28 Luglio 1981 Salerno. Ucciso Antonio Caputo, 39 anni, Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia.

Foto da  polizia-penitenziaria.it

Antonio Caputo, Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia in servizio presso la Casa circondariale di Salerno,  cade vittima di un agguato mentre rientra nella propria abitazione a Salerno. I killer attendono che Antonio parcheggi l’auto e al momento di chiudere la portiera gli sparano con fredda determinazione alle spalle. Nel corso delle sue mansioni carcerarie è possibile che il brigadiere sia entrato in contrasto con qualche “boss” che poi ha deciso di vendicarsi. Il 27 giugno 2013 la casa circondariale di Salerno è stata intitolata ad Antonio Caputo.
Antonio Caputo è stato riconosciuto “Vittima del Dovere” ai sensi della legge 466/1980 dal Ministero dell’interno.

Fonte: fondazionepolis.regione.campania.it

 

 

 

Articolo da LA STAMPA del 29 Luglio 1981
Assassinato per strada a Salerno il capo delle guardie carcerarie

SALERNO — Il comandante delle guardie carcerarie della casa circondariale di Salerno, il brigadiere Antonio Caputo, 39 anni, padre di due bambine, è stato assassinato ieri pomeriggio sotto la sua abitazione al rione Pastena nella zona orientale della città.
Erano le 16,30. Al termine della sua giornata di lavoro il sottufficiale rientrava a casa, in piazza Medaglie d’Oro, un modesto alloggio che aveva acquistato in cooperativa. I killer hanno atteso che parcheggiasse l’auto, una «128» e al momento di chiudere la portiera gli hanno sparato con fredda determinazione alle spalle. Quindici su venti proiettili non hanno fallito il bersaglio umano. Due le armi usate dagli assassini: una 7,65 e una calibro 22.
Secondo le prime indagini i killer erano a bordo di una «Citroen Visa» con targa contraffatta (forse l’auto era rubata) e sono riusciti a dileguarsi subito dopo l’attentato malgrado i posti di blocco istituiti da polizia e carabinieri non appena è scattato l’allarme. Fino a tarda sera il delitto non è stato rivendicato da alcuna organizzazione eversiva; questo lascerebbe supporre che la matrice non sia politica.
Secondo un testimone presentatosi spontaneamente in questura, il brigadiere Caputo conosceva gli assassini e anche questo farebbe escludere la pista politica dell’omicidio. Secondo il testimone, il sottufficiale, appena sceso dall’auto (Caputo aveva in mano alcuni pacchi di medicinali) è stato avvicinato dalla «Visa» con a bordo tre persone.
Uno degli sconosciuti lo ha invitato a salire in auto. Appena entrato in macchina il brigadiere — sempre secondo quanto ha raccontato agli investigatori il testimone – è stato raggiunto da un primo colpo di pistola. Il suo corpo è stato quindi gettato fuori dalla vettura, dalla quale sono poi scesi anche due dei tre occupanti che hanno sparato altri colpi di pistola. Prima di allontanarsi uno dei sicari ha dato il colpo di grazia a Caputo con una rivoltellata alla fronte.
Gli inquirenti non escludono tuttavia altre ipotesi. Caputo, nato a Benevento, dopo le nozze, si era trasferito nel Salernitano. Aveva svolto mansioni di autista presso la Procura del Tribunale di Salerno (per il procuratore capo Nicola Lupo, il cui successore. Nicola Giacumbi, fu ucciso dalle Br il 16 marzo 1980) e da quindici anni aveva ripreso la sua originaria attività prestando servizio al carcere «San Francesco». Soltanto da qualche mese aveva assunto la carica di vice comandante delle guardie carcerarie; attualmente ne era il capo perché il suo superiore era andato in ferie.
Chi lo ha conosciuto e ha avuto rapporti con lui lo descrive come uomo serio e coscienzioso. Nell’ambiente carcerario era ligio ai regolamenti, inflessibile con i subordinati e i detenuti. Perché è stato ucciso? Chi ne ha decretato la condanna a morte? A chi Caputo ha dato ombra col suo rigore tanto da farlo uccidere?
Gli inquirenti non escludono che il delitto eseguito dalla delinquenza organizzata ha indubbi agganci con l’ambiente carcerario. Forse il brigadiere, nella sua intransigenza, è venuto in contrasto con qualche «boss» che ha deciso cosi di vendicarsi. Si ignora al momento se il sottufficiale avesse ricevuto minacce o gesti di intimidazione. In famiglia non ne aveva parlato ma era parso negli ultimi tempi pensieroso come se qualcosa lo turbasse.
Le modalità della tragica esecuzione riconfermano che il delitto è scaturito da un piano prestabilito studiato nei particolari che sotto molti aspetti ricorda l’uccisione dell’aprile scorso a Napoli del vicedirettore della prigione di Poggioreale. Gli assassini a conoscenza delle sue abitudini e dell’orario in cui tornava a casa lo hanno atteso: lo hanno seguito dall’uscita dei carcere per tutto il percorso fino all’abitazione e lo hanno ucciso nel momento che hanno ritenuto più opportuno.

a.l.

 

 

 

 

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