29 Marzo 1995 Borgo Montello (LT). Don Cesare Boschin, 81 anni, fu trovato nel suo letto in canonica massacrato di botte, incaprettato, il cerotto sulla bocca. Vittima delle ecomafie.

Foto da comitato-antimafia-lt.org

Don Cesare Boschin (Trebaseleghe, 8 ottobre 1914 – Borgo Montello, 29 marzo 1995) è stato un presbitero italiano misteriosamente assassinato.
Il suo omicidio è tuttora irrisolto. Associazioni locali e movimenti nazionali come Libera ritengono che sia stato ucciso perché si oppose alle infiltrazioni della camorra nel Lazio.
La mattina del 30 marzo 1995 il suo cadavere venne ritrovato incaprettato (con le mani e i piedi legati e una corda intorno al collo) dalla perpetua nella sua camera da letto. Venne rinvenuto con il corpo ricoperto da lividi, la mascella e diverse ossa fratturate, la bocca incerottata. L’autopsia stabilì che la morte per soffocamento provocato dalla dentiera ingoiata dal parroco per via delle percosse. (Wikipedia)

 

 

Fonte:  comitato-antimafia-lt.org
Articolo del Quotidiano La Provincia del 30 Aprile 2009
Omicidio all’ombra dei rifiuti
di Rita Cammarone
La pista della rapina non portò a nulla. Un altro delitto sottoposto all’attenzione dell’Antimafia.
Don Cesare Boschin pestato a morte. Un avvertimento alla gente del posto?

Don Cesare era sul letto, con un cerotto che gli chiudeva la bocca, la faccia e il corpo pieno di lividi, la tonaca indossata, legato mani e piedi con una corda che gli passava anche attorno al collo. Ecco la tragica fine di un prete, parroco di un borgo, avamposto di grandi interessi come la discarica di
Montello.
Era la mattina del 30 marzo 1995 quando la macabra scena apparve sotto gli occhi della perpetua. Gli inquirenti stabilirono che il decesso fu provocato da una cruente aggressione avvenuta all’interno del suo appartamento (l’autopsia stabilì che il parroco rimase soffocato da una protesi dentaria staccasi per via delle percosse). Ma chi lo ridusse in quello stato? E perché?

Gli interrogativi non furono mai sciolti. O meglio, la risposta restò soltanto nel limbo dei sospetti che alla fine finirono per gettare ombre sull’onorabilità della vittima. L’omicidio di don Cesare Boschin, da decenni parroco di Borgo Montello, fu bollato dalla cronaca come un delitto maturato negli ambienti gay e a scopo di rapina.  In pratica qualche giovane malfattore, in cerca di soldi, sarebbe stato ricevuto – la sera del 29 marzo – da don Cesare con l’illusione di un incontro proibito. Poi qualcosa sarebbe andato storto, dunque le botte, la morte per soffocamento della dentiera e la messa in scena dell’incaprettamento. Mentre i soldi, presumibile movente dei balordi, rimasero al loro posto: 800mila lire nella  tasca di don Cesare e cinque milioni in un cassetto della canonica. Sparirono invece due agende nelle quali il vecchio parroco annotava ogni dettaglio della sua vita e quella che scorreva nel borgo, tutt’altro che tranquilla.
E l’incaprettamento, possibile firma della malavita organizzata, finì per essere considerato un mero depistaggio. Ma solo agli occhi degli inquirenti. Perché al borgo, in pochi credettero a questa versione. Chi era don Cesare? Originario di Trebaseleghe (Padova), era arrivato a Borgo Montello negli anni Cinquanta. Un uomo puntiglioso e testardo e certamente non era uno che si faceva dire da altri quello che avrebbe o non avrebbe dovuto fare. Così i messaggi diretti o indiretti che di tanto in tanto riceveva, soprattutto negli ultimi cinque anni della sua lunga vita, non lo intimorivano affatto. Anzi, un bel giorno, prese il telefono e, attraverso uno dei suoi canali privilegiati, contattò chi di dovere. Forse l’inizio della sua disgrazia. A Borgo Montello soltanto da poco tempo si è tornati a parlare di don Cesare, mentre negli anni successivi alla tragedia il caso era diventato un tabù.
Non per don Cesare, ma per il messaggio celato con la sua uccisione.  Qualcuno, almeno più di una persona, quell’avvertimento deve averlo percepito in tutta la sua drammaticità. Tanto che in men che non si dica ciò che si stava organizzando al borgo, ovvero la battaglia per la legalità della discarica, fu subito sciolto come neve al sole. Via le carte del comitato, via anche il comitato medesimo. Mai più infilare le mani nei rifiuti, nei rifiuti che sporcano il territorio e che arricchiscono le tasche dei potenti.
Ma perché, cosa era successo? Era successo che nottetempo camion provenienti dalle concerie di Vicenza e Arezzo scaricavano rifiuti speciali, il cui «smaltimento» nella discarica di Borgo Montello sarebbe stato garantito ad un prezzo molto concorrenziale per via delle omesse procedure di legge. Don Cesare sapeva. Don Cesare sapeva, perché parlava con i suoi parrocchiani e «registrava » le confidenze di tutti, soprattutto di quelle madri preoccupate dei figli che dopo un paio di notti sui tir tornavano a casa con un mucchio di soldi.
Voci, testimonianze, conferme. Mai smentite. Il bubbone scoppiò a seguito di una denuncia sporta da un ragazzo che, per vendicare il suo licenziamento, raccontò di certi fusti sospetti interrati nei pressi della discarica. Raccontò di operazioni di carotaggio prima, e di maxi sepolture dopo. Forse fu lui a parlare per primo di un intero rimorchio con tanto di carico sotterrato nella zona S-zero. Forse, perché nel frattempo il comitato civico, con al fianco il parroco, riuscì a convincere l’amministrazione comunale di Latina ad intervenire. Il sindaco Ajmone Finestra incaricò l’Enea per le ricerche. L’esito, con tanto di rilevi positivi sulla concentrazione di metalli, scomparve misteriosamente.
In un successivo studio la parte riguardante i rilievi fu omessa. Sulla questione neanche la Digos riuscì a cavare un buco dal ragno: dopo la testimonianza del ragazzo licenziato, gli agenti della Questura indagarono sul caso. Soltanto che nel frattempo eseguire scavi era diventato impossibile per via della successiva stratificazione dei rifiuti, ma una bolla di trasporto rintracciata dagli investigatori segnava un percorso tutt’altro che trascurabile nella redditizia filiera dei rifiuti radioattivi: Livorno, Latina, Caserta. Mentre le cronache dell’epoca parlavano della nave dei veleni. Siamo ad inizio anni ’90. E’ in questo contesto che va letto il messaggio dell’uccisione di Cesare Boschin? Dire alla gente del posto di tacere per non fare la stessa fine del vecchio parroco?

 

 

 

Fonte  comitato-antimafia-lt.org
Articolo dell’Unità del 23 Agosto 2009
Don Cesare Boschin che aspetta ancora di avere giustizia
Il parroco di Borgo Montello (Lt) fu trovato incaprettato in canonica. Aveva raccontato di uno strano giro di rifiuti Don Ciotti chiede oggi di riaprire l’inchiesta sulla sua morte

Il problema è che don Cesare sapeva tutto. Arrivato a Borgo Montello, frazione di Latina, negli anni cinquanta dal Veneto, era un prete di quelli che scambiano la strada per la chiesa e nella strada trovano le omelie più giuste per la domenica. Per questo, perché glielo diceva la strada, don Cesare Boschin pochi giorni prima del 30 marzo 1995 era andato a trovare  il capitano dei carabinieri. E avevano parlato a lungo delle cose strane che stavano accadendo intorno e accanto alla discarica: carichi notturni, via vai di camion, cattivi odori. Troppo tardi. O troppo presto. Perché la mattina del 30 marzo 1995 don Cesare, 81 anni, fu trovato nel suo letto in canonica massacrato di botte, incaprettato, il cerotto sulla bocca. Un assassinio di violenza inaudita liquidato lì per lì come una rapina di balordi, forse polacchi. Poi soffiò la calunnia, «una vendetta maturata in ambienti gay»: fa così la mafia quando vuol confondere le idee e depistare. Di quella storia, infatti, per anni non si è saputo più nulla a parte qualche temerario locale come Elvio Di Cesare, presidente dell’associazione Caponnetto-Lazio, che ha continuato a cercare e scavare. Oggi la morte di don Cesare Boschin diventa un capitolo della complessa vicenda delle infiltrazioni di mafia nel sud del Lazio. DonCiotti e Libera chiedono la riapertura dell’inchiesta collegandola «a una vendetta da parte delle ecomafie». Scrivono i pm della Dda di Roma Diana DeMartino e Francesco Curcio, titolari delle inchieste Damasco 1 e 2 che hanno portato in carcere mezza amministrazione comunale di Fondi con l’accusa di essere collusa con gli interessi delle ‘ndrine calabresi e dei clan di camorra attivi nell’Agro Pontino: «Nella stragrande maggioranza dei casi si è proceduto da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo distretto (Latina ndr.) rubricando la massa dei fatti oggetto di indagine – in realtà di stampo mafioso – in fatti di criminalità comune».
Quattordici anni dopo il dossier di don Cesare torna nell’agenda della cronaca. L’associazione «Articolo 21» – ospite della giornata della legalità organizzata ieri dal Pd nella piazza di Fondi, comune infiltrato che il governo non vuole sciogliere – ha ricordato come già nel 1996 Carmine Schiavone, cassiere dei cartelli casalesi, avesse spiegato gli interessi dei clan di camorra e delle ‘ndrine calabresi sul basso Lazio, droga, rifiuti, appalti, la politica. Schiavone raccontò la spartizione degli affari città per città. AFondi c’erano i Tripodo, delle nota famiglia di ‘ndrangheta: «Si occupavano di  stupefacenti, noi gli davamo dai 15 ai 30 kg al mese di cocaina». I fratelli Tripodo sono i protagonisti delle inchieste Damasco e la chiave per capire la capacità di infiltrazione della mafia nel territorio dell’Agro Pontino. E si torna a don Cesare, alle ecomafie e al movente del suo assassinio. Don Cesare sapeva che in quei mesi del ’95 nella discarica di Borgo Montello arrivavano di notte camion carichi di fusti di rifiuti. Glielo dicevano le persone che incontrava per strada. Glielo dicevano le mamme i cui figli guadagnavano «500mila lire a viaggio». Da dove? Allora navigavano lungo le coste italiane navi zeppe di rifiuti tossici. Non le voleva nessuno, per un po’ furono ormeggiate a Livorno. Solo anni dopo furono trovate bolle che testimoniavano che quei camion si muovevano lungo la tratta Livorno-Borgo Montello-Caserta. Solo oggi la Regione Lazio ha dato ordine di verificare cosa c’è sotto «S-zero», la parte dismessa della discarica di Borgo Montello. L’Arpa ha sentenziato in questi giorni: ci sono fusti tossici, a centinaia. Quelli di cui parlava don Cesare  con il capitano dei carabinieri pochi giorni prima di morire.

 

 

Don Ciotti a Borgo Montello per commemorare don Cesare Boschin vittima della camorra
Borgo Montello (LT) don Ciotti, il prete antimafia per ricordare il sacrificio di don Cesare Boschin ucciso dalla camorra nel 1995. A 15 anni da questo omicidio fino ad oggi senza colpevoli si è arrivati vicino alla verità

 

 

 

Articolo del 18 marzo 2012 da  pontiniaecologia.blogspot.it
Omicidio di don Cesare Boschin: riaprire le indagini
(oggi sui quotidiani locali  virtualnewspaper.it)
Qualcosa torna a muoversi attorno all’omicidio di don Cesare Boschin, un mistero lungo 17 anni.

A una settimana di distanza dall’ennesima interrogazione parlamentare con cui è stato chiesto di far luce sul delitto, arrivano le prime conferme alle indiscrezioni su nuove indagini relative all’uccisione del parroco, ai presunti affari loschi avvenuti negli anni novanta all’ombra della discarica di Montello e all’ipotesi che la morte del parroco non sia stato il risultato di una rapina degenerata, ma un messaggio chiaro inviato dalla malavita ai borghigiani: «Se parlate farete la stessa fine». Negli ultimi mesi infatti, a Borgo Montello, si sono presentati investigatori di Latina e Roma, che hanno bussato alle porte di diversi borghigiani, chiedendo informazioni sulla vicenda.
Degli agenti di polizia giudiziaria, qualificatisi come poliziotti del capoluogo pontino, hanno fatto domande in giro relativamente alla discarica, a quel che avveniva nel borgo una ventina d’anni fa e sul delitto del sacerdote. Altri investigatori, di Roma, sostenendo di essere stati inviati dall’Antimafia, hanno fatto domande analoghe. Dopo che sono stati finanziati gli scavi nella discarica, per accertare se realmente a Montello sono stati interrati fusti tossici, come rivelato dal pentito Carmine Schiavone, potrebbe così arrivare la verita anche sul delitto.
Don Cesare Boschin, alle nove del mattino del 30 marzo 1995, fu trovato privo di vita dalla perpetua Franca Rosati, recatasi come di consueto nella canonica. La porta della camera del sacerdote 81enne, da 45 anni alla guida della parrocchia S. Annunziata di Borgo Montello, era socchiusa. L’anziano parroco era sul letto, con mani legate e bocca chiusa da un nastro adesivo, il corpo coperto di lividi, privo di vita. Venne accertato che all’81enne gli aggressori avevano fatto ingoiare la dentiera ed era morto per soffocamento. La stanza era in disordine e gli inquirenti pensarono subito a una rapina degenerata, indagando inizialmente su alcuni tossicodipendenti. Nella stanza era stata però lasciata una preziosa croce d’oro e il portafogli di don Cesare, contenente 700mila lire, oltre a una busta con sette milioni di lire. A sparire erano state invece due agende su cui il sacerdote annotava tutto. Una strana rapina. Gli investigatori, dopo aver battuto anche la pista omosex, si convinsero però che l’assassino fosse un polacco, che lavorava nel borgo in nero come muratore, e che in concomitanza con il delitto sarebbe tornato nell’Est. Un caso irrisolto, che ora grazie soprattutto alle denunce di «Libera» torna a occupare gli investigatori.
Clemente Pistilli www.dimmidipiu.it

 

 

 

[Settimanale Tgr Lazio] I misteri di Borgo Montello e la morte di Don Cesare Boschin
La storia dei fusti tossici che – secondo il pentito di camorra Carmine Schiavone – sarebbero stati sepolti nella discarica; la morte di Don Cesare Boschin, trovato incaprettato in parrocchia; le inchieste giudiziarie e le paure, di ieri e di oggi. I misteri di Borgo Montello, frazione agricola di Latina, nel servizio di Alfredo Di Giovampaolo, trasmesso dal “Settimanale” del Tgr Lazio il 17 marzo 2012. Riprese e montaggio Danilo Paniccia

 

 

 

 

DON CIOTTI: “RIAPRIRE IL CASO DI DON BOSCHIN”
TREBASELEGHE – Un sacerdote padovano denuncia traffici illeciti di rifiuti tossici nel suo paese e viene assassinato dalla camorra. E’ ancora senza un colpevole l’omicidio di don Cesare Boschin, avvenuto nel 1995. I suoi parenti e concittadini di Trebaseleghe chiedono la riapertura delle indagini. A sostenerli è arrivato in paese don Luigi Ciotti di Libera. – Intervistati: Don LUIGI CIOTTI (Fondatore “Libera”), LORENZO ZANON (Sindaco di Trebaseleghe (PD)), LUCIANO BOSCHIN (Nipote di don Cesare)

 

 

 

 

Quello strano delitto di don Cesare
di Felice Cipriani
Editore: Ego 2016

Un parroco di campagna che si batte per la tutela dell’ambiente in un borgo di Latina che ospita una grande discarica viene trovato ucciso incaprettato. Un delitto di camorra o altre piste da seguire? Dal 1995 è un cold case.

 

Leggere anche:
ecomuseoagropontino.org
Articolo del 14 novembre 2020
Conversazioni con il Dott. Cipriani, l’autore de “Lo strano delitto di don Cesare”

 

 

 

 

 

Don Cesare Boschin (2019)

patrizia santangeli – Pubblicato il 10 mar 2019
Il video fa parte del progetto Monte Inferno di Patrizia Santangeli
www.patriziasantangeli.it/monteinferno

 

 

 

Fonte:  fanpage.it
Articolo del 17 aprile 2019
Chi ha ucciso don Cesare Boschin, il prete incaprettato e soffocato con la dentiera?
di Mirko Bellis
Chi ha ucciso don Cesare Boschin? Sono passati 24 anni da quella tragica notte, ma la morte del parroco di Borgo Montello rimane ancora senza colpevoli. Don Cesare si batteva contro i traffici di rifiuti tossici smaltiti illegalmente dalla camorra nel suo territorio. Tuttavia, questa pista non è mai stata seguita fino in fondo dagli inquirenti. “E’ stato ucciso con il metodo mafioso – ha affermato a Fanpage.it  Isabella Formica, la nipote del sacerdote – . Ci furono perfino le “stese” di camorra per intimidire chi era della zona. E oggi lì si muore ancora di tumori e malattie”.

“Mio zio è stato assassinato secondo le modalità della camorra. Lo hanno trovato nel suo letto, privo di vita. Il corpo martoriato dalle botte. Le ossa frantumate. Incaprettato come un animale destinato al macello. La bocca sigillata con nastro adesivo come a sottolineare il fatto che avesse parlato troppo”. Soffocato dalla sua protesi dentale, ritrovata in gola. A parlare è Isabella Formica, la nipote di don Cesare Boschin, il sacerdote ucciso la notte tra il 29 e il 30 marzo 1995 a Borgo Montello, frazione alle porte di Latina. Un omicidio ancora senza colpevoli, in cui si intrecciano gli interessi dei clan camorristici di Casal di Principe, che proprio in quella zona dell’Agro pontino hanno sversato per anni rifiuti pericolosi. “Mio zio dalla sua camera della canonica – racconta Isabella Formica a Fanpage.it – poteva vedere gli andirivieni notturni dei camion da e per la discarica dei veleni”.

Don Cesare Boschin nasce nel 1914 a Trebaseleghe, in provincia di Padova. Arriva a Borgo Montello negli anni ’50 e – come ricorda la nipote – “si sente un po’ in famiglia”. L’Agro pontino, infatti, è abitato da tanti operai veneti chiamati a bonificare i territori paludosi del Basso Lazio. “I fedeli lo amavano – sottolinea Formica – riponevano una grande fiducia in lui. Aveva aiutato un po’ tutti a trovare un lavoro”.

La tranquillità di quelle terre agricole, tuttavia, non è destinata a durare a lungo. Dal 1971, a Borgo Montello esiste una discarica di rifiuti che con gli anni crescerà sempre di più. E presto diventa l’obiettivo degli appetiti criminali della camorra. Come ha raccontato Carmine Schiavone, l’ex cassiere del clan dei casalesi diventato poi collaboratore di giustizia, già dagli anni ’80 l’organizzazione si interessa a Borgo Montello, Formia e gli altri paesi della provincia di Latina. I clan acquistano masserie e terreni dove iniziano a sversare rifiuti pericolosi di ogni tipo. Una “Terra dei fuochi” a poco più di 60 chilometri da Roma. “Un business più redditizio della droga – ha precisato Schiavone – possibile solo grazie agli intrecci tra politica e malavita”.

Gli abitanti di Borgo Montello, però, cominciano a lamentarsi degli odori nauseabondi che provengono dalla discarica. Sono allarmati anche dagli strani movimenti di camion che arrivano di notte in paese. Decidono quindi di formare un comitato che si ritrova proprio nella parrocchia Santissima Annunziata di don Cesare. Il sacerdote partecipa di rado alle riunioni. E’ anziano e un cancro ai polmoni lo costringe a passare gran parte del suo tempo in camera. Sebbene malato, non rinuncia a stare dalla parte dei suoi parrocchiani perché, dice, “i rifiuti inquinano non solo la terra ma le coscienze”.

Don Boschin inizia ad annotare sulle sue agende il via via sospetto di tutti quei camion. A guidare i mezzi sono spesso i ragazzi del posto che, in cambio di lauti compensi, non hanno scrupoli a sversare rifiuti tossici per conto dei camorristi. Il parroco, che quei giovani li conosce ad uno ad uno, si rende conto delle infiltrazioni mafiose a Borgo Montello e decide di informare un potente politico della Democrazia cristiana a Roma su quanto sta accadendo. Ma allo stesso tempo ha paura. “La sera in cui venne assassinato – continua Formica – aveva ricevuto la visita di don Mariano, il parroco che era stato mandato a sostituirlo. Al momento dei saluti, lo zio lo aveva pregato di tenergli compagnia, di non lasciarlo solo perché aveva paura di morire”.

Verso le 9 del mattino del 30 marzo 1995, il corpo senza vita di don Cesare Boschin viene ritrovato da Franca Rosato, la perpetua che come ogni giorno è andata ad accudirlo. Davanti agli occhi della povera donna si presenta una scena orribile: il sacerdote di 81 anni è sdraiato sul suo letto, ha mani, piedi e collo legati. Un omicidio in stile mafioso. Il corpo è ricoperto di lividi. La mascella fratturata. Le percosse subite gli hanno fatto ingoiare la dentiera. “Morte per soffocamento” stabilirà l’autopsia.

“Chi lo ha ucciso ha voluto inscenare un furto mettendo a soqquadro i cassetti della sua stanza”, precisa Formica. Nella prima fase delle indagini, infatti, i carabinieri di Latina seguono esclusivamente la pista della rapina finita male, opera di qualche balordo. Vengono ascoltati alcuni tossicodipendenti e altri soggetti conosciuti per reati minori, ma senza che emerga alcun indiziato. C’è un punto che fa riflettere: il denaro di don Cesare non è stato sottratto. Al polso, inoltre, ha ancora l’orologio. A mancare, invece, sono le agendine nelle quali il parroco annota tutto, compresi gli strani traffici di camion che avvengono di notte a Borgo Montello.

Nessuno degli inquirenti mette in relazione l’omicidio del sacerdote con la discarica. Eppure, qualche elemento ci sarebbe, visto che proprio a ridosso del centro di smaltimento rifiuti vive Michele Coppola, di Casal di Principe, all’epoca già noto alla polizia per detenzione di armi da fuoco e per i suoi legami con i vertici del clan. Anche il successivo arresto di Coppola – avvenuto il 5 dicembre 1995 nell’ambito dell’inchiesta “Spartacus” – non spinge gli investigatori ad approfondire un eventuale coinvolgimento della camorra nella morte di don Cesare.

Il 2 maggio 1996 vengono iscritti nel registro degli indagati un sacerdote colombiano e un cittadino polacco senza fissa dimora, che il giorno del delitto aveva lasciato precipitosamente Borgo Montello. Il procedimento a loro carico, comunque, si conclude il 2 novembre 1999 con l’archiviazione. E sull’omicidio di don Cesare cala il silenzio. “Ha aiutato molta gente ma è stato dimenticato in fretta – si lamenta Formica – in pochi si sono fatti avanti per denunciare i traffici illeciti di rifiuti, credo per paura di finire come lui”. “Nei giorni seguenti al suo omicidio – prosegue la nipote del prete assassinato – ci sono state delle sparatorie a Borgo Montello. Colpi esplosi verso le abitazioni, suppongo per intimorire chi potesse aver visto o sentito qualcosa”. Le chiameremmo stese di camorra, oggi. “Oggi quel comitato contro l’inquinamento di quella zona è solo un vago ricordo – ha detto Claudio Gatto, un amico di don Cesare – la sua uccisione è stata determinante per la cessazione di tutte le attività delle persone che ne facevano parte”.

Don Luigi Ciotti, il fondatore dell’associazione Libera, ritiene che i mandanti e i responsabili diretti dell’uccisione dell’anziano parroco “siano da cercare negli ambienti della criminalità organizzata e dell’ecomafia”. E nel 2009, durante un convegno in cui è presente anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, chiede la riapertura dell’inchiesta. “Chi sa deve parlare, perché a don Cesare, come alle altre vittime della criminalità organizzata, dobbiamo verità e giustizia”, tuona il presbitero e attivista contro le mafie. “Don Ciotti è stato uno dei pochi a farsi carico del caso di mio zio – afferma Formica – purtroppo anche quella volta le indagini sono state chiuse senza arrivare a scoprire nulla”.

Nel 2016, Stefano Maccioni, l’avvocato della famiglia Boschin, fa riaprire il caso. Nuovi elementi come le tracce sul nastro adesivo usato dal killer, le macchie di sangue su un asciugamano e il momento del decesso (che andrebbe spostato indietro di alcune ore), inducono la procura di Latina ad accogliere l’istanza del legale, assistito da un pool di specialisti. “Nel 2001, con un’ordinanza del tribunale di Latina, sono stati distrutti i reperti dell’omicidio”, dichiara l’avvocato Maccioni a Fanpage.it. “Abbiamo due impronte però non ci sono più i reperti per cui non è stato possibile realizzare l’esame del Dna”. E il caso della morte dell’anziano parroco viene di nuovo chiuso.

A nutrire dubbi sulle indagini della morte di don Cesare, infine, è la commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali. Nella relazione del dicembre 2017, inoltre, si legge che “le indicazioni, anche se parziali, fornite da alcuni testimoni su una eventuale pista investigativa riconducibile ai traffici illeciti di rifiuti non venne seguita fino in fondo”.

Chi ha ucciso don Cesare Boschin è ancora senza volto. Una cosa è certa: il parroco veneto è diventato un simbolo della difesa dell’ambiente contro la criminalità. A Borgo Montello, una piazza-giardino e l’oratorio portano il suo nome. Ma è con il suo coraggio che don Cesare ha lasciato il segno: nel piccolo centro laziale è sorto il presidio Sud Pontino di Libera, intitolato alla sua memoria. Un modo per continuare la sua battaglia contro gli interessi criminali dei clan camorristici. “Al di là della morte orribile di mio zio – conclude Formica – rimane il fatto che gli abitanti di Borgo Montello continuano a vivere accanto a rifiuti tossici. Tutte le famiglie hanno avuto chi la madre, chi il figlio o un parente ammalati e morti di cancro. E continuano a morire perché i rifiuti sono ancora là sotto”.

 

 

 

Fonte:  roma.repubblica.it
Articolo del 1 aprile 2020
Latina, dopo 25 anni nessun colpevole per l’omicidio di don Cesare
di Clemente Pistilli
Don Boschin venne assassinato nella canonica, nella notte tra il 29 e il 30 marzo 1995. Picchiato, incaprettato, con la bocca sigillata da nastro adesivo. Dalla vendetta per la sua battaglia contro una discarica dei veleni alla rapina finita male, il mistero di chi l’ha ucciso resta tale. La Procura archivia

A distanza di oltre 25 anni dalla morte di don Cesare Boschin l’omicidio del parroco di Borgo Montello, in provincia di Latina, sembra destinato a restare un giallo. Un delitto liquidato in fretta come opera di qualche balordo, di tossicodipendenti o sbandati che avevano tentato una rapina finita male, è poi pian piano stato inquadrato come possibile avvertimento per la battaglia che l’anziano sacerdote e un gruppo di parrocchiani stavano portando avanti contro la vicina discarica, la più grande del Lazio dopo Malagrotta, dove sarebbero stati anche interrati dalla camorra i fusti tossici delle cosiddette navi dei veleni.

Il sostituto procuratore della Repubblica di Latina, Simona Gentile, ha però deciso di archiviare la nuova inchiesta aperta sull’omicidio, non avendo trovato alcun elemento utile a far luce sull’accaduto, l’Antimafia a quanto pare non ha mai ritenuto opportuno aprire un proprio fascicolo e i familiari della vittima, essendo stati distrutti i reperti che potevano portare a compiere delle comparazioni del Dna, hanno deciso di non opporsi all’archiviazione. Caso chiuso. Con misteri destinati a restare tali.

Don Cesare Boschin venne assassinato nella canonica, nella notte tra il 29 e il 30 marzo 1995. Picchiato, incaprettato, con la bocca sigillata da nastro adesivo, la mascella fratturata e la dentiera in gola che lo ha soffocato. Lo troverà in quello stato al mattino dopo, disteso sul letto, la perpetua Franca Rosato. I carabinieri iniziarono a indagare concentrandosi su spacciatori e piccoli malviventi della zona. L’ipotesi è appunto quella della rapina finita male. Ma le indagini finirono in un vicolo cieco e già il 21 ottobre 1995, dopo appena sette mesi, l’allora sostituto procuratore Barbara Callari chiese l’archiviazione, disposta dal gip il successivo 22 dicembre.

L’anno successivo, dopo un’informativa dell’Arma dei carabinieri e una della squadra mobile, la Procura chiese e ottenne la riapertura del fascicolo. Il 2 maggio 1996 vennero così indagati un cittadino polacco senza fissa dimora, allontanatosi in fretta da Borgo Montello dopo il delitto, e persino un sacerdote colombiano, considerato legato in passato a traffici di droga. Ipotesi che non troveranno riscontro. Il 2 novembre 1999 il sostituto procuratore Pietro Allotta chiese quindi nuovamente di archiviare l’inchiesta, una richiesta accolta dal gip nel 2001. Un fascicolo investigativo sottilissimo destinato a prendere polvere nell’archivio dell’ufficio giudiziario, riesumato di tanto in tanto soltanto per rispondere a qualche interrogazione parlamentare. Nessuna traccia di ipotesi che mettessero in collegamento l’uccisione del sacerdote di Trebaseleghe, in provincia di Padova, 81 anni e da 45 parroco di Sant’Annunziata, a Borgo Montello, con le battaglie portate avanti sulla discarica. Quel sito aveva cambiato la vita del borgo di campagna. Un affare colossale per pochi e fonte di inquietudine per tutti gli altri. Le voci si rincorrevano. A partire da quelle sull’interramento di fusti tossici. Con indagini che non sono mai approdate a risultati significativi.

Don Cesare ospitava in canonica il comitato cittadino che si batteva contro la discarica e aveva sostenuto più volte che avrebbe chiesto l’intervento di esponenti politici romani con cui era in contatto. Sembra che per queste prese di posizione fosse stato anche minacciato. Ma la prima inchiesta si fermò ai sospetti sulla rapina e venne archiviata. Ipotesi coltivate nonostante nella camera della vittima fossero stati trovati alcuni milioni di lire. Gli assassini non avevano toccato un centesimo. A mancare erano solo le agende su cui il parroco annotava tutto. E nessuna indagine particolare neppure dopo che il pentito Carmine Schiavone, ex cassiere del clan dei casalesi, sostenne che il clan operava anche a Montello dagli anni ’80, che lì aveva acquistato un’azienda agricola affidata a Michele Coppola, poi finito nella maxi inchiesta “Spartacus”, e che era coinvolto nell’interramento dei fusti chimici.

I parrocchiani, passata la paura che li portò anche a sciogliere il comitato, tornarono però a chiedere la verità sul delitto. E nel 2009 don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, sostenendo che mandanti ed esecutori dell’omicidio “siano da cercare negli ambienti della criminalità organizzata e dell’ecomafia”, durante un convegno a cui era presente anche l’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiese la riapertura delle indagini. Un’inchiesta però è stata riaperta soltanto nel 2016 dalla Procura di Latina, su richiesta dei familiari di don Cesare, tramite l’avvocato Stefano Maccioni. I carabinieri sono tornati a compiere accertamenti, hanno ascoltato alcune persone che erano vicine al sacerdote, compiuto delle intercettazioni telefoniche e si è iniziato a parlare anche di accertamenti su alcune somme di denaro. Determinante era considerata l’analisi su alcuni reperti, partendo da quella sulle tracce di sangue su un asciugamano. Ma impossibile. Tutti i reperti sono stati infatti distrutti nel 2001, su ordine del Tribunale. I familiari dell’anziano sacerdote hanno continuato a sperare. “Abbiamo due impronte dattiloscopiche su cui poter indagare”, ha sostenuto l’avvocato Maccioni.

Alla fine però si sono arresi pure loro. “Non abbiamo fatto opposizione alla richiesta di archiviazione. Senza i reperti, inspiegabilmente distrutti, non si può fare niente”, sostiene ora lo stesso legale. Tutto archiviato. Cala di nuovo il silenzio. Senza che neppure sia stato ascoltato il principale collaboratore dell’anziano parroco. Senza che, a quanto risulta, siano stati ascoltati i collaboratori di giustizia che su diverse altre vicende dell’epoca hanno fornito numerose informazioni relative a quanto accadeva in provincia di Latina. Nella scorsa legislatura a raccogliere nuove testimonianze e a confermare inquietanti ipotesi su possibili legami tra l’omicidio e i traffici nella discarica è stata la commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. Sembra non sia bastato a far aprire un’inchiesta all’Antimafia. Nessuna verità sul delitto e nessuna verità su quanto accaduto nella seconda discarica del Lazio.

 

 

 

 

 

 

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