28 Aprile 1921 Piana dei Greci (PA). Ucciso Vito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini del paese.

Foto da: La Sicilia

Vito Stassi, contadino, dirigente socialista nella Sicilia dei primi anni del Novecento e presidente della Lega dei contadini. Considerato l’ala intransigente del partito che si rifiutava di fare affari e scendere a compromessi con la mafia. La sera del 28 aprile 1921 tre uomini armati di fucile lo aspettano mentre rientra a casa a Piana dei Greci. Vito aveva finito da poco una riunione al vicino circolo socialista. I tre killer lo colpiscono con numerosi colpi. Muore all’istante. Per tutta la notte il corpo di Vito fu lasciato riverso sul selciato, dove venne vegliato dalla famiglia e da un nutrito gruppo di contadini in attesa della perizia dell’autorità giudiziaria, che si presentò solo la mattina successiva.
Fonte:  vivi.libera.it

 

 

 

Fonte:  it.wikipedia.org

Vito Stassi, detto Carusci (Vituci Stasi Karushi in albanese; Piana degli Albanesi, 1876 – Piana degli Albanesi, 28 aprile 1921), è stato un sindacalista e politico italiano, della minoranza albanese in Sicilia. Militante socialista, fu assassinato dalla Mafia.

Vito Stassi nacque a Piana degli Albanesi nel 1876. Dal 1915 al 1918 svolse il servizio militare in Albania, esercitando l’attività di interprete e che approfondì la conoscenza della lingua albanese da autodidatta, utilizzando una grammatica albanese che gli fu fornita da un altro compaesano, il tenente Salvatore Di Salvo.

Dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini di Piana degli Albanesi, allora detta Piana dei Greci, la sera del 28 aprile 1921 fu assassinato da tre sicari mafiosi, episodio della strategia mafiosa che si prefiggeva con violenza e terrorismo di ridurre al silenzio il movimento sindacale e politico uscito rafforzato dal biennio rosso.
Il capo-lega di Piana degli Albanesi, Vito Stassi Karushi, fronteggiò mafiosi e gabelloti. L’omicidio di Vito Stassi Karushi scosse profondamente i cittadini di Piana degli Albanesi e il delitto segnò un cambiamento di clima politicosociale. Da allora, pur venendo a mancare al partito socialista l’uomo in grado di organizzare una risposta alla mafia, dai successi importanti delle occupazioni delle terre del “biennio rosso”, a Nicola Barbato, sino alla strage di Portella della Ginestra, gli arbëreshë hanno sempre più decisamente lottato contro la criminalità organizzata.

Nel ricordo di Vito Stassi Karushi, nell’aprile 2013, novantadue anni dopo l’assassinio, il presidente del Senato, Piero Grasso, insieme ai tre sopravvissuti della strage di Portella della Ginestra (Serafino Petta, Mario Nicosia e Giacomo Schirò), alla presenza dell’Eparca Sotìr Ferrara e al più alto clero greco-ortodosso dell’Eparchia di Piana degli Albanesi e all’amministrazione comunale, hanno scoperto nel luogo del suo assassinio, in una traversa di Corso Kastriota, una lapide in sua memoria.

A lui è intitolata inoltre la piazzetta, già detta S. Demetrio, antistante la Cattedrale di Piana degli Albanesi.

 

 

 

Articoli da La Sicilia del 7 Febbraio 2010
Intransigente contro la mafia
di Dino Paternostro
La sera del 28 aprile 1921, a Piana dei Greci (dal 1941 Piana degli Albanesi), tre uomini armati di fucile assassinarono Vito Stassi «Carusci», dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini. Un omicidio voluto dalla mafia per conquistare «Piana la rossa»
La sera del 28 aprile 1921, tre uomini armati di fucile stavano appostati in via Brutto, a Piana dei Greci, come se aspettassero qualcuno. In effetti, qualcuno aspettavano davvero. Spuntò dall’angolo della strada intorno alle 21.30. Era Vito Stassi “Carusci”, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini del paese. Aveva partecipato ad una riunione del vicino circolo socialista e adesso stava tornando a casa sua, dove l’aspettavano la moglie Rosaria Talento e i figli Giovanni di 11 anni, Antonina di 9 anni, Serafina di 7 e Rosa Lussemburgo (in onore di Rosa Luxemburg, mitica dirigente socialista trucidata a Berlino dai militari tedeschi nel 1919) di appena 2 anni.

Ma Vito Stassi non sarebbe mai più tornato a casa. I tre killer fecero fuoco e lo colpirono con numerosi colpi, uccidendolo all’istante. Aveva appena 45 anni. Un classico omicidio di mafia, perpetrato contro un dirigente contadino, in un comune dove la sinistra aveva da tempo radici solide. E neanche questo sembrò una novità. In quel primo dopoguerra, infatti, durante il famoso «biennio rosso», che fu operaio al Nord e contadino al Sud, e negli anni immediatamente successivi, tanti altri dirigenti sindacali e politici di orientamento socialista erano stati trucidati dalla mafia e dal padronato agrario ed industriale. Per tutta la notte il corpo di Vito Stassi fu lasciato riverso sul selciato, dove venne vegliato dalla famiglia e da un nutrito gruppo di contadini,in attesa della perizia dell’autorità giudiziaria, che si fece solo nella mattinata del giorno successivo. Solo a quel punto, la salma del dirigente socialista fu ricomposta nel salone della sede del Partito socialista, in via Kastriota.

I solenni funerali si svolsero nel pomeriggio: la bara del dirigente contadino, coperta da un drappo rosso, fu accompagnata da migliaia di contadini, che formarono un imponente corteo funebre. Alla testa c’era la fanfara dei circolo socialista. Al funerale parteciparono tante persone comuni e folte delegazioni dei circoli socialisti e contadini dei comuni del circondario. L’orazione funebre fu svolta dal falegname Michelangelo Jenna, segretario del Partito socialista di Piana. «Con la scomparsa di Vito Stassi – ha scritto lo studioso Francesco Petrotta nel volume “Politica e mafia a Piana dei Greci da Giolitti a Mussolini” (La Zisa, Palermo 2001) – veniva a mancare al partito socialista l’uomo in grado di organizzare una risposta alla mafia.

Stimato dirigente per la sua bontà d’animo, egli rappresentava, assieme al vecchio Giorgio Carnesi e a Michelangelo Jenna, l’ala intransigente del partito che non accettava compromessi con la mafia». Aggiungendo: «A soli 24 anni, nel 1900, l’on. Barbato gli aveva affidato, assieme ad altri, la cassa della disciolta federazione socialista. Fu un atto di fiducia ma anche di riconoscimento politico. Autodidatta, la sera dopo i lavori nei campi, nel Circolo socialista leggeva e commentava ai contadini analfabeti i testi e la stampa socialista». Fu eletto diverse volte consigliere comunale e, nel 1912, su indicazione di Nicola barbato, fu chiamato a dirigere la «Cooperativa Agricola Anonima» in un momento molto difficile per il Partito socialista. Ammiratore della rivoluzione sovietica del 1917, in occasione dello sciopero contadino del 1919 fu soprannominato dagli avversari politici «Lenin».

«Anche se si formò politicamente in un Partito di classe fortemente anticlericale, dove gli aderenti non battezzavano i nascituri né si sposavano in chiesa – ha scritto Petrotta nella biografia dedicata al dirigente contadino (“Vito Stassi Carusci e il biennio rosso a Piana dei Greci”, La Zisa, Palermo 2003) non assunse mai posizioni antireligiosi. Anzi il 5 ottobre 1902 si sposò nella Chiesa di San Demetrio, la Matrice, con Rosaria Talento, di 19 anni, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Antonina, Serafina, e Rosa Lussemburgo” (in onore di Rosa Luxemburg, dirigente socialista, assassinata dai tedeschinel 1919 – ndr).

Secondo il tenente colonnello Paolo Sanna, comandante la divisione dei Carabinieri reali di Palermo interna, «il delitto si suppone consumato a scopo politico. Gli affiliati al partito socialista mantengosi calmi, ma si riservano di deliberare circa il contegno da tenere riguardo all’uccisione del compagno di fede».

 

 

Al processo di Palermo furono tutti assolti
di Dino Paternostro
LE MINACCE. I mafiosi a Stassi: «Ce la vedremo a tu per tu». Poi avviarono le loro vacche sui pascoli del feudo «Scala»

L’omicidio di Vito Stassi “Carusci” scosse profondamente i cittadini di Piana dei Greci. Si veniva dai successi importanti delle occupazioni delle terre del “biennio rosso”, ma quel delitto segnò un cambiamento di clima politicosociale. «Da quel momento in poi – scrive Francesco Petrotta – ai lavoratori, guidati dal partito socialista, fu negato con la violenza di esercitare il diritto di svolgere attività politica e sindacale.
E mentre al Nord i padroni delle fabbriche foraggiavano le squadre fasciste per distruggere le organizzazioni del movimento
operaio, a Piana per raggiungere lo stesso obiettivo i proprietari terrieri, i gabelloti e le forze “democratiche e liberali”, con l’aperto sostegno delle autorità dello Stato, misero in campo il loro braccio secolare: la mafia». Infatti, dava fastidio che in provincia di Palermo esistesse ancora «Piana la rossa», mentre già erano cadute tutte le altre roccaforti del socialismo, come San Giuseppe Jato e Santa Cristina Gela. E, più ancora, Corleone, dove nelle elezioni comunali del 1920 – come scrisse il famoso
dirigente di P.S. Giuseppe Alongi – «si ebbe il blocco di democratici-popolari-maffia, con sfoggio di intimidazioni e pastette». I socialisti di Corleone, che nel 1914 con Bernardino Verro aveva conquistato il municipio, allora finirono in minoranza e venne eletto sindaco Giovanni Milone, affiancato in giunta da esponenti diretti dei «fratuzzi» come Michelangelo Gennaro e Salvatore Pennino. Mentre altri esponenti, come Leonardo La Torre e Saverio Montalbano, sedevano in consiglio comunale.
Ma per il blocco conservatore e reazionario di Piana dei Greci non fu facile «cacciare» i socialisti dal municipio. Essi, infatti, da circa un decennio guidavano l’amministrazione comunale e vantavano anche «una forte egemonia economica specialmente nelle campagne, dove avevano la gestione di ben sette feudi: quattro presi in affitto dalla Cooperativa Agricola Anonima e tre ottenuti in concessione con il decreto prefettizio dell’ottobre 1920», spiega Petrotta.
Dato il «clima politico» nazionale, la mafia di don Ciccio Cuccia e di Tommaso Matranga comprese, però, che i tempi potevano essere maturi per «ricoprire un ruolo autonomo e legale, ottenere l’aperto e totale sostegno delle forze democratiche e liberali e delle autorità governative, prefetto Menzinger in testa, per sostituire i socialisti alla guida del potere locale ». Bisognava, però, dare l’assalto al gruppo dirigente del partito socialista. Cominciarono, quindi, le azioni provocatorie. Nell’aprile del 1921, furono personalmente Giuseppe Riolo e Giovanni Piediscalzi a recarsi a casa di Vito Stassi, «avanzando subito la pretesa di pascolare nelle terre già divise e seminate dai componenti del circolo socialista di cui lo Stassi era presidente». E alla risposta dello Stassi che sulla questione poteva decidere solo l’assemblea dei soci, i due lo minacciarono. «Ce la vedremo a tu per tu – gli dissero – e chi può, può!». E qualche giorno dopo, in segno di sfida, le loro vacche furono mandate a pascolare nel feudo
«Scala». «Non preoccupatevi, compagni, che ci faremo rimborsare!», disse deciso Vito Stassi agli altri contadini. Ma non ne ebbero il tempo, perché la sera del 28 aprile il dirigente contadino venne assassinato. Solo nel 1930 si riuscì a fare il processo contro Giuseppe Riolo, quale mandante dell’omicidio, e Giovanni Piediscalzi, Raffaele Lo Voi e Bonaventura Cardinale
quali esecutori.

 

 

 

Fonte: stampacritica.org
Articolo del 30 aprile 2017
Vito Stassi, sindacalista ucciso dalla mafia
di Simone Cerulli

Sicilia, Piana dei Greci, 28 aprile 1921. Questa è la data in cui tre sicari hanno ucciso Vito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini del paese. Siamo nell’immediato post-biennio rosso, e le lotte di rivendicazione dei braccianti di tutta la penisola sono sempre più forti e meglio organizzate. E questo luogo, ora chiamato Piana degli Albanesi dal fatto che qui risiede la più popolosa comunità di albanesi d’Italia, ha sempre visto gli arbëreshë lottare alacremente contro i soprusi perpetrati da parte dell’ordine costituito e della criminalità organizzata nella cosiddetta Piana Rossa. E anche di questa minoranza era rappresentante Vito Stassi, conosciuto inoltre come Carusci dal suo nome originario, Vituci Stasi Karushi. Giovane e determinato, da autodidatta aveva sfruttato i momenti di riposo dal lavoro nei campi per formarsi e poi riportare quel sapere agli altri contadini analfabeti, con i quali discuteva dei temi diffusi dalla stampa socialista. A lui, ventiquattrenne, aveva affidato la cassa dell’ormai disciolta federazione socialista l’Onorevole Barbato, e sempre a lui fu affidata la dirigenza della Cooperativa Agricola Anonima.

Era il tempo di un socialismo la cui voce diveniva sempre più forte nel raccogliere i malesseri delle classi subalterne, per contrastare i quali i padroni delle fabbriche del nord avevano richiesto l’aiuto dei fascisti, per bastonare le organizzazioni dei movimenti operai; mentre i proprietari terrieri del sud, di fronte alle leghe dei contadini, avevano rafforzato il loro legame con l’alleato di sempre, la mafia. E proprio contro questa ultima roccaforte del socialismo che era la Piana, dopo che già avevano neutralizzato quelle di San Giuseppe Jato, Santa Cristina Gela e Corleone, si concentrarono gli sforzi del blocco conservatore e reazionario dell’area palermitana. Per dare una spallata al saldo controllo che da più di un decennio i socialisti tenevano con la loro presenza nel municipio così come nella gestione dei territori, dove amministravano direttamente sette feudi, e per ottenere il favore delle forze liberali e governative, diedero il via ad azioni provocatorie, come quella che portò all’uccisione di Stassi.

A casa sua, una sera di aprile, si recarono due uomini, Giuseppe Riolo e Giovanni Piediscalzi, avanzando la pretesa di portare a pascolare il loro bestiame nelle terre già gestite dal circolo di cui Stasi era presidente. Davanti al suo rifiuto, la minaccia di vedersela a tu per tu, poi la provocazione di portare il bestiame, l’indomani, a pascolare davvero sulle terre del circolo. Pochi giorni dopo il fatto, certi tra l’altro che Stasi avrebbe preso provvedimenti per l’accaduto, i tre uomini lo aspettarono coi fucili pronti, all’uscita del circolo dopo una riunione.

“Con la scomparsa di Vito Stassi” – ha scritto Francesco Petrotta nel volume Politica e mafia a Piana dei Greci da Giolitti a Mussolini, “veniva a mancare al partito socialista l’uomo in grado di organizzare una risposta alla mafia”.

Un tassello nel mosaico della lotta per la giustizia, nella zona dove questa ha preso i caratteri più tristemente cruenti.

 

 

 

 

Foto dacittanuove-corleone.net

Fonte: cittanuove-corleone.net
Articolo del 22 settembre 2019 dal Giornale di Sicilia
Sfidò mafiosi e fascisti. Piana degli Albanesi scopre la vedova Stassi
di Leandro Salvia

PIANA DEGLI ALBANESI. Sfidò mafia e fascismo. Una vedova che non ebbe il timore di fronteggiare la violenza criminale e quella politica affinché fosse fatta giustizia dell’uccisione del marito, il sindacalista Vito Stassi Carusci. Il nome di Rosaria Talento non compare nei libri di storia né fa parte del pantheon civico dell’antimafia. Eppure a 37 anni e con quattro figli piccoli non esitò a fare i nomi degli assassini del marito e di chi li proteggeva.

Vito Stassi, ucciso dalla mafia il 28 aprile del 1921, era il segretario della locale Camera del lavoro e presidente della Lega dei contadini. Un socialista che godeva della stima di Nicola Barbato.
“Rappresentava l’ala intransigente del partito che non accettava compromessi con la mafia”, ricorda lo studioso Francesco Petrotta nel suo volume “Politica e mafia a Piana dei Greci”. Ed è stato lo stesso Petrotta a studiare i documenti del tempo e scoprire il ruolo della moglie del sindacalista. Di cui conservò i diari sul “biennio rosso”: 1919-20. “Il processo ai mafiosi Giuseppe Riolo, mandante dell’omicidio, Giovanni Piediscalzi, Raffaele Lo Voi e Bonaventura Cardinale fu istruito – ricorda Petrotta – grazie alle coraggiose dichiarazioni fatte in totale solitudine da Rosaria Talento.

Dopo l’omicidio di Stassi e di altri militanti socialisti, la mafia cacciò i socialisti dall’Amministrazione comunale e con il sindaco Ciccio Cuccia assunse direttamente il potere locale. Tutto avvenne con la violenza e con il sostegno delle Istituzioni del tempo e dalle forze più conservatrici del paese. Ma la Talento, oltre ad indicare ai giudici i mandanti e gli esecutori degli assassini di suo marito, ne spiegò le motivazioni politiche e sociali. Nel disegnare il contesto politico in cui maturò l’omicidio di suo marito – ricorda lo storico – non esitò ad accusare con lucidità e coraggio la personalità più glorificata di allora: il poeta Giuseppe Schirò, fascista ad honorem dal 1923, che elogiò pubblicamente “il merito” del capomafia Ciccio Cuccia per avere estromesso con una serie di omicidi il partito socialista dalla guida del paese. Rosaria indicò i nomi di diversi testimoni, ma alcuni di questi negarono per paura di ritorsioni. La mafia, a sua volta, chiamò a loro difesa alcuni testi che furono dai giudici incriminati per falsa testimonianza”.

Il processo si concluse nel 1930 senza colpevoli. Ma fu comunque l’occasione per scrivere una pagina di coraggioso impegno civile antimafia. Rosaria, dopo l’uccisione del marito, finì in povertà, ma tenne la schiena dritta. “Per sfamare i figli – racconta Petrotta – cuciva e andava a spigolare, ovvero raccogliere le spighe rimaste nei campi dopo la mietitura”. Una donna la cui coscienza anti-mafiosa, ed è questa la peculiarità della sua figura, era ben salda anche prima dell’omicidio del marito. Definiva, infatti, i mafiosi “persone non degne d’onore”. E aveva ragione.

 

 

 

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