3 Novembre 1947 San Giuseppe Jato. Uccisione di Calogero Caiola, un testimone del processo sulla Strage di Portella della Ginestra.

Ucciso a San Giuseppe Jato il 3 novembre 1947, Calogero Caiola era un piccolo proprietario terriero della zona e il giorno della Strage di Portella della Ginestra del 1 maggio, aveva probabilmente riconosciuto dei suoi compaesani che tornavano verso casa armati di lupara e mitragliatrice. Avrebbe dovuto testimoniare al processo come testimone oculare, ma fu ucciso sei mesi dopo.

Fonte:  vivi.libera.it

 

Fonte:  siciliastoriaemito.altervista.org

Tratto da:

IL RAPPORTO
QUESTURA DI PALERMO
div. gab. n. 35538-2^
Palermo, 8 maggio 1947
Oggetto: Gravi delitti commessi a Piana degli Albanesi in occasione della festa del lavoro, il 1 maggio 1947.
Al Sign. Procuratore della Repubblica Palermo […]

E’ stato accertato che, alla festa, si eran pure recati un gruppo di cinque giovanotti che si erano fatti accompagnare da una donna di facili costumi. Essi sono: Bellucci o Bellocci Ugo di Ignoti, di anni 33, da San Giuseppe Jato; Caiola Calogero di Salvatore e fu Anna Di Martino, di anni 29, da San Giuseppe Jato; Randazzo Angelo di Benedetto e di Martorana Maria, di anni 26, da San Giuseppe Jato; Rumore Angelo fu Antonino e di Bono Provvidenza, di anni 25, da San Giuseppe Jato; Baio Antonino non meglio indicato. La donna è stata identificata per Roccia Maria fu Francesco e fu Parrinello Francesca, di anni 29, da Favignana, domiciliata a Trapani, prostituta. Costoro, quasi concordemente, hanno dichiarato (veggansi allegati nn.3-4-5-6-7) che invece di recarsi col grosso della folla, si avviarono verso una località recondita, ad oltre un chilometro dal pianoro della Ginestra, denominata Caramoli. Sul posto c’erano altri due compagni di Piana degli Albanesi, non bene indicati, i quali, però, si trattennero poco con i cinque e con la donna. Il gruppo si era da poco messo a mangiare quando sentì le sparatorie a brevi intervalli l’una dall’altra. Dopo vide la gente fuggire. Allora, impressionati, si guardarono attorno e notarono che, a mezza costa della montagna Pizzuta, scendevano due individui armati; poi, ad una certa distanza, un gruppo di tre armati, poi un altro gruppo di tre e, in ultimo, pure a distanza, un altro gruppo di quattro persone divise in due. Essi, asserirono di non avere riconosciuto alcuno, ma che una delle ultime persone portava un impermeabile chiaro. Questa, camminando, pronunziò la seguente frase: “Disgraziati, chi facistivu?”.
Uno dei cinque giovani che stavano con la donna, e precisamente Caiola Calogero corse a cavallo del suo mulo a Portella della Ginestra, per chiamare la forza pubblica. Di fatti, tornò col maresciallo e un carabiniere, i quali, visto che i malfattori si erano allontanati, se ne tornarono a Portella. Oltre tale dichiarazione assunta a verbale, il Caiola, al vicequestore, nel confermare quanto aveva dichiarato, soggiunse di essersi accorto che sulla montagna, in alto, c’erano pure due pastori che pascolavano pecore e c’erano anche tre individui come se stessero di vedetta.

[…]

 

 

 

 

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