30 gennaio 1988 Pomigliano D’arco (NA). Muore Irene Foglia, 27 anni, colpita da un proiettile destinato ad un boss.

È morta senza quasi accorgersene Irene Foglia, 27 anni laureata in giurisprudenza, sposata da otto mesi appena e che non nascondeva le proprie ambizioni di diventare notaio. Un proiettile vagante di un commando della camorra che aveva come obiettivo un boss, presente anche lui all’inaugurazione di una concessionaria di auto, l’ha raggiunta ad un rene. È deceduta durante il trasporto in ospedale.

Fonte:  archivio.unita.news

 

 

Fonte: archivio.unita.news 
Articolo del 1 febbraio 1988
Ragazza uccisa per errore
di Vito Faenza

Fulminata durante una azione camorrista contro un boss che è morta sul colpo

È morta senza quasi accorgersene Irene Foglia 27 anni laureata in giurisprudenza sposata da otto mesi appena e che non nascondeva le proprie ambizioni di diventare notaio. Un proiettile vagante di un commando della camorra che aveva come obiettivo Domenico Ballotta 47 anni, l’ha raggiunta ad un rene. È deceduta durante il trasporto in ospedale. Domenico Ballotta invece è morto sul colpo.

NAPOLI. L’agguato è avvenuto alla periferia di Pomigliano d’Arco l’altra sera alle 22 nella sede di una concessionaria della Fiat Autoblu inaugurata qualche ora prima.

Il commando di killer è giunto davanti alla concessionaria quando la festa per l‘apertura era giunta ormai al termine. All’interno del locale poche decine di persone. Alfonso Foglia commerciante di ortofrutticoli di 60 anni che da qualche tempo era coadiuvato negli affari dalla figlia Irene i parenti gli amici e Domenico Ballotta un uomo che a Cimitile e in tutta I ‘area del nolano aveva curato gli affari di Cutolo (era stato condannato al primo processo contro la Nco) ma che da qualche tempo si era ritiralo dicono i CC a vita privata.  I sicari cercavano proprio lui, sono entrati armi alla mano e hanno iniziato a sparare.

«Sembrava fosse scoppiata la guerra – racconteranno poi i testimoni – non c’è stato neanche il tempo di mettersi al riparo». Un fucile a canne mozze, due pistole, una mitraglietta, hanno esploso decine e decine di colpi. Ne abbiamo recuperati oltre 50 affermano i carabinieri. Sul pavimento resta proprio Ballotta, i presenti pensano sia lui I ‘unica vittima di quell’incredibile raid.

Irene Foglia è seduta in un ufficietto a vetri, sembra inebetita dallo spavento. La scuotono e solo allora si accorgono che era stata colpita a morte.

Difficile comprendere il movente di questo delitto affermano gli investigatori. Ballotta era un boss di spicco, avrà pagato per qualche sgarro. Questa l’ipotesi più attendibile Intanto si indaga per capire come mai I ‘uomo avesse lasciato la natia Cimitile, centro di cui è originaria anche la famiglia Foglia, che per lui significava la sicurezza assoluta. La violenza del sabato sera non si è fermata qui, a Napoli in pieno centro, a pochi passi dal porto, in un ristorante due somali hanno litigato ed uno ha ucciso l’altro a colpi di pistola. L’assassino è stato arrestato con la pistola ancora in pugno. I due erano Immigrati clandestini arrivati a Napoli seguendo i canali del mercato clandestino delle braccia che riesce a far approdare in Campania oltre 10mila stranieri l’anno.

 

 

 

Articolo da La Stampa de 1 febbraio 1988

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 5 febbraio 1988
Guerra di camorra a Napoli un morto ogni trentasei ore
Di Fulvio Milone
I boss si sfidano per raccogliere l’eredità di Raffaele Cutolo
Ventuno vittime dall’inizio dell’anno – Droga e scommesse clandestine sono i terreni di battaglia

 Napoli — Quelle di Irene e Carmela sono storie di violenza e di morte. Ventisette anni la prima, ventotto la seconda, sono entrambe vittime innocenti della nuova guerra tra bande della camorra. “Una guerra bastarda, senza regole, neanche quelle che un tempo erano ritenute sacre dalla stessa malavita organizzata», dice l’ufficiale dei carabinieri mentre mostra un elenco dei morti ammazzati a Napoli e in provincia: ventuno dall’inizio dell’anno, con una media di uno ogni trentasei ore.

Sabato 30 gennaio, alle dieci di sera: alla periferia di Pomigliano d’Arco, in via dei Romani, brillano le luci al neon dell’autosalone «Blu». Quegli ampi locali nuovi, che odorano ancora di vernice fresca, sono il risultato di trent’anni di lavoro di Antonio Foglia, un brav’uomo, grossista di frutta e verdure di Nola, centro commerciale della provincia di Napoli. Quattrocento milioni gli è costato quel negozio, ma sono soldi spesi bene: «Cosi vi lascio un’attività bene avviata. E tra cent’anni, quando chiuderò gli occhi, voi avrete di che campare», dice alle figlie Irene, 27 anni, apprendista notaio, sposata e in attesa del secondo figlio, e Lucia, di due anni più giovane. Si guarda in giro soddisfatto, mentre una trentina di invitati alla festa d’inaugurazione si aggirano tra le auto esposte.

Si rabbuia solo per un attimo, quando scorge tra gli altri il volto noto di Domenico Balletta. Quello è un tipaccio, sarebbe meglio tenersene alla larga: ai tempi d’oro di «don» Raffaele Cutolo faceva il bello e il cattivo tempo. Ma è acqua passata; poi, «Mimmo» Balletta non si poteva non Invitarlo: uno come lui è meglio non offenderlo, anche perché parente, sia pure alla lontana Nicola Velotti, il marito di Irene. Ciò che accade nell’autosalone poco dopo le ventidue lo racconteranno i testimoni ai carabinieri. Arrivano in cinque, su di una grossa berlina. Grosse sciarpe nascondono i volti fin sul naso. Oli occhi scrutano tra gli invitati, e si fissano sulla nuca di Domenico Balletta. Nell’autosalone i colpi di pistola rimbombano assordanti. «Mimmo» cade fulminato, ma sul pavimento, con il vestito inzuppato di sangue, c’è anche Irene. L’ha uccisa un proiettile vagante, uno dei trenta sparati dai sicari.

«Irene Foglia – assicurano i carabinieri di Pomigliano d’Arco – è morta solo perché al momento della sparatoria si trovava tra Balletta e i suoi assassini. La ragazza non c’entrava niente». E nulla c’entrava Carmela Cimmino, ventott’anni, commessa in una boutique. È morta due settimane fa a Napoli con il cuore squarciato da una scarica di lupara, solo perché si trovava in compagnia dell’uomo che amava. Salvatore Fiorillo, detto «Settebbellizzi», guaglione di malavita giustiziato perché si era messo in testa di controllare il racket delle estorsioni sulla collina del Vomere.

Ventuno vittime della camorra in trentacinque giorni: l’ultimo in ordine di tempo è Ciro Lauri, fratello di Achille, uno dei primi pentiti della camorra. È stato ammazzato a San Gennaro Vesuviano, ad una trentina di chilometri dal capoluogo. Vendetta trasversale contro «l’infame» che ha collaborato con la giustizia? Se è cosi, Ciro Lauri è la seconda vittima innocente in famiglia: già quattro anni fa, Infatti, la camorra volle punire Achille uccidendogli un altro fratello, Antonio.

Magistrati, poliziotti e carabinieri dicono che, per individuare le radici di questa nuova guerra esplosa dopo un lungo periodo di calma apparente, occorrerebbe tracciare una nuova mappa della «malanapoli». «La verità — ammette il giudice istruttore Alessandro Pennasilico, da anni alle prese con la complicata inchiesta sull’omicidio del criminologo Aldo Semerari — è che sappiamo ciò che ormai è alle nostre spalle, ma non quello che sta accadendo». Vale a dire? «Dopo la grande guerra tra la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e le bande consorziate nella Nuova Famiglia, tutto sembrava piuttosto chiaro: Cutolo era lo sconfitto, gli altri i vincitori. Sappiamo che i vecchi equilibri tra le bande anticutoliane sono saltati, ma è troppo poco».

In attesa di saperne di più, la polizia risponde all’offensiva camorrista mostrando i muscoli. Compie azioni dimostrative, come a Torre Annunziata, feudo del trafficante di droga Valentino Gionta. Centocinquanta agenti della squadra mobile hanno invaso il «Quadrilatero delle Carceri», il rione più vecchio della città vesuviana. Sotto i palazzi pericolanti e da tempo disabitati, la polizia ha scoperto un labirinto di cunicoli, rifugio sicuro per i latitanti della zona. Le vecchie alleanze non valgono più: relegato il vecchio padrino di Ottaviano nel tetro carcere dell’Asinara, i grandi capi come Antonio Bardellino, Lorenzo Nuvoletta, i fratelli Giuliano, i Lorusso. i Baratto combattono la dura guerra per il controllo del traffico della droga, del lotto e del totocalcio clandestino; delle estorsioni, delle rapine. Ma lo fanno per interposta persona, muovono sui campi di battaglia nuove pedine, i cui volti e nomi sono ancora avvolti nel mistero. Ogni quartiere cittadino, ogni paese della provincia sono terreni di scontro tra bande i cui capi operativi agiscono in nome e per conto dei grandi burattinai. Salvatore Fiorillo, quel «Settebbellizzi» ucciso venerdì 8 gennaio con la sua amica, apparteneva con ogni probabilità a questa nuova leva di quadri intermedi: aspirava a prendere il posto di Sergio Vigilante, il defunto «capobastone» del quartiere. Ma il suo nome, la polizia l’ha saputo troppo tardi: «Settebbellizzi», ormai, era morto e sepolto.