca Sicula, grazie all’aiuto del suocero che viveva in quel paese. Ma la fortuna non lo accompagnava in quegli anni: ricominciò subito a lavorare come bracciante agricolo, ma con scarsi risultati economici, così Paolo scelse la strada dell’emigrazione. Partì per la Francia dove lavorò, ma solo per 40 giorni come manovale. La nostalgia per la moglie, i figli e anche per la propria terra lo riportarono molto presto in Sicilia. Tornò nella sua nuova casa di Lucca Sicula e riprese a lavorare in campagna, adattandosi a condizioni e paghe di lavoro pietose.

Riprendendo i contatti col duro mondo del lavoro dei contadini, Paolo, dotato di una straordinaria sensibilità, cercava una via di riscatto per sé e per i compagni di lavoro. Senza tentennamenti preferì la via dell’impegno politico e si iscrisse al partito comunista di Lucca Sicula. Si distinse per la generosità dell’impegno e per la cura e l’attenzione verso i problemi di tutti. Anche se aveva solo una licenza di scuola elementare, riusciva comunque a comunicare bene il proprio pensiero e a farsi interprete dei bisogni della gente che sempre più numerosa si rivolgeva a lui per un sostegno. Dopo un po’ di tempo, fu nominato segretario della Camera del lavoro locale. Con passione cominciò ad interessarsi dei problemi che assillavano la categoria dei braccianti, toccando dunque la suscettibilità dei datori di lavoro. Aiutava persino gli anziani a compilare le pratiche della pensione: “una volta una signora rimase talmente contenta di aver ottenuto la pensione grazie a lui che voleva ricompensarlo donandogli una parte della sua prima pensione, ma lui non l’accettò e rifiutò anche i due litri di olio che, come semplice ricordo, la signora gli volle donare e le disse che, se proprio ci teneva, doveva venderlo e portare i soldi alla Camera del lavoro, così gli iscritti avrebbero potuto pagare parte delle spese correnti per tenere attivo l’ufficio”. (Testimonianza di Pietro Bongiorno, figlio della vittima, pubblicato su: La Memoria ritrovata. Storie delle vittime della mafia raccontate dalle scuole. Pubblicazione curata dal ProgettoLegalità in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le vittime della mafia. 2004, Palermo).

Paolo si impose autorevolmente come un vero leader del movimento contadino e sindacale. Molti gli riconoscevano un carisma straordinario; anche gli avversari politici lo rispettavano per l’onesta intellettuale e la tenacia con cui conduceva le trattative sindacali. Ma la lotta per far valere i sacrosanti diritti dei lavoratori in paesi spesso abulici era dura. Organizzava numerosi scioperi locali reclamando con forza paghe più alte e orari di lavoro più dignitosi e guidava i lavoratori in manifestazioni provinciali e regionali. A Lucca Sicula ancora molti ricordano con quale entusiasmo riorganizzò la Festa dell’Unità, che da anni ormai era andata in disuso. Decisivo fu il suo contributo nella campagna elettorale del 1956 nella quale partecipò attivamente, facendo anche numerosi comizi e venne apprezzato per la forza delle argomentazioni, la concretezza dei discorsi e l’efficacia con cui argomentava le sue idee politiche.

Ma più cresceva l’impegno di Paolo Bongiorno nella Camera del lavoro e crescava contro di lui l’odio dei suoi avversari politici. Per ritorsione nei suoi confronti e per smorzarne l’entusiasmo, i datori di lavoro evitavano di assumerlo o lo licenziavano dopo poco tempo. Così gli era sempre più difficile trovare lavorò. Ma Paolo si arrangiava come poteva: lavorava a jurnata, come muratore, bracciante… qualsiasi cosa purché si lavorasse. Intanto la famiglia Bongiorno si faceva sempre più numerosa, erano nati Giuseppe, Pietro, Giuseppina, Salvatore,Elisabetta. Non gli mancò comunqua il sostegno dei familiari e degli amici e in particolare quello dei suoi compagni di partito, che per la stima che di lui avevano non indugiarono nel 1960 ad inserire il suo nome nelle liste dei candidati del Pci al Consiglio Comunale di quell’anno. Probabilmente il partito puntava su di lui per la candidatura a Sindaco, considerando la stima e la fiducia che verso di lui tantissimi avevano a Lucca Sicula, dove tra l’altro in quei giorni Bongiorno stava organizzando uno sciopero dei lavoratori che si annunciava come un grande successo. Il partito comunista di Lucca presentò la lista per le elezioni comunali il 26 settembre del 1960, la sera dopo Paolo Buongiorno venne assassinato.

“A mio giudizio, il povero Paolo Bongiorno venne ucciso perché era stato incluso nella lista del mio partito. (…) In merito all’attività sindacale svolta dal Bongiorno posso dire che in occasione della passata campagna di mietitura lo stesso si interessò per un migliore trattamento dei braccianti agricoli, chiedendo per essi una retribuzione giornaliera di 3.000 lire per otto ore di lavoro. Tale richiesta urtò i produttori i quali non risparmiavano, ovunque si trovassero, critiche e commenti sfavorevoli verso il Bongiorno e le sue richieste”, riferì ai magistrati Oliveti Salvatore.

uno dei molti amici della vittima quando venne interrogato. La vedova Bongiorno non aveva dubbi: l’omicidio era legato all’attività politica e sindacale che il marito svolgeva in favore dei braccianti e dei meno abbienti. Dopo una veglia straziante che si protrasse per tutta la notte intorno alla salma del dirigente politico ucciso, alle ore 13 circa del 28 settembre, si svolsero i funerali.

A dare l’estremo saluto al valente dirigente politico giunsero il Segretario Regionale della Camera del Lavoro, Pio La Torre (anche lui, 22 anni dopo, nel 1982, è stato ucciso dalla mafia) e tanti dirigenti regionali della federazione comunista e del movimento sindacale. Non fu dato saper chi esplose quei due colpi alla schiena; i “colpi di grazia” della mafia, perché chi doveva capire capisse. Anche in questo caso le indagini non riuscirono a fare luce sul delitto.

 

 

 

 mafie.blogautore.repubblica.it 
Articolo del 24 dicembre 2020
Paolo Bongiorno, ucciso a Lucca Sicula
di Dino Paternostro

«La sera del 27 settembre del 1960, Paolo Bongiorno, dopo una riunione del partito, stava rincasando in compagnia del giovane nipote Giuseppe Alfano, leader dei giovani comunisti.
Come ogni sera, Paolo, uscendo dai locali della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, della quale era segretario, ritornava a casa attraversando le vie del centro storico del piccolo centro montanaro dell’agrigentino, abitato da circa tremila abitanti. Chiacchierando, zio e nipote (…) giunsero in via Valle, all’estrema periferia del paese, dove vi erano le loro abitazioni.
Erano le 22,30 circa quando, giunti a pochi metri dall’abitazione, due scariche di lupara, sparate da ignoti killer nascosti dietro lo spigolo di un muro, colpirono alla schiena Paolo Bongiorno. Lui emise un forte grido di dolore e, dopo aver fatto alcuni balzi in avanti, stramazzò al suolo in fin di vita. Il giovane nipote, terrorizzato, chiamò aiuto e allarmò i vicini di casa e la zia Francesca Alfano, moglie del Bongiorno. Poi corse ad avvisare i carabinieri della locale stazione».

Racconta così l’omicidio di Paolo Bongiorno lo studioso Calogero Giuffrida, in un saggio storico che si avvale della prefazione di Emanuele Macaluso.

«Nel 1960 – scrive Macaluso – la Sicilia sembrava che fosse uscita da quel tunnel di morte, invece no. Il notabilato locale, che in alcuni comuni siciliani aveva covato odio per il movimento contadino e conviveva con la mafia, che usava la delinquenza per servizi sporchi, non tollerava che ci fossero uomini con la schiena dritta che rivendicavano i diritti dei lavoratori.
Spesso, con il notabilato locale convivevano marescialli e brigadieri dei carabinieri che si sentivano onorati di essere “amici” di un “signore”: piccoli miserabili. E coprivano anche i crimini di quei signori».

«Mi trovavo a letto ancora vegliante – raccontò la moglie della vittima ai carabinieri giunti sul posto dopo alcuni minuti – sentii due colpi di arma da fuoco che si susseguivano l’uno all’altro. Preoccupata abbandonai il letto e, prima ancora di affacciarmi, mio nipote m’invitava ad aprire gridando: “Zia apri, ci hanno sparato”. Mi precipitai fuori e trovai mio marito a terra; poiché sembrava semplicemente svenuto, con mio fratello lo trasportammo a casa. Adagiatolo sul letto cercai di rianimarlo e gli porsi un bicchiere d’acqua che egli bevve. Aveva gli occhi spalancati e mi fissava, senza comunque profferire parola. Mi parve che avesse in animo di dirmi qualche cosa ma dopo pochi istanti spirò».

Paolo Bongiorno morì a 38 anni tra le braccia della moglie, che «rimase sola e disperata, in stato di avanzata gravidanza e con cinque creature in tenera età da accudire». Con Francesca, infatti, si era sposato il 22 ottobre 1944 ed avevano avuto già cinque figli: Giuseppe, Pietro, Giuseppina, Salvatore ed Elisabetta. La sesta, Paolina, sarebbe nata dopo la sua morte.

Il dirigente sindacale era nato a Cattolica Eraclea (Ag) il 30 luglio 1922 da Giuseppe e da Giuseppina Renda. Qui aveva partecipato alle “cavalcate contadine” per la terra, organizzate dal giovane intellettuale comunista Francesco Renda e dal leader del movimento contadino di Cattolica Eraclea Giuseppe Spagnolo, che nel 1946 sarebbe diventato sindaco del paese. Ma nel 1947 Bongiorno venne arrestato e costretto ad abbandonare gli scioperi per un reato commesso molti anni prima. Scontata la pena di diciotto mesi, nel 1949 si trasferì con la famiglia a Lucca Sicula, dove già risiedeva la famiglia di sua moglie. Ritornò così a lavorare la terra, ma lavoro ce n’era poco e Paolo decise di emigrare in Francia in cerca di fortuna. Qui cominciò a fare il manovale edile, ma dopo 40 giorni tornò in Sicilia, vinto dalla nostalgia per la sua terra e per la sua famiglia.

A Lucca Sicula, quindi, «ricominciò a lavorare in campagna, riadattandosi a condizioni e paghe di lavoro pietose. Cercava una via di riscatto, senza tentennamenti preferì la strada dell’impegno politico. Si avvicinò al partito comunista, fu colpito da un grande leader di Lucca Sicula come Giovanni Bufalo, anarchico prima e comunista poi, sindaco di Lucca Sicula, capo dello schieramento popolare, sotto la cui guida nacquero dirigenti ispirati da elevati valori etici e morali.

Paolo Bongiorno, dopo un po’ di tempo di attività nel partito, fu nominato segretario della Camera del Lavoro locale. Con passione, il neo segretario della Camera del Lavoro cominciò ad interessarsi localmente dei problemi che assillavano la categoria dei braccianti, urtando spesso con gli interessi economici, ma anche di prestigio sociale, dei datori di lavoro». Per la grande stima che si era conquistato all’interno del partito, nel 1960 fu candidato al consiglio comunale nelle liste del Pci per le elezioni amministrative, che si sarebbero svolte il 6-7 novembre.

Probabilmente il partito puntava su di lui per la carica di sindaco, dato il forte ascendente che aveva tra i lavoratori di Lucca Sicula, dove in quei giorni stava organizzando uno sciopero generale, che si annunciava come un grande successo. Il partito comunista a Lucca presentò la lista per le elezioni comunali il 26 settembre del 1960, la sera dopo Paolo Buongiorno venne assassinato.

Durante la veglia funebre, la moglie disperata gridava: «Pi lu partitu ci appizzasti la vita». La vedova Bongiorno, infatti, non ebbe il minimo dubbio sul perché dell’omicidio del marito. Paolo era stato ucciso per la sua attività politica e sindacale, che svolgeva in favore dei braccianti e dei contadini poveri. «Dopo una veglia straziante, che si protrasse per tutta la notte, intorno alla salma del dirigente politico ucciso, alle ore 13 circa del 28 settembre, si svolsero i funerali.
Familiari e amici, compagni, sindacalisti e politici, contadini, operai e numerosi cittadini piangenti diedero l’ultimo saluto a Paolo Bongiorno, accompagnandolo, in mesto corteo, sino al cimitero, tra le grida di disperazione e dolore della famiglia.

A dare l’estremo saluto al valente dirigente politico giunsero il segretario regionale della Camera del Lavoro, Pio La Torre… e i dirigenti del Partito comunista, Guglielmini e Nando Russo. Erano presenti anche i dirigenti della federazione comunista di Sciacca, Giacone, Leonte e Scaturro, e gli attivisti comunisti di Burgio, Ribera, Cattolica Eraclea e di tutti gli altri paesi viciniori. Per il dirigente politico comunista barbaramente ucciso non fu celebrato il rito religioso in chiesa, ma il corteo si fermò a celebrare una commemorazione laica davanti ad un ripiano in muratura su cui salì l’on. Girolamo Scaturro, deputato comunista all’Assemblea Regionale Siciliana, il quale pronunciò brevi commosse parole, ricordando la figura del Bongiorno, «la sua attività disinteressata e continua, diretta a salvaguardare gli interessi dei braccianti di Lucca Sicula». Ricordò «il suo carattere buono, il suo affetto verso la moglie, i bambini e la famiglia tutta e la caparbietà con cui Paolo Bongiorno teneva la bandiera dei lavoratori a Lucca Sicula».

Proprio in quel momento, singhiozzando, quasi urlando, una giovane donna, la sorella di Bongiorno, gridò: “Questa bandiera oggi sono pronta a prenderla io”. L’onorevole comunista terminò l’orazione ricordando che «l’addio migliore che si può dare al Bongiorno è che egli possa riposare in pace e quello di raccogliere la sua attività e continuare quella lotta che egli per tanti anni aveva sostenuto contro avversari tanto più forti». «Strazianti le immagini dei figli e dei parenti della vittima apparse, il giorno successivo al funerale, su vari quotidiani nazionali. Dopo il corteo al cimitero, come di rito, si assistette a un pellegrinaggio commosso verso l’umile casa dei Bongiorno per rivolgere le condoglianze ai familiari della vittima.

Tra i singhiozzi, la vedova di Bongiorno continuava a ripetere ai compagni che le si accostavano, quasi per rincuorare, e ad un tempo ammonire agli altri: «Non ci dimentichiamo che è morto per il partito. Lui è morto, ma noi più forti siamo!». In queste parole c’era la prima fiera risposta agli assassini di Paolo Bongiorno e soprattutto ai loro mandanti.
A porgere le condoglianze alla famiglia Bongiorno anche il deputato socialista Francesco Taormina, i dipendenti del Banco di Sicilia e i familiari di Accursio Miraglia, il segretario della Camera del Lavoro di Sciacca, che la mafia aveva ucciso il 4 gennaio 1947.
Venne a porgere le condoglianze anche l’on. Gaetano Di Leo, il capo della Dc nel circondario di Sciacca.

«Il prefetto… intervenne nelle indagini sul delitto di Paolo Bongiorno, facendo pervenire ai corrispondenti di giornali e di agenzie una breve «nota orientativa» sulla figura della vittima. “Paolo Bongiorno non era più segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula”, scriveva il Prefetto, il quale aveva inoltre informato la stampa dei “gravi precedenti penali di Paolo Bongiorno” e dello “stato di esaurimento nervoso” della vittima, quasi ad insinuare che la vittima fosse un demente o presso a poco. Si può parlare di depistaggio? Si può pensare, nella Sicilia degli anni ’60, che la mafia condizionasse le scelte dei massimi rappresentanti delle istituzioni? L’esperienza lunga e dolorosa del movimento dei lavoratori in Sicilia è illuminante. I dirigenti sindacali e politici assassinati dalla mafia erano stati sistematicamente indicati dalle autorità come personaggi “rissosi” o “violenti”.

Il partito comunista di Lucca Sicula, invece, non ebbe dubbi. Quello di Bongiorno fu un chiaro delitto politico, organizzato dalla mafia locale, perchè Bongiorno era un uomo di punta del Pci e si era distinto per la sua accesa lotta contro il tentativo della cosche locali di controllare il mercato del lavoro. Si tratta pertanto di una ritorsione. Il caso Bongiorno giunse in Parlamento e venne posto all’attenzione della commissione antimafia.
«Il povero Paolo Bongiorno – dichiarò Salvatore Oliveri – venne ucciso perché era stato incluso nella lista del mio partito. (…) In merito all’attività sindacale svolta dal Bongiorno posso dire che in occasione della passata campagna di mietitura lo stesso si interessò per un migliore trattamento dei braccianti agricoli, chiedendo per essi una retribuzione giornaliera di 3.000 lire per otto ore di lavoro. Tale richiesta urtò i produttori i quali non risparmiavano, ovunque si trovassero, critiche e commenti sfavorevoli verso il Bongiorno e le sue richieste».

Da sottolineare che lo sciopero dei lavoratori di Lucca Sicula, che Bongiorno stava organizzando per il 1° ottobre, in preparazione dello sciopero generale dei lavoratori siciliani del successivo 5 ottobre, «aveva suscitato le ire dei datori di lavoro, dei grossi proprietari terrieri e impresari che cominciavano a gestire gli appalti in paese in periodo di boom economico e speculazione edilizia».
La sua stessa candidatura al consiglio comunale non piacque per niente al padronato e ai loro referenti politici. «Questi elementi, invece, apparvero irrilevanti al maresciallo Girolamo Inzerillo, il primo ad occuparsi del delitto del sindacalista Bongiorno, sentendosi in qualche maniera costretto dagli eventi a dovere aprire delle serie indagini sul delitto di Paolo Bongiorno.

Nel comunicare l’avvenuto delitto alla Procura della Repubblica di Sciacca, infatti, il maresciallo Inzerillo – come a giustificarsi col Prefetto, che con la sua “nota orientativa” sulla figura della vittima aveva, in sostanza, espresso il suo autorevole parere sul delitto – scriveva: “L’uccisione del Bongiorno provocava viva indignazione fra questa popolazione, soprattutto per il fatto che egli lasciava sul lastrico la moglie in stato di avanzata gravidanza e cinque figli. Tale pietosissima realtà, veniva, purtroppo, inumanamente e immediatamente offuscata o quasi completamente dimenticata, perché gli sguardi e l’attenzione dell’opinione pubblica in generale e dei superficiali e creduloni in particolare (fra questi ultimi compresi la moglie e i parenti della vittima), vennero attratti dall’alone di viva luce politica col quale gli esponenti comunisti avevano voluto prontamente e opportunamente mettere in risalto il delitto. (…) In effetti – scrisse il maresciallo Inzerillo – il Paolo Bongiorno era semplicemente il rappresentante della categoria braccianti di questo comune, aderenti alla CGIL”. Cosa da poco insomma, “semplicemente il rappresentante della CGIL”. Cosi come “semplicemente” rappresentanti dei braccianti erano stati, anni addietro, Giuseppe Scalia, Accursio Miraglia, Epifanio Li Puma, Calogero Cangialosi, Nicolò Azoti, Andrea Raja, Placido Rizzotto, Giuseppe Spagnolo, Salvatore Carnevale e altri…», è l’amara considerazione di Giuffrida.

Anche il “Giornale di Sicilia” di Palermo sostenne la posizione minimalista del Prefetto di Agrigento, secondo cui «il movente politico si ritiene doversi escludere in considerazione della modesta figura della vittima, che in questi ultimi tempi si era dedicato soprattutto alla famiglia e al suo lavoro».
«Paolo Bongiorno, in verità, era uno dei dirigenti politici più attivi della sinistra di Lucca Sicula fino al giorno della sua morte. La segreteria regionale della CGIL, guidata da Pio La Torre, aveva informato, con una nota, la prefettura di Agrigento e la stampa che la vittima ricopriva la carica di segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula sin dal 1949. I dirigenti provinciali del partito comunista fecero sapere che il Bongiorno era membro del comitato direttivo del Pci di Lucca Sicula, ed era stimato dirigente anche a livello provinciale».

Nelle elezioni comunali del 1960 «a Lucca Sicula, in nome di Paolo Bongiorno, fu riconquistato il comune». Ed in consiglio comunale venne eletta Rosa Bongiorno, sorella di Paolo, la donna coraggiosa che ai funerali aveva gridato: «Quella bandiera la porterò io». Era stata candidata al posto di Paolo alle elezioni del 6-7 novembre 1960, ottenne circa 80 voti ed in consiglio rappresentò la continuità dell’impegno del fratello.

«La sua vita – scrive di Bongiorno Emanuele Macaluso – era limpida: si svolgeva tra il lavoro duro del bracciante, la Camera del Lavoro, la sezione comunista e la famiglia. Tutto qui. I suoi nemici erano solo coloro che in quegli anni non tolleravano la presenza di un uomo che ne organizzava altri per rivendicare diritti negati e per lottare contro quel mondo che da secoli li aveva oppressi. E quelle persone combattevano sul piano sindacale e su quello politico, contendendo ai notabili anche la guida del Comune, considerato da sempre un centro esclusivamente a loro servizio. Ma questori, carabinieri, magistrati indirizzavano le “indagini” verso direzioni inesistenti: fatti privati, mariti gelosi. Non trovavano nulla e archiviavano. Così fu anche per Bongiorno».

 

 

 

Lucca Sicula, commemorato il sindacalista Paolo Bongiorno ucciso dalla mafia 61 anni fa

Comunicalo.it – 18 ago 2021
Nel video l’intervento del sindaco Salvatore Dazzo

 

 

 

 

Leggere anche:

vivi.libera.it
Nota del 27 settembre 2020
#nonèmaiaccaduto. Paolo Bongiorno, ‘u jurnataru dei diritti

Ho acceso per te un cero
che illumina notti insonni
quando pioggia nasce col chiarore
e picchia forte sui vetri
come colpi di lupara
a tradimento verso sera
bruciando il respiro dei polmoni
protetti da una ritta schiena
e quel muretto che al vento,
si sgretola di polvere
che grigia e pesante intasa l’anima
che giace e riposa in un cimitero
col tuo nome a rischiarare
il nuovo giorno, di fertile speranza
di un color fiorito
che sul volto del rinnovo rifiorisce
il suo abito dipinto in volo.

Fabio Strinati

[…]

 

 

 

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