31 ottobre 1990 Catania. Uccisi Francesco Vecchio e Alessandro Rovetta. Due colpi in testa posero fine alle esistenze del capo del personale e dell’amministratore delegato delle Acciaierie Megara di Catania.

Foto di Francesco Vecchio da: liberainformazione.org

31 ottobre 1990. Uccisi in un agguato Francesco Vecchio, 52 anni, Direttore del Personale e Alessandro Rovetta, 33 anni, Amministratore Delegato dell’Acciaieria Megara, importante industria di Catania, che all’inizio degli anni ’90 occupava in via diretta oltre 300 dipendenti, e un centinaio di lavoratori tra le aziende dell’indotto. Fino a poco prima dell’estate del 1990 Francesco Vecchio si occupava della gestione del solo personale che era alle dipendenze dirette dell’azienda. La gestione delle maestranze e delle aziende dell’indotto (impegnate nella ristrutturazione dei reparti) era compito affidato alla Direzione Tecnica. Nel mese di agosto 1990, con l’uscita dall’azienda del Direttore Tecnico, la gestione di questi rapporti passò alla Direzione del Personale. A seguito di alcuni controlli effettuati sulle attività di queste ditte, Vecchio decise di estendere anche ai dipendenti delle aziende esterne le modalità di controllo delle presenze al lavoro già in uso per i dipendenti della Megara. Poco dopo iniziarono le minacce telefoniche e le intimidazioni in azienda. Le indagini sono state indirizzate sia sul versante del possibile interesse della mafia al finanziamento regionale ed alla acquisizione del controllo dell’azienda, sia su quello del mutato approccio alla gestione dei rapporti con le ditte e le maestranze dell’indotto. Senza alcun risultato: gli assassini sono rimasti impuniti.

 

 

 

Articolo di La Repubblica del 1 Novembre 1990
INSEGUITI E MASSACRATI A COLPI DI MITRA
di Davide Banfo

CATANIA La mafia catanese punta in alto. In un agguato sono stati uccisi ieri sera il consigliere delegato e il direttore amministrativo delle Acciaierie Megara, la più grande industria siderurgica della Sicilia. I due manager Alessandro Rovetta di 33 anni, che è anche comproprietario della Società, e Francesco Vecchio di 52 sono stati assassinati a colpi si pistola e mitraglietta nei pressi dello stabilimento in contrada Bicocca. I due cadaveri, che si trovavano a bordo di una Peugeot 505, sono stati identificati solo a tarda sera. Sul posto sono subito intervenuti il questore di Catania Francesco Trio ed i sostituti procuratori del pool antimafia Amedeo Bertone e Mario Amato. Ancora incerta la dinamica della sparatoria.Secondo una prima ricostruzione fatta dagli inquirenti, i due manager sarebbero usciti dallo stabilimento verso le 18,45. Rovetta e Vecchio si sarebbero diretti verso Catania percorrendo una delle strade interne alla zona industriale. All’ altezza dello svincolo con lo scalo ferroviario interno all’ area, i due manager avrebbero avuto un appuntamento con gli assassini. Da quanto risulta dai primi accertamenti compiuti dalla scientifica, la vettura dei due manager sarebbe stata improvvisamente investita da una vera e propria tempesta di fuoco. Raggiunto in varie parti del corpo, il guidatore, dopo aver tentato vanamente di fuggire, avrebbe perso il controllo dell’ auto finendo in un prato. A questo punto i killer si sarebbero avvicinati facendo fuoco a distanza ravvicinata. Francesco Vecchio, che guidava l’ auto, è caduto sul lato destro, finendo addirittura con la testa fuori dallo sportello. Identica la fine di Rovetta colpito da almeno cinque colpi tra cui due, devastanti, al volto. A dare l’ allarme è stata una telefonata anonima giunta al centralino della polizia poco dopo le 20. Agghiacciante lo spettacolo che si è presentato davanti agli agenti della prima volante intervenuta sul posto. I due cadaveri erano quasi irriconoscibili ed è stato necessario l’ intervento del medico legale per accertare l’ identità di Rovetta. Pochi i dubbi che il duplice omicidio sia un avvertimento mafioso. I due dirigenti d’ azienda, molto conosciuti a Catania, sono stati assassinati in modo plateale, quasi a voler lanciare un segnale preciso. A confermare questa ipotesi anche il fatto che all’ interno dell’ auto, rimasta con le luci accese, non è stato asportato nulla. I poliziotti hanno infatti ritrovato sul sedile posteriore ancora chiusa la ventiquattrore di Alessandro Rovetta al cui interno erano custoditi numerosi documenti contabili e diversi carnet di assegni. E proprio Rovetta qualche tempo fa aveva denunciato a polizia e carabinieri di aver ricevuto telefonate minatorie: da allora la sua villa in città era sorvegliata dagli agenti. La prima impressione degli inquirenti è che si tratti di un delitto di alto livello che apre a Catania una fase nuova. Con circa trecento dipendenti ed un fatturato che sfiora i 50 miliardi, le Acciaierie Megara sono una delle aziende meridionali più solide nel settore siderurgico. Unica industria isolana a produrre il tondino per il cemento con una totale copertura del mercato siciliano, le Acciaierie Megara avevano recentemente avviato un processo di ristrutturazione che aveva comportato una riduzione del personale ed una pesante riconversione tecnologica. Appartenenti alla famiglia Rovetta, le acciaierie avevano collegamenti con alcune industrie del Bresciano. In particolare la famiglia Rovetta aveva conservato rapporti molto stretti con gli ambienti finanziari cattolici della Lombardia. Alcuni mesi fa gli industriali e i commercianti catanesi avevano presentato un dettagliato dossier sulla pressione criminale alla commissione parlamentare Antimafia che aveva svolto a Catania una minuziosa indagine sul fenomeno del racket. E la mafia ha colpito ancora, sempre ieri in Sicilia, lasciando a terra alrtre due vittime, in meno di 24 ore. A Vittoria, in provincia di Ragusa, due braccianti agricoli, Angelo Arezzo di 47 anni e Biagio D’ Angelo di 31, sono stati uccisi da due killer all’ interno di un bar ristorante ad un chilometro dal paese. Un terzo uomo, invece, è stato ucciso per vendetta. Si tratta di un agricoltore di 58 anni, Antonio Lupica assassinato da un pensionato di 85 anni, Angelo Ferrante che è stato arrestato. L’ omicidio è stato compiuto in un paesino, Gagliano Casteltermini, vicino Enna. Ferrante avrebbe ucciso Angelo Lupica per vendicare l’ assassinio del figlio, ucciso a colpi di ascia nel 1982 da Pietro Lupica, fratello di Angelo.

 

 

Fonte: libera.it
In ricordo di un amico
Una breve lettera per Francesco Vecchio ucciso insieme a Alessandro Rovetta il 31 ottobre 1990

Sono passati ormai diciotto lunghi anni da quella sera quando Telecor nella striscia sottopancia batteva la notizia dell’ennesimo delitto, stavolta, di innocenti. Era la sera del 31 ottobre 1990.

Nonostante il buio, una immagine, purtroppo, ancora nitida.
La Peugeot grigia con le ruote – ormai dopo una lunga ed angosciante fuga – scoppie, isolata in mezzo a quel terreno della zona industriale di Catania, illuminato solo dalle luci artificiali delle forze dell’ordine.

Dal finestrino anteriore lato passeggero, nel tentativo di scappare (ultimo gesto, possibile), si scorgeva un volto dai capelli bianchi – nel suo cappotto color cammello – che, nonostante la circostanza, esprimeva ancora la forza e la bontà di chi era cresciuto basando tutto sui valori dell’amicizia e della famiglia.

Molti di noi l’avevano saputo dal tam tam degli amici, altri – ricordo – ripetevano con sgomento e sofferenza di non aver collegato il nome a quella persona sempre disponibile . Tutti lo conoscevano e lo chiamavano con un affettuoso diminuitivo.

Lui, che aveva già vinto una volta, superando con sacrificio, consapevole e silenzioso una sofferenza di questa vita.

Sono passati diciotto anni!

Forse, da un lato, non vuoi sapere più nulla.
D’altro brucia ancora la rabbia per una ingiustizia, forse l’ennesima: solo che questa ha toccato, proprio te, e da vicino.

Almeno, ancora oggi, resta il ricordo piacevole di tanti momenti passati in allegria, con la semplicità e la genuinità di chi conosceva il valore della vita.

Ciao, Ciccio!

Dimenticavo: quel ragazzino che scattava fotografie, oggi ha la barba lunga.
Ma Tu, questo, forse lo sai già!

L’omicidio di Francesco Vecchio e Alessandro Rovetta è avvenuto il 31 ottobre 1990 nella zona industriale di Catania a poca distanza dalle Acciaierie Megara dove entrambi lavoravano.

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Articolo del 2009 da libera.it  
Ciccio Vecchio: un ricordo in bianco e “grigio”!
Francesco Vecchio è stato ucciso insieme a Alessandro Rovetta il 31 ottobre 1990 nella zona industriale di Catania a poca distanza dalle Acciaierie Megara dove entrambi lavoravano. Vogliamo ricordarlo insieme a tutti voi attraverso questa lettere di un suo amico.

Le fotografie hanno la capacità di fermare il tempo. Quello passa inesorabile e nonostante tutto ci fa diventare i capelli bianchi.
Forse, spesso, sono gli uomini! Con i loro gesti ed azioni fatte o – peggio ancora – non fatte.
Spesso ci si chiede se le vittime di mafia, siano quelle che sono state coinvolte in un delitto oppure i loro cari che restano con il ricordo “amaro” di qualcosa che improvvisamente ha cambiato irrimediabilmente la vita. Forse tutte e due!
E lo sono ancora di più quando, alla ricerca di una ragione – forse “troppo” – umana, si attende “la sentenza” a conclusione di un processo. Una giustizia terrena che non intende vendicare, giudicare, ma semplicemente accertare, sapere, conoscere. Perché, forse, un evento negativo possa non ripetersi più, e non avere altri compagni di sventura, in un (lungo) viaggio che – quotidianamente – accompagna per la vita.
E non bastano i ricordi. Non bastano le parole di conforto, i premi, il nome ripetuto su una targa. Non bastano!
L’uomo ha bisogno di certezze: un processo – forse – può esserlo. Il problema è quando non viene celebrato. Ed anche la fiducia perde qualcosa, anno dopo anno, giorno dopo giorno.
Chi è più colpevole? Chi ha commesso un omicidio oppure chi non ha garantito che si desse “certezza”? Chi è “più” vittima? Colui al quale hanno tolto la vita e l’affetto dei propri cari oppure quelli che sono rimasti ad aspettare? Forse!
Io … non so rispondere a queste domande! Ma, credo, sia giunto il momento (forse) che qualcun altro se le ponga. Io … non ho tanti cassetti; ne tantomeno molte carte. Qualcun altro sembra di si.
Quante cose si possono fare in 6.935 giorni (ovvero diciannove-lunghi-anni)? Magari, anche aprire un cassetto e leggere le carte. (Io… ripeto) “forse”(sperando che non siano troppi)!
La mia barba diventa ogni-giorno più bianca e, ormai, di foto ne scatto ben poche: ormai, mi fanno paura, perché mi ricordano che in un cassetto ci sono delle carte che (mi dicono) nessuno “vuole” leggere (forse)!
Ciao “Ciccio”! Questo è il mio ricordo: disagiato e silenzioso, ma … di un amico!Francesco Vecchio
Francesco Vecchio, è stato per molti anni il Direttore Generale della ICM Leonardi, una delle più importanti realtà economiche ed industriali di Acireale e della Sicilia orientale, rimasta operativa fino a metà degli anni ’80 con attività nella produzione della pasta e nel settore agricolo e zootecnico.
Dopo la grave crisi economica che colpì il settore alimentare, ed in particolare il gruppo Leonardi, con la chiusura dello stabilimento principale adibito a pastificio e mangimificio, Francesco Vecchio ottenne l’incarico di Direttore del Personale dell’Acciaieria Megara, altra importante industria catanese che all’inizio degli anni ’90 occupava in via diretta oltre 300 dipendenti, e un centinaio di lavoratori tra le aziende dell’indotto.
E’ stato assassinato all’età di 52 anni nella Zona Industriale di Catania intorno alle 18,30 del 31 ottobre del 1990, insieme all’Amministratore Delegato della Megara, Alessandro Rovetta, poco lontano dall’uscita dell’azienda mentre a bordo della sua auto tornava a casa dopo una giornata di lavoro.
Sul finire degli anni ottanta l’Acciaieria Megara aveva avviato un processo di ammodernamento tecnologico degli impianti produttivi per il quale aveva chiesto ed ottenuto finanziamenti dalla Regione Sicilia per circa 60 miliardi di lire.
Per la realizzazione delle opere di ammodernamento degli impianti, l’azienda era ricorsa alle prestazioni di alcune società esterne, che utilizzavano proprio personale.
Fino a poco prima dell’estate del 1990 Vecchio si occupava della gestione del solo personale che era alle dipendenze dirette dell’azienda. La gestione delle maestranze e delle aziende dell’indotto (impegnate nella ristrutturazione dei reparti) era compito affidato alla Direzione Tecnica.
Nel mese di agosto 1990, con l’uscita dall’azienda del Direttore Tecnico, la gestione di questi rapporti passò alla Direzione del Personale. A seguito di alcuni controlli effettuati sulle attività di queste ditte, Vecchio decise di estendere anche ai dipendenti delle aziende esterne le modalità di controllo delle presenze al lavoro già in uso per i dipendenti della Megara. Poco dopo iniziarono le minacce telefoniche e le intimidazioni in azienda.
Le indagini sono state indirizzate sia sul versante del possibile interesse della mafia al finanziamento regionale ed alla acquisizione del controllo dell’azienda, sia su quello del mutato approccio alla gestione dei rapporti con le ditte e le maestranze dell’indotto.
Vecchio era sempre stato molto riservato ed a casa non parlava quasi mai del suo lavoro. In famiglia era colui che risolveva i problemi badando a non trasmettere mai le sue preoccupazioni.
Era un marito ed un padre buono, attento ed affettuoso; tentava di limitare il più possibile le ansie dei suoi cari, i loro timori, non manifestando preoccupazione per le telefonate e le minacce che giungevano a casa.
Per quanto egli abbia cercato di minimizzare e di non mostrare ansia, in quel periodo ormai tutta la famiglia viveva con la consapevolezza inconscia di un pericolo che, al tempo stesso, in qualche modo, si tentava però di rifiutare ed allontanare nel tentativo di continuare a condurre una vita serena.
Per la moglie Elvira la vita è finita quel 31 ottobre del 1990! Niente è stato più come prima.
All’epoca i due figli erano poco più che “ragazzi”, con tanta voglia di fare e mille progetti che, loro malgrado, quella barbara violenza ha istantaneamente spazzato via, portando via il padre e stravolgendo la vita di tutta la famiglia.
Sono passati più di diciassette anni dalla sua morte ed il suo omicidio non ha ancora avuto giustizia. Non c’è stato un processo, non ci sono stati indiziati. E’ rimasto tra i pochi omicidi di mafia a Catania dell’ultimo ventennio ad essere ancora impunito.
Francesco Vecchio è una vittima innocente della mafia che ha avuto la sola colpa di non volersi piegare al ricatto e di volere rimanere libero ed onesto.
Una cara amica di famiglia ha voluto recentemente ricordarlo scrivendo alla famiglia queste parole:”Il modo migliore per ricordare Ciccio Vecchio, credo sia quello di adoperare poche parole comprensibili a tutti, poiché in esse sarà facile ritrovarlo per chi ha avuto il privilegio di conoscerlo, ed immaginarne lo spessore per chi invece ne sente parlare per la prima volta.
Ricordare Ciccio Vecchio vuol dire, innanzi tutto, ricordare un “UOMO”, o meglio, un “VERO UOMO”; un individuo, cioè, in cui forza e delicatezza coesistono e si combinano armoniosamente, una persona carismatica, coinvolgente, un leader indiscusso, capace di far sorridere, di rassicurare, di organizzare e coinvolgere.
Un uomo capace di farsi amare dai bambini, quale io ero quando lo conobbi, come dagli adulti, dai professionisti più eruditi come dalla gente più umile, un uomo in grado di rapportarsi con tutti.
Un uomo semplice e giusto, in grado di amare, di credere, di lottare per ciò che riteneva giusto fino al punto di morire per difendere delle idee.
Un uomo che ha pagato, infatti, la sua rettitudine con la vita, perché chi è troppo puro per esser “sporcato” diventa estremamente pericoloso per chi, invece, in quella sporcizia e di quella sporcizia ci vive, necessitando di macchiare ogni cosa che tocca ed ogni individuo che incontra.
“Macchiare” Ciccio non è stato possibile, è morto “pulito” per come ha vissuto.
Ciccio Vecchio era un uomo tanto straordinario da rimanere impresso nell’animo di chi lo ha conosciuto anche dopo tanto tempo.
Ecco… questa è la verità, una verità semplice e chiara come l’uomo di cui racconta.”.

Salvatore Vecchio

 

 

 

Articolo del 2 Novembre 2010 da: liberainformazione.org
Vent’anni dopo l’omicidio Vecchio
Un delitto che rimane senza verità e giustizia
di Norma Ferrara

Acireale, provincia di Catania, Sicilia orientale. Sono trascorsi venti lunghissimi anni dall’assassinio di Francesco Vecchio, siciliano, ucciso nella provincia etnea il 31 ottobre del 1990, a 52 anni. Domenica scorsa una messa celebrata da Don Luigi Ciotti lo ha ricordato in una messa privata, con i familiari, gli amici e i giovani di Libera, proprio ad Acireale. Vecchio, è stato il Direttore Generale della ICM Leonardi, una delle più importanti realtà economiche ed industriali della Sicilia orientale. Poi successivamente, il direttore del personale dell’Acciaieria Megara, altra importante industria catanese che contava oltre 300 dipendenti, e un centinaio di lavoratori tra le aziende dell’indotto.

Un uomo onesto e riservato

Sul finire degli anni ’80 l’Acciaieria aveva avviato un processo di ammodernamento tecnologico  e successivamente era ricorsa alle prestazioni di alcune società esterne, che utilizzavano proprio personale. Vecchio si occupò dei controlli sui lavoratori e sulle attività aziendali, anche dell’indotto.

Lo fece con rigore, attenzione e professionalità.  Poco dopo iniziarono le minacce telefoniche e le intimidazioni. Il 31 ottobre Francesco Vecchio viene assassinato a Catania insieme all’amministratore delegato della Megara, Alessandro Rovetta, poco lontano dall’uscita dell’azienda mentre a bordo della sua auto tornava a casa dopo una giornata di lavoro. Le indagini sul suo omicidio seguono il possibile interessamento della mafia al finanziamento regionale che la ditta aveva ricevuto per l’ammodernamento, circa 60miliardi di lire e al possibile controllo dell’azienda stessa.

Omicidio vecchio, inchiesta dimenticata

L’inchiesta rimane ferma. «Nel 2007 il fascicolo con le indagini sull’omicidio di mio padre – dichiara oggi, il figlio Salvatore – era stato archiviato. Nel 2008 le indagini sono ripartite, ma senza alcun risultato. Quello che ho capito in questi anni è stato che la procura di Catania ha dovuto, evidentemente, “occuparsi di altro”». Una amara constatazione arriva da Salvatore Vecchio che ha visto in questi anni un panorama investigativo stagnante,  spesso accompagnato da un generale clima di indifferenza, di rassegnazione, presente nella città.  «Francesco Vecchio era sempre stato molto riservato e a casa non parlava quasi mai del suo lavoro. In famiglia era colui che risolveva i problemi badando a non trasmettere mai le sue preoccupazioni – ricorda il figlio – era un marito ed un padre buono, attento ed affettuoso; tentava di limitare il più possibile le ansie dei suoi cari, i loro timori, non manifestando preoccupazione per le telefonate e le minacce che giungevano a casa». (clicca qui per leggere l’articolo: Francesco Vecchio, un uomo semplice e giusto). Vent’anni dopo l’omicidio Vecchio rimane tra i pochi omicidi di mafia dell’ultimo ventennio catanese ad essere ancora impunito. Un fatto piuttosto singolare. Gli amici e i familiari lo ricordano come «un uomo semplice e giusto, in grado di amare, di credere, di lottare per ciò che riteneva giusto fino al punto di morire per difendere delle idee».

 

 

 

 

Fonte: isiciliani.it
Articolo del marzo 2015
La morte dimenticata di Francesco Vecchio
di Simone Olivelli
“So chi ha ordinato la morte di mio padre, ma probabilmente non verrà mai condannato”

«Come erano quei giorni? Difficili. Lui cercava di non allarmarci, ma avevamo paura. Una volta fui io a rispondere al telefono e ad ascoltare le minacce». Salvatore, figlio di Francesco Vecchio, l’imprenditore originario di Acireale che venne crivellato di colpi di arma da fuoco il 31 ottobre 1990 nella zona industriale di Catania, oggi vive e lavora lontano dalla Sicilia ma non per questo si è messo dietro le spalle quella terra che oltre ad avergli dato i natali gli tolse il padre, ucciso dalla mafia.

«So chi ha ordinato la morte di mio padre, ma probabilmente non verrà mai condannato» dichiara al telefono Salvatore.

L’assassinio di Vecchio – ucciso di ritorno dal lavoro insieme ad Alessandro Rovetta, l’amministratore delegato dell’Acciaieria Megara, la società per la quale l’imprenditore acese lavorava come direttore del personale – è infatti uno dei pochi delitti eccellenti che negli anni non hanno registrato un passaggio giudiziario. Nessun processo, nessun imputato. Soltanto delle indagini finite ben presto nel dimenticatoio.

Eppure, che dietro l’omicidio dei due ci fosse stata una regia mafiosa lo si era pensato sin da subito: nei mesi precedenti, diversi erano stati gli episodi intimidatori attraverso i quali ignoti avevano avvertito Vecchio di smetterla, di farsi gli affari propri se non voleva che finisse male.

«Quella volta in cui fui io a prendere la cornetta – ricorda Salvatore – mi dissero che mio padre era un ‘cornuto’, che ci avrebbero ammazzati».

Per capire i motivi che portarono Vecchio a rendersi inviso agli occhi di chi di lì a poco sarebbe passato dalle parole ai fatti, bisogna tornare un po’ indietro nel tempo: l’Acciaieria Megara già da tempo era entrata tra gli interessi della malavita organizzata, grazie all’aggiudicazione di un finanziamento di 60 miliardi di lire con il quale la ditta, che già occupava un posto di rilievo nel settore, avrebbe puntato a un ulteriore ampliamento.

A lavorare nei cantieri erano diverse cooperative che – a detta di Salvatore Vecchio – non erano esenti dalle infiltrazioni mafiose: «I problemi per mio padre iniziarono quando gli viene affidata anche la gestione del personale delle cooperative, che fino a quel momento era stato sotto il controllo del direttore dell’ufficio tecnico.

In quelle cooperative – spiega il figlio della vittima – lavoravano anche diversi detenuti con permessi speciali; persone che fino a quel momento avevano avuto la libertà di non presentarsi al lavoro senza che nessuno obiettasse alcunché».

Fino a che Vecchio non decise di intervenire.

Da lì in poi, la vita dell’imprenditore acese fu un susseguirsi di preoccupazioni e minacce fino all’epilogo più tragico.

«In realtà mio padre denunciò quelle minacce – dichiara Salvatore – ma, quando andammo in questura dopo l’omicidio, ci dissero che a loro non risultava nulla».

Le indagini si sarebbero arenate poco dopo lasciando a carico di ignoti la responsabilità del gesto, ma nonostante ció la famiglia di Vecchio ha continuato per anni a cercare qualche brandello di verità, qualche elemento utile che potesse ridare respiro all’attività dei magistrati.

Una testimonianza sepolta
Ciò si concretizza diciotto anni dopo, con una scoperta quasi fortuita che lascia di stucco Salvatore: «A ordinare l’omicidio è stato il clan Santapaola-Ercolano, e a dirlo non sono io ma un pentito di primissimo livello». Fu Maurizio Avolta, storico pentito della mafia catanese, nel lontano 1994, a colloquio con i magistrati della Procura di Messina, a raccontare alcuni dettagli del duplice omicidio Vecchio-Rovetta.

Di quella testimonianza, però, non se ne fece nulla; anzi, per dirla tutta, fino al 2008 non è mai emersa: «Ho trovato questa parte di interrogatorio all’interno del fascicolo delle indagini – afferma Vecchio – e mi stupisco di come all’epoca dei fatti i magistrati non abbiano approfondito il loro lavoro partendo dalla testimonianza di un pentito su cui si è tantissime volte fatto affidamento».

La scoperta ha riacceso la speranza, ma per poco: «Ho fatto richiesta di riapertura delle indagini ma a distanza di anni è difficile trovare un altro pentito che accrediti la versione di Avola, così da poter portare a dibattimento quelle accuse».
“Passare ad atti concreti, quotidiani”

A distanza di venticinque anni, tuttavia, qualcosa sembra risvegliarsi, almeno per quanto riguarda la memoria: il Comune di Acireale ha annunciato poche settimane fa la volontà di intitolare un piazzale alla memoria di Francesco Vecchio. Per farlo bisognerà attendere che l’iter burocratico faccia il suo corso, ma quel giorno Salvatore sarà presente: «Spero di portare in città anche don Ciotti. Ricordare è importante – conclude – ma è giunto anche il momento di passare ad atti concreti, nella quotidianità. La retorica dell’antimafia non ha più senso».

 

 

 

Fonte: catania.livesicilia.it
Articolo del 11 maggio 2015
Ciccio Vecchio, le voci di due pentiti
Un delitto senza verità processuale
di Laura Distefano

ACIREALE – Francesco Vecchio, il cui nome da oggi campeggia nell’area ex Com di Acireale, è una vittima della mafia: una morte ancora senza giustizia. Un’indagine archiviata e mai riaperta nonostante le pressioni della famiglia di Ciccio, ammazzato a solo 52 anni nel 1990. Era il direttore del personale delle Acciaierie Megara e fu ucciso insieme all’amministratore delegato Alessandro Rovetta. Erano le 18,30 alla zona industriale di Catania: il suo cadavere fu trovato poco lontano dall’uscita dell’azienda, era a bordo della sua auto, tornava a casa dopo una giornata di lavoro. Che sia ucciso dalla criminalità organizzata non ci sono dubbi: però non c’è un processo, nè tanto meno una sentenza. E forse non è mai stato scritto nessuno nel registro degli ingadati, nè come mandante nè come sicario.

In queste settimane il nome delle Acciaierie Megara al Palazzo di Giustizia di Catania si sente spesso. E soprattutto nel processo sull’omicidio di Luigi Ilardo che vengono ripresi “quei pizzini di Bernardo Provenzano” dove si discute delle estorsioni al colosso siderurgico catanese. “Nei bigliettini si accenna ad una discussione inerente la messa a posto riguardante le Acciaierie Megara” – racconta il capitano Damiano, ex comandante dei Ros di Caltanissetta, durante il processo. E non solo, su quelle estorsioni mai arrivate alla cupola palermitana furono diffuse voci insistenti – come racconta il pentito Santo La Causa – che fossero state intascate da Gino Ilardo, vertice provinciale dei Madonia a Catania. Un modo per “forzare” il suo omicidio, rimasto per un ventennio tra i delitti irrisolti della storia della mafia catanese.

Un giallo quello di Gino Ilardo che per anni è stato accomunato alle Acciaierie Megara negli ambienti criminali. E già questo dimostra come la mafia avesse un interesse verso quell’azienda dove lavoravano Francesco Vecchio e Rovetta. Un’azienda che negli anni Ottanta avevano ricevuto dalla Regione un finanziamento di circa 60 miliardi del vecchio conio, insomma poco meno di 30 milioni di euro, per ampliare e ammodernare gli impianti. Un tesoretto che avrebbe fatto troppa gola ai clan. Ma le inchieste si sono arenate, tutte.

Qualche mese fa, dalle pagine di Meridionews e I Siciliani, il figlio di Ciccio Vecchio Salvatore ha lanciato un ulteriore appello alla giustizia per poter avere una verità processuale sul delitto di suo padre. E’ lui stesso ad aver scovato un verbale del pentito Maurizio Avola che nel 1994 aveva raccontato dettagli del duplice omicidio Vecchio- Rovetta ai magistrati. Per il collaboratore l’agguato era stato ordinato dalle file dei Santapaola Ercolano. Una voce solitaria che non basta per sostenere un’istruttoria dibattimentale.

Ma tra i faldoni della procura c’è la trascrizione di un altro verbale che parla dell’omicidio di Francesco Vecchio e le indicazioni sui mandanti e i sicari portano da tutt’altra parte nella mappa della criminalità organizzata catanese. E’ nel gruppo di Orazio Privitera, capomafia dei Cappello, che secondo Giuseppe Ferone andrebbe cercato l’assassino del direttore delle Acciaierie Megara. La questione sarebbe stata legata ad un diverbio relativo allo smaltimento dei rottami di ferro. Una pista in realtà mai battuta anche perchè Giuseppe Ferone non è mai stato ritenuto un collaborante attendibile, anche perchè quando entrò nel programma con la magistratura, non smise di delinquere. Anzi non smise di uccidere. Ferone, altri non è che colui che avrebbe ucciso Concetta Minniti, la moglie di Nitto Santapaola.

Solo accuse, deboli, e forse anche false visto da chi provengono. Troppo poco anche per far reggere la riapertura di un caso che sembra destinato a rimanere senza colpevoli. Una pagina amara della giustizia catanese.

 

 

Foto da: catania.meridionews.it

Fonte:  catania.meridionews.it
Articolo del 11 Maggio 2015
Acireale, intitolato piazzale a Francesco Vecchio
Don Ciotti: «Tanta memoria è diventata retorica»
di Simone Olivelli

La città acese ha dedicato l’ex piazzale Com al dirigente dell’acciaieria Megara ucciso nel 1990 dalla mafia. Un omicidio sul quale da tempo le indagini si sono arenate, hanno denunciato i figli. Alla cerimonia ha partecipato il fondatore di Libera, che ha invitato a un impegno più concreto. «Non basta svelare delle lapidi e intitolare delle vie».

Adesso è ufficiale. Da oggi la città di Acireale avrà un luogo dedicato alla memoria di Francesco Vecchio, il dirigente dell’acciaieria Megara ucciso dalla mafia il 31 ottobre 1990 nella zona industriale di Catania, insieme all’amministratore delegato della società Alessandro Rovetta. Un omicidio che non ha mai avuto un colpevole e che per anni è caduto nel dimenticatoio. Lo scarto con la storia è stato però in qualche modo recuperato stamattina con la trasformazione dell’ormai ex piazzale Com in largo Francesco Vecchio. La cerimonia di intitolazione si è svolta alla presenza dei familiari della vittima, dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco Roberto Barbagallo e delle associazioni e delle parti civili che già da tempo hanno lavorato affinché la città desse prova tangibile di voler rispolverare il proprio passato.

A prendere parte all’inaugurazione è stato anche il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, che ha parlato per ultimo: «Siamo qui per ricordare chi è stato ammazzato dalla mafia – ha dichiarato – ma non basta svelare delle lapidi e intitolare delle vie. Quei nomi devono essere incisi nella nostra coscienza, se no diventa una celebrazione e di celebrazioni non ne abbiamo bisogno. Perché c’è tanta memoria che è diventata retorica nel nostro Paese».

Ciotti è poi tornato sull’esigenza di risalire alla verità delle stragi di mafia, ricordando come nel caso di Vecchio a distanza di 25 anni non si sappia nulla. Già nei mesi scorsi, Salvatore Vecchio, uno dei figli della vittima, aveva dichiarato a MeridioNews di aver scoperto nel 2008 uno stralcio di un interrogatorio del pentito Maurizio Avola, il quale nel 1994 aveva parlato dell’omicidio Vecchio-Rovetta. A quell’interrogatorio però parrebbe non essere stata data particolare importanza: «Non è possibile che a distanza di anni non si conosca la verità – ha continuato il presidente della Libera -. Il 75 per cento dei familiari delle vittime di mafia non sa la verità, a queste condizioni non è possibile parlare di giustizia».

Da Ciotti, poi, un riferimento anche all’abuso di parole come legalità e antimafia, a cui sempre più spesso si ricorre con il rischio di svilirne il reale significato: «Ancor prima che parlare di legalità bisogna riscoprire la giustizia – ha ribadito il presidente di Libera, che lo scorso anno ha ricevuto minacce di morte dal boss Totò Riina -, la giustizia deve essere il vero obiettivo, la legalità è solo uno strumento per raggiungerla». Poco prima di salire sul palco, lo stesso Ciotti si era lasciato andare a un breve commento a MeridioNews sull’uso, particolarmente frequente in Sicilia, dell’antimafia come grimaldello politico: «Come dico sempre, bisognerebbe essere responsabili non solo dei fatti ma anche delle parole che utilizziamo».

Chi per anni ha vissuto il dramma dell’assassinio del dirigente dell’acciaieria Megara è la sua famiglia. E se dal palco il figlio Salvatore ha invitato a non credere a chi nega l’esistenza della mafia, perché «la mafia c’è e c’è la mafiosità di chi con determinati comportamenti quotidiani» prestano il fianco all’affermazione della criminalità organizzata, il fratello Pierpaolo ha ricordato le conseguenze in termini di relazioni interpersonali che ebbe quel delitto. «In quell’auto potevo esserci anche io – dichiara il figlio di Francesco Vecchio a MeridioNews – perché in quegli anni lavoravo con mio padre. Dopo il suo omicidio per tutta la famiglia è stato un periodo molto difficile, fatto di amicizie che venivano meno e diffidenza generale. Perché non erano pochi quelli che pensavano “se lo hanno ammazzato evidentemente qualcosa aveva fatto, se la sarà cercata”».

La giornata ha registrato anche due piccole polemiche: la prima riguardante la parziale presenza delle scuole, specialmente dei due licei acesi, e la seconda inerente a una piccola contestazione registratasi nel quartiere san Cosmo, luogo di destinazione del corteo che è partito da largo Francesco Vecchio. A chiarire parzialmente la prima questione è stato il dirigente scolastico del liceo scientifico Archimede, Riccardo Biasco: «Siamo presenti con una delegazione formata da tre classi – ha dichiarato il preside dell’istituto -. Troppo poche? Purtroppo il mese di maggio è un periodo complicato per la didattica, ma la vicinanza alla manifestazione è comunque forte».
Per quanto riguarda la contestazione – avvenuta a margine dell’intitolazione di una via a Giorgio Ambrosoli alla presenza della figlia, Francesca, e promossa da Liberacittadinanza Acireale – la quale si è detta grata alla città di Acireale per aver pensato di destinare un luogo alla memoria del padre, nonostante la sua vicenda personale si sia svolta al Nord – un gruppo di residenti ha protestato nei confronti dei politici locali, accusati di vivere il territorio soltanto nelle occasioni ufficiali. All’origine del malumore, pertanto, non ci sarebbero riferimenti all’avvocato milanese ucciso a Milano nell’estate del 1979.

 

 

 

In memoria di Francesco Vecchio ucciso dalla mafia
FanCity Acireale 31 ott 2018
Le parole del figlio Pierpaolo in occasione dell’evento organizzato dall’associazione culturale VieTraverse

 

 

 

 

 

 

 

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