30 Aprile 1982 Palermo. Uccisi in un agguato Pio La Torre, dirigente nazionale e deputato del PCI, impegnato nella lotta alla mafia, e Rosario Di Salvo, suo collaboratore.

Foto da: Centro Studi Pio La Torrre Onlus

Il 30 Aprile 1982 a Palermo furono uccisi in un agguato Pio La Torre, deputato del PCI, e Rosario Di Salvo, suo collaboratore.
“Alle 9,20, con una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del partito. Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo, che guidava, ad uno stop, immediatamente seguito da raffiche di proiettili. Da un’auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all’istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.
Poco dopo l’omicidio fu rivendicato dai Gruppi proletari organizzati. Il delitto venne però indicato dai pentiti Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo e Pino Marchese come delitto di mafia: La Torre venne ucciso perché aveva proposto il disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di “associazione mafiosa” e la confisca dei patrimoni mafiosi. Dopo nove anni di indagini, nel 1995 vennero condannati all’ergastolo i mandanti dell’omicidio La Torre: i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci” (Wikipedia)

 

 

 

Biografia da Pio La Torre Centro di Studi e di iniziative culturali Onlus  Biografia di Pio La Torre – di Davide Mancuso

Pio La Torre nasce ad Altarello di Baida, una borgata di Palermo, la vigilia di Natale del 1927. Cresciuto insieme a cinque fratelli in una famiglia di poveri contadini, senza acqua e luce elettrica in casa, La Torre matura il suo interesse per la giustizia sociale e si impegna a combattere per i diritti dei più deboli e bisognosi contro lo sfruttamento dei ricchissimi proprietari terrieri. Il suo impegno politico comincia con l’iscrizione al Partito Comunista nell’autunno del 1945 e la costituzione di una sezione del partito nella sua borgata, la prima delle tante che contribuisce ad aprire anche nelle borgate vicine.

“La terra a tutti”
Il periodo tra il 1945 e il 1950 è caratterizzato dalla lotta per l’effettiva applicazione dei decreti Gullo, provvedimenti legislativi emanati dall’allora ministro dell’agricoltura del governo Badoglio che garantivano ai contadini maggiori diritti e più terre da coltivare. Lo svuotamento delle norme da parte del successore al ministero, il democristiano Antonio Segni, e l’atteggiamento dei proprietari terrieri che non riconoscevano la legittimità delle norme, scatenò, soprattutto nel Meridione, la richiesta di una effettiva riforma agraria e un’ondata di proteste popolari che ebbero la loro concretizzazione nelle occupazioni delle terre incolte da parte dei braccianti agricoli esasperati.

Pio La Torre, divenuto nel 1947 funzionario della Federterra e successivamente responsabile giovanile della Cgil e quindi responsabile della commissione giovanile del PCI, partecipò attivamente a queste proteste.

Nel luglio del 1949 è membro del Consiglio Federale del PCI che dà l’inizio ufficiale all’occupazione delle terre, lanciando lo slogan: “la terra a tutti”. La protesta prevedeva il censimento delle terre giudicate incolte o mal coltivate e l’assegnazione in parti uguali a tutti i braccianti che ne avessero bisogno. Parallelamente partì anche la campagna per la raccolta del grano, che sarebbe servito per seminare le terre occupate. Il 23 ottobre 1949 fu organizzato il I Festival provinciale dell’Unità a Palermo, al Giardino inglese, per sensibilizzare l’opinione pubblica alla protesta.

Il clima di festa fu però presto interrotto dalle notizie che giunsero pochi giorni dopo, il 29 ottobre, dalla Calabria, da Melissa per la precisione, dove le proteste dei contadini erano sfociate in tragedia con l’uccisione da parte delle forze dell’ordine di tre persone, tra cui un bambino e una donna e il ferimento di altri quindici, oltre a numerosi arresti. Quella strage convinse i dirigenti del PCI palermitano ad anticipare la data dell’occupazione delle terre fissandola al 13 novembre successivo.

Proprio il giorno della strage di Melissa, Pio La Torre celebrava con rito civile al municipio di Palermo il suo matrimonio con Giuseppina Zacco, figlia di un medico palermitano. Informato dal segretario della federazione di Palermo, Pancrazio De Pasquale, interrompe il suo piccolo viaggio di nozze e rientra in città per preparare l’imminente lotta per le terre.

L’occupazione delle terre
Il progetto prevedeva che i contadini di dodici paesi (Corleone, Campofiorito, Contessa Entellina, Valledolmo, Castellana Sicula, Polizzi, alcune borgate di Petralia Soprana e di Petralia Sottana, Alia, S. Giuseppe Iato, S. Cipirello, Piana degli Albanesi) confluissero a Corleone da dove, la mattina di domenica 13 novembre 1949, sarebbero partiti una serie di cortei che avrebbero occupato e preso possesso di tutte le terre censite come incolte e mal coltivate. Partecipano quasi seimila persone che all’alba della domenica partono da Corleone e si dirigono verso i feudi da occupare, tra questi anche quello in cui Luciano Liggio era gabellotto, il feudo Strasatto. Dopo la strage di Melissa la polizia aveva qualche remora ad intervenire duramente, così l’occupazione continuò per molti giorni, sviluppandosi anche nei comuni fuori Palermo.

Il governo, viste le dimensioni che la rivolta aveva assunto, decise allora di tentare la via della repressione arrestando alcuni dirigenti sindacali e braccianti agricoli e scatenando scontri, il più grave dei quali, a S. Cipirello, portò in carcere diciotto persone. L’occupazione comunque ebbe successo e quasi tremila ettari di terreno vennero coltivati a grano.

La “pausa invernale” dovuta all’attesa dei frutti della semina servì a La Torre e al partito per organizzare le lotte primaverili, quando si sarebbe dovuto lottare per conservare il diritto di raccolta sugli ettari seminati in autunno e rivendicati dai proprietari agrari.

La data fissata per la ripresa della lotta è il 6 marzo 1950.
L’obiettivo era quello di far ottenere alle cooperative dei contadini l’assegnazione dei tremila ettari occupati e non come aveva proposto l’allora prefetto di Palermo, Angelo Vicari, di affidare ai contadini altri tremila ettari di terreno, scelti dai proprietari, mentre quelli occupati, compresi il loro raccolto, sarebbero stati restituiti ai proprietari terrieri.

L’arresto a Bisacquino
Il 10 marzo 1950 il movimento dei contadini è a Bisacquino dove si prevedeva di occupare i quasi duemila ettari di terreno del feudo Santa Maria del Bosco. Pio La Torre è alla testa del corteo, lungo quasi cinque chilometri e formato da circa seimila persone. Arrivati sul feudo si procedette all’assegnazione di un ettaro di terreno a testa fissando i limiti di divisione. Sul calar della sera, quando i contadini stanno percorrendo la strada che li riporterà alle loro case, vengono circondati dalle forze di polizie inviate dal prefetto Vicari.

La Torre cerca di convincere il commissario Panico, a capo degli agenti di desistere dalla repressione, ma questi ordina di strappare ogni bandiera e vessillo dalle mani dei contadini, ne nasce una sassaiola e a quel punto il commissario Panico ordina di sparare: molti braccianti sono colpiti. La Torre, che in un primo momento era rimasto tra i poliziotti, si sposta in mezzo ai contadini cercando di dissuaderli dal reagire con lanci di sassi agli spari dei poliziotti.

La battaglia continua fino a sera quando, insieme ad altre centinaia di contadini, anche La Torre viene arrestato. È Accusato, ingiustamente, dal tenente Caserta di averlo colpito con un bastone. La Torre viene ammanettato e condotto al carcere dell’Ucciardone di Palermo dove, all’alba dell’11 marzo, viene incarcerato.

La detenzione
Pio La Torre rimane in carcere per circa un anno e mezzo: dall’11 marzo 1950 al 23 agosto 1951. Fu un periodo molto duro, al normale disagio di una persona incarcerata e consapevole della propria innocenza, si aggiungevano le difficili condizioni di detenzione, in cella d’isolamento per alcune settimane in attesa dell’interrogatorio. Il primo colloquio con la moglie, in attesa del primo figlio della coppia, Filippo, che sarebbe nato il 9 novembre, fu concesso dopo qualche mese e solo grazie alle pressioni della famiglia Zacco sul sostituto procuratore generale Pietro Scaglione.

Non che le condizioni nelle quali si svolgevano i colloqui fossero migliori della detenzione, i parenti e i detenuti sporgevano la testa da una porta di ferro con dei buchi, l’una di fronte all’altra e divise da un corridoio nel quale sostava un agente di custodia. La possibilità di un contatto fisico era dunque negata a causa del “carattere politico” del reato per cui La Torre era imprigionato. Durante la detenzione lesse le opere di Gramsci, alcuni scritti di Lenin e Labriola.

Era comunque molto difficile riuscire a procurarsi questi libri, fondamentale fu dunque l’aiuto di alcune guardie carcerarie. Il processo, che si svolse nel vecchio salone del tribunale di Piazza Marina a Palazzo Steri, si protrasse per dieci udienze, mettendo in luce le ingiuste accuse formulate dal tenente Caserta contro La Torre che fu così, il 23 agosto 1951 scarcerato.

Gli affetti familiari
Durante la detenzione gli giunse la notizia della morte della madre, colpita da un tumore all’utero. Da tempo, dal 1948, aveva ormai lasciato la famiglia, da quando il padre, preoccupato dalle minacce dei mafiosi, arrivati a minacciarlo bruciando le porte della stalla, aveva invitato Pio La Torre a scegliere tra il proseguire la sua battaglia lasciando Altarello o il restare con la famiglia. Erano passati pochi giorni da quando, tra il marzo e l’aprile del 1948, alla vigilia delle elezioni politiche, erano stati uccisi vari segretari di Camere del Lavoro, Placido Rizzotto a Corleone, Calogero Cangelosi a Camporeale, Epifanio Leonardo Li Puma a Petralia.

La Torre sceglie la via dell’impegno politico e si trasferisce a Palermo, ospitato dal segretario della federazione comunista di Palermo Pancrazio De Pasquale che insieme al segretario della Fgci, Emilio Arata, aveva un piccolo appartamento nei pressi della stazione.

Anche la nascita del primo figlio fu vissuta dal carcere, e il primo contatto con il primogenito fu nel cortile dell’Ucciardone, dove una guardia carceraria portò il bambino, di pochi giorni, avvolto in un sacchetto, mentre la moglie Giuseppina, era rimasta ad aspettare negli uffici del carcere. Dalla coppia sarebbe nato nel giugno del 1956 un altro figlio, Franco.

Il ritorno all’azione
Uscito dal carcere trova un Movimento che era riuscito ad ottenere una legge di riforma agraria con la legge Sila a maggio e la legge regionale siciliana del dicembre del 1950, ma che complessivamente sentiva di aver fallito la propria missione, con solo pochi contadini che erano riusciti a raccogliere il grano seminato. La dura repressione aveva messo a dura prova tanto loro quanto il partito.

Nel 1952 assume la carica di dirigente alla Camera confederale del lavoro e fu organizzatore di una massiccia raccolta di firme per la campagna universale a favore dell’appello di Stoccolma, lanciato dal movimento internazionale per la pace, che chiedeva la messa al bando delle armi atomiche.

Nello stesso anno fu eletto per la prima volta al Consiglio comunale di Palermo dove resterà fino al 1966. In questo periodo diventa segretario regionale della Cgil, nel 1959 e del PCI siciliano (1962-1967). Viene eletto nel 1963 per la prima delle due legislature in cui resterà in carica, all’Assemblea regionale siciliana. Nel 1969 viene chiamato a Roma dal partito alla Direzione centrale del PCI dove ricopre l’incarico di vice responsabile della Sezione agraria e della Sezione Meridionale.

Nel 1972 viene eletto al Parlamento dove resterà per tre legislature, facendo parte delle Commissioni Bilancio e programmazione Agricoltura e Foreste, della commissione parlamentare per l’esercizio dei poteri di controllo sulla programmazione e sull’attuazione degli interventi ordinari e straordinari nel Mezzogiorno ma soprattutto della commissione Antimafia.


La lotta alla mafia
Appena eletto in parlamento, nel maggio del 1972, entra a far parte della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. La commissione era stata istituita nel 1962, durante la prima guerra di mafia e pubblicò il suo rapporto finale nel 1976. La Torre, insieme al giudice Cesare Terranova, redasse, e sottoscrisse come primo firmatario, la relazione di minoranza che metteva in luce i legami tra la mafia e importanti uomini politici, in particolare della Democrazia Cristiana. Alla relazione aggiunge la proposta di legge “Disposizioni contro la mafia” tesa a integrare la legge 575/1965 e a introdurre un nuovo articolo nel codice penale: il 416 bis.

Una proposta che segna una svolta radicale nella lotta contro la criminalità mafiosa. Fino ad allora infatti il fenomeno mafioso non era riconosciuto come passibile di condanna penale. La proposta di legge La Torre prevedeva l’introduzione nel diritto penale di un nuovo articolo, il 416 bis, che introduce il reato di associazione mafiosa punibile con una pena da tre a sei anni per i membri, pena che saliva da quattro a dieci nel caso di gruppo armato. Stabiliva la decadenza per gli arrestati della possibilità di ricoprire incarichi civili e soprattutto l’obbligatoria confisca dei beni direttamente riconducibili alle attività criminali perpetrate dagli arrestati.

Pio La Torre ha una grande conoscenza del fenomeno mafioso e del suo sistema di potere. È conscio delle sue trasformazioni, dalla mafia agricola e del latifondo, combattuta negli anni dell’adolescenza, alla mafia urbana e dell’edilizia che, grazie ad appalti pilotati, perpetrò, grazie alle connivenze con le dirigenze politiche locali, il cosiddetto “Sacco di Palermo”, fino alla mafia imprenditrice dedita al traffico internazionale di droga con agganci nell’alta finanza.

Non ha paura di fare chiaramente i nomi e i cognomi dei conniventi politici, famosi i suoi giudizi su Vito Ciancimino, assessore ai lavori pubblici del comune di Palermo dal 1959 al 1964 e poi sindaco del capoluogo siciliano fino al 1975. Dalla sua analisi del rapporto tra il sistema di potere mafioso e pezzi dello Stato emerge la sua convinzione che “[la] compenetrazione è avvenuta storicamente come risultato di un incontro che è stato ricercato e voluto da tutte e due le parti (mafia e potere politico)…La mafia è quindi un fenomeno di classi dirigenti”.

Nel 1981 Pio La Torre decide di tornare in Sicilia, in un momento storico in cui la strategia mafiosa di intimidazione dei rappresentanti più impegnati nell’azione di contrasto da parte dello Stato contro la mafia, era al massimo fulgore. Negli anni precedenti erano stati uccisi illustri rappresentanti dello stato come il giudice Cesare Terranova (il 25 settembre 1979), il procuratore della repubblica Gaetano Costa (6 agosto 1980) e il presidente della regione Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980). Proprio lui decide di assumere l’incarico di segretario regionale del PCI, carica che assume nell’autunno del 1981 sostituendo Gianni Parisi.

Immediatamente, al ritorno in Sicilia, intraprende la sua ultima battaglia, quella contro l’istallazione dei missili nato nella base militare di Comiso.

L’ultima battaglia
Il governo italiano aveva annunciato il 7 agosto del 1981 l’accordo con la Nato per l’installazione degli euromissili nucleari Cruise nella base militare di Comiso in provincia di Ragusa. Siamo in piena guerra fredda. La Torre da forza e organizzazione ad un movimento crescente di protesta contro l’istallazione vista come minaccia alla sicurezza, non solo siciliana, e non come possibile fonte di ritorno economico. Il clima di tensione tra gli Stati Uniti e la Russia comportava l’adozione di un atteggiamento prudente e di trattativa che, non per questo, rendeva meno convinte le richieste da parte dei protestanti.

La Torre lanciò dal Circolo della Stampa di Palermo una petizione nell’ambito di un convegno a cui parteciparono esponenti di ogni orientamento politico, culturale e religioso. L’obiettivo era raccogliere un milione di firme. La prima grande manifestazione fu fissata per l’11 ottobre 1981, a Comiso, con un gran numero di partecipanti provenienti, in marcia, da Palermo.

Il successo della protesta fu enorme e la raccolta di firme straordinaria. Lo stesso La Torre spiegò in un articolo postumo pubblicato su “Rinascita” del 14 maggio 1982 che le ragioni della contrarietà ai missili era basata sulla assoluta contrarietà alla “trasformazione della Sicilia in un avamposto di guerra in un mare Mediterraneo già profondamente segnato da pericolose tensioni e conflitti. Noi dobbiamo rifiutare questo destino e contrapporvi l’obiettivo di fare del Mediterraneo un mare di pace”.

I suoi propositi furono bruscamente interrotti una mattina di aprile del 1982.

L’assassinio
Il 30 aprile del 1982, alle nove del mattino Pio La Torre, insieme a Rosario Di Salvo, sta raggiungendo in auto, una Fiat 132, la sede del partito. In via Turba, di fronte la caserma Sole, si affiancano alla macchina due moto di grossa cilindrata: alcuni uomini mascherati con il casco e armati di pistole e mitragliette sparano decine di colpi contro i due. La Torre muore all’istante mentre Di Salvo ha il tempo di estrarre la pistola e sparare alcuni colpi in un estremo tentativo di difesa.

Il 12 gennaio 2007 la Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha emesso l’ultima di una serie di sentenze che ha portato a individuare in Giuseppe Lucchese, Nino Madonna, Salvatore Cucuzza, e Pino Greco, gli autori materiali dell’omicidio. Dalle rivelazioni di Cucuzza, diventato collaboratore di giustizia, è stato possibile ricostruire il quadro dei mandanti dell’eccidio, identificati nei boss Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.

Il quadro delle sentenze ha permesso di individuare nell’impegno antimafia di Pio La Torre la causa determinante della condanna a morte inflitta dalla mafia del politico siciliano.

Nasce il Centro di studi ed iniziative culturali “Pio La Torre”
Quattro anni dopo la sua uccisione, nel maggio del 1986, nasce, ad Alcamo, su iniziativa di Ino Vizzini, deputato regionale, il Centro di studi ed iniziative culturali “Pio La Torre”. Missione del centro è quella di valorizzare il patrimonio ideale e politico segnato dalla vita e dall’opera di Pio La Torre realizzando e promuovendo studi, iniziative e ricerche originali riguardanti aspetti e problemi della Sicilia contemporanea. Perché, come ha sottolineato il primo Presidente del Centro, l’ing. Francesco Artale, nel suo discorso d’inaugurazione del Centro: “il patrimonio lasciato da Pio La Torre […] appartiene a tutti i lavoratori, alla gente onesta, a tutti quelli che lottano e operano contro la mafia e contro lo sfruttamento, a tutti quelli che lavorano per una Sicilia libera e produttiva e per un mondo senza missili e senza guerre”.

Sono stati presidenti del Centro, l’ing. Francesco Artale dal 1986 al 1994, l’avv. Saverio Lo Monaco dal 1994 al 1996, l’on. Gianni Parisi dal 1996 al 2001, l’on. Nino Mannino dal 2001 al 2004.

Dal 2004 il Presidente è Vito Lo Monaco.

 

 

 

Biografia da: Centro Studi Pio La Torrre Onlus
Biografia di Rosario Di Salvo – di Davide Mancuso

Rosario Di Salvo nasce a Bari il 16 agosto del 1946, trasferitosi a Palermo sposa nel 1970 Rosa Casanova. Subito dopo le nozze emigra con la moglie in Germania, ma le difficoltà costringono i due a tornare in Sicilia dopo neppure un anno. Al rientro Rosario, insieme a Rosa, si iscrive al Partito Comunista, nella sezione Noce di Palermo, dopo un lento processo di maturazione politica che l’aveva portato a vivere pienamente la lunga stagione delle battaglie politiche e sindacali.

Entra a far parte dell’apparato tecnico del partito. Viaggia moltissimo, si sottopone a un ritmo di vita molto faticoso, vive lunghe giornate con impegno e passione al fianco dei leader del partito. Con Achille Occhetto in particolare, divenuto segretario regionale, sviluppa un legame molto solido, costruito nei numerosi viaggi per partecipare ai dibattiti che si svolgevano in molte città della Sicilia. Alterna il lavoro per il partito con l’occupazione come contabile in una cooperativa di agrumi. Ma il lavoro d’ufficio non fa per lui. Così lascia la cooperativa e si impegna a tempo pieno nei frequenti viaggi con i compagni del Comitato regionale.

Contemporaneamente Pio La Torre, lascia la segreteria nazionale del partito e torna in prima fila alla guida delle lotte nella sua Sicilia. Basta il primo viaggio insieme per stabilire tra Pio e Rosario un’intesa molto forte e coinvolgente. Questo dirigente che viene dalla gavetta così schietto e sincero, entusiasma Rosario che non perde occasione per additarlo ad esempio.

Con Pio La Torre, la lotta alla mafia, per la pace, per una Sicilia produttiva, vivono una nuova e feconda stagione. Comiso diventa il punto di riferimento di migliaia di pacifisti che non si rassegnano all’istallazione dei missili nucleari americani. Si avvia la raccolta di un milione di firme. Rosario è attento, partecipe, entusiasta. Il quattro aprile del 1982 è nuovamente a Comiso per la sua ultima marcia che vede insieme cattolici e comunisti, socialisti e pacifisti di ogni credo. Cresce un grande movimento ma contemporaneamente aumentano i rischi.

Rosario e Pio ne sono consapevoli. Il 30 aprile 1982 un vero e proprio commando mafioso è in via Turba, un “budello” dove ci si passa appena, vicino la federazione del partito. Rosario è al suo posto come sempre, al fianco di Pio. Tira fuori la sua arma e spara. Per difendere un’ultima volta il suo segretario regionale.

La nota è stata estratta da un testo dell’Associazione per la pace, contro la mafia , per i diritti del cittadino che ogni anno ricorda il sacrificio di Rosario e Pio.

Il Centro di studi ed iniziative culturali “Pio La Torre” nella ricorrenza dell’assassinio organizza eventi per ricordare la lezione politica ed etica di Pio La Torre e Rosario Di Salvo. Al mattino di ogni 30 aprile, i compagni di Pio e Rosario si riuniscono sotto la lapide posta in via Turba luogo dell’assassinio.

 

 

 

La Storia siamo noi

PIO LA TORRE – L’uomo che incastrò la mafia

 

 

 

L`assassinio di Pio La Torre – Raistoria.rai.it
Pio La Torre viene ucciso a colpi di proiettile, insieme a Rosario Di Salvo, nella sua auto. Da deputato del Partito Comunista, La Torre si era battuto per l’approvazione della legge che introduceva il reato di “associazione mafiosa” e per quella sulla confisca dei beni ai mafiosi. Per l’omicidio di Pio La Torre, il 12 gennaio 2007, sono condannati 9 boss mafiosi, tra cui Riina e Provenzano.

 

 

 

 

Pio La Torre
Una Storia Italiana
di Giuseppe Bascietto e Claudio Camarca
Ed. Aliberti – Collana Yahopolis

Nota da:19luglio1992.com
di MIGUEL GOTOR
In La Stampa, 31 luglio 2008

Il ministro della Giustizia Alfano ha annunciato che reintrodurrà il 41 bis per il boss mafioso Nino Madonia. Una buona e attesa notizia che attenua lo sconcerto di quanti avevano dovuto constatare con rammarico come la rinuncia al carcere duro avesse interessato proprio l’assassino di Pio La Torre. Un dirigente politico oggi quasi dimenticato al quale la democrazia repubblicana deve invece moltissimo.

Lo ricorda la recente biografia di due giornalisti, Giuseppe Bascietto e Claudio Camarca, Pio La Torre. Una storia italiana. La vita del politico e dell’uomo che sfidò la mafia (Aliberti, pp. 176, euro 16,50), che ripercorre le tappe fondamentali della sua vita: le origini umili in una famiglia di contadini analfabeti; la scelta dello studio come riscatto sociale; la militanza nel Pci e nel sindacato che lo portarono ad abbandonare la casa del padre, spaventato per il suo impegno contro la mafia in un’età in cui quel nome non si pronunciava neppure; l’occupazione delle terre incolte nel biennio 1949-1950, un’attività pagata con oltre un anno e mezzo di carcere.

Nel 1969 La Torre venne chiamato a Roma e nel 1972 fu eletto per la prima volta deputato. In Parlamento si impegnò nella commissione antimafia e nel 1976 firmò un’importante relazione di minoranza in cui per la prima volta si mettevano in luce i legami tra Cosa nostra e influenti uomini politici locali spesso legati alla Dc, come i cugini Nino e Ignazio Salvo, Salvo Lima, referente della corrente di Giulio Andreotti in Sicilia, Giovanni Gioia, protettore dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. A partire dal 1979 La Torre si dedicò alla definizione di una proposta di legge che stabiliva la confisca dei beni dei mafiosi, il controllo dei loro conti bancari e soprattutto introduceva il reato di associazione mafiosa, fino a quel momento incredibilmente assente dal codice penale italiano.

Nell’estate del 1981 giunse improvvisa la sua decisione di tornare a dirigere il Pci in Sicilia. Era la scelta consapevole di chi voleva combattere in prima linea la mafia in anni in cui la sua offensiva si era fatta particolarmente virulenta. Una sfida ritenuta intollerabile da Cosa Nostra che il 30 aprile 1982 lo uccise a Palermo insieme con il suo collaboratore Rosario Di Salvo. Lo stesso giorno Dalla Chiesa fu nominato prefetto della città e il 3 settembre 1982 anche lui cadde sotto i colpi della mafia. Dieci giorni dopo il progetto di Pio La Torre divenne finalmente legge e consentì nel 1986 di portare alla sbarra la cupola di Cosa Nostra. Anche per questo è utile in questi giorni ricordare Pio La Torre e la sua battaglia: fatta di politica, di buona politica.

 

 

 

Pio La Torre
Bellissimo video realizzato da dei ragazzi di un Liceo.

 

 

 

Fonte: altritalia.altervista.org
Articolo del 26 aprile 2010
Ricordano Pio La Torre
di Giuseppe Tramontana

La mia amica Antonella è una bella tipa. Vive a Francofonte, Siracusa, ed è proprio una bellissima persona. Determinata, testarda, onesta, capace di tenersi dentro incazzature ferree, inossidabili contro qualcuno o qualcosa che le garba. Ma non è scontrosa o burbera. Tutt’altro. Ride e sa ridere, ama la vita, la musica, la poesia, la letteratura. Ed è antimafiosa. Visceralmente antimafiosa. Odia i prepotenti, i parassiti che si ingrassano sulle disgrazie e sulle paure altrui, i violenti che vogliono imporre le loro ragioni sparandole fuori da una semiautomatica. Anche per questo, devo dire il vero, è mia amica.

Poco meno di un mese fa, Antonella mi ha chiamato. Ha ricevuto una bellissima notizia. E’ risultata assegnataria, assieme ad altri ragazzi coraggiosi e tenaci, di alcune terre sequestrate a Cosa Nostra nella Sicilia Orientale, tra le province di Catania e Siracusa. Ora formeranno una bella cooperativa, che si chiamerà come un’altra integerrima combattente, Felicia Bartolotta, la mamma di Peppino Impastato. E inizieranno a produrre olio d’oliva, pasta di grano duro, vino forte e irruente come la passione di questi ragazzi. Con il gusto dolce e corroborante della libertà. Sono fiero di loro. E contento. Ho pensato a come la vita di questi miei coetanei cambierà, a come si sentiranno impegnati, carichi di responsabilità. A tutte le soddisfazioni e le inevitabili delusioni cui andranno incontro. Ché, si sa, non si mangia mai miele senza mosche, come si dice dalle nostre parti.

Ma qui scatta un altro ricordo. Il ricordo dell’uomo che, a costo della vita, ha consentito tutto questo. Che ha reso possibile il dipanarsi della vicenda di Antonella e dei suoi colleghi, così come quella di centinaia di altri giovani meridionali divenuti per la prima volta padroni di se stessi e delle proprie vite, liberi dalle mafie e dal disonore. Quest’uomo che mi piace ricordare si chiamava Pio La Torre e morì ammazzato a Palermo l’ultimo giorno di aprile di ventotto anni fa insieme al suo autista, Rosario Di Salvo.

Ci sono delle foto, delle immagini che fanno ormai parte della memoria collettiva. Una sorta di mondo visivo che accompagna i nostri ricordi e la nostra storia. Così, in questo immenso archivio fotografico, trovano posto le istantanee della storia del Novecento italiano. La donna che mostra il titolo sul Corriere della Serra “E’ nata la Repubblica italiana”, il ragazzo che, nel ’77, punta, a braccia tese, la P38; Zoff che alza la Coppa del Mondo vinta in Spagna nel 1982; Moro nella prigione delle BR davanti alla bandiera con la stella a cinque punte. E ancora, la 112 beige di Dalla Chiesa crivellata di colpi in Via Carini; Falcone e Borsellino che confabulano complici; l’orologio della stazione di Bologna, il vetro frantumato, arrestatosi alle 10,25 del 2 agosto 1980. Infine, un piede. Anzi, una gamba. Una gamba che sbuca dal finestrino di una Fiat 132. Una gamba come quella di una marionetta, a penzoloni da quel finestrino. La gamba destra di Pio La Torre, ucciso in Piazza Generale Torba, alle 9,27 di una mattina irrorata dalla luce e dall’azzurro della primavera palermitana. Muore così, a nemmeno 55 anni, l’uomo che aveva capito come dare scacco a Cosa Nostra.

E’ intelligente Pio. Passionale, intelligente, caparbio, cocciuto, persino petulante. E’ nato in una famiglia poverissima di contadini. Miseria. Miseria nera, è ciò che ricorderà della sua infanzia ad Altarello Baida, frazione di Palermo. Cinque figli ed i genitori dentro una sola stanza, assieme alle bestie, l’orinale sotto il letto, niente acqua in casa, niente elettricità. Nel ’45, finita la guerra, si iscrive al PCI e poi alla CGIL, di cui diviene ben presto segretario regionale. Si sta spalancando la stagione dell’occupazione delle terre e la Sicilia centrale e occidentale era in fermento. Tra il marzo e l’aprile del 1948, alla vigilia delle elezioni politiche, vengono uccisi vari segretari di Camere del Lavoro, Placido Rizzotto a Corleone, Calogero Cangelosi a Camporeale, Epifanio Leonardo Li Puma a Petralia. Ma La Torre non ha paura. Il 6 marzo il PCI decide di votare la mozione che fa scattare l’occupazione delle terre. Il 10 si parte. A Bisacquino, un corteo lungo cinque chilometri con seimila partecipanti muove per prendere possesso delle terre incolte, ma trova sulla strada le forze dell’ordine. Ne nascono disordini, alla fine dei quali Pio è arrestato. Resterà in carcere per un anno e mezzo, fino al 23 agosto 1951. Sempre in isolamento. Non può parlare con nessuno. Solo con la moglie, Giuseppina Zacco, che viene a trovarlo. Per i colloqui Pio non può raggiungere una sala visite, ma deve solo sporgere la testa dallo sportellino ritagliato nella porta della cella. Dirimpetto, un’altra porta con uno sportellino simile: da lì affaccia il capo la moglie. Così si parlano. Loro come tutti gli altri carcerati. In una bolgia di urla, lamenti, stridii, bestemmie, improperi.

Uscito di carcere, riprende la lotta. E studia e lotta. Studiare e lottare: questo è ciò che bisogna fare per liberarsi da servitù secolari e paure ancestrali. Studiare e lottare, ché difendersi bisogna, dice. Nel 1972 viene eletto deputato nelle liste del PCI e va a Roma, entrando a far parte della Commissione Antimafia, presieduta dal democristiano Luigi Carraro, fine giurista padovano, uomo moderato e temperato per natura, lontano mille miglia dalla sanguigna (e sanguinosa) emergenza meridionale. Tanto che, nella relazione di maggioranza, presentata nel 1976 il buon professor Carraro, sfidando ridicolo e senso della realtà, parla di un fenomeno mafioso in via di scomparsa o avviato a trasformarsi “in una comune forma di delinquenza organizzata, non più connotata da requisiti tipici”. E, in tale contesto, appaiono ben fondate le critiche che vengono dai commissari dell’opposizione, di destra (MSI) e sinistra, tra i quali spiccano i nomi di Pio La Torre e del magistrato Cesare Terranova, che presentano una relazione di minoranza frutto di uno scrupoloso lavoro che, accanto alla ricostruzione storica del fenomeno, pone l’accento sull’analisi dei traffici internazionali di droga, sulle ramificazioni orizzontali e verticali, nel Palazzo, di Cosa Nostra, sulla capacità di penetrazione nell’economia e nelle banche. Pio La Torre si dimostra un grande conoscitore del fenomeno mafioso e del suo sistema di potere e accaparramento. E’ conscio delle trasformazioni delle ‘coppole’ in ‘cappeddi’, della mafia rurale in mafia urbana e finanziaria. Fa nomi, in quella relazione. I nomi e i cognomi di quelli che hanno depredato Palermo e la Sicilia. Fa i nomi di Vito Ciancimino, sindaco di Palermo per undici giorni, ma suo padrone per più di due decenni, di Salvo Lima e dell’imprenditore Francesco Vassallo. Nel ricostruire la vicenda che aveva portato all’uccisione del sindaco di Camporeale Pasquale Almerico, reo di essersi opposto alla penetrazione della cosca di Vanni Sacco nel partito, La Torre scrive, senza mezzi termini che, l’allora segretario provinciale della DC, il fanfaniano Giovanni Gioia “non batté ciglio e proseguì imperterrito nell’opera di assorbimento delle cosche mafiose nella DC”. Come sottolinea Umberto Santino, “utilizzando le relazioni presentate alla Commissione dalle federazioni provinciali comuniste, la relazione di minoranza disegna un quadro del potere mafioso negli anni più recenti, da cui emergono chiaramente le interazioni tra gruppi mafiosi, mondo imprenditoriale e politico.” In particolare, La Torre si sofferma sul ruolo dell’imprenditore Cassina, per decenni unico collettore degli appalti pubblici a Palermo e subappaltatore a ditte dichiaratamente mafiose. Amici e sodali di Cassina sono altri inquietanti personaggi, tra i quali Pino Mandalari, gran maestro massone e ‘commercialista di Totò Riina’, oltre che presidente della Ri.Sa. srl, la ditta dello stesso Totò ‘u Curto. In allegato alla relazione, viene presentata una proposta di legge. Una proposta frutto di anni di paziente studio ed acuta osservazione. Una proposta che avrebbe cambiato per sempre il modo di combattere la mafia poiché individua il centro nevralgico da colpire, il cuore pulsante da annientare: il potere economico, i pìcciuli, come dice lui. “Disposizioni contro la mafia”: così si intitolava, semplicemente, quella proposta. E vuole integrare la legge 575/1965, introducendo, tra l’altro, quello che poi diventerà, probabilmente, l’articolo più conosciuto, famigerato persino, del nostro codice penale: l’articolo 416-bis, quello che prevede il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Eppure, quella proposta – depositata in Parlamento il 31 marzo 1980 con il nr. 1581 – dovrà aspettare parecchio tempo prima di diventare legge dello Stato. Con il rischio sempre presente di essere insabbiata, dimenticata, annacquata. E più i tempo passa, più si allunga la lista sanguinosa dei delitti eccellenti, da Mario Francese a Boris Giuliano, dal giudice Terranova al procuratore Costa, al Presidente della Regione Piersanti Mattarella.

Intanto, però, un altro fronte di lotta si apre. Il 7 agosto 1981 il governo italiano, presieduto dal repubblicano Giovanni Spadolini, annuncia l’accordo con la Nato per l’installazione degli euromissili nucleari Cruise nella base militare di Comiso, Ragusa.

La Torre capisce che non si può perdere tempo. Un’altra battaglia richiede la sua presenza. E così chiede a Berlinguer una cosa strabiliante, allora come adesso: tornare in Sicilia. In un paese, l’Italia, in cui tutti correvano e corrono dalla periferia al centro, a Roma, in cerca di poltrone, prebende e onori, La Torre fa una scelta romantica e coraggiosa: ritornare a Palermo per guidare il nascente movimento pacifista e proseguire la lotta antimafia anche su questo fronte. Tornato a casa, diviene Segretario del PCI siciliano nell’autunno del 1981, al posto di Gianni Parisi. E parte la nuova sfida. Comincia a spiegare che, se la base missilistica di Comiso fosse entrata in funzione, sarebbero arrivati almeno 10 mila soldati americani, che avrebbero ridotto la Sicilia in una specie di portaerei, in un porto franco, in cui tutti i traffici illeciti con gli Stati Uniti sarebbero diventati facili e fatali. Inizia a dare forza al movimento antimissili, organizzazione alla protesta. La Sicilia non può diventare un avamposto di guerra, ma un recinto di pace e di confronto tra i popoli, il Mediterraneo un mare di dialogo e collaborazione.

Dal Circolo della Stampa di Palermo lancia una petizione nell’ambito di un convegno al quale aderiscono esponenti di ogni orientamento politico, culturale religioso. L’obiettivo è quello di raccogliere un milione di firme. Viene fissata anche una manifestazione a Comiso per l’11 ottobre 1981, alla quale partecipano un numero enorme di sigle, circoli, club, associazioni, molti partiti e uomini politici siciliani – tra i quali, uno spezzone significativo del PSI, il partito di Lelio Lagorio, Ministro della Difesa – , ma soprattutto un’impressionante fiumana di persone, cittadini, uomini, donne, famiglie intere, con ombrellini, piccoli nei marsupi o in spalla, bandiere colorate di ogni foggia e tipo, nacchere, tamburelli, trombette, fisarmoniche, gioia di vivere e voglia di pace. Un successo enorme, inatteso. Parimenti la raccolta di firme, che spesso si svolge porta a porta, con banchetti anche nelle piazza di frazioni e comuni infinitesimali. Lo stesso La Torre spiega, in un articolo apparso postumo su “Rinascita” del 14 maggio 1982 che i motivi della contrarietà ai missili sono fondati sulla assoluta opposizione a che si trasformi la Sicilia “in un avamposto di guerra in un mare Mediterraneo già profondamente segnato da pericolose tensioni e conflitti. Noi dobbiamo rifiutare questo destino e contrapporvi l’obiettivo di fare del Mediterraneo un mare di pace.”

Dà fastidio, Pio La Torre. Anzi, rompe le scatole. A molti, a troppi. Così qualcuno pensa di porre fine a quell’anomalia. E, da che mondo è mondo, come si estirpano le anomalie, in Sicilia? Ammazzandole. E’ sempre stato così, perché stupirsi in fondo? Pio La Torre cade così. E’ il 30 aprile 1982. Sta raggiungendo la sede del partito a bordo di una Fiat 132 guidata dal compagno di partito Rosario Di Salvo. Chissà di cosa stanno discutendo i due. Progetti, parole di riscossa e di lotta, desideri di rivincita per una terra sfolgorante e martoriata. Chissà, forse parlano semplicemente del tempo, di quel cielo azzurro cobalto, di quella temperatura che invita ad un bagno a Mondello, a Sferracavallo. La macchina viene affiancata da due moto di grossa cilindrata. Sparano con pistole e mitragliatrici. La Torre muore sul colpo. Forse vuole scalciarli in un estremo tentativo di autodifesa. Ma non è così che si fermano le pallottole dei kalashnikov. Resta la macchina crivellata di colpi, il cadavere di Rosario Di Salvo che stringe in pugno la pistola con la quale ha tentato di reagire. E quella gamba fuori dal finestrino, immortalata in una foto che diventa da sola uno dei simboli della barbarie mafiosa. I funerali si svolgono il 2 maggio. Bandiere rosse a Piazza Politeama. Bandiere rosse listate a lutto. Rabbia a serrare le mascelle, occhi lucidi, animi lividi. Ennesimo senso di impotenza, di sconfitta. Parla Enrico Berlinguer: Pio non era un parolaio. Era un uomo d’azione, che faceva davvero quello che aveva in mente. Per questo è stato ucciso. Di Salvo, invece, è morto come un partigiano. In tribuna Spadolini, mezzo governo, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Poi, comincia un’altra storia. Un’altra storia all’italiana. La dinamica dell’omicidio era sembrata chiara: è stata la mafia. Ma qualcuno vuole rimestare nel torbido. Si propongono altre piste. La prima è quella cosiddetta interna. Di che si tratta? Piccolo passo indietro. Quando La Torre era tornato in Sicilia, aveva avuto sentore che qualcuno, dentro il partito, proprio onesto e corretto non era. Era stata aperta un’inchiesta interna. La Commissione disciplinare aveva appurato che di ruberie non ce n’erano state, ma aveva provveduto ugualmente a rimuovere alcuni funzionari. Tutto qui. Sembrava tutto finito. E invece, ad omicidio consumato, qualcuno si ricorda di questa vicenda per avanzare la tesi di una vendetta interna. E all’inizio anche alcuni magistrati ne vengono abbagliati. Una pista improbabile, assurda. Di una sproporzione enorme tra causa ed effetto. Ma tant’è: qualcuno la prende per buona. Ed è tanto più farsesca e improbabile quanto più si pensa che, se le cose fossero andate davvero così, ma il delitto fosse stato comunque attribuito alla mafia, quest’ultima, mai disposta ad accollarsi delitti non suoi, avrebbe provveduto a stanare e punire in tempi rapidissimi i veri assassini. Ma ciò non accade e non può accadere. Una bufala, insomma. Più interessante la seconda pista. Quella dei servizi segreti, con l’annesso forte sospetto di depistaggio. Questo filone si rivela con sorpresa nel momento in cui la Corte d’Assise di Palermo deposita le carte del processo. Si scopre allora che Pio La Torre è stato tenuto sotto osservazione (‘attenzionato’, come si dice in gergo) da parte del SIOS dell’Aeronautica militare dal 1952/53 al 1976 e poi ancora dall’ottobre 1981, in coincidenza con il suo ritorno in Sicilia, al 21 aprile 1982. Cioè fino a nove giorni – nove – prima della morte. Ora, a parte il fatto che Pio La Torre era un deputato della Repubblica italiana e, ciò nonostante, è stato sottoposto al controllo da parte dei servizi che manco un boss della mafia, desta qualche sospetto il fatto che abbiano smesso di seguirlo, controllarlo, osservarlo proprio nove giorni prima della morte. Escludendo una inverosimile coincidenza, non restano che due ipotesi allarmanti: o la mafia ha avuto la possibilità di sapere che non era più sotto osservazione oppure la sospensione del controllo è stata effettuata proprio in vista del delitto, per dare una mano agli assassini. Altra spiegazione non viene in mente.

C’è da dire che la circostanza insospettisce anche Giovanni Falcone. Dopo la sua morte, dalle pagine del diario conservate nel suo computer, ai giorni 18 e 19 dicembre 1990, emerge il suo interesse per l’istanza presentata dalla parte civile, durante il processo per il delitto La Torre, che ha invitato ad indagare sui collegamenti con la vicenda Gladio. Falcone, da quanto emerge dai suoi scritti, avanza la richiesta di incontrare i giudici romani che indagano su questa associazione segreta, ma la richiesta cade nel vuoto: chi di dovere (che Falcone non nomina, ma che tutto lascia supporre sia il Procuratore capo Giammanco) non l’accoglierà mai.

Il 12 gennaio 2007 la Corte d’assise d’Appello di Palermo emette l’ultima di una serie di sentenze che porta ad individuare in Giuseppe Lucchese, Nino Madonia, Salvatore Cucuzza e Pino Greco gli autori materiali del delitto. Dalle rivelazioni di Cucuzza, poi, divenuto collaboratore di giustizia, si è potuto tracciare la mappa dei mandanti: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca, Antonio Nené Geraci. Perché? Per la legge che La Torre volle e che ancora porta il suo nome. Una legge che, tuttavia, non venne approvata nemmeno dopo il suo omicidio. Lo sarà solo dopo la mattanza di Via Carini e la fine di Dalla Chiesa. Probabilmente, se non ci fosse stato questo ennesimo delitto, sarebbe stata insabbiata o accantonata come avevano fatto in tante altre occasioni. Il tempo giocava pro domo mafiosa. Morto il Prefetto, sull’onda dell’emozione collettiva, la legge viene approvata una manciata di giorni appresso, il 13 settembre. E, comunque, solo perché reca la doppia firma, essendo state accorpate la proposta La Torre, dell’opposizione, e quella di Virginio Rognoni, all’epoca Ministro dell’Interno.

La legge introduce il reato di associazione di stampo mafioso. Il banco di prova sarà il maxiprocesso dell’86, ma soprattutto la sentenza della Corte di Cassazione della fine del 1992 che sancirà la consistenza di questo reato e darà ragione alla lettura ed alla ricostruzione che il pool antimafia palermitano aveva fatto della struttura di Cosa Nostra. Nel 1996 l’associazione Libera di don Ciotti raccoglie più di un milione di firme per proporre un progetto di legge popolare finalizzata a ritoccare la legge La Torre. L’obiettivo è usare i beni sequestrati alle mafie per fini sociali. La proposta diviene la legge 109/1996. Un piccolo capolavoro, che qualcuno, oggi, senza ritegno, vorrebbe stravolgere. Magari per fini inconfessabili ammantati da imprescrutabili esigenze di razionalità ed emergenza finanziarie. Ma Pio La Torre vive, oggi più che mai, nella legge da lui voluta. Quella che ha consentito alla mia amica Antonella ed ai suoi compagni di vedersi attribuire i terreni sequestrati a Cosa Nostra. E’ questa, in fondo, la parte più straordinaria che ci resta di lui. E’ questo ricamo ordinato di frasi, articoli e commi che ha incastrato Cosa Nostra. E in ogni riga, in ogni aggettivo, in ogni parola di quelle norme riecheggiano le battaglie, le speranze, le delusioni, le lotte, i desideri, i sogni di un uomo che – così mi piace pensare – ha ancora voglia di dirci, con i versi di una canzone di Rosa Balistreri:
quannu iu moru/ faciti ca nun moru/ diciti a tutti/ chiddu ca vi dissi/ quannu iu moru/ ’un vi sintiti suli/ ca suli nun vi lassu/ mancu ditra lu fossu.

 

 

 

 

Fonte: dallapartedellevittime.blogspot.it
Articolo del 9 giugno 2012

RIAPERTE LE INDAGINI SULL’UCCISIONE DI PIO LA TORRE E ROSARIO DI SALVO

Riaperta l’indagine sull’omicidio di Pio La Torre assassinato il 30 aprile del 1982, a Palermo insieme al suo collaboratore Rosario Di Salvo che guidava l’automobile. Lo ha deciso la procura di Palermo che ha accolto gli appelli lanciati da intellettuali e giuristi sull’ipotesi di possibili mandanti esterni al delitto. I pm, Antonio Ingroia e Ignazio De Francisci, vogliono anche approfondire una circostanza precisa: l’ipotesi che cinque professori universitari avrebbero dovuto studiare le carte che l’ex segretario regionale del Pci aveva detto di volere affidare a loro qualche giorno prima di morire. Ma La Torre non fece in tempo a consegnare i suoi appunti. Documenti che sosteneva il politico avrebbero fatto chiarezza su misteri come quello della strage di Portella della Ginestra e la «rete di rapporti tra mafia e Stato». La circostanza di questo mancato incontro con i professori è stata rilanciata scrivono il Giornale di Sicilia e La Stampa, anche in un libro, «Chi ha ucciso Pio La Torre», curato Paolo Mondani e Armando Sorrentino che fu avvocato di parte civile nel processo per il delitto per conto dell’allora Pds. Nel volume emerge anche la pista internazionale legate alle battaglie di La Torre contro l’installazione dei missili americani nella base di Comiso.

(Fonte: Ansa)

 

 

 

Articolo del 30 Aprile 2015 da palermo.repubblica.it 
La vittoria di Pio La Torre, antimafioso senza distintivo
 di ENRICO BELLAVIA

CONOSCEVA il male dalle origini. Ne intuì il rimedio. Non si limitò a mettere a punto una ricetta, ma elaborò un piano di cura. Nella storia politica di Pio La Torre, dalle lotte contadine al 416 bis, dal sequestro dei beni dei boss al no ai missili a Comiso, c’è l’intero percorso di un’antimafia mai vissuta come un abito  –  tanto settario quanto inconcludente  –  da esibire per scalare posizioni nella nomenclatura di partito come nella società, ma cucito addosso come l’unica ragione dell’essere comunisti. E che prima del piombo dei killer, gli riservò sia la violenza di guerre intestine, dentro e fuori l’apparato, sia l’amarezza della solitudine di un riformismo  –  che nella sua declinazione non era disponibilità al compromesso viziato di intelligenza col nemico  –  ma una rivoluzione costruita nel giorno dopo giorno e impastata di pragmatismo. Nutrita di un ideale, rimasto l’utopia di pochi, di fare della lotta alle cosche una lotta autenticamente collettiva. Una resistenza sulle ceneri della Resistenza. Un movimento di massa da allevare nell’antifascismo del post-ventennio.

La storia recente di un Paese che intravedeva la questione meridionale ma fingeva di ignorare quella mafiosa, era la sua storia. Da Altarello di Baida a Montecitorio aveva conosciuto l’oppressione, pianto i 36 sindacalisti e militanti contadini fatti fuori dal braccio armato degli agrari all’alba della Repubblica, visto lo scempio di Portella della Ginestra, guidato l’occupazione delle terre a Strasatto e Santa Maria del Bosco e patito il carcere della repressione di Scelba al tempo di De Gasperi. In 17 mesi all’Ucciardone aveva incrociato il volto feroce della giustizia.  QUELLO di magistrati asserviti che scagionavano le coppole emandavanodentro i peri incritati, ibraccianti senz’altra speranza di riscatto che un’equa divisione del prodotto.
Le accuse dei giudici che colpivano a senso unico tenendolo in cella, gli avevano risparmiato quella bruciante di frazionismo al culmine del processo interno al Pci che aveva colpito Pancrazio De Pasquale. Antipasto di altre ostilità interne che il futuro gli avrebbe riservato quando senza sconti puntò l’indice anche contro i compagni che avevano spalancato la porta di certe coop agli amici degli amici.

Nella Corleone dei Liggio ma anche e soprattutto di Placido Rizzotto, aveva conosciuto un giovane Carlo Alberto Dalla Chiesa. A Palermo gli era toccato fare i conti con la procura di Pietro Scaglione. In Parlamento si era ritrovato a fianco di Cesare Terranova. Nel 1976 aveva redatto la relazione di minoranza, pietra miliare dell’analisi delle compromissioni del governo politico-mafioso della città e non solo: gli affari, gli appalti, i signori del cemento, i concessionari dei servizi. La mafia dove non la vedi ma la senti. I Lima, i Gioia, i Vassallo, i Ciancimino. Lo sviluppo urbanistico sconclusionato perché funzionale agli interessi della speculazione, la droga e la finanziarizzazione di una mafia non corpo estraneo ma dentro la pancia del Paese. Capace di amministrare il bisogno, governare il consenso, dispensare un welfare parallelo che alimenta la sudditanza.

Nel 1980, aveva messo nero su bianco la proposta di legge che prevedeva la creazione del reato di associazione mafiosa, introduceva il sequestro e la confisca dei beni e nei fatti liquidava come fallimentare l’esperienza della risposta poliziesca a suon di diffide ai poveri cristi. C’era arrivato a quella proposta attraverso un confronto serrato con chi, Rocco Chinnici, nel palazzo del potere giudiziario aveva iniziato a disseppellire fascicoli sepolti, ad aprirne di inediti e a darsi un metodo per colpire al cuore il sistema del compromesso, della collusione, della connivenza. Il pool che non si chiamava ancora pool, come ha ricordato Vincenzo Vasile che lo accompagnò in tribunale rimanendo stupito da quella disponibilità al dialogo in un uomo capace di distinguere tra chi lo aveva spedito alla seconda sezione e chi stava davvero dalla parte del popolo, anche se vestivano la stessa toga.

Pur nel percorso accidentato e pieno di storture che ne è seguito, anche questo è un lascito di La Torre: la rara capacità della politica di dare strumenti legislativi efficaci a chi la mafia la combatte sul terreno. E non si limita a un fiancheggiamento opportunistico della magistratura. Che d’altro canto troppo spesso si lascia sedurre. Una politica non subalterna, che governa, che gioca all’attacco e non di rimessa. La legge, formidabile negli effetti, costituisce l’architrave intorno al quale fu costruito il primo maxiprocesso che decretò la fine del mito dell’impunità di Cosa nostra. Ed è la premessa per la norma sul riuso sociale dei beni, voluta da Libera.

Ma vide la luce sul finire dell’estate di sangue del 1982, a dieci giorni dall’omicidio Dalla Chiesa e a 136 dall’assassinio di Pio La Torre e del compagno che aveva voluto essere la sua ombra, Rosario Di Salvo. Fu approvata sull’onda di quel moto di commozione ciclico che dà l’abbaglio di un’antimafia maggioritaria. Un’illusione destinata a conoscere nuove fiammate, sempre coincidenti con i bagliori del fuoco mafioso, e puntuali nuove mortificazioni negli anni a venire. La mafia lo volle morto, dicono le sentenze. Ma incassò un pessimo dividendo con quel delitto a colpi di mitraglietta, si insistette, di fabbricazione americana a voler sottolineare che c’era qualcosa che non tornava  –  e non torna ancora  –  in quel delitto a meno di un mese dalla marcia contro la militarizzazione nucleare della Sicilia che La Torre aveva promosso. Ponendosi alla testa di un movimento composito, fatto anche di cattolici di base, che impegnava il Pci a una petizione da un milione di firme e nelle ragioni del pacifismo collocava l’anima di un’antimafia popolare. Una mobilitazione pubblica, la marcia dei centomila, come non ne avremmo più viste.

 

 

 

Fonte: palermo.repubblica.it
Articolo del 1 maggio 2016
Nino Mannino: “La morte di Pio La Torre fu un favore ai servizi segreti”
di Enrico Del Mercato
L’ex dirigente del Pci: “Noi comunisti già da tempo giravamo armati. Quel 30 aprile 1982, quando il segretario del partito venne ucciso, giravo nella nostra sede con la pistola in pugno”

Una memoria che è un archivio vivente e che può pescare facilmente nel prima e nel dopo quel 30 aprile 1982, quando il segretario del suo partito, Pio La Torre, venne assassinato dalla mafia. Nino Mannino, 77 anni, comunista del secolo scorso, quando la politica volava su altri cieli, ricorda la rabbia. “Quel giorno avrei voluto fare secchi Lima e Ciancimino, non certo Michelangelo Russo come insinuò qualcuno quando mi vide girare negli uffici con la pistola in pugno. Già allora prese forma una certa antimafia che pensa di avere l’esclusiva del sentimento antimafioso”. Già, la deriva dell’antimafia, dalle battaglie di La Torre fino agli arresti e agli indagati eccellenti di oggi: “Denunciai che Helg aveva affittato un capannone dal capomafia di Carini, ma nessuno volle ascoltare. Il fatto è che noi comunisti la mafia la conoscevamo: gli edili sapevano chi erano i costruttori mafiosi, i contadini sapevano chi erano i campieri. Gli intellettuali non potevano saperlo”

C’È una cosa che sorprende in quelli che hanno fatto politica nel secolo scorso: la memoria. Una macchina perfetta, in grado di fermare per sempre luoghi, persone, fatti.
Nel lunghissimo archivio della sua memoria c’è un posto di riguardo per Pio La Torre, il segretario del Pci ucciso dalla mafia il 30 aprile del 1982. Di La Torre, Nino Mannino fu prima allievo (all’inizio degli anni Sessanta uno era segretario regionale del partito e l’altro militava nella federazione giovanile), poi “oppositore dialettico” (quando, nel 1981, La Torre tornò in Sicilia e riprese la guida del partito, Mannino era tra quelli che propendevano per un’altra soluzione), infine collaboratore fidato (era tra i dirigenti al suo fianco nell’esperienza chiusa dai fucili mitragliatori di Cosa nostra). Così, nella sua gigantesca memoria, il giorno in cui uccisero Pio La Torre è dolorosamente segnato in modo indelebile.

Cominciamo da quel 30 aprile del 1982. Dicono che quando arrivò la notizia dell’assassinio di La Torre la videro correre nella sede del Pci di corso Calatafimi con la pistola in pugno.
“È vero. Andai a prendere la pistola, io giravo armato dal 1974 dall’epoca in cui si sospettava il golpe e noi comunisti ci tenevamo pronti a difenderci. Ma volevo andare a fare secchi Lima e Ciancimino. Non qualche compagno migliorista come Michelangelo Russo, come insinuarono”.

Chi insinuò?
“Alcuni di quelli che già allora giocavano al triste gioco di dimostrare che erano più antimafiosi di altri. Il triste gioco che io chiamo “la mia antimafia ce l’ha più lungo della tua”. Si trattò di un pensiero infame”.

Eppure da lì originò l’ipotesi della “pista interna”, l’idea che l’assassinio di La Torre potesse essere maturato all’interno di certe aree del Pci ritenute colluse.
“Una stupidaggine messa in giro da stupidi. Del resto, nei mesi e negli anni che seguirono al delitto vennero fuori compagni d’arme di Pio che non erano mai stati vicini a lui”.

Qualcosa che non andava in alcune aree del Pci però c’era. Lo stesso La Torre puntò il dito su alcune coop agricole che riteneva colluse con ambienti mafiosi.
“È vero, nelle coop agricole di Villabate qualcosa c’era, nel meccanismo di distruzione degli agrumi in eccesso. I camion entravano e uscivano dal macero sempre pieni e venivano rimborsati attraverso una truffa. La Torre sollevò il tema in un’assemblea pubblica a Bagheria e si impegnò a far sì che i compagni sospettati di connivenza non venissero mantenuti negli organismi del partito. E così fu”.

E allora per capire perché fu ucciso La Torre dove bisogna guardare?
“Io cominciai a capirlo quando a metà degli anni Ottanta, da parlamentare, cominciai a occuparmi di Esteri e Difesa. Poi, qualche anno fa, lessi un libro in cui l’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt raccontava come si arrivò alla decisione di mettere i missili Cruise a Comiso. Quei missili dovevano andare in Germania, a Ramstad. Schmidt pose una condizione: li accettiamo a patto che una parte venga installata in un altro Paese Nato. L’Italia. Nella decisione di La Torre di opporsi all’installazione dei missili a Comiso c’è la chiave del delitto. Pio aveva mobilitato persino la Chiesa: aveva incontrato il cardinale Pappalardo che gli assicurò il suo appoggio”.

Dunque la mafia si occupava di politica estera?
“La mafia fece un favore a qualche servizio segreto e con l’occasione si tolse un sassolino dalla scarpa. I mafiosi, come emerse poi al processo, avevano avuto assicurazioni che la legge ideata da La Torre sulla confisca dei loro patrimoni non sarebbe mai stata applicata. L’interesse principale all’omicidio era un altro. Marino Mannoia ne parlò con un giudice Usa”.

Non c’è il rischio di “assolvere” la mafia?
“Ma no. La mafia aveva buoni motivi per liberarsi di Pio: era uno dei pochi dirigenti comunisti che avevano consapevolezza di cosa fosse la mafia. E questo per il radicamento del Pci. Noi sapevamo cosa era la mafia perché avevamo gli edili che sapevano quali erano le imprese mafiose e i contadini che sapevano chi erano i campieri. Ecco, noi sapevamo queste cose. Parecchi intellettuali no”.

A proposito, oggi finiscono sotto inchiesta simboli dell’antimafia. Si scopre che all’ombra di proclami e marce si consumavano affari. Che ne pensa?
“Oggi si paga il conto di quell’idea secondo cui qualcuno è più antimafioso di altri. Io, per esempio, critico anche l’idea della superiorità morale della magistratura rispetto alla politica. Inutile negarselo: l’antimafia ha prodotto molti opportunisti. In gran parte tra quelli che manifestano di avere l’esclusiva dell’antimafia. Prenda il caso di Roberto Helg. Io e Giovì Monteleone denunciammo che aveva affittato un capannone dal capomafia di Carini. L’antimafia ufficiale fece finta di non capire”.

Il figlio di Pio La Torre ha lasciato “Libera” dopo uno scontro con don Ciotti.
“Non dimentichiamo che “Libera” la inventò Luciano Violante, il quale tendeva ad avere atteggiamenti sbagliati: per esempio, a esautorarti. Io non dimentico
che l’arrivo di Pietro Folena alla guida del partito in Sicilia lo si deve a lui. Don Ciotti ha grandissimi meriti, ma non può liquidare qualcuno solo perché gli pone delle questioni. Tantomeno può farlo con Franco La Torre, che del padre ha sicuramente il carattere”.

Lei ha la tessera del Pd?
“Dal 2001 non ho più tessere di partito. Ho continuato a votare Pd, qualche volta turandomi il naso”.

 

 

 

 


Diario Civile – Pio La Torre. Per tutta una vita

Il 30 aprile del 1982, viene assassinato a Palermo Pio La Torre. Con lui, nella macchina crivellata dai colpi dei sicari, c’è anche Rosario Di Salvo, il compagno di partito che gli faceva da autista e guardia del corpo. Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nominato Prefetto di Palermo immediatamente dopo quell’attentato, a chi gli chiede perché la mafia abbia ucciso Pio La Torre, risponde “per tutta una vita”. Una vita raccontata dal nuovo appuntamento con “Diario Civile”, in onda mercoledì 26 aprile alle 21.10 su Rai Storia, con un’introduzione del Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti.

Pio La Torre si è sempre schierato in difesa degli ultimi, e in Sicilia questo ha voluto dire battersi contro gli interessi illeciti della mafia. Da quando, appena ventenne, guida le lotte contadine per la terra, passando per l’opposizione al Sacco di Palermo, fino alla mobilitazione contro la base missilistica di Comiso, La Torre combatte contro la mafia, per la legalità, la giustizia e la pace.

Nessuno come lui conosce in prima persona il fenomeno mafioso, per questo è stata fondamentale la sua presenza nella Commissione parlamentare Antimafia, di cui ha redatto, insieme tra gli altri al giudice Cesare Terranova, la relazione di minoranza; un caposaldo della lotta contro la mafia. Ed è da quell’esperienza parlamentare che nasce la sua rivoluzionaria proposta di legge, che per prima ha previsto il reato di associazione di stampo mafioso e la confisca dei beni dei condannati. Legge che il parlamento approverà, col nome di Legge Rognoni-La Torre, solo il 13 settembre 1982, dopo la morte di La Torre e l’omicidio di Dalla Chiesa.

A dare volto e voce a Pio La Torre, è il giovane attore palermitano Alessio Vassallo, che ripercorre la sua vita attraverso i suoi scritti. Il documentario inoltre si avvale delle testimonianze di coloro che più da vicino hanno conosciuto La Torre; come il figlio Franco; i suoi primi compagni nel sindacato Emanuele Macaluso e Nicolò Cipolla; i suoi collaboratori nel Partito Comunista siciliano, Nino Mannino e Gioacchino Vizzini; e il giornalista dell’Unità Vincenzo Vasile e l’allora cronista de L’Ora Attilio Bolzoni.

 

 

 

 

Ecco chi sei: Pio La Torre, nostro padre

Filippo La Torre, Riccardo Ferrigato, Franco La Torre
Editrice San Paolo, 2017

Pio La Torre è stato l’unico parlamentare della Repubblica ucciso dalla mafia mentre era ancora in carica. A trentacinque anni dalla sua morte, avvenuta il 30 aprile 1982, i suoi due figli, Franco e Filippo, raccontano l’eccezionale normalità di un eroe che non ha mai voluto diventare un eroe, l’umanità di un uomo e di un padre ancora scomodo, che interroga ciascuno di noi, chiedendoci fino a dove siamo disposti a metterci in gioco per vivere davvero le nostre battaglie. «Il motivo per cui nostro padre poté fare quello che fece sta proprio in questa identificazione totale e piena con le sue battaglie. Oggi come allora queste parole possono sembrare retoriche eppure non lo sono. Pochi hanno avuto e hanno la credibilità per pronunciarle, pochi possono davvero dire “Io sono la mia battaglia”».

 

 

 

 

Fonte:  cosavostra.it
Articolo del 29 aprile 2017
Cosa significa commemorare Pio La Torre
di Francesco Trotta

Ma tu sai chi era Pio La Torre?“. Una domanda semplice, innocua. Pio La Torre chi era? Per chi è nato dopo il 30 aprile 1982, il nome di La Torre è legato imprescindibilmente a quella legge che per la prima volta certificava l’esistenza dell’associazione di stampo mafioso. Il 416-bis. E che forniva gli strumenti per abbatterla sotto l’aspetto economico. La confisca dei patrimoni mafiosi.

Già, la mafia, prima non esisteva sulla carta come reato. Esisteva, invece, nella realtà. Lo sapevano bene proprio Pio La Torre e chi di quella stagione drammatica, tra gli anni Settanta e Novanta, sarebbe poi stato, suo malgrado, protagonista a costo della propria vita.

Pio La Torre fu prima di tutto “uomo”, nel senso più alto del termine, poi figlio di quella Sicilia brutale, e padre, fratello e figlio a sua volta di quelle battaglie che oggi la macro-storia ha posto in un angolo, fagocitate dagli input che non ci consentono di fermarci un attimo per osservare e ricordare. Chi era Pio La Torre?

Pio La Torre non è solo un nome su una legge. Sotto quelle dieci lettere, troviamo una lotta senza quartiere per aiutare il suo popolo. Che non era determinato dai colori politici, dalla razza o dalla latitudine geografica. No. Era il popolo italiano. A cui occorreva restituire quella umanità perduta. Umanità anche e soprattutto nel senso di dignità. Dignità come sinonimo di diritti. Sarà che il nome “Pio” si collega facilmente al termine “umanità”, quasi fosse una missione scritta nel destino dell’uomo che sarebbe diventato.

Chi era Pio La Torre? Se lo devono chiedere le nuove generazioni, che oggi forse vedono la mafia come un nemico (e già questo è un passo avanti rispetto al passato), talvolta più forte dello Stato, ma quasi imposto e che ancora non si sa bene cosa sia; ma anche le generazioni adulte. Quelle a cui spetta l’arduo compito di tracciare una rotta che pare perduta.

Per chi è nato dopo il 1982 e ha scelto di combattere per i propri e gli altrui diritti, Pio La Torre è una di quelle figure storiche quasi “leggendarie”, perché sì, è esistito, ma è come se appartenesse ad un tempo sconosciuto e lontano. Un po’ come lo sono Falcone e Borsellino per chi è nato dopo il 1992. Abbiamo sentito parlare di Pio La Torre, l’abbiamo cercato, abbiamo visto le sue foto, spesso in bianco e nero, con quell’espressione di amara “sicilianità” di chi sa di essere dal lato giusto della barricata. Il volto di La Torre è il volto delle battaglie. È il volto, talvolta consumato, di chi continua a rivendicare giustizia, sociale e civile.

Cosa significa commemorare La Torre, allora? Esiste un aspetto non secondario nella storia di quest’uomo, che è quello della verità, di capire come e perché è maturato l’omicidio di un politico siciliano avverso tanto alla mafia quanto ai poteri forti. E la mafia contro cui si batteva La Torre era anche e soprattutto quella che sedeva nelle istituzioni. Commemorare Pio La Torre, allora, è: non fare un passo indietro.

Pio La Torre era la sua battaglia. Lo scrive suo figlio Franco, nel recente libro “Ecco chi sei“, per spiegare la misura di un uomo a cui tutti noi dovremmo saper guardare. Dobbiamo essere anche noi la nostra battaglia.

 

 

 

 

Fonte: mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 20 aprile 2019
Rosario Di Salvo, il 30 aprile 1982 a Palermo
di Tiziana Di Salvo

Rosario era un ragazzo di 36 anni, con una moglie, Rosa Casanova, detta Rosi, e tre figlie: Laura di 4 anni, Sabrina di 8, Tiziana, la più grande, di 11 anni. Alto, bellissimo con i suoi furbi occhi del colore del mare, talvolta verdi e talvolta azzurri, felice, innamorato della sua famiglia e con tutta la vita davanti.
Era allegro, con la battuta sempre pronta, e portava un sorriso ovunque andasse. Con noi figlie si comportava da complice, facendo arrabbiare la mamma perché doveva essere sempre lei a rimproverarci. Le liti con la mamma, si risolvevano sempre in una risata: la stuzzicava con piccoli scherzi, finché lei non cedeva.
Rosario aveva il pallino della politica, una politica di sinistra, dalla parte del più deboli, del proletariato (come si diceva allora), convinto che ognuno dovesse fare qualcosa per migliorare la situazione, in un momento in cui il terrorismo e la mafia infestavano il Paese. Si arruolò quindi come volontario presso il Regionale del Partito Comunista, quando c’erano ancora i comunisti al tempo di Berlinguer.
Lì faceva di tutto, soprattutto l’autista, accompagnando in giro per la Sicilia e per l’Italia il politico di turno (Occhetto, Colajanni, Russo…). Non c’erano orari, non c’erano malattie o altri impedimenti al suo lavoro. Ma i soldi non bastavano a mandare avanti la famiglia… Non avevamo neanche le sedie intorno al tavolo: papà a pranzo sedeva sullo sgabello e la mamma sul nostro cavallino a dondolo… La mamma restava sveglia la notte per aspettare papà, e lavorava all’uncinetto facendo cose bellissime che poi vendeva ad amici, vicini e conoscenti. Riusciva a racimolare qualche soldo ma non si poteva andare avanti così, coi pochi soldi del lavoro volontario al Regionale, senza che Rosario avesse un vero lavoro e un vero stipendio. Decide quindi, suo malgrado, di accettare un lavoro presso un’azienda, come contabile, continuando a frequentare il Regionale di tanto in tanto.
Le cose però cambiano nell’autunno del 1981 quando arriva a Palermo Pio La Torre, un combattente intensamente impegnato nella lotta contro la mafia (si ricordi la legge Rognoni – La Torre sulla confisca dei beni mafiosi approvata dopo la sua morte) e contro le basi militari NATO in Sicilia (anche queste alla fine smantellate).
Un giorno Rosario viene richiamato dal Regionale per accompagnare Pio La Torre, già minacciato dalla mafia, e da allora non si vollero più separare… Pio considerava Rosario il suo più stretto collaboratore: con lui si consultava, discuteva, si confidava e con lui ha condiviso gli ultimi intensi e difficili mesi della sua vita nella sua Sicilia. Nei mesi successivi, però, papà e mamma persero il sorriso, in casa si respirava un’aria molto tesa. Avevo capito da qualche particolare che c’era una pistola in casa: Rosario dovette prendere il porto d’armi, lui che non avrebbe fatto male neanche a una mosca, che neanche riusciva a rimproverare le sue figlie, neanche quando lo meritavamo. Una mattina ci accompagnò a scuola, ma avevamo fatto tardi e i cancelli erano già chiusi. Io ne ero contenta, pensavo che come altre volte sarei andata con lui al Regionale.
Conoscevo tutti lì e ci stavo bene. Ma lui insistette a chiamare qualcuno, battendo i pugni sul cancello, molto scuro in faccia come non lo avevo mai visto. Alla fine qualcuno venne ad aprirci e ci fecero entrare… Neanche un paio di ore dopo, qualcuno venne a prenderci a scuola… e seppi che quella mattina stessa mio padre era stato ucciso, insieme a Pio, in un vile agguato mafioso. Seppi che mio padre sparò nel tentativo di difendersi e cercò di proteggere Pio, ma non gli diedero scampo.
Finì così la vita di entrambi, ed insieme a loro quella delle loro famiglie che da allora non fu più la stessa. Rimane però il loro insegnamento, il perseguimento di un obiettivo di solidarietà, di giustizia e legalità, di un’Italia ed un mondo migliore per tutti, un obiettivo perseguito fino alla fine, senza arrendersi, fino all’estremo sacrificio, un sacrificio che non chiede nulla in cambio.

 

 

 

 

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