28 Settembre 1991 Reggio Calabria. Uccisi Demetrio Quattrone e Nicola Soverino. Il secondo ucciso solo per non lasciare testimoni.

Foto da  archiviolastampa.it

La sera del 28 settembre 1991, tra gli aranceti di Villa San Giuseppe, a Reggio Calabria, vengono assassinati l’ingegnere Demetrio Quattrone e il medico Nicola Soverino.
“L’ingegnere Demetrio Quattrone ha 42 anni, una fama di professionista inflessibile, un importante incarico di funzionario all’Ispettorato provinciale del Lavoro dove coordina la delicata attività di controllo nei cantieri edilizi. Non meno impegnativo il suo compito di consulente tecnico presso i Tribunali di Reggio, Palmi e Locri. Ama le cose fatte bene. È rigoroso, puntiglioso. Vive con la moglie Domenica Palamara e i tre figli – Rosa, Antonino e Maria Giovanna – nel mulino di proprietà del suocero ristrutturato tra gli agrumeti di Villa San Giuseppe, nella zona nord di Reggio Calabria. Ha da poco comprato un’auto nuova, una Bmw 520. Ma la sera del 28 settembre 1991, per le strade del quartiere, non la sta guidando lui perché ha mal di denti.
Al volante c’è Nicola Soverino, un medico di 30 anni che a Roma si è specializzato in omeopatia e a Reggio, dov’è nato e tornato, vive con i genitori nel rione Sbarre e presta servizio presso la guardia medica di Gallico. Sono amici da tempo, il medico e l’ingegnere. E, con la barba nera entrambi, si somigliano pure. Quando imboccano via Mulino, una stradina stretta e buia che in mezzo agli aranceti conduce a casa Quattrone, sbagliarsi è facile. I primi colpi di fucile caricato a pallettoni sono indirizzati tutti contro l’autista. Soverino resta fulminato al volante. Di aver sbagliato bersaglio i due killer lo capiscono quando l’ingegnere, tentando una disperata fuga, aprirà lo sportello del passeggero gettandosi a terra tra l’automobile e un muretto basso. I primi ad arrivare, dopo una telefonata allarmata della moglie di Quattrone che ha avvertito il rumore degli spari, lo troveranno disteso in quella posizione, ucciso a colpi di pistola 7,65.
In uno scritto rinvenuto tra le carte del professionista e dedicato al ruolo dell’industria delle costruzioni nell’assetto urbanistico, Quattrone analizza con spietata lucidità i guasti di un sistema – quello del boom edilizio a Reggio Calabria – fondato sullo sfruttamento dei “cottimisti”, sull’abuso, sull’assoluto disprezzo di ogni regola. Al centro del sistema “il partito dei palazzinari”, capaci, denunciava Quattrone, di manovrare l’attività dell’ufficio urbanistico del Comune”. (Fonte Stopndrangheta.it)

 

 

 

Articolo di La Repubblica del 29 Settembre 1991 
AGGUATO MAFIOSO A REGGIO UCCISI DUE PROFESSIONISTI
di Pantaleone Sergi

REGGIO CALABRIA – Nuovo massacro di ‘ndrangheta. Due professionisti, tra cui un ingegnere cugino e socio del segretario regionale della Dc, sono stati assassinati ieri sera a colpi di lupara e di pistola, in una stradina buia della frazione Villa San Giuseppe, nella zona nord della città. Obiettivo del commando mafioso, che ha agito con estrema velocità e precisione, era soltanto l’ingegner Demetrio Quattrone, 42 anni, funzionario dell’Ispettorato del Lavoro, il quale tempo fa ha svolto alcune perizie per conto della Procura di Palmi che indagava su reati mafiosi nella Piana di Gioia Tauro. Assieme a Quattrone, però, i sicari hanno eliminato anche Nicola Soverino, 30 anni, romano, medico omeopata con studio a Reggio nel rione Sbarre, ex ufficiale degli alpini. Gli investigatori della polizia e dei carabinieri non hanno dubbi: il giovane medico è stato trucidato perché il commando della ‘ ndrangheta non ha voluto lasciare testimoni.
Personaggio molto noto in città e nella regione, professionista apprezzato, l’ingegner Demetrio Quattrone era socio del cugino, onorevole Franco Quattrone, ex sottosegretario agli Interni, attualmente presidente della Camera di commercio di Reggio e segretario regionale della Dc, nella Aurion, una società di consulenza che l’ ex parlamentare ha messo sù quando non si è più ricandidato alla Camera. Sposato con Domenica Palamara, architetto, padre di tre figli, l’ingegner Quattrone era impegnato anche nella costruzione di due grossi edifici al rione Arghillà, edifici di proprietà di cooperative edilizie: un attivismo il suo che si è scontrato con gli appetiti delle cosche? È molto presto per dirlo. Il sostituto procuratore della Repubblica Vincenzo Pedone, per adesso, sta cercando di ricostruire nei dettagli la dinamica dell’impresa criminale che ha fatto salire a 144 il numero dei morti ammazzati da gennaio a oggi in provincia di Reggio (in Calabria è stato sfondato abbondantemente il muro dei 200 morti). Nel frattempo la squadra mobile della questura e i carabinieri diretti dal maggiore Paolo Fabiano, si stanno dando da fare per ricostruire una “radiografia” degli interessi dell’ingegner Quattrone. Particolare attenzione viene dedicata a quelle perizie commissionate al professionista dal procuratore della Repubblica di Palmi, Agostino Cordova: riguarderebbero appalti mafiosi nell’area di Gioia Tauro, a quanto pare anche nei lavori per la centrale dell’Enel. La strage è avvenuta poco dopo le 21.30. L’ingegner Quattrone voleva far provare la propria nuova Bmw all’amico medico. Per questo i due si erano messi in macchina gironzolando nella zona di un vecchio mulino dove l’ingegner Quattrone ha casa. Il commando, non si sa ancora se in auto o a piedi, ha affrontato l’obiettivo in una stradina stretta e buia. La Bmw è stata investita da una scarica di colpi di lupara (almeno 4 in base ai primi rilievi). Quattrone però ha avuto il tempo di rendersi conto di quello che stava avvenendo. E’ sceso infatti dall’auto, si è buttato per terra e ha cercato riparo e protezione tra la macchina e un muretto che fiancheggia la strada. I sicari erano però dei professionisti con un incarico di morte da portare a termine. Le due vittime, quindi, sono state “finite” con almeno 10 colpi di pistola sparati quasi a bruciapelo.

 

 

 

Fonte: archiviolastampa.it
Articolo del 30 settembre 1991
Calabria, massacrati due professionisti
di Enzo Laganà
La ‘ndrangheta uccide un ingegnere dell’ispettorato del lavoro e il medico che era con lui. Possibile movente: gli appalti dei clan. Il dottore ammazzato per sbaglio.

REGGIO CALABRIA. Un ingegnere e un medico, sono caduti ieri sera in un agguato mafioso. Il medico è stato ucciso per sbaglio, solo perché era in compagnia dell’amico. Delitto feroce e delitto eccellente: secondo gli inquirenti, la ‘ndrangheta, ammazzando l’ingegner Demetrio Quattrone, 42 anni, ha voluto anche questa volta alzare il tiro. Il professionista era non soltanto il capo dell’ufficio tecnico dell’Ispettorato provinciale del lavoro ma, proprio per questa sua carica, pure apprezzato consulente giudiziario delle procure e dei tribunali di Reggio e Palmi. L’ingegnere era anche cugino, socio e collaboratore dell’onorevole Franco Quattrone, per tre legislature deputato democristiano, più volte sottosegretario, attuale segretario regionale del suo partito nonché presidente della Camera di commercio di Reggio Calabria. La vittima svolgeva attività in campi diversi e questo moltiplica le ipotesi sul movente. Nell’agguato è caduto pure Nicola Soverino, medico, 30 anni, del tutto estraneo al mondo degli affari nel quale si muoveva l’ingegnere. Soverino era un medico specializzato in omeopatia. È stato sfortunato per due circostanze: aveva la barba come l’ingegner Quattrone e, per giunta, sedeva al volante dell’auto dell’amico. Il duplice omicidio è avvenuto l’altro ieri sera, poco prima delle 22, a un centinaio di metri dall’abitazione dell’ingegner Quattrone, un antico mulino di proprietà del suocero che il professionista e la moglie, Domenica Palamara, architetto, avevano riadattato per vivere in tranquillità in una contrada che prende nome proprio da questo mulino: la frazione Villa Il tecnico sfugge all’agguato, viene inseguito dai killer e finito a fucilate San Giuseppe, alla periferia della città. I padroni di casa avevano invitato a cena l’amico medico, anche perché l’ingegner Quattrone aveva detto di sentirsi poco bene e desiderava una visita di controllo. Poi i due amici – peraltro entrambi consiglieri di amministrazione di una cooperativa edilizia – avevano deciso di uscire. Era stato l’ingegnere a convincere il medico ad effettuare un breve giro in auto. Voleva fargli provare la sua Bmw 520 a iniezione acquistata da pochi giorni. Sulla via del ritorno, alle 21,45, questo agguato ancora poco chiaro, su una stradella di neppure tre metri fiancheggiata da un aranceto. I killer, che dovevano conoscere bene la zona e soprattutto erano al corrente delle mosse dell’ingegner Quattrone, hanno atteso nell’ombra l’arrivo dell’auto. Quindi hanno sparato da una distanza ravvicinata e dal lato sinistro della strada, mirando al guidatore. Solo in un secondo momento, quando l’ingegner Quattrone è uscito dall’auto cercando forse di salvarsi la vita con la fuga, i killer si sono accorti dell’errore (questo è un particolare molto importante e dimostrerebbe che i sicari evidentemente conoscevano bene la vittima) e gli hanno sparato addosso con un fucile e una pistola. Gli spari e il ritardo del marito hanno allarmato Domenica Palamara che ha telefonato a un amico funzionario di polizia pregandolo di intervenire perché temeva per la vita del marito. Quando le forze dell’ordine sono giunte sul posto, per i due professionisti non c’era più nulla da fare: il medico giaceva riverso sul volante, l’ingegnere fuori, accanto alla Bmw. Pare comunque che gli inquirenti abbiano rilevato un altro particolare importante: il freno a mano della vettura era tirato e le luci di emergenza accese. Questo farebbe pensare che forse davanti all’auto era stato messo un ostacolo per bloccare la marcia e facilitare il compito dei killer. Su questi, ma anche su molti altri elementi, gli inquirenti hanno lavorato nelle prime ventiquattr’ore, dopo aver stabilito con assoluta certezza che la vittima designata era l’ingegner Quattrone. Sono stati messi i sigilli alla stanza dell’ufficio dell’Ispettorato del lavoro dove prestava la sua attività principale: i fascicoli che facevano capo a lui verranno esaminati con grande attenzione. Uno dei moventi più verosimili si collega alle ispezioni che il funzionario faceva nei vari cantieri edili, molti dei quali sono gestiti direttamente da elementi mafiosi, e quindi ad eventuali irregolarità riscontrate. Un’altra pista è quella delle perizie che gli erano state affidate du recente dalla magistratura. Controlli comunque saranno effettuati anche nei locali della società «Aurion», creata qualche anno fa dall’onorevole Quattrone, alla quale collaboravano sia l’ucciso che la moglie. Infine, sarà passata al vaglio anche la documentazione relativa alla realizzazione di alcune cooperative edilizie alle quali era interessato l’ingegner Quattrone. «In una città come Reggio ha dichiarato ieri sera un ufficiale dei carabinieri impegnato in queste indagini – è difficile stabilire se si è vittima della mafia o se si cade per fatti di mafia».

 

Una carriera all’ombra della Dc
di Enzo Laganà
La vittima designata era cugino d’un ex deputato

Aveva studiato e si era laureato in ingegneria a Torino, dopo molti sacrifici suoi e dei suoi genitori, le cui condizioni economiche non erano certo floride. Poi una lenta conquista professionale, in qualche misura forse favorita dal cugino, l’onorevole Franco Quattrone, che proprio in quel periodo, nella seconda metà degli Anni 70, era riuscito a conquistare un seggio al Parlamento tra le file della Dc. Nonostante la parentela fosse soltanto di secondo grado, i rapporti tra i due Quattrone si erano andati sempre più rafforzando, soprattutto dopo che il parlamentare era divenuto sottosegretario al Lavoro e il cugino aveva vinto un concorso pubblico nello stesso ministero. Poi, una volta che il politico aveva lasciato Montecitorio perché il suo partito non lo aveva più ripresentato (Quattrone, dopo una prima fase di collaborazione e di amicizia, era divenuto acerrimo nemico dell’altro deputato democristiano reggino Lodovico Ligato, l’ex presidente delle Ferrovie assassinato due estati fa), i legami erano divenuti ancora più intensi. L’ex parlamentare infatti aveva costituito una società la «Aurion» – che offre alle aziende servizi di consulenza legale, amministrativa, finanziaria, contabile, fiscale, tecnico-ingegneristica. Quest’ultimo settore era stato affidato prevalentemente alla moglie dell’ingegner Demetrio Quattrone, l’architetto Domenica Palamara. Ma, in pratica, il professionista – a detta degli inquirenti era anche socio della Aurion e in fondo offriva sia pure in maniera non ufficiale la sua consulenza. I coniugi Quattrone in quest’ultimo periodo erano riusciti a collegarsi anche con il giro delle cooperative che a Reggio gestiscono decine e decine di miliardi e i cui vari amministratori, professionisti a tempo pieno, hanno avuto seri problemi con la giustizia. L’architetto Palamara risulta direttrice dei lavori della cooperativa «Spazi verdi» che sta realizzando vari appartamenti per professionisti al rione Pentimele di Reggio Calabria. Lo stesso ucciso, così come il dottor Nicola Soverino, era amministratore della cooperativa «Tanto verde», con una trentina di soci e un lotto di fabbricati al rione Arginila, una sorta di veranda sul mare dello Stretto, alla periferia Nord di Reggio, prima lottizzata per alloggi popolari e ora scoperta da persone facoltose. Più modesti, addirittura anonimi, i precedenti del dottor Soverino, nativo di Roma ma trasferitosi con la famiglia in Calabria fin da piccolo. Dopo la laurea era stato tenente medico degli alpini e si era specializzato in omeopatia. Una branca poco nota e che, anche a causa della giovane età del medico, non gli aveva portato una vasta clientela tanto che il medico non aveva ancora un suo studio professionale ed effettuava le visite nell’abitazione dei genitori, con i quali viveva. L’ingegner Quattrone invece aveva più volte fatto ricorso ai suoi consigli. Anche l’altro ieri sera gli aveva telefonato per una visita di controllo. Era soltanto una scusa per una cena e purtroppo un tragico, imprevisto appuntamento con i killer della mafia, [e. l.]

 

 

 

Fonte: archivio.unita.news 
Articolo del 30 settembre 1991
I killer  uccidono due volte, per errore e per affari
di Aldo Varano
‘ndrangheta scatenata a Reggio: due professionisti massacrati a colpi di lupara, erano amici e si somigliavano Ma l’obiettivo era solo Demetrio Quattrone, ingegnere, ispettore del ministero del Lavoro e perito del tribunale.

A Reggio, due professionisti incensurati massacrati a lupara. Nicola Soverino, medico omeopata, ucciso quasi certamente per errore.  Obiettivo dei killer, anche lui ammazzato, l’ingegnere Demetrio Quattrone, ispettore del ministero del Lavoro.  Era socio della Aurion, società di progettazione e servizi del cugino Franco Quattrone, segretario regionale Dc, ex sottosegretario di Stato.

Reggio Calabria. Nicola Soverino, medico di trent’anni, quasi certamente è stato fulminato a raffiche di lupara per colpa della sua passione per le auto e per la barba. Una barba folta e nera, identica a quella dell’ingegnere Demetrio Quattrone, 42 anni, a cui assomigliava anche fisicamente. Soverino e Quattrone avevano fatto un giro perché il medico aveva voluto provare» la Bmw nuova fiammante e potentissima del suo amico ingegnere.  Quand’è scattata la trappola, Soverino era seduto al posto di guida. Barba, posto di guida, somiglianza fisica, identica camicia a mezze maniche.  I killer non hanno   avuto dubbi: gli   hanno   sparato addosso credendo di uccidere Quattrone.

Ma hanno subito capito che c’era stato un «increscioso contrattempo», anche perché Quattrone. aperto lo portello, ha tentato di fuggire dall’altro lato rivelando la propria presenza.  Un altro dei macellai del commando non gli ha dato scampo: anche per lui raffiche di lupara e un caricatore di 7 e 65.

Una tempesta di almeno 15 colpi ha lacerato il silenzio ormai notturno di Villa San Giuseppe, una frazione ad una ventina di chilometri dal centro storico di Reggio.  La moglie di Quattrone, Domenica Palamara, è uscita dalla villa.  S’è trovata davanti al medico in una pozza di sangue e non si è accorta che il marito era dall’altro lato della Bmw, rannicchiato a terra senza vita.  Terrorizzata ha telefonato alla polizia angosciata per l’assenza del marito. Qualche attimo ancora e la tragedia è stata chiara in tutti i suoi particolari.

I due professionisti, diventati amici perché entrambi componenti del consiglio d’amministrazione  della cooperativa  «Tuttoverde», stavano rientrando  in casa  di Quattrone che  abitava con  la  moglie  ed  i quattro  figli  in  un  mulino  ristrutturato,  al  centro  di  un  agrumeto.  Per arrivarci bisogna infilarsi in una stradina orlata dai muretti degli altri giardini.   Da lì ci passa una macchina per volta: per gli assassini, appostati dietro i muretti dai due lati, è stato un giochetto da ragazzi. Che l’obiettivo privilegiato dei sicari fosse l’ingegnere è una delle due certezze degli    investigatori: l’altra, è che la dinamica del massacro rivela l’intervento di una cosca di livello che ha schierato «soldati» capaci di lavorare con la terribile meticolosità dei professionisti.

Quattrone era ispettore del ministero del Lavoro ed in questa veste toccava a lui verificare se nei cantieri venivano rispettate le norme di sicurezza. Spesso gli venivano affidate perizie e consulenze dal tribunale di Reggio e dalla Procura di Palmi. Membro del Consiglio di amministrazione della   cooperativa «Tuttoverde» (vi faceva parte anche Soverino) che sta costruendo 38 appartamenti per professionisti ad Arghillà, una zona molto appetita dai clan, pare aiutasse la moglie architetto, progettista e direttrice dei lavori di un’altra importante cooperativa, «Spaziverdi».  Per di più, Quattrone era socio della «Aurion», società di progettazione e servizi fondata dal cugino Franco Quattrone, segretario regionale della Dc, ex parlamentare ed a lungo sottosegretario di Stato (Lavoro e Sanità).

In questo   quadro, l’ingegnere si era anche interessato degli   appalti   pubblici della «Aurion», Della «Aurion» è dipendente anche l’architetta Palamara.

L’on.  Franco Quattrone si è detto «incredulo» ed ha ripetuto che il cugino era «persona ineccepibile, circondato da stima e rispetto, dedito esclusivamente al lavoro». Rispetto al   collegamento Quattrone- «Aurion», il segretario della DC calabrese ha sostenuto un allentamento   dei   rapporti tra l’ingegnere e la società dato l’impegno crescente dei coniugi Quattrone in un proprio studio di progettazione.

Insomma, la caccia a mandanti e killer si svolge su numerose piste. «Forse troppe – si lascia sfuggire sconsolato uno degli investigatori – per una città dove è difficile scoprire qualcosa anche quando i segnali sono consistenti».

Al di là di una vendetta collegata al suo lavoro di ispettore o alla condanna a morte per impedirgli qualche perizia (aveva fama di pignoleria ed intransigenza sul lavoro), Quattrone potrebbe aver dato fastidio nel mondo inquinatissimo che gira attorno alle cooperative dell’edilizia privata. É un settore dominato in modo massiccio dal partito della ‘ndrangheta del mattone. Il passaggio dalla semplice progettazione alla direzione dei lavori o alla scelta delle aree di   espansione (pare che Quattrone   si fosse recentemente impegnato in questo), può diventare fatale e implica spesso uno scontro immediato e diretto con gli interessi consolidati delle cosche e con fornitori di servizi e merci controllati dalla ‘ndrangheta.

 

 

 

 

Fonte: ricerca.repubblica.it 
Articolo del 1 ottobre 1991
SANGUE E AFFARI COSÌ SI MUORE IN CALABRIA
di Pantaleone Sergi

REGGIO CALABRIA – Affari, ‘ndrangheta, politica. E morte. Lo scenario dei delitti eccellenti di mafia si ripresenta per il massacro di sabato scorso nel quale sono caduti sotto la tempesta di piombo due professionisti: l’ingegner Demetrio Quattrone, 42 anni, un tecnico dalle riconosciute qualità cresciuto però accanto al potere dc, che era l’obiettivo dei sicari, e il medico omeopata Nicola Soverino, 30 anni, trucidato perché – gli inquirenti ne sono più che convinti – era un testimone pericoloso dell’agguato. Il magistrato punta deciso sugli affari di Quattrone. Ci sono progetti che impegnano cifre a nove zeri, un vorticoso giro di consulenze e progettazioni che vanno dai lavori miliardari del decreto Reggio per la ricostruzione e riqualificazione urbana, ai progetti per l’occupazione giovanile, dai giacimenti culturali agli schemi idrici, dalla tutela dell’ambiente alla costruzione di porti e porticcioli, alla realizzazione di case in cooperativa per professionisti. A Reggio di grandi affari dunque si muore. Il delitto di Lodovico Ligato è stato il primo sicuramente eccellente in questo campo. Ma la guerra di ‘ ndrangheta nasce in questa stessa cornice. Le cosche vogliono fare affari. Li fanno anche con protezioni politiche. E tutto ciò accade mentre le denunce cadono nel vuoto e nessuno si premura neppure di vedere cosa ci sia di vero quando il sindaco dc Agatino Licandro confessa di nutrire timori perché in consiglio siedono uomini che sono espressione elettorale delle cosche, e un consigliere, pure dc, afferma pubblicamente che quando si è discusso della destinazione dei miliardi del decreto per Reggio, in municipio arrivavano persone con valige piene di danaro che portavano indietro, vuote. Il nuovo massacro di ‘ ndrangheta avvenuto sabato sera nella frazione Villa San Giuseppe, comunque, non scuote più di tanto una città che mostra di poter digerire tutto. I politici tacciono. C’è forse imbarazzo, perché il sostituto procuratore Vincenzo Pedone, subito dopo il delitto dell’ingegner Quattrone, ha mandato i carabinieri nella prestigiosa sede della Aurion con una richiesta di esibire tutti i documenti e le carte che erano del professionista ucciso. L’Aurion è una società di consulenza di cui è socio di maggioranza l’onorevole Franco Quattrone, segretario regionale della Dc, presidente della camera di commercio. Soci dei Quattrone sono alcuni nomi importanti dell’economia locale, da Giovanni Capua, industriale, a Pino Benedetto, presidente del Reggina Calcio. La società era stata al centro di polemiche per una contestata convenzione di 6 miliardi con la Provincia, poi annullata. Ma per quel che risulta per il resto aveva concluso buoni e tranquilli affari con la progettazione, per esempio, dell’università e del centro direzionale da finanziare proprio con i miliardi del decreto Reggio. Perché l’imbarazzo del mondo politico? Ma perché, se veramente la chiave del duplice omicidio sta nelle carte dell’ingegner Quattrone prelevate nell’ ufficio dell’Aurion, c’è il rischio che un po’ tutti si sporchino, in quanto tra i consulenti e i progettisti della società ci sarebbero professionisti di tutte le aree politiche, Pds compreso. Senza trascurare le nuove attività dell’ingegner Quattrone che aveva spostato parte del proprio interesse sulle cooperative edilizie, le indagini sembrano privilegiare proprio l’attività di consulenza. I carabinieri non trascurano, neanche, di scrutare tra gli altri impegni di Quattrone, quelli di funzionario dell’ispettorato del lavoro, ligio e rompiscatole, che potrebbe aver dato fastidio a qualche impresa mafiosa, e quelli di consulente dei magistrati di Reggio e di Palmi. In ogni caso è certo che con l’Aurion, creata dal cugino Franco Quattrone, deputato per tre legislature e più volte sottosegretario, l’ingegner Quattrone aveva troncato i rapporti, rimanendo solo socio di capitali pronto per altro a cedere la propria quota. Lo ha confermato, con una nota diffusa in serata, Rosario Chinè, amministratore delegato della società, lamentando il collegamento arbitrario che è stato fatto tra l’Aurion e il delitto. Chinè ha tenuto a precisare poi che l’Aurion e i suoi uffici non sono stati sottoposti a sequestro da parte dell’autorità giudiziaria penale. Ieri, intanto, a Villa San Giuseppe, la frazione in cui l’ingegner Quattrone abitava, si sono svolti i funerali. C’era tanta gente e tanta commozione. L’ autopsia ha confermato l’accanimento dei sicari contro il professionista, come era avvenuto con Ligato.

 

 

 

 

Articolo del 26 Settembre 2011 da  stopndrangheta.it
Demetrio Quattrone e Nicola Soverino, un mistero lungo 20 anni
di Francesca Chirico
La sera del 28 settembre 1991, tra gli aranceti di Villa San Giuseppe, a Reggio Calabria, vengono assassinati l’ingegnere Demetrio Quattrone e il medico Nicola Soverino.

Reggio Calabria – I numeri 143 e 144. Il 29 settembre 1991, scrivendo dell’omicidio dell’ingegnere Demetrio Quattrone e del medico Nicola Soverino, tra una nota biografica e un dettaglio sulle modalità dell’agguato, i giornalisti danno conto anche della loro posizione nell’elenco dei morti ammazzati di quell’anno. Dopo sei anni di guerra di ‘ndrangheta e i circa 700 “caduti”, quella della contabilità delle vittime, e del suo quotidiano aggiornamento, era diventata, a Reggio Calabria, quasi un’incombenza burocratica.  In città non lo immagina nessuno che il 9 agosto 1991, poco più di un mese prima, con l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti erano state gettate le basi per la pace tra le cosche reggine. Nel settembre 1991 Reggio resta ancora una città in guerra, emotivamente anestetizzata dall’orrore visto e patito.

I numeri 143 e 144, però, sono numeri strani. Numeri che non ti spieghi dicendo “è la guerra”. L’ingegnere Demetrio Quattrone ha 42 anni, una fama di professionista inflessibile, un importante incarico di funzionario all’Ispettorato provinciale del Lavoro dove coordina la delicata attività di controllo nei cantieri edilizi. Non meno impegnativo il suo compito di consulente tecnico presso i Tribunali di Reggio, Palmi e Locri. Ama le cose fatte bene. E’ rigoroso, puntiglioso. Vive con la moglie Domenica Palamara e i tre figli – Rosa, Antonino e Maria Giovanna – nel mulino di proprietà del suocero ristrutturato tra gli agrumeti di Villa San Giuseppe, nella zona nord di Reggio Calabria. Ha da poco comprato un’auto nuova, una Bmw 520. Ma la sera del 28 settembre 1991, per le strade del quartiere, non la sta guidando lui perché ha mal di denti.
Al volante c’è Nicola Soverino, un medico di 30 anni che a Roma si è specializzato in omeopatia e a Reggio, dov’è nato e tornato, vive con i genitori nel rione Sbarre e presta servizio presso la guardia medica di Gallico. Sono amici da tempo, il medico e l’ingegnere. E, con la barba nera entrambi, si somigliano pure. Quando imboccano via Mulino, una stradina stretta e buia che in mezzo agli aranceti conduce a casa Quattrone, sbagliarsi è facile. I primi colpi di fucile caricato a pallettoni sono indirizzati tutti contro l’autista. Soverino resta fulminato al volante. Di aver sbagliato bersaglio i due killer lo capiscono quando l’ingegnere, tentando una disperata fuga, aprirà lo sportello del passeggero gettandosi a terra tra l’automobile e un muretto basso. I primi ad arrivare, dopo una telefonata allarmata della moglie di Quattrone che ha avvertito il rumore degli spari, lo troveranno disteso in quella posizione, ucciso a colpi di pistola 7,65.

Il vero obiettivo – l’ingegnere – e il “danno collaterale” – l’amico medico. Entrambi incensurati, entrambi lontani da ambienti criminali, entrambi stimati. Il rebus dell’omicidio Quattrone-Soverino appare subito complesso. Tanti i filoni da scandagliare per i sostituti procuratori Vincenzo Pedone e Santi Cutroneo, titolari dell’inchiesta. Ci sono i controlli sui cantieri edilizi coordinati da Quattrone i cui colleghi, in segno di protesta e solidarietà, si asterranno per una settimana dalle missioni in esterno. Ma non solo. Sui titoli di quei giorni campeggia spesso l’Aurion, una società di consulenza e progettazione fondata dal big calabrese della Dc Franco Quattrone, più volte parlamentare e sottosegretario, a quel tempo segretario regionale del partito e cugino di secondo grado dell’ingegnere. Dall’Aurion, di cui deteneva una piccola quota societaria e per la quale aveva svolto anche il ruolo di tecnico, Demetrio Quattrone si era però allontanato negli ultimi mesi, manifestando più volte l’intenzione di risolvere definitivamente il rapporto.  Dalla sede in viale Calabria della società (che risponderà piccata tramite comunicato stampa) saranno sequestrati alcuni documenti, ma la pista non porterà a nulla, proprio come gli approfondimenti sugli interessi dell’ingegnere nel campo della cooperative edilizie nelle zone di Arghillà e Pentimele. L’omicido dei due professionisti resta tuttora senza colpevole.

 

 

 

 

Articolo del 27 Settembre 2011 da  stopndrangheta.it 
L’ingegnere e la memoria taciuta
di Cristina Riso
Quella di Demetrio Quattrone, vittima innocente di ‘ndrangheta, a cui Libera Reggio Calabria ha deciso di dedicare il 27 ed il 28 settembre due giornate di ricordo pubblico nel segno del Diritto alla verità e del Dovere della memoria, è una vicenda emblematica. Stopndrangheta la ripercorre attraverso documenti e ricostruzioni.

Quella di Demetrio Quattrone, vittima innocente di ‘ndrangheta, a cui Libera Reggio Calabria ha deciso di dedicare il 27 ed il 28 settembre due giornate di ricordo pubblico nel segno del Diritto alla verità e del Dovere della memoria, è una vicenda emblematica. Sono passati vent’anni da quella sera del 28 settembre 1991, quando l’ingegnere Demetrio Quattrone viene ucciso con il giovane medico Nicola Soverino, colpevole soltanto di trovarsi accanto al bersaglio designato. Le modalità dell’agguato sono di chiaro stampo mafioso, ma autori, mandanti e movente sono rimasti sconosciuti. Quattrone, come tanti altri dimenticati, è vittima due volte. Lo è stato perché bersaglio dei clan e lo è stato ogni giorno, per vent’anni dalla sua morte, ogni qual volta si è tentato di offuscarne il ricordo ed inquinarne la memoria. Come accaduto a tante vittime, anche la sua storia è stata cancellata dall’oblio collettivo, alimentato dall’assenza di un processo che consentisse di chiarire la dinamica dei fatti. Dopo “l’imbarazzato silenzio” iniziale (segnalato nelle cronache giornaliste dell’epoca), rotto solo dai colleghi dell’Ispettorato del Lavoro che per una settimana si rifiutarono di recarsi sui cantieri, anche per lui si è presto fatto ricorso ai consueti meccanismi di “distrazione”: il comodo movente dello “sgarro” o l’idea del tradimento di eventuali accordi intercorsi con le peggiori componenti delle istituzioni e del mondo dell’edilizia reggino. E poi la strada delle parentele eccellenti: l’ingegnere era parente di Franco Quattrone, potente politico DC dell’epoca. Ma Demetrio Quattrone non era solo “il cugino di Franco”, come titolarono i giornali dell’epoca. Quattrone era in prima istanza un ispettore del lavoro nella Reggio degli anni ’80-’90, quando l’appalto è un business ed i lavoratori in nero li trovi anche nelle commesse pubbliche e non è facile denunciarne pubblicamente la condizione. E poi era un professionista. Universalmente stimato per il suo rigore e coraggio. Come tale, crediamo, andava ricordato dagli Ordini professionali della città, troppo spesso disattenti a riconoscere e valorizzare il ruolo che i propri iscritti giocano o possono giocare nella società. Nel bene e nel male.

La lunga scia di omicidi, di attentati e inchieste legate fin dagli anni Ottanta al settore urbanistico ci dicono che a Reggio di “mattone” si può morire. Il 1991, poi, è un anno che segna uno spartiacque: l’assassinio del giudice Antonino Scopelliti, ucciso a Campo Calabro il 9 agosto 1991, prepara il terreno alla conclusione della “seconda guerra di mafia” che dal 1985 insanguinava il territorio della città dello Stretto e per manifestare contro la quale, l’8 ottobre 1991, circa 40.000 persone provenienti da tutta la penisola, dopo aver sfilato alla consueta marcia della Pace – Assisi, hanno invaso le strade della città. Uno scenario complesso, insomma, che abbiamo provato a ricostruire incrociando documenti istituzionali (in primis, la relazione della Commissione d’inchiesta del Consiglio comunale di Reggio istituita nel 2008), la rassegna stampa dell’epoca, con le cronache dell’omicidio Quattrone pubblicate da La Stampa, l’Unità, La Repubblica e Gazzetta del Sud, articoli di approfondimento (Appalti, sangue e abusivismo nella città dolente di Romina Arena), ricostruzioni dedicate alla seconda guerra di mafia e all’omicido Scopelliti. Come sempre si tratta di un lavoro parziale e incompleto che intende offrire un contributo al processo di riappropriazione della memoria e che ha bisogno dell’aiuto di tutti voi.

 

 

 

Articolo del 28 Settembre 2011 da liberainformazione.org
Demetrio Quattrone, una vita per l’etica
di Anna Foti
A vent’anni dall’omicidio del professionista reggino una commemorazione pubblica organizzata da Libera

Il diritto alla verità ed il dovere della memoria. Libera prosegue nella sua missione di portare luce su storie di ordinario coraggio e di responsabile sacrificio. Era il 28 settembre 1991, quasi due mesi dopo l’assassinio del giudice Antonino Scopelliti a Campo Calabro (RC), quando un altro commando mafioso insanguinava ancora le strade di Calabria e poneva in essere un’altra esecuzione, questa volta nella frazione reggina di Villa San Giuseppe. Nel XX anniversario della morte dell’ingegnere Demetrio Quattrone e dell’amico trentenne medico omeopata che si trovava con lui, Nicola Soverino, Libera ricorda a Reggio Calabria, città dove è nato ed è stato ucciso Demetrio Quattrone, la figura del professionista evidentemente scomodo perché incorruttibile.

Il ricordo affidato ai figli, Rosa, Antonino e Maria Giovanna e al loro fianco Mimmo Nasone, il referente territoriale di Libera che ha promosso un convegno il cui titolo racchiude il senso del sacrificio di Demetrio Quattrone e della incolmabile perdita di un padre da parte di Rosa, Antonino e Maria Giovanna: “L’etica delle professioni”, un valore semplice ma ormai raro e prezioso. Ingegnere, a capo dell’Ispettorato del lavoro impegnato per conto della Procura di Palmi su perizie legate a reati mafiosi nella Piana di Gioia Tauro, Demetrio Quattrone fu ucciso all’età di 42 anni da de sicari nella frazione Villa San Giuseppe, a Reggio Calabria venti anni fa. Era il cugino di Franco Quattrone, allora segretario regionale della Dc e già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri e al Lavoro.

Una storia che non deve apparire come tante solo perché racconta di un uomo e un padre che non c’è più o perché sui responsabili vi sia ancora mistero, ma perché in questa scomparsa è racchiuso il senso di  malessere di un’intera epoca, ancora non conclusasi, e di un’intera comunità incapace di proteggere chi si batte quotidianamente, quindi in primo luogo nell’attività professionale che svolge, per l’affermazione della regole, la difesa di valori e principi e che, involontariamente ma responsabilmente, diventa esempio per i figli di sangue e per quelli della società sana. Diventa osservatore e precursore di quello che sarebbe stato. Gli scritti di Demetrio Quattrone, come ha evidenziato la figlia Rosa, infatti erano allora illuminanti, se qualcuno avesse voluto vedere, capire e intervenire, ed oggi sono assolutamente riscontrati.

Lucido il diritto rivendicato, già venti anni fa, ad un’etica pubblica nella pianificazione territoriale, negli appalti, nell’edilizia, dunque nella gestione della cosa pubblica nella libertà di gestirla nell’interesse comune. L’assenza di questa etica ha generato una piaga oggi dilagante. All’impegno dell’uomo che è stato Demetrio Quattrone si risponde con azioni concrete, piccole o grandi ma costanti e quotidiane, per un cambiamento in cui oggi molte più persone, almeno dicono, di credere e dichiarano di volere.

All’iniziativa di commemorazione a Reggio, moderata dal giornalista Giuseppe Baldessarro, presente Don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera, Enza Rando, di Libera nazionale, Giuseppe Pignatone, procuratore capo della Repubblica di Reggio, poi anche il procuratore generale Salvatore Di Landro, il procuratore aggiunto Michele Prestipino, il presidente del Tribunale, Luciano Gerardis, il procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, il prefetto dell’Agenzia per i Beni confiscati, Giuseppe Caruso, l’assessore alla Legalità della Provincia Eduardo Lamberti e Lucio Dattola, presidente della Camera di Commercio e tanti cittadini. Oggi alle ore 18 anche una Santa Messa proprio nella chiesa della frazione dove fu ucciso, Villa San Giuseppe a Reggio Calabria.

 

 

Foto da: strill.it

 

Articolo dell’1 Ottobre 2014 da strill.it
Memorie – Demetrio Quattrone e Nicola Soverino, la memoria che resiste all’oblio
di Anna Foti

Professionisti che riconoscano nell’etica dell’esercizio la stella polare da seguire, imprese che producano sviluppo e non solo profitto, affari che non si limitino al guadagno ma investano nella crescita di un territorio, il lavoro come contributo democratico e prezioso del cittadino al progresso della società e non come ricatto e dimensione di sfruttamento, un sistema al servizio della collettività e non asservito a logiche di potere:  un contesto ideale, ma non per questo meno giusto, per il quale tante persone hanno speso ogni loro energia, hanno sacrificato la loro vita. Tra questi c’è anche l’ingegnere, funzionario dell’Ispettorato del lavoro impegnato per conto della Procura di Palmi su perizie legate a reati mafiosi nella Piana di Gioia Tauro, Demetrio Quattrone. Fu lui a lasciare in eredità a tutti noi una lucida e compiuta analisi sulla situazione della Reggio degli anni Ottanta. Egli fotografò coraggiosamente un contesto di economia drogata dal cemento gestito dal partito dei palazzinari e da un processo produttivo soffocato se non allineato alla speculazione edilizia, allo sfruttamento del lavoro, delle risorse economiche e del territorio, all’illegalità diffusa.
Lui aveva capito e non si era girato dall’altra parte; faceva il suo dovere e, nel farlo, era incorruttibile e pertanto scomodo per un sistema che già si nutriva di ampie zone grigie per alimentare il potere. Per questo è stato ucciso, all’età di 42 anni, con l’amico Nicola Soverino che aveva visto troppo. Era le sera del 28 settembre 1991 quando questo avveniva e quel delitto non ha ancora volti e nomi assicurati alla giustizia. Il ricordo e l’appello alla verità e alla giustizia è affidato ai figli, Rosa, Antonino e Maria Giovanna e, al loro fianco, al coordinamento territoriale di Libera.
Quasi due mesi dopo l’assassinio del giudice Antonino Scopelliti a Campo Calabro (RC),  un altro commando mafioso insanguinava ancora le strade di Calabria e poneva in essere un’altra esecuzione, questa volta nella frazione reggina di Villa San Giuseppe. Le vittime del fuoco di pistola e lupara furono, appunto, l’ingegnere Demetrio Quattrone e l’amico trentenne medico omeopata che si trovava con lui, Nicola Soverino. Siamo sul finire della prima sanguinosa guerra di ndrangheta che dal 1985, con l’attentato in ottobre al boss di Fiumara di Muro Nino Imerti e la risposta dopo due giorni –  che però non fallì –  con l’omicidio del boss di Archi Paolo De Stefano, aveva mietuto oltre settecento morti ammazzati. Quella guerra aveva rotto gli ‘equilibri’ poi ricostituiti con il sigillo del sangue del giudice Scopelliti nell’agosto del 1991.
Gli scritti di Demetrio Quattrone, osservatore e precursore di quello che sarebbe stato,  erano allora illuminanti, se solo qualcuno avesse voluto vedere, capire e intervenire, e ancora oggi sono drammaticamente attuali. Ne diede lettura la figlia Rosa, oggi referente di Libera Memoria a Reggio, in occasione della tappa di quest’anno della Carovana promossa da Libera, Arci e Avviso pubblico, durante l’incontro “Le mani sulla città. Impronte di cittadinanza negata”, dedicato alla memoria di Demetrio Quattrone e Giuseppe Macheda, agente della polizia municipale assegnato alla squadra speciale contro l’abusivismo edilizio, ucciso nel febbraio del 1985 sotto casa. Il giovane Giuseppe lasciò la moglie Domenica incinta. In tanti hanno pagato.
Nel segno del diritto alla verità e del dovere della memoria, Libera prosegue nella sua missione di portare alla luce e rendere patrimonio collettivo storie di autentico coraggio e impegno civile, che l’irresponsabilità di tanti ha trasformato in sacrificio, invocando interventi tutti i livelli. “Troppo fragile ancora lo sforzo delle pubbliche istituzioni, delle rappresentanze del mondo economico e della società reggina tutta per ricordare e onorare degnamente chi ha pagato col sangue la propria fedeltà ai valori del vivere civile. Il coordinamento territoriale reggino di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie continua a credere che solo da un esercizio cosciente e responsabile della memoria delle vittime innocenti di ‘ndrangheta possa sgorgare l’impegno necessario per liberare, una volta per tutte, la nostra terra da questa insopportabile peste. Per questo sentiamo di dover ribadire, ancor più nel giorno del sacrificio di Quattrone e Soverino, della cui limpidezza umana e professionale riceviamo di continuo preziose testimonianze, la nostra ferma determinazione nello stare al fianco dei familiari delle vittime di ieri e di quelle che oggi disperatamente combattono per liberare le loro esistenze e la nostra terra dalla violenza disumana delle cosche”.
Lucido il diritto rivendicato, già ventitre anni fa, ad un’etica pubblica nella pianificazione territoriale, negli appalti, nell’edilizia, dunque nella gestione della cosa pubblica nella libertà di gestirla nell’interesse comune. L’assenza di questa etica ha generato una piaga oggi dilagante. All’impegno dell’uomo che è stato Demetrio Quattrone si risponde con azioni concrete, piccole o grandi ma costanti e quotidiane, per un cambiamento in cui oggi molte più persone, almeno dicono, di credere e che dichiarano di volere.
Una storia che non deve essere dimenticata, non soltanto perché racconta di un uomo e un padre che non c’è più o perché sui responsabili vi sia ancora mistero, ma perché in questa scomparsa è racchiuso il senso di  malessere di un’intera epoca, ancora non conclusasi, e di un’intera comunità incapace di proteggere chi si batta quotidianamente, quindi in primo luogo nell’attività professionale che svolge, per l’affermazione della regole, la difesa di valori e principi. Una storia che ha reso orfani tre figli a cui noi tutti dobbiamo essere grati per l’esempio prezioso che, responsabilmente, ci è stato lasciato affinchè non perdessimo la speranza.

 

 

Fonte: vivi.libera.it
Articolo del 27 settembre 2016
Demetrio Quattrone e Nicola Soverino, uccisi insieme perché amici nella vita

Nessuna storia è uguale a un’altra ma le storie delle vite delle persone uccise dalle mafie hanno tutte un finale simile. Può cambiare il tipo di arma utilizzata ma poco altro.

E’ accaduto anche per Demetrio Quattrone e Nicola Soverino, uccisi insieme perché amici nella vita. Demetrio, ingegnere, e Nicola, medico, la sera del 28 settembre del 1991 erano nella nuova auto di Demetrio, una BMW, forse stavano raccontandosi la giornata o, più semplicemente, erano completamente assorbiti dal piacere di ascoltare il “rombo” di un motore nuovo. Poi l’agguato, tanti colpi sparati a bruciapelo e queste due vite terminate senza pietà. L’agguato era destinato a Quattrone, ma in questi casi non si risparmia il testimone “scomodo”.
Dopo tanti anni, indagini e congetture, non sappiamo quali siano i colpevoli di questo duplice omicidio ma la verità storica ci consegna i no pronunciati da Demetrio Quattrone, il suo essere coerente e inflessibile, sempre dalla parte del lavoratore. Ci sono contesti in cui un modo di essere, una personalità senza sbavature, può essere un ostacolo da eliminare, soprattutto per chi ha affari poco chiari da portare alla meta. Indubbiamente la Reggio Calabria degli anni ’90 presentava questo contesto, così come sappiamo, ce lo raccontano gli articoli dei quotidiani dell’epoca, che era in corso una mattanza. Demetrio e Nicola sono la 143esima e la 144esima vittima dall’inizio dell’anno nel solo hinterland reggino.

Oggi, guardare a quel passato ci aiuta a comprendere il presente: la memoria del passato è base imprescindibile per progettare il futuro. E ciò che salveremo del passato sarà quello che percepiamo come vitale. Ecco perché è un’esigenza fondamentale del nostro agire quotidiano raccontare le storie di Demetrio Quattrone e Nicola Soverino, provare a ricostruire le vicende legate alla loro tragica morte ma anche riproporre il senso delle loro vite, le frasi che solevano ripetere ad amici e parenti, i loro progetti e sogni.

Per noi questo è il significato più vero di “fare” memoria, al di fuori delle celebrazioni e ancorati a una richiesta di giustizia e verità cui le famiglie colpite aspirano. Così come noi tutti, intesi come comunità della rete di Libera che, oggi come ieri, comunica all’esterno un bisogno di giustizia che muove dall’umana condivisione per trasformarsi in impegno coerente e consapevole delle realtà territoriali in cui ci muoviamo. Perché fare memoria ci ricorda l’importanza di non lasciare sole le famiglie colpite da questa violenza, perché il nostro dovere è garantire il diritto al ricordo e non lasciare avvolte nel silenzio le vite di questi uomini e di queste donne, affinché le loro storie non siano inquinate dai tentativi di offuscare la profondità di queste vite.

Demetrio Quattrone ci ha lasciato, tra i suoi vari scritti, una riflessione: “L’uomo non è né stupido né intelligente. O e libero o non lo è. All’infuori della libertà non si ha niente”

Queste parole ci raccontano Demetrio e le sue scelte, sono potenti e attuali. Portiamole con noi, mantenendo al sicuro il ricordo vivo di queste due vite e garantendo a noi stessi una consapevolezza che parte dal nostro senso di appartenenza alla stessa comunità di cui facevano parte Demetrio e Nicola che con la loro stessa esistenza hanno costruito, per la loro parte, la nostra stessa identità.

 

 

 

 

Mafia e cemento, la storia di Demetrio Quattrone
LaC TV Pubblicato il 7 ott 2016
Il toccante racconto di Rosa Quattrone che così ricorda il funzionario dell’ispettorato del lavoro di Reggio Calabria ucciso in un agguato assieme a Nicola Soverino. Il servizio andato in onda nel corso della trasmissione “I fatti in diretta”

 

 

Fonte: vivi.libera.it
Articolo del 28 settembre 2019
Quattrone: a Reggio comandano i palazzinari

Il 28 settembre 1991 l’ingegnere Demetrio Quattrone viene assassinato insieme all’amico Nicola Soverino. Demetrio aveva 42 anni ed era un ingegnere che lavorava per l’Ispettorato del Lavoro. Aveva svolto alcune perizie per conto della Procura di Palmi che indagava su reati mafiosi nella Piana di Gioia Tauro. Riproponiamo uno scritto rinvenuto tra le carte del professionista e dedicato al ruolo dell’industria delle costruzioni nell’assetto urbanistico, in cui analizza con spietata lucidità i guasti di un sistema.

Quattrone: a Reggio comandano i palazzinari

AFFARISTI E IMPRENDITORI – Non può parlarsi a Reggio Calabria di industria delle costruzioni. Questa affermazione deriva dal fatto che non esiste una industria delle costruzioni nell’ambito della Provincia. Quanto detto perché la presenza dell’industria deriva da un mercato “compiuto”, cioè da una domanda costante e non casuale come quella che è dato vedere. L’edilizia nasce a Reggio Calabria per interventi di tipo “stellare”, cioè per punti senza continuità o programmazione. L’avvicinarsi di un intervento di finanziamento pubblico muove quindi il commerciante, l’affarista, non l’imprenditore. L’imprenditore nasce ed investe perché vede un mercato che esprime domanda nel lungo termine. L’affarista si organizza solo per fare l’affare che ha l’intenzione di concludere. Dall’affare trae il maggior guadagno possibile, non accantona ammortamenti ma investe tutto l’utile in beni permanenti che producono solo reddito a chi li possiede (ovvero immobili). Poiché “l’affare” è affrontato come tale, è impensabile una organizzazione dell’imprenditore dal punto di vista “industriale”. Egli si contenta di organizzare il minimo necessario per raggiungere lo scopo del guadagno. Trattasi quindi solo di piccoli investimenti contingenti che non producono reddito futuro ma che viceversa sono distrutti al momento che l’affare è concluso.

Un esempio tipico sono gli interventi dello Stato e degli altri Enti pubblici nel campo dell’edilizia ed, in genere, nelle opere d’ingegneria. I finanziamenti sono scollati tra di loro, non è assicurata la continuità nelle commesse il che non promuove, mancando quella dall’alto, la programmazione locale. L’affarista di conseguenza organizza fattori della produzione estemporanei ed attaccaticci; mira perciò non ad un reddito da impresa ma alla capacità di commercializzare l’affare. Non è perciò portato all’utilizzo di macchine o sistemi produttivi efficienti per abbassare i costi poiché tali macchine e sistemi presuppongono professionalità ed ammortamenti costosi. Dirotta la sua scelta verso guadagni più facili e molto meno rischiosi dal punto di vista imprenditoriale.

IL CANTIERE DA RAPINA – Nasce in quest’ottica il subappalto. L’imprenditore “passa” l’appalto ad imprese minori pretendendo una “tangente” per il solo fatto di aver vinto la gara d’appalto. Il subappaltatore, di dimensioni rispetto al primo ancora più ridotte e con disponibilità finanziarie minori, ha mezzi di produzione ancora più approssimativi. La mancanza di macchine lo induce, perché il lavoro sia remunerativo, a diminuire le “spese”. Ecco che nasce il cantiere da “rapina”, con nessun investimento per la protezione della vita degli operai, con il conseguente incremento delle morti bianche e con il sub-fenomeno del cottimista. La figura dell’operaio cottimista tipica è il giovanotto tra i 25 e i 40 anni che riesce a lavorare 13 ore al giorno e che viene pagato a “misura”, cioè in funzione di quello che produce. Vengono scartati dall’ingaggio sia giovani che non hanno l’esperienza e quindi la velocità di esecuzione, sia gli anziani che, per effetto dell’età, non producono

adeguatamente. Un risparmio notevole avviene inoltre per la mancanza del versamento degli oneri sociali. Il lavoro viene così eseguito in tempi “record” rispetto al cantiere “industriale”, senza nessun controllo di tipo formale o sostanziale dell’opera, lasciando al caso o alla “coscienza” degli esecutori la bontà del manufatto. Parallelamente nasce una attività di “carte” che porta l’operaio cottimista alla truffa per garantirsi l’indennità di disoccupazione od il compenso per inabilità da infortunio. Imprese fantasma “assumono” gli operai che lavorano a cottimo e, immancabilmente a periodi concordati, denunciano piccoli infortuni o malattie dei dipendenti che contribuiscono al recupero dei versamenti di legge ed alla integrazione dei guadagni dei lavoratori.

LE COOPERATIVE – La nascita di cooperative di produzione e lavoro aveva fatto sperare in rapporto più corretto sul lavoro tra datori, dipendenti, Enti ecc. Purtroppo quelli che dovevano essere strumenti democratici e di crescita dei lavoratori si sono dimostrati non modelli. Basta guardare i cantieri gestiti da cooperative di produzione per vedere che hanno conservato tutte le caratteristiche negative del cantiere da “rapina”. L’uso del cottimo è sviluppatissimo, squadre fantasma lavorano il ferro, mettono in opera carpenterie, murano mattoni, intonacano, predispongono gli impianti a tempi record. Il tutto condito da calcestruzzi preconfezionati di dubbia qualità. Il prezzo per questa velocità, come già detto, sono la schiera di invalidi che poi si ritrovano a Piazza Duomo. Discorso parallelo per l’industrie di piccolissime dimensioni sorte a corollario. Essenzialmente trattasi di industrie di montaggio di pezzi semilavorati provenienti dalle industrie esterne alla Regione. E qui porterebbe lontano il ragionamento se esteso al “sistema” per finanziare con la 183 (Legge 183/76 istituzione della Cassa del mezzogiorno) le industrie in zona “cassa”.

Per esempio si stanno autorizzando e finanziando imprese per la produzione di “blocchi” in argilla espansa, in cemento vibrato ecc. Questo atteggiamento dell’Assessorato dell’Industrie Regionale ha portato alla chiusura di piccole, ma ad alta densità di lavoratori impiegati, industrie del laterizio, scegliendo di contro la nascita di aziende che non adoperano più materie prime reperibili in loco. Più serio sarebbe stato finanziare la modernizzazione di tali aziende, con costi per occupato infinitamente inferiori. Tornando all’imprenditore commerciante si tende, ora di spiegare il fenomeno dell’urbanesimo, caotico ed abusivo che si legge sul territorio.

IL PARTITO DEI PALAZZINARI – Il partito dei palazzinari a Reggio governa la città. Come si diceva, l’affare assicurato periodicamente e senza programmazione dallo Stato porta flussi di denaro che non vengono reinvesti nell’azienda che avrebbe dovuto produrre il bene oggetto dell’appalto. Detti flussi di denaro vengono trasformati in “cemento” da vendere poi alla classe impiegatizia, molto numerosa, reggina. Ma indirizzare il mercato verso queste scelte (casa edificata dal palazzinaro) significa fare in modo che l’offerta sia la più piccola possibile. Da qui il partito dei palazzinari ha una scelta quasi obbligata: bloccare con sistemi di potere l’attività degli uffici comunali preposti alla progettazione dell’uso del territorio. Si arriva a bloccare le progettazioni di cittadini fuori dal giro dei palazzinari per anni, facendo “passare” le progettazioni del partito dei palazzinari stessi.

Le scelte dei compratori vengono così definitivamente orientate verso l’imbuto anche dal boicottaggio generato dagli imprenditori verso gli appalti di ERP (Edilizia Residenziale Pubblica). Chiude il cerchio l’ostinato ritardo dell’attuale assessore a LLPP nel recepire gli aumenti per l’ERP definiti da leggi dello Stato. Collaterale, ma non di minore importanza, il fenomeno degli abusi.

Esistono due categorie di abusi :

a) Cottimisti che investono i loro redditi (materiali) da lavoro nero proprio e di altri sfruttati, in “case” che vengono immesse nel mercato per categorie di acquirenti non molto danarosi che, pur di avere una casa, accettano compravendite con carte che di “notarile” hanno ben poco.

b) Cittadini che, vedendo sciogliersi giorno per giorno i risparmi, decidono la via dell’illegalità non essendo percorribile quella legale impedita dal partito dei palazzinari. Questo insieme di situazioni e vicende stravolgono gli obiettivi che il PRG (Piano Regolatore Generale) si era dato. L’inefficienza degli organi di controllo ha fatto compromettere una qualsiasi programmazione in direzione delle opere di urbanizzazione. Si dovranno inseguire praticamente gli interventi abusivi per fornirli di quelle opere di urbanizzazione fondamentali per non dover compromettere, oltre che il territorio, anche la salute dei cittadini. I fondi si distribuiscono in mille rivoli facendo perdere loro efficacia e la città subirà le conseguenze dello sfascio per decenni.

Si è parlato nella prima parte di commercianti e non di imprenditori. Non si voleva e non si vuole qui denigrare la categoria dei commercianti. Gli stessi occupano un ruolo nel commercio. Il commerciante nell’imprenditoria è un aborto per la società. Fa nascere guerre per bande, spartizioni del territorio per zone di influenza nelle quali, poiché il numero è chiuso, esiste l’imposizione di prezzi non moderati dal libero mercato.

Quindi, nel nostro territorio, non può essere paragonato il piccolo imprenditore presente in altri territori della nazione, in quanto le piccole dimensioni non sono sinonimo di alta specializzazione ma, al contrario, di incapacità organizzativa. Quindi le “economie” che vengono operate nel settore edilizio sono caricate alla società.

Altro esempio, oltre al cottimo, può essere evidenziato con l’uso di manodopera che ufficialmente risulta impiegata in corsi di formazione professionale. Purtroppo con questa classe di imprenditori “affaristi” che ci ritroviamo non è possibile prevedere tempi migliori. Il guadagno, coperto con lamentele più o meno valide di eventuali “mazzette”a funzionari e mafiosi, non proviene da una organizzazione tecnico-economica efficiente, quindi non è tornaconto di impresa ma plusvalore ed, in quanto tale, a “qualcuno” viene sottratto.

La modifica di questo stato di cose nasce dalla conoscenza. Nasce dalla conoscenza del proprio stato di sfruttati da parte dei lavoratori. Nell’ignoranza dello stato l’operaio può essere ristretto. Altri prendono decisioni che gli spettano. Quindi aumentare la capacità al ragionamento del lavoratore significa dargli più conoscenza e questo proviene dall’aumento della base culturale. Permanendo lo stato di ignoranza, il lavoratore non distingue le scelte strumentali operate sulla sua pelle e magari persegue obiettivi che interessano altre categorie o classi sociali.

Allora il grande disegno da attuare è una vera formazione professionale del lavoratore controllata dai lavoratori stessi e finalizzata ad occupazione stabile perché, tolto dallo stato di bisogno e dalla conseguente continua ricerca del soddisfacimento dei bisogni indispensabili, il lavoratore aumenterà la capacità critica, condurrà la battaglia con i compagni di lavoro e saprà di non essere solo quando definirà scelte. La formazione professionale, quindi, anche come comprensione del proprio stato e dalla propria forza per riuscire finalmente a trasformare il lavoro instabile dell’edile in lavoro stabile e non precario. Conseguenza di ciò è l’industrializzazione edilizia che dovrebbe essere sollecitata attraverso gli interventi della Cassa per il Mezzogiorno con una più oculata scelta degli investimenti.

Ma la nascita di industrie di questo tipo comporta investimenti che si devono necessariamente ammortizzare nel lungo periodo, il che comporta programmazione anche degli interventi di edilizia che “adoperano” i componenti industrializzati.

Per quanto sopra si auspica la nascita di un catalogo di elementi prequalificati a cura dell’Assessorato ai LLPP che imponga, negli appalti pubblici, l’uso di tali elementi.

 

 

 

Fonte: lacnews24.it
Articolo del 28 settembre 2019
La piazza a una vittima di ‘ndrangheta, Reggio omaggia Demetrio Quattrone
di Angela Panzera
Il professionista denunciò l’ingerenza della ‘ndrangheta negli appalti pubblici. Dopo 28 anni ancora nessun colpevole per la sua morte. I figli: «La verità non va in prescrizione, vogliamo sapere perchè l’hanno ammazzato e chi è stato».

(Articolo con VIDEO)

La stele con il suo nome è rivolta verso uno dei palazzi di giustizia più importanti della città, la Corte d’Appello, come se fosse un monito alle Istituzioni. Un monito di richiesta di verità, una richiesta che ancora dopo 28 anni è viva non solo tra i familiari, ma nelle coscienze di tutti i reggini onesti. Oggi, proprio nel 28esimo anniversario dalla morte, il comune di Reggio Calabria ha intitolato il “largo”, presente all’interno di piazza Castello, all’ingegnere ed ispettore del lavoro Demetrio Quattrone, vittima innocente della ‘ndrangheta, ucciso nel 1991 a Villa San Giuseppe, a soli 42 anni. Un delitto sul quale non si è mai fatta luce né un processo.

Nell’agguato, compiuto con chiare modalità mafiose, rimase ucciso anche il medico Nicola Soverino. Professionista integerrimo, impegnato sul fronte della sicurezza dei lavoratori, Quattrone analizzò con lungimiranza e denunciò con coraggio le molteplici storture legate al mondo degli appalti e delle costruzioni nella Reggio degli anni ‘80, sostenendo l’esigenza di un’etica pubblica nella pianificazione territoriale e nell’edilizia residenziale. Oggi la città ha onorato la sua memoria, il suo sacrificio di uomo e di padre, di professionista al servizio della sua terra.

I figli: «Cerchiamo ancora verità e giustizia»

Durante la cerimonia di intitolazione è stata la figlia Rosa a prendere la parola e a ricordare la figura del padre. «Mio padre la sera del 28 settembre del 1991 non fu la sola vittima, venne ucciso insieme a lui – ha dichiarato alla nostra testata – perché ritenuto un possibile testimone, il dottore Nicola Soverino, che era un suo amico e quel giorno guidava la macchina. Per noi, parlo anche a nome dei miei fratelli Antonino e Maria Giovanna, è una giornata importante e ringraziamo l’amministrazione comunale per il pensiero che hanno avuto e per la scelta della piazza, di fronte il Tribunale, vicino alle targhe di altre vittime innocenti della ‘ndrangheta. Su questi drammatici episodi occorre avere ricordo perchè negli anni spesso abbiamo perso la memoria e quando riaccadono – ha concluso – sembra sempre la prima volta. Noi siamo orgogliosi di lui, siamo orgogliosi della sua integrità, ma ancora attendiamo di sapere chi è stato ad ucciderlo».

Commosso anche il ricordo del figlio Antonino il quale ha proprio rimarcato quest’ultimo aspetto. «La verità non si prescrive – ha dichiarato – noi cercheremo sempre di sapere che cosa ha portato a quel gesto, cosa ha portato a interrompere la vita di due giovani. Queste vite sono state strappate per delle ragioni che, a distanza di 28 anni – ha concluso – ancora non sappiamo».

 

 

 

Leggere anche:

 

lastampa.it
Articolo del 20 marzo 2021
“Nostro padre ucciso dalla ‘ndrangheta, dopo 30 anni cerchiamo verità e giustizia”
di Filippo Femia
Domani si celebra la Giornata delle vittime della mafia: il caso dell’ispettore Quattrone, freddato a Reggio Calabria.

 

 

 

 

 

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