3 dicembre 1980 Roma. Rapito Valerio Ciocchetti, 55 anni, imprenditore industriale del marmo. Il 2 marzo ritrovano il suo corpo in fondo al Tevere.

“Il 3 dicembre del 1980 sono da poco passate le sette di sera e nel mirino della banda finisce Valerio Ciocchetti, cinquantacinque anni, imprenditore e industriale del marmo. Sono andati a prenderlo nel suo ufficio, nello stabilimento in via Grotte di Gregna sulla via Tiburtina, mascherati e armati. L’hanno picchiato e poi rapito davanti a un cliente, Mario Quinti che era lì per trattare l’acquisto di una partita di marmo. La sua è una delle imprese di marmo più antiche della città. Un rapimento che durerà tre mesi: dopo il pagamento del riscatto il suo cadavere viene ritrovato il 2 marzo in fondo al Tevere, a ponte Galeria. Sul caso lavorano i carabinieri e le sezioni omicidi e antisequestri romana, a dirigere le indagini è il magistrato Maria Teresa Cordova.
A gennaio arriva la richiesta del riscatto, tre miliardi di lire. I familiari a febbraio pagano la prima rata, quattrocentocinquanta milioni di lire.
Poi deve essere accaduto qualcosa: l’autopsia stabilisce che è stato ammazzato con un colpo alla fronte di una 7,65. È stato legato con pesanti catene, mani e piedi assicurati a pesanti blocchetti di calcestruzzo, infine è stato buttato nel fiume: la morte risale a un mese prima del ritrovamento.”

 

 

 

Tratto dal libro: I 100 delitti di Roma
di Flaminia Savelli

Compton Editori, 2014

 

Cap. 51. Lallo lo zoppo

Nove delitti, tre i sequestri messi a segno, due finiti con la morte dell’ostaggio, un poliziotto ucciso e due traditori trucidati: questa è “la banda delle belve”. È una carriera criminale di tutto rispetto quella di Laudavino De Sanctis, conosciuto dalla mala romana come “Lallo lo zoppo” cominciata con la fine degli anni Cinquanta, due arresti, due evasioni e una lunghissima scia di sangue.

La rapina
Siamo alla fine degli anni Cinquanta, Roma si lecca ancora le ferite della guerra. I delinquenti più famosi sono soprattutto i “cassettari”, non disprezzati neppure dai loro nemici naturali – poliziotti e carabinieri – perché agiscono con i guanti di velluto, senza violenza. La droga deve ancora arrivare, gli scippi sono quasi inesistenti. De Sanctis comincia con qualche furto e siccome è sveglio passa presto alla “spaccata”, reato da specialisti che rendeva, frequente in un periodo in cui i gioiellieri non avevano ancora blindato le vetrine. Poi le rapine vere e proprie, fatte anche con altri banditi. Cresciuto nella borgata Gordiani, si ammala di tubercolosi alle ossa e in seguito a una ricaduta la gamba destra rimane zoppa: da qui il soprannome.

È il 21 febbraio 1975 e la carriera criminale di De Sanctis è a una svolta: un bandito aspetta al volante di un’auto pronta a ripartire, due entrano con le armi spianate nell’Ufficio postale di piazza dei Caprettari, vicino al senato.

L’agente Giuseppe Marsichella, ventisei anni, tenta di imbracciare il mitra, i banditi lo uccidono. Il bottino: quattrocentomila lire. qualche giorno dopo, si toglie la vita la fidanzata del poliziotto: Sono di Barletta, dovevano sposarsi proprio quel mese ma il 10 marzo per la disperazione la ragazza si butta dal quarto piano. Pochi giorni dopo l’assalto alla Posta viene poi trovato morto un diciottenne, Claudio Tigani: è lui che ha rubato l’auto usata nella rapina e da lui la polizia arriva al De Sanctis e a due suoi presunti complici: i francesi Albert Bergamelli e Jacques René Berenguer, i capi della “banda dei marsigliesi” che da mesi impazza per sanguinosi regolamenti di conti. Vengono rintracciati e arrestati, è il primo marzo e tutti e tre sono in carcere con l’accusa di rapina e omicidio. Ma questo è solo l’inizio. A novembre Lallo lo zoppo riesce a scappare dal carcere.

La prima vittima
Pure dal carcere il bandito continua a tessere la sua tela di rapporti e non smette mai di comunicare con i marsigliesi. Evaso latitante continua a compiere rapine e furti fino a quando viene ripreso. Il tribunale lo condanna all’ergastolo per la rapina a piazza dei Caprettari ma riesce a scappare ancora: si cala con un lenzuolo e scavalca le mura vaticane. Un agente spara e lo colpisce a una spalla ma dopo un mese ecco che è di nuovo sulla pizza e questa volta per un rapimento. Ha però bisogno di complici, è il 15 luglio del 1980 e nel mirino della banda finisce Antonella Montefoschi, figlia di un ricco commerciante di carni.

La ragazza di ventidue anni è in macchina sotto casa con il suo fidanzato, Massimo Venturini, ventotto anni, quando un gruppo di uomini si avvicina. In due trascinano fuori dall’auto il giovane che viene massacrato di botte. Gli altri si occupano della ragazza che però si ribella tanto che parte un colpo. Intanto il fidanzato si è ripreso e comincia a urlare: il colpo sfuma, la ragazza viene portata d’urgenza al San Camillo, è in condizioni disperate. Dopo tre giorni di agonia muore.

Ma Laudavino ha ormai ai suoi ordini una vera e propria banda, una fetta della nuova Anonima sequestri romana: ci sono i francesi superstiti della banda dei marsigliesi e poi alcuni elementi confluiti da altre bande. Ci sono pure alcuni calabresi, reduci da quella gang che aveva organizzato uno dei primi e più clamorosi sequestri, quello di Paul Getty. Infine, ci sono malviventi romani, esperti e introdotti nel riciclaggio del denaro dei riscatti. Insieme studiano un nuovo modus operandi per i rapimenti: vendono l’ostaggio a una banda associata di calabresi. Il riscatto è diviso a rate, uno per i rapitori, l’altra ai banditi a cui viene affidato. esattamente come è stato fatto per il rapimento del rampollo inglese.

Esattamente come faranno per i successivi sequestri.

I rapimenti
Il 3 dicembre del 1980 sono da poco passate le sette di sera e nel mirino della banda finisce Valerio Ciocchetti, cinquantacinque anni, imprenditore e industriale del marmo. Sono andati a prenderlo nel suo ufficio, nello stabilimento in via Grotte di Gregna sulla via Tiburtina, mascherati e armati. L’hanno picchiato e poi rapito davanti a un cliente, Mario Quinti che era lì per trattare l’acquisto di una partita di marmo. La sua è una delle imprese di marmo più antiche della città. Un rapimento che durerà tre mesi: dopo il pagamento del riscatto il suo cadavere viene ritrovato il 2 marzo in fondo al Tevere, a ponte Galeria. Sul caso lavorano i carabinieri e le sezioni omicidi e antisequestri romana, a dirigere le indagini è il magistrato Maria Teresa Cordova.

A gennaio arriva la richiesta del riscatto, tre miliardi di lire. I familiari a febbraio pagano la prima rata, quattrocentocinquanta milioni di lire.

Poi deve essere accaduto qualcosa: l’autopsia stabilisce che è stato ammazzato con un colpo alla fronte di una 7,65. È stato legato con pesanti catene, mani e piedi assicurati a pesanti blocchetti di calcestruzzo, infine è stato buttato nel fiume: la morte risale a un mese prima del ritrovamento.

L’anonima sequestri romana non si ferma, adesso tocca a “re del caffè”, Giovanni Palombini: è il terzo rapimento, la quarta vittima della banda di Lallo lo zoppo. […]

 

Pisa, 8 marzo 1988

Arrestato e processato, Laudavino, il capo dei testaccini, figlio della gang dei marsigliesi viene condannato in maniera definitiva undici volte dal 1964, per omicidio, rapina e sequestro di persona. Sulla sua testa pesa la pena di cinque ergastoli.

 

 

 

Fonte: ricerca.repubblica.it
Articolo del 10 luglio 1985
CARCERE A VITA PER ‘LALLO LO ZOPPO’
di Roberta Visco

ROMA – Sette ergastoli e altre condanne per quasi tre secoli di carcere: con queste richiesta si è chiusa ieri a Roma la requisitoria del pubblico ministero Maria Cordova al processo in Corte d’assise contro Laudavino De Sanctis e la sua banda. Sono tutti accusati di avere sequestrato e ucciso il “re del caffè” Giovanni Palombini e l’industriale Valerio Ciocchetti e di avere colpito a morte la giovane Antonella Montefoschi nel tentativo di rapirla. Tra i capi d’ imputazione contro l’organizzazione figurano, inoltre, il sequestro della tredicenne Mirta Corsetti, figlia del proprietario di una nota catena di ristoranti, e l’eliminazione di due esponenti della banda, che avevano “tradito” Laudavino. Per quest’ultimo (soprannominato “Lallo lo zoppo”, da quando durante un’evasione dal carcere di Regina Coeli, si era fratturato una gamba) il pubblico ministero ha chiesto l’ergastolo. La stessa pena Maria Cordova vorrebbe anche per il fratello, Damaso De Sanctis, per Stefano Tummolo Altomare, per Ampelio Pompili, per Ennio Proietti, per Marcello De Folchi e per Gianfranco Cottarelli. Trent’anni sono stati chiesti invece per un fratello di Laudavino, Pietro De Sanctis. Pesanti condanne vuole il Pm anche per Giuseppino Panepuccia, Giuseppina Asuelli, Virgilio Cottarelli, Rocco Romano, Domenico Scarano, Giuseppe Giannetto, Salvatore Signore, Giuseppina Blasi, Paola Pompili e Maria Cristina e Loretta Lippi. Pene minori, tra i tre e i quattro anni, sono state poi sollecitate per un gruppo di imputati minori. La banda De Sanctis è stata una delle più sanguinarie della malavita romana, specializzata in sequestri che si concludevano con l’uccisione dell’ostaggio. Nel giugno ’80 i malviventi spararono ad Antonella Montefoschi, di 22 anni, figlia di un commerciante di carni. La giovane aveva tentato di opporsi al rapimento: morì in ospedale dopo tre giorni di agonia. Nel dicembre dello stesso anno sequestrarono l’industriale Valerio Ciocchetti: il cadavere venne ritrovato nel Tevere, con dei pesi legati alle caviglie. Giovanni Palombini fu invece rapito nell’ aprile dell’81 e assassinato nel giugno dello stesso anno. Il suo corpo venne però congelato: ogni tanto i banditi lo tiravano fuori dal freezer e lo fotografavano con un quotidiano tra le mani. Volevano così farlo apparire ancora vivo ai parenti e ottenere altri soldi per il riscatto. Le cose andarono fortunatamente meglio a Mirta Corsetti. La ragazzina, rapita nel luglio ’81, fu liberata dopo tre mesi dagli agenti della mobile, che, in quella occasione, riuscirono anche ad arrestare “Lallo lo zoppo” e molti dei suoi complici.

 

 

 

I sequestri dei marsigliesi sono raccontati anche nel Libro:


L’Italia segreta dei sequestri
di Ferdinando Imposimato
Newton Compton Editori, 2013

La storia d’Italia è stata spesso funestata dalla piaga dei rapimenti – da quelli estorsivi a quelli dell’Anonima Sequestri sarda, da quelli di stampo mafioso a quelli politici, fino a quelli simulati a scopo di ricatto -, talvolta conclusi anche dalla morte della vittima, dopo mesi o anni di prigionia. Molti sono i casi rimasti impressi nella memoria collettiva per l’importanza dei soggetti implicati: da Paul Getty III (nipote dell’omonimo petroliere americano) al noto gioielliere Gianni Bulgari, dal duca Massimiliano Grazioli al finto sequestro di Michele Sindona. Altri, invece, hanno tenuto col fiato sospeso l’intera nazione, che seguiva passo dopo passo il destino delle vittime: dalla giovane Emanuela Orlandi (scomparsa nel 1983 e mai più ritrovata) al piccolo Farouk Kassam (sequestrato a sette anni e mutilato parzialmente dell’orecchio), fino a Giuseppe Soffiantini (anche a lui venne recisa la cartilagine di entrambe le orecchie, una delle quali fu recapitata al giornalista Enrico Mentana). Il giudice Ferdinando Imposimato che si è occupato in prima persona delle indagini su numerosi casi di sequestro di persona (tra cui Moro, Sindona, Orlandi) – ci offre una mappatura del fenomeno dei rapimenti: un crimine che, sebbene non sia soltanto un’anomalia italiana, ha trovato nel nostro Paese un terreno particolarmente fertile nella mafia e nel terrorismo.