30 Aprile 2014 Perugia. Muore in ospedale il Commissario Roberto Mancini per un linfoma non-Hodgkin causato dal contatto ravvicinato con rifiuti tossici e radioattivi durante la sua attività investigativa in Campania.

Foto da repubblica.it

Roberto Mancini (Roma, 1961 – Perugia, 30 aprile 2014) è stato un poliziotto italiano.
È conosciuto per essere stato il primo poliziotto che con la sua squadra ha indagato sullo sversamento illegale di rifiuti speciali e tossici nei territori della Campania, che verranno poi indicati come terra dei fuochi, e sulle attività della camorra collegate.
La sua più importante attività è legata ad indagini sulla camorra e traffico di rifiuti. A partire dal 1994, insieme alla sua squadra, comincia a svolgere delicate indagini sul clan dei Casalesi, fino a produrre una preziosa informativa che nel 1996 consegna alla direzione distrettuale antimafia di Napoli. L’indagine vede coinvolto l’avvocato Cipriano Chianese principale intermediario tra le aziende e i Casalesi nello smaltimento illecito di rifiuti pericolosi nelle discariche abusive tra Caserta e Napoli.
Dopo diversi anni, durante i quali le indagini vengono ostacolate e lo stesso Mancini trasferito, il pubblico ministero Alessandro Milita, riapre le indagini, convocando Mancini a testimoniare nel processo per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere in Campania. Il procedimento, ora in Corte di assise, inizia nel 2011 e vede tra i principali imputati il “broker dei rifiuti”, ovvero l’avvocato Cipriano Chianese. Tra il 1998 e il 2001 Mancini collabora con la Commissione rifiuti della Camera, svolgendo numerose missioni in Italia e all’estero.
Il contatto ravvicinato con rifiuti tossici e radioattivi durante la sua attività investigativa lo porta a contrarre il linfoma non-Hodgkin, che gli viene diagnosticato nel 2002. Morirà il 30 aprile 2014, lasciando la moglie e una figlia; ai funerali, che si tennero Roma presso la basilica di San Lorenzo al Verano, parteciparono numerosi rappresentanti della Polizia di Stato, ed anche il parroco di Caivano Don Maurizio Patriciello.
A seguito della certificazione del comitato di verifica del Ministero delle Finanze, attestante che il suo tumore del sangue dipende da “causa di servizio”, gli viene riconosciuto un indennizzo di 5.000 euro, giudicati dal Mancini stesso insufficienti anche per il rimborso delle sole spese mediche.
Nel settembre 2014, in seguito a manifestazioni, petizioni, l’impegno di alcuni amici, della famiglia e di alcuni parlamentari, a Roberto Mancini viene finalmente riconosciuto lo status di “vittima del dovere” che certifica la connessione tra la malattia e il servizio prestato riconoscendo il suo importantissimo lavoro e il sostegno alla sua famiglia. (it.wikipedia.org)

 

 

 

Articolo del 30 Aprile 2014 da repubblica.it
Morto il poliziotto che ha combattuto le ecomafie Ucciso dalla leucemia dovuta ai veleni che ha respirato  
di Luca Ferrari

LA GUERRA di Roberto Mancini è finita. È morto a 53 anni dopo una battaglia lunga 12 anni. Lascia una moglie e una figlia. Ha combattuto fino alla fine, “come un leone”, dicono gli amici, ma non ce l’ha fatta. Il poliziotto che con le sue indagini ha anticipato di 15 anni ciò che poi è stato il disastro della Terra dei Fuochi è morto questa mattina all’ospedale di Perugia. Lo ha ucciso un linfoma non-Hodgkin, un cancro al sangue, conseguenza dei veleni respirati durante anni di lavoro tra rifiuti tossici e radioattivi. “Se qualcuno avesse preso in considerazione la mia indagine – raccontava a Re Le inchieste – forse non ci sarebbe stata Gomorra. Da 11 anni lotto contro il cancro e ho fatto causa alla Camera dei deputati dopo aver ricevuto un indennizzo di soli 5mila euro”.

Il Movimento 5 Stelle ha chiesto i funerali di Stato per lui. In serata è arrivato l’annuncio di Alfano. Il commissario – morto per cause di servizio – avrà funerali solenni. “Si tratta di un grande esempio di poliziotto sul modello di decine di migliaia di suoi colleghi che ogni giorno si battono per affermare la democrazia e l’ordine delle nostre città – ha detto Alfano – e con onore indossano la divisa e alimentano il prestigio della Polizia di Stato”. La famiglia annuncia che la cerimonia si svolgerà sabato 3 maggio alla Basilica San Lorenzo al Verano.

Roberto Mancini era sostituto commissario di Polizia a Roma. È morto all’ospedale di Perugia a causa di un’infezione polmonare, complicanza di un trapianto di midollo osseo, unica cura per combattere la sua leucemia.

Nei primi anni ’90 inizia a lavorare sul traffico illecito di rifiuti in Campania. Nel 1996, dieci anni prima dell’uscita del libro “Gomorra” di Roberto Saviano, consegna un’informativa alla Procura di Napoli che verrà presa in considerazione soltanto nel 2011. Le carte consegnate da Mancini svelavano nel dettaglio attraverso intercettazioni, pedinamenti, dichiarazioni di pentiti, i nomi delle aziende del Nord coinvolte nel traffico: come l’Indesit e la Q8. Descrivevano i rapporti tra camorra, massoneria e politica. Anticipavano quel sistema che ha portato al biocidio della Terra dei fuochi.

L’informativa rimane in un cassetto per 15 anni. Fin quando nel 2011 il pubblico ministero Alessandro Milita la trova e la mette agli atti del processo per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere. Tra gli imputati anche Cipriano Chianese, broker dei rifiuti del clan dei casalesi, che gestiva tutto il sistema criminale.

Negli anni successivi alle indagini, tra 1997 e il 2001, Mancini lavora come consulente per la Commissione rifiuti della Camera dei deputati. Il presidente è Massimo Scalia. Esegue decine d’ispezioni e sopralluoghi in discariche di rifiuti tossici nocivi e in siti di stoccaggio di materiali radioattivi. È proprio in questo periodo che Mancini si ammala di Linfoma non-Hodgkin.

La diagnosi arriva nel 2002. Il ministero degli Interni certifica il suo cancro del sangue come “causa di servizio” e gli riconosce un indennizzo di 5000 euro. A Roberto Mancini non bastano: “È un’ingiustizia”, dice. Così inizia la sua guerra contro lo Stato. Nel luglio 2013 la Camera gli nega un ulteriore indennizzo. La battaglia continua. Il 6 Aprile 2014 vengono consegnate a Montecitorio oltre 20mila firme in calce a un appello che chiede che a Mancini sia riconosciuto il giusto risarcimento. La Camera promette l’apertura di un’istruttoria. A oggi la petizione di change.org è stata
sottoscritta da più di 50mila persone.

È proprio da sito di change.org che la moglie Monika si appella allo Stato: “Spero che le sofferenze che Roberto ha dovuto sopportare per aver servito lo Stato contro le ecomafie in Campania non cadano nell’indifferenza delle istituzioni e dell’opinione pubblica e mi auguro che il suo ricordo possa servire da esempio per tutti coloro che non vogliono arrendersi a chi vuole avvelenare le nostre terre, le nostre vite”.

 

 

Articolo dell’11 Febbraio 2016 da huffingtonpost.it
“Io, morto per dovere”, il libro-verità su Roberto Mancini, un uomo e un poliziotto lasciato solo dallo Stato

“Il nostro dovere non è arrestare qualcuno e mettergli le manette per fare bella figura con i superiori e magari prendersi un encomio. Noi siamo pagati per garantire i diritti, per migliorare, nel nostro piccolo, il mondo che ci circonda, la vita delle persone”.

Roberto Mancini sapeva benissimo che non tutto ciò che è legale corrisponde al termine giustizia. “A volte, diceva, l’illegalità è l’unico modo per affermare un diritto e talvolta la legalità è solo uno strumento di sopraffazione”. Sapeva che non era semplice mantenere l’equilibrio, soprattutto quando indossava la sua divisa da poliziotto (lavorava alla oramai scomparsa Criminalpol), ma lui ci riusciva perfettamente e grazie a quella divisa, la legalità divenne l’alleata che nella sua vita gli servì ad esercitare e a praticare la giustizia sociale fino all’ultimo, divenendone un simbolo che pochi conoscono.

Mancini era ligio al dovere ma insofferente al potere: è stato uno sbirro controcorrente, un comunista convinto (era, tra l’altro, anche un grande lettore de Il Manifesto), un uomo coraggioso che si è ammalato perché portò avanti le sue indagini in quella che poi venne chiamata la Terra dei Fuochi, tra Napoli e Caserta, andando a scavare nelle aree contaminate dai trafficanti di veleni armato solo di guanti di lattice e mascherina. Fu lui a scoprire tutte le tracce dell’interramento dei rifiuti tossici nei terreni, in mezzo a mille intralci e sabotaggi che poi portarono all’insabbiamento delle sue informative già nel 1996.

La sua storia ci viene raccontata in “Io, morto per dovere”, un libro-verità scritto a quattro mani dai giornalisti Luca Ferrari (già autore dell’inchiesta che ha raccontato per la prima volta la storia di Mancini, pubblicata su Repubblica, ma anche fotografo e regista, autore dei documentari Pezzi del 2012 e Showbiz del 2015) e Nello Trocchia (autore di molte inchieste giornalistiche e libri, come Federalismo criminale, La peste e Roma come Napoli), in uscita l’11 febbraio per Chiarelettere.

“Aveva scoperto qualcosa che non si poteva dire, qualcosa che dava noia a troppe persone, per questo è stato lasciato solo. Diceva la verità, per questo è morto”, scrive Giuseppe Fiorello nella prefazione al libro e sarà proprio l’attore siciliano a interpretare Mancini nella fiction “Io non mi arrendo”, una coproduzione Rai Fiction-Picomedia per la regia di Enzo Monteleone che andrà in onda su Rai Uno in prima serata il 15 e il 16 febbraio prossimi.

 

 

 

Io non mi arrendo
raiplay St 1 Ep 1 2016

L’ispettore Marco Giordano scopre il traffico di rifiuti tossici nelle discariche abusive della Terra dei Fuochi, ma le sue indagini vengono ostacolate e messe a tacere. Dopo dieci anni, Marco è spinto da un magistrato a riaprire il caso perché la verità venga a galla: l’ispettore scopre che l’avvocato Russo sta comprando terreni agricoli per farne discariche abusive. Vorrebbe incastrarlo, ma l’avvocato ha agganci molto potenti

 

Io non mi arrendo
raiplay St 1 Ep 2 2016

L’ispettore Giordano diventa padre proprio quando l’arresto del boss Ajello apre nuovi scenari nelle indagini. Il malavitoso infatti vuole pentirsi e fare i nomi di chi è coinvolto nel caso.

 

 

 

Fonte:  avvenire.it
Articolo del 18 gennaio 2019
L’inferno di Giugliano. Resit, confermate in appello le principali condanne
di Pino Ciociola
Vi sversarono anche i fanghi dell’Acna di Cengio. Poi Roberto Mancini diede la vita per scoprire il business dei casalesi coi rifiuti tossici

Dev’esser stato contento Lassù. Le condanne dei personaggi chiave sono confermate, con lievi sconti, anche in questo secondo grado. È confermata la tesi della Dda di Napoli sul disastro ambientale e sull’inquinamento delle acque a Giugliano, nella discarica “Resit”, 56mila metri quadrati dove furono sversate 341mila tonnellate di rifiuti pericolosi e speciali, come i fanghi dell’Acna di Cengio. Dove la terra fuma senza fuoco. Ed è confermata l’associazione mafiosa.

Così la Corte d’Appello di Napoli ha condannato Cipriano Chianese a diciotto anni di carcere, due in meno rispetto al primo grado. A quindici anni Gaetano Cerci, uno in meno. A dieci anni il geometra Remo Alfani, che ne aveva presi dodici dalla Corte d’Assise. Ha invece assolto molti altri condannati in primo grado, come l’ex subcommissario all’emergenza rifiuti in Campania Giulio Facchi (che era stato condannato a cinque anni e quattro mesi) e tre imprenditori casertani (che erano stati condannati a pene da cinque anni e mezzo a sei).

Una tesi che muove da lontano, almeno ventidue anni fa. Quando Roberto Mancini, poliziotto romano, condusse un’indagine che lo fece ammalare e poi morire di cancro. Vi lavorò oltre due anni, poi redasse una lunga e dettagliata informativa di 239 pagine, che il 12 dicembre 1996 consegnò alla Dda di Napoli, dove venne “dimenticata” quattordici anni. Finché un magistrato quarantaquattrenne, Alessandro Milita, la trovò, ben chiusa in un armadio. Lesse. E decise di riaprire i giochi.

Perché Roberto aveva scoperto per primo il business impressionante dei rifiuti tossici. Svelando nomi, fatti, circostanze non solo sulla vicenda “Resit” , ma mezza Italia. Dentro c’erano tutti, imprenditori e politici, banchieri e finanzieri, pubblici amministratori magistrati, camorristi e colletti bianchi. Tutti «concorrono alla realizzazione di un progetto unico dagli effetti letali per il sistema economico nazionale e per l’ambiente», scriveva subito il poliziotto, a pagina 4. E poi, quasi alla fine, a pagina 223, che in quei territori «il meccanismo illegale di smaltimento dei rifiuti è elevato a sistema ordinario».

Il pm Milita lo chiamò. Roberto era già malato, ma non si tirò indietro. Più di una volta faceva di mattina a Roma la chemio, poi saliva su un treno e nel pomeriggio raggiungeva a Napoli quel giovane magistrato. Più di una volta, spossato dalla malattia, dopo avere esaminato documenti e circostanze con Milita, doveva sdraiarsi su un divano in una stanza della Procura napoletana. La camorra «è padrona e signora delle terre e dei destini delle locali popolazioni» – si legge a pagina 7 di quell’informativa – e i traffici di rifiuti tossici «coniugano l’estrema rimuneratività a una assicurata impunità».

Roberto muore il 30 aprile 2014. Ha cinquantatrè anni. Nel 2010 gli era stata riconosciuta dal ministero delle Finanze la “causa di servizio” del suo tumore, ma un indennizzo grottesco: 5mila euro. Cinque mesi dopo la sua morte gli verrà invece riconosciuto essere stato “vittima del dovere” e quindi anche il sostegno alla sua famiglia (Monika la moglie e Alessia, la giovanissima figlia). I fanghi tossici alla Resit? «I controlli dell’ispettore della Usl di Giugliano – si legge a pagina 122 – sono esclusivamente formali e sostanzialmente falsi, essendo limitati alla semplice presa d’atto di quanto riportato sulla bolla d’accompagnamento (dei rifiuti, ndr) e non alla verifica di ciò che materialmente viene trasportato e smaltito».

Nonostante tumore, chemio e ricoveri, Roberto resta a lungo al fianco del pm di Napoli, lo aiuta nelle indagini. Al poliziotto daranno anche la Medaglia d’oro al Valor civile, appuntandola sul petto della figlia Alessia il 23 maggio 2015, un anno dopo la sua morte: «Per essersi prodigato, nell’ambito della lotta alle ecomafie, con straordinario senso del dovere ed eccezionale professionalità nell’attività investigativa per l’individuazione, nel territorio campano, di siti inquinati da rifiuti tossici illecitamente smaltiti – si legge nella motivazione -. L’abnegazione e l’incessante impegno profuso, per molti anni, nello svolgimento delle indagini gli causavano una grave patologia che ne determinava prematuramente la morte».

Non fa in tempo ad assistere alla sentenza di primo grado. Il 16 luglio 2016 Cipriano Chianese, avvocato e imprenditore, che Roberto chiamava il “broker dei rifiuti”, viene condannato a vent’anni. A sedici Gaetano Cerci, imparentato (e non solo) col boss dei casalesi Francesco Bidognetti. Con loro molti altri. In aula c’è Monika Mancini. E c’è Alessia, che da grande diventerà poliziotta, «come papà». Non esultano alla lettura della sentenza, in serata, dopo quasi nove ore di camera di consiglio. Non c’è nulla da festeggiare. Però adesso sanno che il sacrificio di Roberto è servito.

Il secondo atto è appunto appena di ieri. Con la sentenza d’appello che in pratica conferma la prima, a parte le assoluzioni di cui si è detto all’inizio. Scriveva Roberto Mancini a pagina 173 della sua informativa di ventuno anni fa: Cipriano Chianese aveva «l’intima convinzione di trovarsi nelle condizioni garanti, alla lunga, di una impunità blindata». Una convinzione sbagliata.

 

 

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