30 Luglio 2000 Pianura (NA). Giulio Giaccio, muratore di 26 anni, rapito non si è saputo più nulla di lui. Si pensa ad uno scambio di persona.

Foto da liliumjoker-liliumjoker.blogspot.it

Giulio Giaccio viene rapito nel quartiere di Pianura, periferia di Napoli, intorno alle 22:30 del 30 luglio 2000. Secondo la testimonianza di un amico che era presente al momento del rapimento, Giulio sarebbe stato avvicinato da alcuni uomini in auto presentatisi come agenti di polizia. I falsi poliziotti caricano con la forza Giulio nell’auto e gli intimano di seguirli in Questura. Particolare rilevante in questa oscura vicenda è il fatto che i rapitori cercassero un uomo di nome Salvatore, tragicamente identificato proprio con Giulio. Si sospetta che il vero obbiettivo del rapimento fosse un membro del clan Marfella. Riscontro giudiziario che al momento validerebbe questa ricostruzione è l’omicidio, due mesi prima di quel 30 luglio, di un altro affiliato ai Marfella.

Quando il giovane muratore è stato rapito, a Pianura si combatteva una sanguinosa guerra tra cosche per il controllo di appalti legati al risanamento del quartiere. Tragiche conseguenze di quella faida furono anche le morti di Paolo Castaldi e Gigi Sequino. Un’indagine di polizia giudiziaria, condotta agli inizi del 2013, ha chiarito ulteriormente quale tipo di relazione potrebbe essere intercorsa tra il rapimento di Giulio e la faida di camorra scoppiata a Pianura. Il rapimento e il probabile omicidio di Giulio sarebbero stati compiuti da affiliati ai Casalesi, clan in quegli anni alleato con i Lago di Pianura nella lotta contro la cosca Marfella.

Nel 2015 si riapre il caso che portò alla scomparsa del giovane Giulio grazie ad un collaboratore di giustizia che ha messo sul piatto elementi concreti, con una ricostruzione che risulta attendibile. È il pentito del clan Polverino Roberto Perrone. Giulio è stato ucciso per scambio di persona, per un errore dello “specchiettista” o di qualche informatore della camorra. Qualcuno dei vertici del clan Polverino volle punire tutti coloro che avessero flirtato con la sua donna, stilando una sorta di lista nera. Una vendetta per gelosia, nella quale finisce Giulio.

L’inchiesta è condotta dal pool anticamorra del procuratore aggiunto Filippo Beatrice e dal pm della Dda Marco del Gaudio.
Fonte:  fondazionepolis.regione.campania.it

 

 

Articolo da  LA STAMPA del 5 Agosto 2000
Napoli, il mistero del ragazzo scomparso
di Fulvio Milone
Un amico: è stato rapito da due banditi travestiti da agenti.
Il giovane fa il muratore, secondo la Questura potrebbe essere stato un testimone scomodo.
L’appello della madre: «Restituitemi mio figlio, chi l’ha preso ha commesso un terribile errore».

NAPOLI Sparito, ingoiato dal nulla di una periferia violonta, dove non esiste più legge. Da sei giorni Giulio Giaccio, un muratore di 26 anni, manca da casa. La sua scomparsa è un rompicapo per poliziaa e carabinieri. Secondo un amico che si trovava con lui domenica sera, Giulio è stato portato via con una Fiat Uno bordeaux da due uomini che si sono spacciati per agenti della questura. Da allora, di lui, non si è saputo più nulla. Sono disperati i genitori: il padre Giuseppe e la madre Rosa non si danno pace, dicono che quel figlio forte come una quercia e buono come il pane non ha mai fatto male a nessuno, e supplicano i rapitori di lasciarlo tornare a casa. Neanche gli investigatori riescono a decifrare questa storia dai contorni ancora troppo confusi. E’ da escludere il sequestro a scopo di estorsione, perché la famiglia Giaccio non sembra essere ricca: il padre è un agricoltore in pensione, la madre casalinga. E Giulio, che non ha mai avuto guai con la giustizia, è un manovale.
A questo punto i detective della questura e dei carabinieri non possono far altro che formulare ipotesi. Giulio, dicono, potrebbe essero rimasto vittima di un errore di persona, o sarebbe finito nei guai por essere stato testimone involontario di uno dei tanti traffici illeciti che fioriscono a Pianura, il quartiere che fa da scenario a questa storia, nel cuore della scassatissima periferia napoletana. Oppure (ma è una pista questa che gli inquirenti percorrono con grande cautela), quel giovanottone con il fisico di un lottatore potrebbe essere rimasto invischiato in ambienti poco puliti senza che nessuno tra i familiari e i suoi amici abbia mai sospettato nulla. Proprio per fugare qualsiasi dubbio, polizia e carabinieri stanno indagando anche sulla posizione economica del giovane scomparso, che recentemente avrebbe acquistato una moto potente e piuttosto costosa.
Lo strano caso di Giulio Giaccio è cominciato alle sette e mezza di domenica sera. A quell’ora Rosa e Giuseppe hanno visto per l’ultima volta il figlio che aveva un appuntamento con un amico. Ed è stato l’amico, un certo Paolo, a raccontare che cosa è accaduto dopo: «Alle dieci chiacchieravamo sul sagrato di una chiesao, quando davanti a noi si è fermata la Uno rossa». Paolo dice che dall’auto è sceso un uomo che si è qualificato come agente dello questura. «Sei Salvatore? Devi venire con noi per accertamenti», ha detto rivolto a Giulio e Giulio è caduto dalle nuvole:  «Chi è ‘sto Salvatore? Non è il mio nome». Ma poi, dietro le insistenze e le minacce più¹ o meno velate del finto poliziotto, il giovane ha seguito senza reagire i suoi rapitori.
Tutto qui. L’unica certezza che gli inquirenti sembrano avere riguarda la matrice dei sequestro: «E’ opera di malavitosi di professione, con ogni probabilità  camorristi». Ma nessuno, per ora, sembra in grado di pronunciarsi sul perchè di questo anomalo rapimento. Paolo, l’amico di Giulio, è stato interrogato a lungo dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia, a cui è ofildata l’inchiesta. In procura sfilano in queste ore anche gli altri amici e i parenti del giovane scomparso. I genitori di Giulio sono schiacciati dal peso dell’angoscia. Rosa continua a piangere. «Rivoglio mio figlio supplica -. Chi l’ha rapito ha commesso un errore terribile, gli chiedo di avere pietà  e di liberarlo».

 

 

Articolo del 21 Novembre 2010 da  ilmattino.it
Giaccio, una pista dopo dieci anni
Lupara bianca firmata dai Casalesi

NAPOLI (21 novembre) – Di «lupara bianca», di un errore di persona commesso dalla camorra se ne era parlato a lungo. Per anni si è ripetuta la storia di un ragazzo scomparso nel nulla, sequestrato al posto di un altro, vittima per errore della camorra.

Oggi quella storia torna ad affiorare in un’indagine di polizia giudiziaria, ma si arricchisce di particolari inediti che potrebbero aggiungere nuovi contenuti a un caso mai definitivamente archiviato: Giulio Giaccio, il muratore 26enne scomparso dieci anni fa a Pianura, sarebbe stato sequestrato e ucciso dai casalesi, all’epoca in stretti rapporti economici con il clan Lago. Una pista, quella della lupara bianca, dell’errore di persona, che spinge oggi più che mai a indagare su una «gomorra ante litteram», territorio destinato a finire al centro di attenzioni nazionali.

Indiscrezioni raccolte sul territorio, nuova luce sulla storia di Giulio Giaccio, dunque. Indagano i carabinieri, che provano a fare luce su una storia rimasta per anni lettera morta. Spunti inediti raccolti sul territorio, segno che qualcosa in questi mesi si è mosso. Da tempo e in modo insistente circola una voce, un’indiscrezione che gli inquirenti non intendono lasciare cadere: quella volta, all’esterno della chiesa Sacro cuore di Pianura, arrivarono persone «forestiere».

Cioé gente non del posto. Erano uomini dei casalesi, all’epoca alleati al clan Lago. Due cartelli – Casalesi e Lago – stessi business: cemento e rifiuti. Poi favori reciproci. Scambi di killer. Furono i casalesi, sta emergendo, a sbagliare persona, a prelevare un muratore incensurato al posto del vero obiettivo: pensavano di sequestrare uno dei Marfella, ma sbagliarono bersaglio e se la presero con un ragazzo che non c’entrava niente con la camorra. C’è un riscontro giudiziario: due mesi prima quel maledetto 30 luglio 2000 – giorno del sequestro – un uomo dei Marfella era stato ucciso.

Era il 13 maggio del 2000, omicidio di Gaetano Avolio, per il quale qualche mese fa sono stati arrestati Francesco Bidognetti, Enrico Verde, ma anche Rosario Marra e Salvatore Raciere. Delitto sull’asse Pianura-Casale, una prova del patto criminale. La pista che spiegherebbe molte cose. A cominciare dalla svista, dal sequestro sbagliato di killer provenienti da contesti criminali diversi da quelli frequentati dai pregiudicati di Pianura. Ma l’ipotesi del patto Lago-casalesi potrebbe spiegare anche altre cose: come la scelta della lupara bianca, soluzione delittuosa raramente usata dalla camorra cittadina, che meglio rispecchia modi di agire vicini alla mafia o alle cosche dell’hinterland. Voci, parole, rivelazioni.

E tanta voglia di vederci chiaro da parte del comando provinciale dei carabinieri guidati dal colonnello Mario Cinque. Accertamenti iniziati – rigorosamente sotto traccia – dal capitano della compagnia rione Traiano Federico Scarabello, mai come in questo caso deciso a riavvolgere il nastro. Punto di partenza obbligato, la tarda serata del trenta luglio di dieci anni fa.

Una domenica notte, quando da un’auto spuntano quattro sagome che raccontano di essere della polizia. Poche parole – secondo quanto spiegato da Paolo, amico di Giulio e unico testimone più volte ascoltato dalla pg -: sei tu «Salvatore»? Seguici lo stesso, siamo poliziotti, vieni in Questura.

Da allora tante indagini e tanto silenzio. Fino a quando qualcuno, nel quartiere emblema dell’emergenza rifiuti e cemento abusivo, decide di aprire uno spiraglio di luce: quella volta, quel ragazzo, finì nelle mani sbagliate. «E a sbagliare furono quelli di Casale».

 

 

 

 

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