28 Marzo 1945 Corleone (PA) Ucciso Calogero Comaianni, guardia campestre. Sei mesi prima aveva arrestato il giovane Luciano Liggio.

Foto da La Sicilia del 5 Aprile 2009

Calogero Comaianni faceva la guardia campestre a Corleone (PA).
Il 2 agosto 1944 stava facendo il suo solito giro di perlustrazione con altre due guardie campestri quando si accorse di un furto. I due malviventi, Luciano Liggio (boss di Corleone) e Vito Di Frisco, furono arrestati. Liggio scontò tre mesi di carcere e quando uscì decise di vendicarsi. Un primo tentativo fu messo in atto la sera del 27 marzo 1945, ma non andò a segno. La mattina del giorno successivo, il 28 marzo, Calogero Comaianni venne seguito da due killer a volto scoperto, tentò la fuga ma non riuscì a scampare all’agguato: uno dei due inseguitori gli sparò due colpi di pistola. Calogero Comaianni venne ucciso a 45 anni sui gradini di casa davanti agli occhi della moglie Maddalena Ribaudo e del figlio più grande. (fonte:  MEMORIA Nomi e storie delle vittime innocenti delle mafie)

 

 

 

Tratto da: Storia della mafia: dalle origini ai giorni nostri
Di Salvatore Lupo
Ed. Donzelli

[…] Alla fine della guerra Leggio “era un giovane contadino, senza beni né risorse”; uno scassapagghiara nel senso letterale del termine, cioè un ladro di covoni di fieno sorpreso nel ’44 dalla guardia campestre Calogero Comajanni e da questi portato attraverso tutto il paese, “quasi a calci”, alla caserma dei carabinieri. Il giovanotto si vendicherà di quest’umiliazione a sei mesi di distanza, con il classico agguato sotto casa. Non è infatti esatto che egli non abbia risorse, anzi è dotato di una naturale abilità nel maneggio delle armi evidenziatasi sin dall’adolescenza, grazie alla quale diventa campiere di un certo dottor Caruso sostituendo il predecessore misteriosamente assassinato (1945). […]

 

 

 

Articolo da L’Unità del 17 Febbraio 1967
Resa dei conti per Liggio noto killer della mafia
Cominciato a Bari il primo dei 20 processi contro il bandito

BARI, 16. Luciano Leggio (piu conosciuto come Liggio), il sicario della mafia, arrestato tre anni fa dopo quasi venti anni di latitanza, è alla resa dei conti. Oggi a Bari, davanti ai giudici della Corte di assise di appello, è cominciato il primo dei venti gravissimi processi che vedono Leggio al banco degli imputati. Qui a Bari l’uccisore di Navarra e Giovanni Russo, è imputato di omicidio aggravato. Con Giovanni Pasqua — dice l’accusa — ha ucciso la guardia campestre Calogero Comaianni.

Il delitto avvenne oltre 20 anni fa, nel 1945, quando da poco tempo Luciano Leggio aveva cominciato la propria attività di bandito. La guardia campestre cadde in un’imboscata: tre colpi di lupara, di cui uno mortale. Le indagini si trascinarono per anni, fino a che nei 1949 una “soffiata” indicò in Luciano Leggio e Giovanni Pasqua i due assassini. Il Pasqua fu arrestato e confessò. Poi ritrattò, accusando i carabinieri di averlo torturato. Fu creduto, nonostante avesse fornito una serie di particolari che, essendo innocente, difficilmente avrebbe potuto conoscere.

Fra l’altro, Giovanni Pasqua aveva ammesso anche la responsabilità di Leggio «Fu proprio Leggio — disse — a invitarmi a divenire complice nell’omicidio: la guardia campestre lo aveva accusato di furto e voleva vendicarsi».
Nella confessione il Pasqua accusò Leggio di un altro delitto, quello del sindacalista Placido Rizzotto, ucciso dai sicario della mafia e barbaramente gettato in un profondo pozzo, dove il corpo tuttora si trova.
Il processo per l’uccisione di Placido Rizzotto si concluse come e finito in primo grado quello per l’assassinio della guardia campestre Calogero Comaianni: con una insufficienza di prove.

Se ormai il “caso” Rizzotto è chiuso, quello Comaianni è ancora all’esame della giustizia. Per questo Leggio è comparso in aula stamane. È stato interrogato e ha respinto ogni accusa: chiede un’assoluzione con formula piena. Ha affidato la propria difesa al democristiano Canzonieri, deputatato all’assemblea regionale siciliana, denunciato appena venti giorni fa dalla polizia per correità in due omicidi di mafia. Dopo gli interrogatori degli imputati, il presidente della Corte di appello di Bari (il processo si tiene in questa citta per “legittima suspicione”) ha dato la parola al patrono di parte civile, avv. Taormina, il quale ha gettato le premesse per una richiesta — che formulerà domani — di condanna per omicidio aggravato. Dopo l’avv. Taormina, interverrà il P.G., il quale chiederà quasi certamente la pena dell’ergastolo. a.p.

 

 

 

Articolo da L’Unità del 19 Febbraio 1967
Liggio assolto anche in appello!
di Italo Palasciano
Si è cosi concluso il primo dei venti processi da celebrarsi contro il pericoloso bandito – Anche l’accusa ne aveva chiesto l’assoluzione

BARI, 18.
La corte d’Assise d’Appello di Bari ha assolto per insufficienza di prove, dall’imputazione di omicidio, il ” killer” della mafia Luciano Leggio (detto Liggio) e Giovanni Pasqua, imputati dell’uccisione della guardia campestre Calogero Comaianni. La Corte ha confermato la sentenza di primo grado, contro la quale avevano presentato appello sia i difensori degli imputati sia il P.M. e il sostituto Procuratore generale della Repubblica di Palermo. Nonostante l’appello, il P.M. qui a Bari — ove il processo si è svolto per legittima suspicione — aveva chiesto ieri a conclusione di un’arringa che aveva suscitato preoccupazioni e pesanti perplessità per l’affermazione della mancanza di conoscenza del fenomeno della mafia, l’assoluzione dei due imputati per insuflicienza di prove.

La sentenza assolutoria odierna della Corte d’Assise d’Appello di Bari lascia sgomenti e preoccupati perché sicuramente non s’inserisce nella consapevolezza dell’importanza della lotta contro la tradizionale impunità dei delitti di mafia. Ma la sentenza è anche più grave, in quanto la confessione dell’imputato Pasqua, dichiaratosi colpevole con il Leggio dell’uccisione del Comaianni, conteneva un’altra importante rivelazione. In quella circostanza il Pasqua accusò il Leggio di un altro delitto, quello del sindacalista Placido Rizzotto, ucciso barbaramente dai sicari della mafia. Il collegamento di questo processo e di quello dell’assassinio del sindacalista Rizzotto (ora all’esame dell’Antimafia) era evidente e l’avvocato di parte civile Taormina aveva chiesto di allegare quegli atti al processo di Bari. Ma questa richiesta era stata respinta dalla Corte.

La gravità della sentenza sta soprattutto anche nella fatalità — come aveva osservato questa mattina l’avv. Taormina durante la sua replica al P.M. — del passaggio in giudicato dell’assoluzione, avendo irritualmente e incautamente il P.M. affermato che il Procuratore generale di Bari aveva concordato con lui l’inattesa richiesta di assoluzione, escludendo quindi ogni possibilità d’impugnazione e ogni possibilità che la Corte di Cassazione riveda la sentenza. La Corte ha respinto anche la richiesta della parte civile per la rinnovazione del dibattimento, che avrebbe appagato sia le preoccupazioni di coloro che hanno riserve sulla sicurezza delle  prove contro il Leggio e il Pasqua, sia coloro che, essendo sicuri di esse, non avrebbero avuto nulla da temere da un approfondimento delle prove attraverso appunto una ripresa del dibattimento.

Tutto il dibattimento si è svolto in un modo per lo meno singolare. La difesa degli imputati è stata assunta dal P.M., per cui i difensori hanno dovuto parlare pochissimo, mentre l’accusa veniva svolta solo dalla parte civile. Nel momento in cui il paese è impegnato in una storica lotta contro la mafia, la cui forza poggia anche sugli insuccessi giudiziari, la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bari è veramente sconfortante per quanti attendono che sia sradicato completamente questo fenomeno criminale.

 

 

 

Fonte: archiviolastampa.it 
Articolo del 17 maggio 1974
Sostituì la lupara con il mitra per seminare terrore e morte
di Luciano Curino

Milano, 16 maggio. Un uomo di mezza età, un poco stempiato, il volto flaccido e olivastro di chi non fa del moto, ha un rene solo e la vescica ricostruita, porta un busto ortopedico perché la tubercolosi gli rode le ossa: è Luciano Leggio detto Liggio, definito nel Bollettino delle ricerche n. 78 del 7 luglio 1969 «capomafia di Corleone, particolarmente versato in ogni genere di speculazioni, legato alla malavita internazionale».

Era ricercato dalle polizie di 115 Paesi dell’Interpol. Il suo nome è diventato il simbolo stesso della mafia. «Liggio è un uomo capace di qualsiasi azione delittuosa. È un individuo senza scrupoli: la sua figura morale è bieca. Nelle sue vendette e nell’esecuzione dei suoi crimini ha sottratto alla personalità umana ogni valore e ogni significato. Opporsi alla sua volontà è pericoloso. Dalla voce popolare è considerato autore materiale di buona parte delle decine di omicidi verificatisi in questi ultimi anni nel Corleonese e rimasti ufficialmente attribuiti a ignoti», si legge in una relazione fatta all’autorità giudiziaria dai carabinieri nel 1949, quando Liggio aveva 24 anni.

A Corleone
Nasce a Corleone il 6 gennaio 1925. La famiglia (i Leggio Ficateddi per distinguerli dai Leggio Fria) è contadina. La sua infanzia: pastore, molta fame, un lungo silenzio, prepotenza e violenza. Corleone (15 mila abitanti) è a 56 chilometri da Palermo, un ammasso di case bianche attorno a un castello saraceno, tra il verde di brevi monti selvaggi. È roccaforte della mafia.

1943. Dopo lo sbarco alleato nasce una nuova delinquenza e la vecchia mafia agricola e feudale alza la testa. Salvatore Giuliano incomincia con la borsa nera, ammazza un carabiniere, diventa capobanda. Il 2 agosto 1944 Luciano Liggio è sorpreso a rubare covoni di grano dalle guardie Comaianni, Splendido e Cortimiglia. Arrestato, esce in libertà provvisoria in ottobre. Il 28 marzo 1945 Comaianni è ucciso «a lupara» davanti a casa (Splendido e Cortimiglia saranno assassinati «da ignoti» negli anni seguenti).

In questi anni Corleone è terra di furti, rapine, sparizioni, sequestri, omicidi. Gli omicidi sono 11 nel 1944, sono 16 nel 1945, sono 17 nel 1946. Il crimine è organizzato e controllato dalla mafia; detiene il potere mafioso il dott. Michele Navarra (primario dell’ospedale, medico fiduciario dell’Inam, presidente dell’associazione coltivatori diretti, altri incarichi di prestigio). Navarra, successore del famigerato «pezzo da novanta» Calogero Lo Bue, è uno dei più famosi personaggi della mafia. La sua «famiglia» controlla l’assunzione dei braccianti e degli operai, ì versamenti in denaro («pizzo») per la protezione dei campi, dei cantieri, delle abitazioni e delle persone; compie furti, sequestri a scopo di estorsione, delitti contro avversari personali o di cosca o politici.

Liggio è «picciotto» scaltro e ambizioso, capisce che se vuole fare strada deve entrare nella famiglia Navarra. È accolto a braccia aperte. È devoto e rispettoso, esegue sempre gli ordini. Diventa luogotenente.

Placido Rizzotto, un sindacalista coraggioso, tenta di sollevare i braccianti contro la mafia. Accusa pubblicamente Liggio e gli altri gabellotti, gli spietati esattori. Il 10 marzo viene rapito, sparato, gettato in una foiba. Un ragazzo di 13 anni, Giuseppe Letizia, è testimone del delitto, in una crisi di nervi racconta quello che ha visto, lo ricoverano per choc all’ospedale del dott. Navarra che se ne occupa personalmente. Il ragazzo muore dopo un’iniezione.

1949. Arriva a Corleone il capitano dei carabinieri Dalla Chiesa al comando del gruppo Forze per la repressione del banditismo. Indaga nei delitti insoluti e trova testimoni che accusano Liggio dell’uccisione della guardia Comaianni, ma al processo ritrattano, («Le persone per bene non vanno a deporre e chi ci va lo fa a suo rischio e pericolo» si dice). Liggio è assolto. È la prima delle molte assoluzioni, quasi tutte per insufficienza di prove.

Comunque Liggio, indicato come «il braccio armato della mafia», non è più a Corleone. È scomparso alla fine del 1948. Latitanza che gli costerà somme enormi, per retribuire informatori e favoreggiatori. La clandestinità aumenta la sua fama sinistra e il terrore, perché non sapendo dove egli sia, si teme che possa essere ovunque. In luoghi segreti e per vie misteriose Liggio organizza, comanda, dispone, intreccia affari e alleanze, ordina delitti e dà battaglia a bande avversarie. Non si sa nulla della sua vita privata. È scapolo.

In un rapporto della polizia c’è scritto che Liggio aveva sparso tanto terrore attorno a sé ed era ormai tanto potente che «quasi fu portato dagli eventi a sostituirsi al suo “padrino” Michele Navarra». Il quale fiuta la minaccia. Incomincia il sanguinoso periodo per l’egemonia mafiosa. Il 23 giugno 1958 fallisce un attentato contro Liggio. Egli è ferito, ma non gravemente. Sa da chi gli è arrivato il colpo.

È la guerra
2 agosto 1958. Navarra è assassinato in auto tra Lercara Friddi e Corleone, con lui è ucciso anche un passeggero occasionale, il dott. Giovanni Russo. Si contano, nei cadaveri e nell’auto, cento proiettili sparati da cinque mitra. Le indagini portano a Liggio e a un suo parente, ma il 23 ottobre 1962 sono entrambi assolti per insufficienza di prove.

Morto Navarra, lupara e mitra continuano a farsi sentire. È la guerra tra «navarriani» e «liggiani». Nei mesi e negli anni seguenti si susseguono conflitti a fuoco, imboscate. Morti in casa, sul bordo di una strada, in una foiba. Cadono navarriani e fedeli di Liggio. Sono uccise persone che non sono mafiose, ma hanno avuto la sventura di avere visto assassinare un mafioso e avere visto l’omicida. Il 10 settembre 1963 viene ucciso con due fedeli Francesco Streva, successore di Navarra. Liggio ha vinto.

È sempre clandestino (la polizia non lo conosce, di lui ha solo una fotografia formato tessera fatta quando era ragazzino), ma va dove vuole, protetto bene. Ammalato, vive per parecchio tempo in una lussuosa clinica di Palermo sotto il nome di Gaspare Centinéo. La polizia scopre il suo rifugio, ma vi arriva poco dopo la sua fuga: chi lo ha avvertito? È il «numero uno» della nuova mafia «più dinamica e più sanguinaria, che marcia verso i grandi redditi: dall’abigeato alla macellazione clandestina all’estorsione e infine all’assalto della stessa Palermo nel settore dei mercati, dell’edilizia, del contrabbando, della droga». Si dice che la ricchezza di Liggio sia «smisurata».

“Voglio il sole”
Entra in contatto con la presunta mafia: i La Barbera, Buscetta, Greco, Cavatajo, Rimi, Panzeca, Torretta, Boutade. Alleanze e rivalità feroci, con regolamenti di conti e «Giuliette» imbottite di tritolo, ed una esplode a Ciaculli uccidendo sette carabinieri.

Il «pericolo pubblico numero uno», il criminale più ricercato d’Italia è un uomo che deve trascinarsi su due bastoni, ha un busto di cuoio e di acciaio che gli serve per sostituire la colonna vertebrale corrosa dal morbo di Pott, la tubercolosi ossea. Ha sempre una pistola «Smith & Wesson» appesa sotto l’ascella e un tubetto di pastiglie antinevralgiche in tasca.

14 maggio 1964. Il commissario di Corleone Mangano, agenti e carabinieri entrano, pistola in pugno, nella casa delle due sorelle Sorisi, sorprendono Luciano Liggio febbricitante a letto. Sul tavolino, tra fiale per iniezioni e pastiglie analgesiche, c’è la sua pistola a canna corta. Liggio fa per prenderla, ma gliela tolgono in tempo. Allora chiede che lo aiutino a vestirsi, che lo portino al sole. «Portatemi al sole, se volete che io viva».

Il giudice istruttore Cesare Terranova istruisce il processo, che viene celebrato alla corte d’assise di Bari, per legittima suspicione. Il 10 giugno 1969 i giudici sono in camera di consiglio per la sentenza e gli arriva una lettera anonima da Palermo, dove tra l’altro c’è scritto: «…vi vogliamo semplicemente avvertire che se un galantuomo di Corleone sarà condannato, voi salterete in aria, sarete distrutti, sarete scannati, come pure i vostri familiari». Nella notte viene pronunciata la sentenza contro Liggio e altri 63 siciliani accusati di associazione per delinquere, nove omicidi, otto tentativi di omicidio, violenze e favoreggiamenti personali. Sono tutti assolti.

Scarcerato, Liggio ha il foglio di via obbligatorio: 48 ore per raggiungere Corleone. Ma teme la polizia di Corleone, teme il confino. Si fa ricoverare in un ospedale di Taranto e poi a Villa Margherita, una clinica privata di Roma, dove subisce un intervento chirurgico. Il 19 novembre, alla vigilia dell’arresto, scompare, nonostante la sorveglianza cui la casa di cura è sottoposta.

Polemiche, accuse, inchieste. Drammatici scontri tra magistratura e polizia. Il questore Zamparelli dice che la colpa è del procuratore Scaglione, il quale ha acconsentito ad emettere mandato a condizione che l’arresto avvenisse a Corleone, e Liggio a Corleone non è andato. Replica Scaglione: «Assurdo. Si sa che un mandato d’arresto è valido su tutto il territorio della Repubblica».

Continuano a scaricarsi le responsabilità, comunque Luciano Liggio resta latitante, protetto dal terrore che incute, da amicizie mafiose e dall’omertà di enormi interessi. Naturalmente non si presenta al processo d’appello, che lo condanna all’ergastolo per la uccisione di Navarra e del dott. Russo. Lo indicano come «boss dei boss», lo dicono in Svizzera, nel Sud America, negli Stati Uniti, in Medio Oriente. Scompare Di Mauro, è ucciso Scaglione, c’è la strage di viale Lazio, altre esecuzioni capitali, rapimenti, si allarga il mercato della droga, e ogni volta il sospetto è immediato: «C’è dietro Liggio».

Finisce ieri a Milano la sinistra leggenda della «primula rossa di Corleone», dell’uomo che, ha detto il povero Di Mauro, «ha messo in soffitta la lupara e fatto crepitare i mitra, inaugurando il nuovo corso della mafia».

 

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 16.11.93   
Il ” Professore ” del crimine che leggeva Kant
di Francesco Merlo

Nel 1944 la guardia campestre Calogero Comaianni, che aveva sorpreso il piccolo sgorbio diciannovenne a rubare il fieno, lo trascinò a calci per tutta Corleone. Ma sei mesi dopo quel ragazzo zoppo lo uccise con un colpo di lupara tra gli occhi.

Sin da bambino andava in giro con il torace imprigionato in un busto di legno e di gesso, poi da adulto lo volle in argento. Era gracile, malaticcio, molle e pallido come un cencio. Quando ammazzò il giudice Scaglione, per esempio, era quasi paralizzato: dal sedile posteriore dell’ auto prese la mira e sparò . E, sempre, il corpo fradicio e incurabile fu per lui una sola, grande piaga. E tuttavia è forse qui che stava il suo genio: recitava la parte del subuomo che si prende per un uomo, il vigliacco che si prende per un duro, il tisicuzzo che si prende per un rodomonte, l’ignorante che fa il professore, attingeva il proprio talento e la propria ferocia dalla propria goffaggine, e poneva la sua grandezza nel fatto di significare che, al di là del ridicolo cui si è destinati, è possibile prendersi, contro ogni smentita, per colui che si sa di non poter essere.

Bruciava una campagna e poi si presentava al proprietario: “Non rende, vendetemela”. A vent’anni era già ricco. In quarta abbandonò la scuola senza sapere né leggere né scrivere, ma poi costrinse la maestrina di Corleone a dargli lezioni: lei gli leggeva il sillabario e lui le poggiava il fucile sul seno. Volontà e legge e addirittura quando, nel 1974, fu arrestato a Milano gli trovarono sul comodino una copia della Critica della Ragion Pratica. Gli avevano spiegato che alla base di quella morale sta la coincidenza tra la Volontà e la Legge, ma è difficile immaginarlo kantiano, legislatore della città dei fini, “tratta gli uomini come fine e non come mezzo”. E tuttavia, già nel possedere quel libro, ce n’era abbastanza per convincere i mafiosi a chiamarlo il professore. Perciò correggeva sfottente gli errori di grammatica al padrino Gaetano Badalamenti, lo zoticone: “Tano, non si dice mi sono mangiato. Forse che ti sei preso a muzzicuni?”.

In quasi venti anni di carcere, riuscì pure a spacciarsi per pittore firmando ingenui quadretti che il compagno di cella dipingeva per lui. E scriveva poesie: “Io con te vorrei sedere . sotto l’ ombra di un roccione . che ci parli del passato . ed insieme disquisire . della sintesi perfetta . dell’eterno divenire”. Come in un comico noir, questo collerico poeta aveva costretto boss mafiosi come Calderone e Bontade ad arrivare sino all’Etna per trovargli, di domenica, l’acqua Ferrarelle; mangiava solo riso in bianco e bistecche; non portava mai soldi con sé , si voltava e mormorava “paga”; andava in giro in Mercedes, sempre scortato, e sembrava – racconta il pentito Calderone – “un presidente di Cassazione”. Era “elegante come un mafioso”, anellone d’oro al mignolo, Rolex e gemelli d’oro, occhiali scuri, abiti di lino, panama… Una volta, latitante, entrò nella bottega del barbiere di Corleone e quest’ultimo svenne.

Se esiste la politica spettacolo, perché non dovrebbe esistere la mafia spettacolo? E perciò domandava il Crocifisso, lo voleva a portata di mano quando strabuzzava gli occhi e la sua tosse rauca si trasformava in rantolo. Come un attore tragico che si prende sul serio, Liggio tuonava, ruggiva, ansimava: anche i suoi mali, come i delitti, erano da palcoscenico. Quando nel 1958 uccise il suo maestro, il medico Michele Navarra, detto u patri nostru, non sapeva di inventare un genere cinematografico: l’omicidio in auto. Ma erano un genere pure i suoi attacchi d’asma, e il morbo di Pott, rara forma di tubercolosi che gli sfarinava le ossa. E divennero un genere le famose assoluzioni, contro l’evidenza, per insufficienza di prove, e fu vistosa e decorativa la deferenza dei poliziotti ma anche la leggenda degli investigatori che alla sua cattura dedicavano la vita. Come il commissario Mangano, un catanese gigantesco con una barba grigia da profeta che fu accusato, pure lui, di aver trasformato in spettacolo la lotta contro Liggio.

Decimo figlio, ed erano grandiose le coliche renali che lo facevano urlare, e la prostata, e il fegato, e le macchie sulla pelle, e i reumatismi, e il cuore matto che alla fine, a sessantotto anni, ha ucciso Luciano, decimo figlio di una famiglia povera che lo voleva mandare in seminario (“per questo fui costretto a fuggire di casa”), e che si chiamava Leggio, o forse Liggio perché nessun nome della vecchia Sicilia è mai sicuro, l’anagrafe a Corleone era una tradizione orale, e poi Leggio nella bocca dagli italoamericani è Liggio, così come Corleone è Tombstone, pietra tombale.

Il suo omicidio più spettacolare, quello del sindacalista Placido Rizzotto, ha ispirato a Leonardo Sciascia Il giorno della civetta, con la classifica di uomini, ominicchi e quaquaraquà , ma anche Sebastiano Vassalli, che pure con gli scrittori siciliani è in aperta polemica, nel suo Cigno si è servito di Liggio raccontando di un capomafia che ruba la donna alla propria vittima. È così infatti che fece Liggio con Leoluchina Sorisi, bella adolescente, capelli neri al vento, che amava Placido Rizzotto: quello faceva comizi e lei dietro agitava la grande bandiera rossa, ma poi finì appunto nel letto di Liggio che le aveva gettato il suo Placido giù dalla rocca Busambra, vivo e incatenato: morì lì , mangiato dai cani, i topi, le donnole… E con gli anni quel dirupo divenne il cimitero privato di Liggio, centinaia di scheletri ammassati, quasi trofei o medaglie al valore mafioso.

Ora dicono che era già come morto, che Riina e Bagarella sono altro da lui, che si è spento il boss rurale, l’ultimo re dei giardini, “sono un grande agricoltore” diceva di sé , ancora fingendo. Ma fu Liggio che per primo portò la mafia a Milano, fu lui che scoprì e la droga e la finanza, e investì nell’industria e nella politica: non c’è differenza con i Riina delle bombe. Liggio fu loro maestro in ferocia, nonno, padre e regista. Inventore e persino vittima della mafia come spettacolo.

 

 

 

Articolo da La Sicilia del 5 Aprile 2009
Comaianni, un eroe normale
di Dino Paternostro
La guardia campestre venne uccisa il 28 marzo del 1945. Sei mesi prima aveva arrestato Luciano Liggio, la futura «primula rossa» della mafia e Vito Di Frisco mentre rubavano dei covoni di grano in un campo vicino al paese

Non era un eroe Calogero Comaianni, ma un uomo normale che cercava di sfamare la moglie e i suoi cinque  figli, facendo di mestiere la guardia giurata.
Anch’egli è una vittima innocente di mafia, ma non lo ricorda quasi nessuno.
D’altra parte, non guidava le masse contadine alla conquista della terra, non faceva il magistrato e  nemmeno il poliziotto.
Era semplicemente un uomo onesto, una persona perbene. Certo, la Corleone degli anni ’40 non era il posto migliore per esercitare un mestiere che in qualche modo avesse a che fare col rispetto della legge. Ma lui ci provava lo stesso. Con equilibrio e buon senso, girava le campagne insieme alle altre guardie campestri, vigilava, dava consigli da buon padre di famiglia a qualche giovane scapestrato, tentato da qualche «scorciatoia» per uscire dalla miseria.

Il 2 agosto 1944, Comaianni stava facendo il suo solito giro di perlustrazione. Con lui c’erano le guardie campestri Pietro Splendido e Pietro Cortimiglia. Ormai era piena estate e il grano delle campagne corleonesi era stato quasi tutto mietuto da migliaia di braccianti agricoli, molti dei quali provenienti ai comuni della fascia costiera. La sola manodopera locale, infatti, non era sufficiente e si doveva ricorrere a quella proveniente da Bagheria, Misilmeri, Villabate e Ficarazzi, dove la raccolta degli agrumi era terminata da un pezzo. All’improvviso, si accorsero che due giovani stavano arraffando covoni di grano, caricandoli sui muli. «Fermi! Che fate?», gridarono le guardie. Poi si avvicinarono e li videro in faccia. Erano Luciano Liggio e Vito Di Frisco. «Alla vista degli agenti Liggio non fece una piega. Si lasciò  arrestare con quell’aria mansueta e vittimistica ostentata ogni volta che la giustizia arriverà a mettergli le mani addosso. Ma quando lo scatto delle manette gli imprigionò i polsi gettò un’occhiata di fuoco in faccia agli agenti, come per stamparseli bene nella mente», scrive Marco Nese (Nel segno della mafia.  storia di Luciano Liggio, 1975).

Per quel furto Liggio rimase in galera tre mesi. Ad ottobre uscì dal carcere in libertà provvisoria, ma i volti delle guardie che l’avevano arrestato non era riuscito a dimenticarli. Aveva un amico «Lucianeddu», un coetaneo di nome Giovanni Pasqua. «Cumpà – gli disse – gli sbirri che mi hanno arrestato non la devono passare liscia. A cominciare da quel Calogero Comaianni, tuo vicino di casa». E insieme studiarono un piano per levarselo di torno. L’occasione propizia sembrò presentarsi la sera del 27 marzo 1945, sei mesi dopo che la futura «primula rossa» era uscita dal carcere. Calogero Comaianni stava rientrando nella sua casa di via Sferlazzo, in pieno centro storico, quando si vide seguito da due uomini incappucciati.

Accelerò il passò, ma pure quelli accelerarono il loro. Con uno scatto felino, la guardia giurata fu svelta a guadagnare la porta di casa, cogliendo di sorpresa i due killer. «Ho avuto l’impressione che due uomini mi seguissero», confidò alla moglie Maddalena Ribaudo. «Li hai conosciuti?», gli chiese lei. «Uno mi è sembrato Giovanni Pasqua. Ma chi può avercela con me? Io non ho fatto male a nessuno, solo il mio dovere», rispose. Il giorno dopo, di prima mattina, Calogero Comaianni pulì la stalla e poi uscì di casa per andare a buttare gli escrementi di animali nella vicina discarica. Fatti pochi passi, si accorse di avere dietro gli uomini della sera precedente. Si guardò intorno. Vide il portone aperto della stalla di un vicino di casa, provò a cercarvi riparo, ma quello glielo chiuse in faccia. Allora Comaianni capì e provò a tornare precipitosamente a casa. Fece appena il tempo a bussare, che uno dei due inseguitori gli sparò addosso due colpi di pistola. La porta si aprì e, nonostante già fosse ferito, l’uomo provò a salire i primi gradini. Fu raggiunto dai killer, che gli puntarono ancora addosso le loro armi. Comaianni si girò, guardò in faccia quello più vicino e lo riconobbe: era Giovanni Pasqua. «Giovanni, che fai?», gli gridò. Ma quello gli scaricò addosso altri colpi di pistola, ammazzandolo sul colpo. La guardia giurata aveva 45 anni. Ma la scena raccapricciante fu vista anche dalla moglie di Comaianni e da Carmelo, il figlio più grande, che corse subito a prendere il fucile per sparare agli assassini del padre. Ma fu fermato dalla madre, mentre i due killer si allontanavano a passo svelto.

«Ad ammazzare mio marito è stato Giovanni Pasqua insieme a Luciano Liggio!», disse Maddalena Ribaudo alle forze dell’ordine. E teneva stretti i suoi cinque figli: Carmelo di 22 anni, Emanuele di 19, Marianna di 16, Giuseppa di 13 e Calogero di appena 10 anni. Una vera donna-coraggio, che, insieme a tante altre di cui ci parla la storia, sfata il mito della Sicilia omertosa. Al coraggio di Maddalena, però, non seguì quello dello Stato, che non diede credito alla testimonianza di una vedova e, alla fine del ’49, il procedimento penale si concluse a carico di ignoti. Poi, la svolta. I carabinieri arrestarono Giovanni Pasqua, che confessò il delitto. «Io e Luciano – disse ai carabinieri – abbiamo atteso Comaianni nascosti a pochi passi da casa sua. Appena apparso sulla porta gli abbiamo sparato. Avevamo già provato la sera precedente, rinunciando poi all’ultimo momento. Comunque, è stato Liggio ad insistere per la liquidazione della guardia: gli bruciava ancora la storia della denuncia e voleva assolutamente vendicarsi».

Anche Vito Di Frisco, il complice di Liggio nel furto dei covoni di grano, confermò quella versione. «Lucianuzzu non trovava pace e parlava continuamente di vendetta. Giurava e sacramentava che gliel’avrebbe fatta pagare a quei bastardi». Ma la testimonianza della vedova, che, difesa dall’avv. Francesco Taormina, si costituì parte civile, la confessione di Pasqua e le  dichiarazioni del Di Frisco non bastarono a far condannare gli assassini. Come da manuale, infatti, Giovanni Pasqua davanti ai giudici ritrattò tutto, sostenendo che la confessione stragiudiziale gli era stata estorta con la violenza dai carabinieri. E la Corte d’Assise di Palermo, con sentenza del 13 ottobre 1955, procedette all’assoluzione per insufficienza di prove sia di Luciano Liggio che di Giovanni Pasqua. Il 18 febbraio 1967, dopo altri 12 anni, la Corte di appello di Bari rigettava l’appello del pubblico ministero e confermava la sentenza di proscioglimento di primo grado. I giudici demolirono le accuse della moglie del Comaianni, perché «non erano coerenti» e costellate da «reticenze, contraddizioni e incertezze».

 

 

 

 

Fonte: mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 11 febbraio 2020
Calogero e la vendetta di Luciano Liggio
di Silvia Bortoletto

Mancava qualche mese alla conclusione del Secondo Conflitto mondiale, ma la fine per Calogero Comaianni era già stata decisa. Sei mesi prima aveva arrestato Luciano Liggio, il giovane protetto da quel “U Dutturi” Michele Navarra, che Liggio, come in una tragedia greca, ucciderà anni dopo, nel 1958, per poter prenderne il posto come boss di Corleone.

Era il 2 agosto 1944. Calogero Comaianni era di guardia nel paesetto siculo, situato a circa cinquanta chilometri a sud del capoluogo di Regione, Palermo. Calogero stava compiendo il consueto giro di perlustrazione per la campagna assieme ad altre due guardie campestri, Pietro Splendido e Pietro Cortimiglia, quando si accorse di un furto in corso d’opera.
Gli autori del crimine erano personaggi conosciuti: Luciano Liggio e Vito Di Frisco.

L’allora diciannovenne Liggio venne arrestato mentre tentava di rubare covoni di grano, mietuto ed imballato durante le torride giornate estive da giovani braccianti provenienti da Bagheria, Misilmeri e Villabate. Una volta sorpreso ed ammanettato venne scortato “quasi a calci” attraverso il paese, fino alla caserma dei carabinieri.
Umiliato in tal modo, Lucianeddu, già meditava vendetta.
E così la mattina del 28 marzo 1945 – Liggio era fuori dal carcere in libertà provvisoria già da ottobre – due killer a volto scoperto pedinano Calogero e gli sparano.
I colpi di pistola lo atterrano sui gradini di casa nella centrale via Sferlazzo, davanti agli occhi atterriti della moglie Maddalena Ribaudo e del più grande di cinque figli, Carmelo.

Il piano di vendetta Liggio l’aveva studiato per mesi assieme a tale Giovanni Pasqua, suo coetaneo.
L’omicidio doveva essere messo a segno la sera del 27 marzo ma Calogero, accortosi di essere seguito da due individui incappucciati, di cui in uno gli parve di riconoscere proprio il volto di Giovanni Pasqua, riuscì a rifugiarsi aprendo rapidamente il portone di casa, cogliendo di sorpresa i due assassini.
Spaventato, confidò alla moglie l’accaduto interrogandosi sul perché di tale evento.
La mattina seguente sembrerà a Comaianni di vivere un dejà-vu: due individui lo seguono mentre esce per buttare l’immondizia, lui se ne accorge; questa volta cerca prima riparo da un vicino che gli chiude la porta in faccia, poi a casa. Bussa. Gli sparano. Ferito, tenta di salire i primi scalini.
I killer lo raggiungono. Calogero li riconosce mentre gli scaricano addosso i colpi di lupara fatali.

Muore a 45 anni Calogero Comaianni per mano di giovanotti spietati: uno si chiama Giovanni Pasqua, il quale prima confessa, poi presto ritratta (e verrà dichiarato innocente perché egli si lamenterà che la sua confessione durante il processo di primo grado, era stata estratta con la tortura); l’altro, arrestato nel 1964, tre anni prima del processo d’appello, è Luciano Leggio, amico e precettore di quei “corleonesi”, parimenti spietati, Riina e Provenzano.

È lo stesso Giovanni Pasqua ad indicare in Liggio l’assassino di Comaianni. Durante il medesimo processo di primo grado, lo accuserà anche del delitto del sindacalista Placido Rizzotto.
Entrambi i processi termineranno, in primo grado, con una medesima, insoddisfacente, “insufficienza di prove.
Il processo davanti alla Corte d’Assise d’appello di Bari, nel 1967, confermerà la sentenza di primo grado.

 

 

 

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