5 Agosto 1989 Palermo. Uccisi Antonino (Nino) Agostino, agente di polizia, e sua moglie Ida Castelluccio che aspettava un bambino.

Foto  da malitalia.it

Il 5 agosto 1989 Antonino Agostino, agente di Polizia alla questura di Palermo, era a Villagrazia di Carini con la moglie Ida Castelluccio, sposata appena un mese prima. La sua consorte era incinta di quello che sarebbe stato il loro primo figlio. Mentre entravano nella villa di famiglia per festeggiare il compleanno della sorella di lui, un gruppo di sicari in motocicletta arrivarono all’improvviso e cominciarono a sparare sui due. Agostino venne colpito da vari proiettili, mentre la Castelluccio venne raggiunta da un solo colpo e cominciò a strisciare per terra per avvicinarsi al marito morente. I genitori di Agostino, uditi gli spari, andarono a soccorrere il figlio e la nuora ma non c’era più niente da fare: erano entrambi già morti. Quel giorno, Agostino non portava armi addosso. La squadra mobile di Palermo seguì inutilmente per mesi un’improbabile “pista passionale”.
La notte della morte di Antonino Agostino e della moglie, alcuni ignoti “uomini dello Stato” riuscirono ad entrare nell’abitazione dei coniugi defunti e fecero sparire degli appunti che riguardavano delle importanti indagini che stava conducendo Agostino. Ai funerali di Antonino Agostino e Ida Castelluccio, tenutisi il 10 agosto 1989, erano presenti i giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lo stesso Falcone disse ad un amico commissario, pure presente al funerale:
«Io a quel ragazzo gli devo la vita».
Antonino Agostino stava indagando sul fallito attentato dell’Addaura: il 21 giugno 1989 alcuni agenti di scorta trovarono su una spiaggia dell’Addaura un borsone contenente cinquantotto candelotti di tritolo. In quella stessa spiaggia si trovava la villa di Giovanni Falcone, obiettivo del fallito attentato. Sicuramente Agostino aveva scoperto qualcosa di importante su quel borsone-bomba dell’Addaura e per questo è stato eliminato. Attualmente i mandanti e gli esecutori dell’omicidio di Agostino e Ida Castelluccio sono ignoti. Vincenzo Agostino, il padre di Antonino, ha giurato di non tagliarsi più la barba finché non verrà scoperta la verità sulla morte del figlio e della nuora.
Il 5 agosto 2011 una lapide commemorativa è stata installata sul lungomare Cristoforo Colombo di Villagrazia di Carini (Palermo), per ricordare l’omicidio dell’agente Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. (Wikipedia)

 

Fonte: familiarivittimedimafia.com

La storia dell’agente di polizia, Nino Agostino, ucciso il 5 agosto del 1989 a Villagrazia di Carini, insieme alla moglie Ida Castellucci, incinta, è certamente una delle più drammatiche ed oscure vicende della storia di un’Italia retta, allora come adesso, da poteri deviati e da un’ antistato che troppo spesso diviene Stato.
Sulla morte di Nino Agostino non è ancora stata fatta luce ed i suoi assassini, insieme ai mandanti, sono a tutt’oggi uomini liberi esattamente come qualsiasi altro onesto padre di famiglia. Sul fascicolo relativo alle indagini sul suo assassinio è stato apposto quello che non esitiamo a definire “il sigillo della vergogna” ovvero il Segreto di Stato.
Nino e Ida, quel giorno, si trovavano davanti alla villa di famiglia per partecipare al compleanno della sorella di Nino. Furono trivellati di colpi da due sicari in motocicletta sotto gli occhi dei genitori Vincenzo ed Augusta.
Suo padre, Vincenzo Agostino, un anziano uomo che ha percorso qualsiasi strada pur di ottenere giustizia da quello Stato per il quale suo figlio Nino ha consapevolmente sacrificato la vita, ha promesso di non tagliare più la propria barba bianca fino a che non otterrà quello che gli spetta; giustizia per suo figlio, per la sua famiglia, per la nuora Ida e per sua nipote mai nata.
Di recente, nel registro degli indagati in merito all’inchiesta sulla morte di Nino Agostino e della moglie Ida Castellucci, è stato iscritto Guido Paolilli, poliziotto in pensione, indagato per favoreggiamento aggravato e continuato a Cosa Nostra. Il collega e amico di Nino Agostino, che svolse le indagini immediatamente dopo la sua morte, fornì una pista che conduceva ad un “delitto passionale”.
In Sicilia questa è quasi una tradizione che se non fosse perchè si tratta di omicidi verrebbe a buon diritto inserita negli alamnacchi di storia e cultura popolare; prima li ammazzano e poi li fanno passare per pazzi o puttanieri.
L’ iscrizione nel registro degli indagati è scattata in seguito ad una conversazione intercettata a marzo nella sua casa di Montesilvano a Pescara. Paolilli ed ill figlio stavano ascoltando, su RAI UNO, Vincenzo Agostino, padre dell’ agente, che in quel frangente citava le parole scritte su un biglietto trovato nel portafogli di Nino: “Se mi succede qualcosa andate a cercare nell’armadio di casa”. Il figlio di Paolilli, chiedendo al padre quale fosse il contenuto dell’armadio, si sentì rispondere: “Una freca di carte che ho distrutto”. Sul conto di Paolilli anche Vincenzo Agostino ha rivelato elementi interessanti: “un giorno Guido Paolilli, che era amico di mio figlio, insistette per venire con noi al cimitero. Incalzato dalle nostre domande sulle indagini, disse che la scoperta della verità non avrebbe fatto piacere. Disse pure che avrebbe fatto il possibile per mostrarci sei fogli”.
I sei fogli non sono mai stati mostrati alla famiglia Agostino ne ve ne è più traccia.
Paolilli ha dichiarato che i sei fogli vennero sequestrati durante la terza perquisizione nell’appartamento di Nino Agostino. Negli atti della Squadra Mobile risultano però solo due perquisizioni. Un’ altra incongruenza di non poco conto nelle dichiarazioni di Paolilli è quella relativa alle mansioni svolte. Paolilli ha dichiarato di svolgere servizio presso il nucleo scorte ma diversi suoi colleghi hanno asserito, smentendolo, che l’indagato svolgeva attività antimafia.
Paolilli era persona di fiducia di Bruno Contrada ed ha testimoniato a sua difesa nel processo a suo carico. Si riferiva proprio a Paolilli l’agente Agostino quando disse ad un collega: “Sto collaborando con un amico per la cattura di latitanti?”.
Ad oggi esiste un solo pentito che ha raccontato di questo omicidio, Oreste Pagano, il quale ha affermato: “Ero al matrimonio di Nicola Rizzuto, in Canada. C’era un rappresentante dei clan palermitani, Gaetano Scotto. Alfonso Caruana mi disse che aveva ucciso un poliziotto perché aveva scoperto i collegamenti fra le cosche ed alcuni componenti della questura. Anche la moglie sapeva, per questo morì”.
I servizi segreti italiani hanno sempre negato che l’agente Agostino abbia svolto servizio presso il SISMI ma la recente riapertura delle indagini sarebbe giustificata dal ritrovamento di nuovi documenti nell’archivio della Squadra Mobile che attesterebbero l’attività di antimafia del poliziotto tra le fila dei servizi segreti. Inoltre, una nota riservata del 1993, a firma del capo del centro di controspionaggio di Palermo alla prima divisione Sismi di Roma, testimonia il grande interesse dei servizi nei confronti dell’ operato dei giudici inquirenti sulla morte del poliziotto: “Centro controspionaggio di Palermo. Riservato. Oggetto: riapre l’indagine sul delitto Agostino. Data 5 marzo 1993. Secondo quanto è stato possibile apprendere il gip titolare dell’inchiesta sarebbe in possesso di due memoriali consegnati dai familiari dell’Agostino e del Piazza che avrebbero indotto il magistrato a riaprire i due casi, unificandoli. Nei memoriali di cui sopra, acquisiti dal gip, pare che siano contenute affermazioni di una certa gravità in merito al noto episodio del rinvenimento di un ordigno esplosivo nell’estate del 1989 presso la villa all’Addaura del dottor Falcone”.

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 31 ottobre 1990
Il poliziotto fu ucciso con la moglie nell’agosto del 1989 in Sicilia
Poco dopo morì anche un agente del Sisde: c’è un collegamento?
Nuove ipotesi sul caso Agostino
di Francesco Vitale
Gli omicidi di Antonino Agostino, 25 anni, poliziotto, ed Emanuele Piazza, 32 anni, collaboratore del Sisde, potrebbero essere strettamente collegati. Piazza sarebbe stato ucciso perché aveva scoperto gli autori dell’omicidio del poliziotto. Si tratta di un’ipotesi investigativa contenuta in un rapporto presentato dagli investigatori alla Procura della Repubblica. L’avvocato dei familiari dell’agente ucciso: «Seguite questa pista».

PALERMO Due gialli palermitani che si intreccino. Le storie parallele di due giovani, un poliziotto ed un agente segreto, uccisi dalla mafia a distanza di pochi mesi. Antonino Agostino, 25 anni, agente del commissariato San Lorenzo, venne ucciso assieme alla sua giovane moglie, Ida Castelluccio, davanti all’uscio della casa di villeggiatura dei genitori nell’agosto del 1989. Emanuele Piazza, 32 anni, ex poliziotto, una tessera del Sisde in tasca, fu inghiottito dalla lupara bianca sette mesi più tardi. Qualcuno che il ragazzo conosceva bene lo invitò ad un appuntamento e gli tese la trappola mortale.

Due episodi apparentemente senza nessun legame ma che, invece, potrebbero avere un clamoroso collegamento. Per questo l’avvocato difensore della famiglia Agostino, Vincenzo Gervasi, ha sollecitato la Procura della Repubblica ad approfondire questo aspetto dell’indagine sull’uccisione dei due giovani investigatori. Ma quale sarebbe il collegamento tra l’assassinio del poliziotto e la scomparsa dell’agente segreto? Emanuele Piazza aveva forse scoperto l’autore dell’omicidio di Antonino Agostino e di sua moglie. Si tratta di un’ipotesi investigativa contenuta in un rapporto sull’omicidio dell’agente, presentato dal commissariato San Lorenzo al sostituto procuratore Alfredo Mordillo, titolare delle due inchieste. Cosa scrivono i poliziotti in questo rapporto? Pochi giorni prima dell’agguato al giovane investigatore, lo 007 del Sisde venne a conoscenza di un particolare interessante, un pregiudicato, molto vicino ai corleonesi, aveva chiesto ad un meccanico in odor di mafia di preparare una motocicletta per «un lavoro mollo urgente». Nel gergo mafioso «lavoro urgente» è sinonimo di omicidio. Siamo nei primi giorni dell’agosto dello scorso anno. I killer che uccisero Antonino Agostino e sua moglie si servirono proprio di una motocicletta di grossa cilindrata, poi ritrovata bruciata a pochi chilometri dal luogo del delitto.

Ma c’è un altro particolare inquietante.II giorno dell’omicidio Antonino Agostino avrebbe dovuto fare il turno pomeridiano al commissariato e soltanto all’ultimo momento aveva chiesto un permesso per poter partecipare alla festa di compleanno della sorella nella casa di villeggiatura dei genitori. I killer lo aspettavano davanti al portone. E ancora. Agostino e Piazza lavoravano entrambi nella stessa zona, quella compresa tra Partanna Mondello e San Lorenzo. Avevano scoperto qualcosa di importante? Un fatto è certo poco prima di essere uccisi i due investigatori avevano confidato ai familiari di sentirsi in pericolo. Emanuele Piazza, il cui nome in codice era «Topo», su ordine del Sisde riuscì ad infiltrarsi nela cosca mafiosa dello Zen. Scopo della sua missione mettersi sulle tracce dei grossi latitanti di Cosa nostra. Un’Impresa che lo 007 palermitano non riuscì a portare a termine e che anzi pagò con a vita. Dieci giorni prima della sua scomparsa, la squadra mobile aveva scoperto un covo di killer mafiosi allo Zen, sequestrando armi, motociclette e automobili risultate rubate Subito dopo quell’operazione di polizia, Piazza si sentì franare il terreno sotto i piedi. Era stato lui a svelare agli investigatori l’esistenza del covo?

 

 

 

Articolo del 17 dicembre 2005 da ricerca.repubblica.it
Poliziotto ucciso: ‘Segreto di Stato’
di Salvo Palazzolo

È durato un attimo il barlume di luce nella stanza blindata della Procura dove si indaga sull’omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie incinta. I pm Domenico Gozzo e Gioacchino Natoli erano arrivati a un nome importante, erano convinti di aver individuato il misterioso agente segreto con «la faccia da mostro» di cui aveva parlato il boss confidente Luigi Ilardo prima di essere ammazzato: sarebbe un insospettabile funzionario regionale – vicino all’ ex sindaco Vito Ciancimino – morto pochi anni fa per un tumore. Ma quando le indagini su mafia e servizi deviati sembravano a una svolta, un messo ha bussato alla porta della Procura e ha consegnato una busta con l’ intestazione «Sisde». I magistrati aspettavano con ansia quel documento, avevano chiesto al direttore dell’intelligence di conoscere i nomi degli agenti operativi a Palermo fra l’89 e il ’90. Una laconica lettera ha comunicato che quei nomi sono coperti dal segreto di Stato. Così, le indagini sull’ omicidio di un poliziotto e di sua moglie, trucidati a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989, sono di nuovo ferme. Ai magistrati non è rimasto che chiedere l’ archiviazione. Perché il segreto di Stato e i termini in scadenza dell’ inchiesta non consentono altro. «Ci opporremo all’archiviazione – dice il legale della famiglia Agostino, l’avvocato Vincenzo Gervasi – chiederemo al gip di assegnare altro tempo per le indagini. E ci opporremo soprattutto al segreto di Stato, se necessario anche attraverso un appello al presidente della Repubblica». Sedici anni dopo, il caso dell’agente Agostino, ufficialmente un poliziotto come tanti al commissariato San Lorenzo, resta un mistero che ne richiama altri. Per questo, anche la Direzione nazionale antimafia non ha mai smesso di fare accertamenti, soprattutto sulle prime indagini svolte dalla squadra mobile. Conviene partire proprio da qui. La parte civile scopre che la prima perquisizione effettuata nella casa degli Agostino non viene verbalizzata. Alcuni familiari della vittima vedono un poliziotto che porta via delle buste. Mai più ricomparse. Al funerale di Agostino e della moglie c’è Giovanni Falcone, che confida al commissario Montalbano: «Devo la vita a questi ragazzi». Ma non si è mai saputo perché. Le indagini segnano il passo. L’avvocato degli Agostino scopre che si è verificato uno strano incidente mentre i killer entravano in azione: fu coinvolta anche un’auto della polizia. Solo una coincidenza? I killer poterono scappare in contromano senza problemi. Si fa avanti un collega di Nino: «Mi confidò che collaborava con i Servizi per la cattura di Provenzano». Un parente racconta di alcuni viaggi dell’ agente a Trapani. Dove? In quegli anni, ricordano i pm, a Trapani operava l’ultima cellula del servizio segreto Gladio. Nel 2000, il pentito Oreste Pagano racconta: «Ero al matrimonio di Nicola Rizzuto, in Canada. C’era un rappresentante dei clan palermitani, Gaetano Scotto. Alfonso Caruana mi disse che aveva ucciso un poliziotto perché aveva scoperto i collegamenti fra le cosche ed alcuni componenti della questura. Anche la moglie sapeva». Intanto, sul tavolo dei pm arrivano le confidenze di Ilardo al colonnello Riccio: «C’era un agente segreto che faceva cose strane. Aveva la faccia da mostro. è coinvolto nel delitto Agostino». Quando Repubblica scrive di Ilardo (22 febbraio 2003), un familiare di Emanuele Piazza, il collaboratore dei servizi ucciso nel ’90, si ricorda di un uomo con una malformazione alla guancia: «Emanuele lo frequentava». è la svolta. Le indagini portano a un uomo che in Regione ha fatto una gran carriera, da usciere a funzionario: in un vecchio fascicolo, spuntano sue frequentazioni con Ciancimino. Non c’è tempo per interrogarlo: muore prima, la cisti era diventata un tumore.

 

 

 

Articolo del 2 Luglio 2008 da La Repubblica
La verità su Agostino: era uno 007 antimafia
di Salvo Palazzolo

Adesso c’ è la prova, Nino Agostino non era un semplice agente della sezione Volanti del commissariato San Lorenzo. L’ inchiesta condotta dai pm Domenico Gozzo e Nino Di Matteo ha trovato traccia dell’ attività antimafia del poliziotto negli archivi della squadra mobile di Palermo. Per diciannove anni quelle tracce sono rimaste sommerse da un cumulo di carte inutili che cercavano di accreditare un inverosimile movente passionale. Per diciannove anni i documenti che potevano svelare il giallo sono stati occultati ad arte, non è ancora chiaro da chi. Adesso, la squadra mobile ha ritrovato quelle tracce e li ha subito consegnate alla Procura. Nulla si sa sul loro contenuto, che resta coperto da un rigido segreto istruttorio. I magistrati sembrano aver imboccato una pista ben precisa per tentare di smascherare alcuni degli esecutori del depistaggio. Un’ intercettazione ambientale ha portato nel registro degli indagati l’ ex agente della squadra mobile Guido Paolilli, con l’ accusa di favoreggiamento aggravato, per aver favorito Cosa nostra. Da mesi, la Dia di Palermo teneva sotto controllo il poliziotto, che è ormai in pensione: nella sua casa di Montesilvano, provincia Pescara, erano state sistemate delle microspie. Che hanno captato delle parole ben precise il giorno di marzo che il televisore era sintonizzato su Rai 1, mentre il padre di Agostino, Vincenzo, raccontava del biglietto trovato nel portafogli di Nino – “Se mi succede qualcosa andate a cercare nell’ armadio di casa” – e della delusione per non aver scoperto nulla di importante. Quel giorno, durante la trasmissione Tv, il figlio di Paolilli chiese: «Cosa c’ era in quell’ armadio?». Il padre rispose: «Una freca di carte che ho distrutto». Questa frase ha impresso un’ improvvisa accelerazione alle indagini sull’ omicidio di Nino Agostino e della moglie Ida. Era di Paolilli la relazione di servizio che subito dopo il delitto indirizzò i vertici della squadra mobile verso il movente passionale, per una vecchia storia che Nino aveva avuto con una ragazza risultata imparentata con pregiudicati. Paolilli era andato via da Palermo nel 1985, ma tornava spesso in Sicilia, «aggregato» alla squadra mobile, non è ancora chiaro con quali compiti. Lui, interrogato dai pm, ha detto che era addetto alle scorte. Ma le testimonianze di diversi colleghi lo smentiscono: «Svolgeva attività antimafia». Quale? Nell’ 89, dopo il delitto del suo amico Nino Agostino, Paolilli tornò ancora una volta «aggregato» alla Mobile palermitana. Poi, dopo qualche tempo, fu ingaggiato dall’ alto commissariato antimafia. Era già persona fidata di Bruno Contrada, tanto che al processo per l’ ex funzionario del Sisde Paolilli è stato chiamato come teste a difesa, uno dei pochi sottufficiali in un elenco lunghissimo di funzionari e dirigenti. Chi è davvero Paolilli? Durante l’ interrogatorio in Procura, si è limitato a dire che nel periodo dell’ alto commissariato si occupò anche delle ricerche di Totò Riina, ma si è chiuso in un silenzio profondo quando gli è stato chiesto delle sue fonti. è Paolilli «l’ amico» di cui Agostino parlò con un compagno di pattuglia poco prima di morire? «Sto collaborando con un amico per la cattura di latitanti», così disse. L’ indagine va avanti a ritmo serrato. Un’ altra traccia, ritrovata anche questa dopo 19 anni, potrebbe portare lontano: una parente acquisita degli Agostino è risultata in rapporti con uno dei Brusca di San Giuseppe Jato, i mafiosi che custodivano Riina, uno dei latitanti che il poliziotto di San Lorenzo cercava. E’ solo una coincidenza? Sembra ormai sempre più evidente che nel 1989 un gruppo di giovani, come Nino Agostino, Emanuele Piazza, Gaetano Genova (tutti uccisi) collaborava in gran segreto con un settore della polizia (o dei Servizi?) per la ricerca di latitanti. Chi sapeva di questa squadra riservata? Chi volle fermarla?

 

 

 

Videoinchiesta La Repubblica
Addaura, nuova verità sul Capaci
A 20 anni di distanza capovolta la scena dell’agguato mafioso all’Addaura. Nel commando c’erano uomini dei servizi segreti. I poliziotti che salvarono il giudice furono uccisi
di ATTILIO BOLZONI, FRANCESCO VIVIANO

 

 

 

Articolo del 8 maggio 2010 da repubblica.it
Verbali, testimonianze, identikit spariti dagli atti dell’inchiesta
di Attilio Bolzoni
Anni di depistaggi per nascondere la verità sull’attentato. E per ogni omicidio si seguiva la pista passionale.

ROMA – Carte scomparse, verbali d’interrogatorio mai più ritrovati, armadi svuotati, denunce insabbiate, identikit persi, depistaggi. E una pista “passionale” per ogni omicidio, un’amante segreta per ogni morto. Le indagini sull’attentato dell’Addaura sono l’annuncio delle stragi del 1992, sono le mosse che anticipano le uccisioni di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino.

Misteri. Misteri che non sono solo di mafia ma anche di Stato. L’elenco delle prove che non ci sono più – o che non ci sono mai state perché le hanno fatte sparire prima – è la trama che racconta la vicenda di quei candelotti di dinamite destinati nel giugno del 1989 al giudice Falcone. Per arrivare a Capaci però si deve passare da altre due croci e da altre due tombe, da due poliziotti che qualcuno ha voluto a tutti i costi “sporcare” per non farci avvicinare alla verità. Cominciamo da Nino Agostino, cominciamo dalle indagini taroccate sul suo omicidio avvenuto il 5 agosto del 1989. Ucciso lui e uccisa sua moglie Ida. Era ancora a terra quando suo padre Vincenzo gli ha sfilato dalla tasca il portafoglio e, lì dentro, ha trovato un biglietto: “Se mi succede qualcosa andate a guardare nell’armadio della mia stanza da letto”.

Agli atti dell’inchiesta non c’è niente del materiale sequestrato in quell’armadio. Come non c’è il resoconto di un lungo interrogatorio del padre di Nino Agostino nell’estate del 1989, quello dove riferiva di avere visto “un uomo con la faccia da mostro che cercava mio figlio una ventina di giorni prima che fosse ucciso”.

Vincenzo Agostino, una mattina di ventuno anni fa, pochi giorni dopo la morte del figlio, entrò alla squadra mobile di Palermo per raccontare: “Sono venuti in due a casa mia e volevano parlare con Nino, mi hanno detto che erano suoi colleghi. Uno aveva una faccia da mostro, martellata dal vaiolo e con un muso da cavallo… era biondastro”. Probabilmente la stessa “faccia da mostro” segnalata negli anni successivi da più testimoni (e anche da un mafioso informatore di un colonnello dei carabinieri) sui luoghi delle stragi in Sicilia. La testimonianza di Vincenzo Agostino è stata inghiottita nel buio: non ce n’è traccia in un solo atto della corposa inchiesta sull’uccisione del poliziotto. Tutta l’indagine sull’omicidio per anni si è sviluppata intorno a una vecchia storia d’amore, un’antica fidanzata di Nino. “Una follia”, ha sempre ripetuto il padre, “una follia per potere portare avanti un depistaggio dopo l’altro”.

Hanno cercato “una donna” anche per trovare un movente all’omicidio di Emanuele Piazza, il collaboratore del servizio segreto civile strangolato il 15 marzo 1990, nove mesi dopo l’attentato all’Addaura. Tre volte suo padre Giustino ha dovuto chiedere la riapertura di un’inchiesta che volevano mandare subito in archivio. E sette mesi, dalla morte di Emanuele, hanno dovuto attendere i magistrati della procura della repubblica di Palermo prima di ricevere una nota del Sisde (firmata dal direttore del Servizio Riccardo Malpica, il 22 settembre 1990) che testimoniasse la “collaborazione” del ragazzo “con i commissariati di San Lorenzo e Mondello per la ricerca dei latitanti”.

Nebbie che hanno avvolto fin dal principio la morte di Emanuele Piazza. Ricorda oggi il padre: “Ho denunciato la scomparsa di mio figlio il 17 marzo alla polizia, ma la polizia non ha ritenuto di avvertire i carabinieri neanche con una velina. Dopo tre mesi la notizia della scomparsa di Emanuele è stata pubblicata da Repubblica e, a casa mia, si sono precipitati i carabinieri della stazione Crispi per chiedermi conto e ragione perché non avessi presentato denuncia.. io sono rimasto sconcertato”.

Come è rimasto senza fiato quell’altra volta che un alto del funzionario del ministero degli Interni, davanti a un magistrato, ha ammesso “di avere conosciuto una volta Emanuele Piazza all’Hotel delle Palme di Palermo” e poi di non averlo incontrato mai più. Ricorda ancora Giustino Piazza: “Quel funzionario telefonava ogni sabato pomeriggio a casa mia a Sferracavallo e chiedeva di Emanuele, che conosceva molto bene”.

Coperti dai segreti, l’omicidio Agostino e l’omicidio Piazza, sono i due “casi” che ruotano intorno all’attentato dell’Addaura e che segnano in qualche modo il calvario che porterà a Capaci. Le ultime indagini cercano collegamenti fra la dinamite davanti alla villa di Falcone del 1989 e la strage del 1992, c’è un filo – non solo mafioso – che parte dagli scogli dell’Addaura e finisce sull’autostrada Trapani-Palermo. È anche storia di identikit scomparsi e ritrovati in altri fascicoli (quelli degli assassini del giudice), di atti finiti in fascicoli diversi da quelli dove dovevano stare, di informative dimenticate in qualche cassetto. Un “disordine” perfetto.

 

 

 

Articolo del 5 Agosto 2010 da Il Fatto Quotidiano 
Nino Agostino. Ammazzato per niente
di Giulio Cavalli

Durante un matrimonio, matrimonio mica da persone normali, ma tra fecce di mafia. Quei matrimoni con il sapore acre del gangsterismo e per di più nel dorato Canada. A sposarsi è Nicola Rizzuto, uomo di Cosa Nostra trapiantato nel profondo nord americano, e tra un flute di champagne e una mezza ostrica e saliva Oreste Pagano intercetta un bisbiglìo:“Ero al matrimonio di Nicola Rizzuto, in Canada. C’era un rappresentante dei clan palermitani, Gaetano Scotto. Alfonso Caruana mi disse che aveva ucciso un poliziotto perché aveva scoperto i collegamenti fra le cosche ed alcuni componenti della questura. Anche la moglie sapeva, per questo morì.” Una storia di desolazione mica normale, quella del poliziotto Nino Agostino ammazzato con la moglie Ida Castellucci a Villagrazia di Carini il 5 agosto del 1989. Con una nascitura di cinque mesi nel grembo morta prima di nascere, come quelle storie che finiscono sempre per essere di seconda mano. Perché se muori ammazzato d’agosto sulle strade che portano al mare senza favole o poesie ma solo a forma di due cadaveri e mezzo e un cespuglio folto di punti di domanda, nel nostro disperato Paese, finisce che sei pure un morto ammazzato di serie b. Nella gogna del ricordo che divora vittime come fosse un gorgo.

Eppure Nino Agostino era un poliziotto di quelli che ci credono al proprio lavoro, di quelli che in missione ci sono da sempre, senza decreti di governo o premi in busta paga, in una Sicilia assolata che in quegli anni passa sui morti come fossero un colpo di sole. Eppure Nino Agostino, da vivo prima che da morto, è una storia italiana con tutti gli ingredienti della melma: un collega e (presunto amico) Guido Paolilli, oggi in pensione, che indaga sul caso e chiude il faldone parlando di “delitto passionale”. Come nelle più becere e scontate storie di pavidità d’indagine; una presunta collaborazione di Nino con i servizi segreti e un coinvolgimento nelle indagini per la cattura del boss dei boss Bernardo Provenzano; un foglietto, stropicciato, nel portafoglio in cui si legge “Se mi succede qualcosa andate a cercare nell’armadio di casa”, e nell’armadio di casa, ovviamente, arriva prima di tutti una perquisizione che verbalizza di non avere trovato nulla di interessante.

Oggi Nino Agostino è un fantasma. Un fantasma con in tasca una storia sempre troppo poco conosciuta e un serie di incroci che lambisce anche Bruno Contrada. Suo padre Vincenzo, insieme alla moglie Augusta, caracolla per l’Italia raccontando di una famiglia sparata prima ancora di sbocciare rivendicando la giustizia. Ha la rabbia degli onesti traditi senza risposte e lo sguardo lieve di chi non ha mica smesso di voler essere padre di suo figlio, e una barba lunga che gli si appoggia all’altezza del cuore che non taglierà finché non avrà risposte.

Nel calderone altisonante della mafia epica la storia di Nino e Ida Agostino é una barba di storia. Nella quotidianità della memoria esercitata la storia di Nino e Ida Agostino é una storia da tenersi in tasca. Per ricordarsi almeno quante storie ci dimentichiamo, dimenticandoci che non ce le hanno nemmeno raccontate per intero.

 

 

 

Articolo del 5 Agosto 2010 da malitalia.it 
Nino Agostino: una morte ancora misteriosa
di Laura Aprati
Villagrazia di Carini, un caldo giorno dell’estate del 1989. Il 5 agosto Nino Agostino e sua moglie Ida,al quinto mese di gravidanza, vengono uccisi dinanzi ai propri familiari.

Il padre Vincenzo è un signore garbato, ostinato che non si arrende di fronte al dolore più grande che possa colpire un genitore, sopravvivere al proprio figlio. La sua barba bianca è la testimonianza del suo non volersi arrendere, della sua ostinazione.

Vive solo per scoprire chi ha ucciso Nino, Ida e la nipotina che stava per arrivare. Un pentito, Oreste Pagano ha raccontato che ad un matrimonio,in Canada, ha sentito raccontare di questo omicidio da Alfonso Caruana (boss siculo-canadese di Cosa Nostra) “sono stati uccisi perché il poliziotto aveva scoperto i collegamenti tra le cosche ed alcuni componenti della questura. Anche la moglie sapeva e per questo morì”. Questi collegamenti che Nino aveva scoperto forse portavo al collega Guido Paolilli, iscritto nel registro degli indagati in seguito ad una conversazione intercettata con il figlio nella quale parlava delle carte, chiuse nell’armadio di Nino, che lui aveva distrutto?

Questi collegamenti sono legati forse, come le ultime indagini mettono in evidenza, al fallito attentato, all’Addaura, a Giovanni Falcone il 20 giugno 1989?

Certo la morte di Nino e Ida aspetta ancora oggi la verità. La aspettano anche papà Vincenzo e mamma Augusta. La cercano anche per non credere che per lo Stato ci siano morti di serie A e quelli di serie B. La aspettano per non sentirsi traditi proprio da chi dovrebbe proteggerli e dare giustizia.

 

 

 

Articolo del 5 agosto 2011 da corrieredelmezzogiorno.corriere.it
A 22 anni di distanza : Delitto Agostino, indagati anche un prefetto e un ex poliziotto
L’inchiesta ha imboccato una nuova strada che conduce ai servizi segreti e agli apparati investigativi.

PALERMO – Un prefetto e un ex poliziotto in pensione risultano indagati per l’uccisione, esattamente 22 anni fa, dell’agente Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. L’inchiesta della Procura di Palermo ha imboccato una nuova strada che conduce ai servizi segreti e apparati investigativi sospettati di avere depistato le indagini o comunque di avere svolto un ruolo oscuro nello scenario in cui maturò il delitto.

Dopo l’ex funzionario di polizia Guido Paolilli, il cui nome era già emerso, oggi il quotidiano L’Unità rivela che è indagato anche Antonio Daloiso, già prefetto di Messina e di Reggio Calabria nonchè capo di gabinetto dell’Alto commissariato antimafia sciolto nel 1992. Un terzo poliziotto, pure indagato, non sarebbe stato riconosciuto dal padre di Agostino come l’uomo che gli avrebbe chiesto notizie del figlio poco prima dell’agguato del 5 agosto 1989. Daloiso, secondo quanto scrive l’Unità, sarebbe stato chiamato in causa dal collaboratore di giustizia Vito Lo Forte che lo collega al «complotto» per uccidere Giovanni Falcone con una bomba trovata nel giugno 1989 sulla scogliera dell’Addaura davanti alla casa di villeggiatura del magistrato.

La strage sarebbe stata evitata da Agostino e da uno 007 sotto copertura, Emanuele Piazza. Entrambi sarebbero stati per questo eliminati: Agostino quasi due mesi dopo, Piazza scomparve, invece, nel marzo 1990. Fu sequestrato e subito ucciso, hanno riferito alcuni pentiti. Il nuovo filone investigativo, che punta sui depistaggi e su una sinergia tra mafia e organi dello Stato, sta mettendo a fuoco anche il ruolo del boss Gaetano Scotto già indagato per l’attentato dell’Addaura e di altri esponenti della cosca di Vergine Maria.

 

 

 

Articolo del 21 Novembre 2011 da stampacritica.it/
Una barba lunga 22 anni
di Beatrice Andolina
Nino e Ida uccisi da più di venti anni e ancora c’è il segreto sulle indagini

Questa storia parla di due giovani sposi in attesa di una bambina uccisi a colpi di arma da fuoco e del padre di lui, che testimonia la sua rabbia facendola confluire in questa lunga barba bianca che, per protesta, non taglia più da quel tragico giorno: il 5 agosto 1989.

Nel 2002 Lee Tamahori dirigeva il film “Agente 007 – La morte può attendere”, mostrandoci, ancora una volta, come il più noto fra gli agenti segreti di tutti i tempi, potesse continuare imperterrito a sfuggire alla morte e ai complotti dei poteri forti.

Ma questa è un’altra storia.

La nostra parla di due giovani sposi in attesa di una bambina uccisi a colpi di arma da fuoco e del padre di lui, che testimonia la sua rabbia facendola confluire in questa lunga barba bianca che, per protesta, non taglia più da quel tragico giorno: il 5 agosto 1989 davanti alla villa di famiglia a Villagrazia di Carini.

Ma la storia comincia a giugno dell’89 con l’attentato all’Addaura, nella villa del giudice Giovanni Falcone, quando un certo Gaetano Scotto, boss mafioso condannato per la strage di Via D’Amelio e ancora in carcere ad oggi, fallisce il colpo e si ritrova a pedinare i due giovani sposini – Nino Agostino ed Ida Castelluccio – durante il loro viaggio di nozze.

Due ragazzi semplici e molto innamorati: lei incinta di 5 mesi; lui agente di polizia o meglio “agente speciale infiltrato sotto copertura” – quello che normalmente noi definiremmo un “agente 007” – come attestano alcuni documenti trovati di recente, nell’archivio della Squadra Mobile, inerenti le sue attività antimafia tra le fila dei servizi segreti (SISDE).

Ma attenzione: questo non è mai stato ovviamente confermato da nessuno dei servizi segreti e il “punto sta tutto qui”!

Arnaldo La Barbera ex-questore di Palermo a capo delle indagini del loro assassinio indirizzò tutto sul movente passionale, sequestrando l’agenda, i fascicoli e quanto trovato in casa dei novelli sposi e nell’armadietto di Nino Agostino.

Nella squadra investigativa il funzionario di polizia Guido Paolilli, collega ed amico di Nino – indagato per favoreggiamento, intercettato mentre confessava al figlio di avere distrutto una mole ingente di carte contenute nell’abitazione privata dei coniugi Agostino – probabile “uomo di fiducia” di Bruno Contrada – il capo dei servizi segreti italiani – per il quale testimoniò in difesa nel processo a suo carico.

La notte dell’uccisione di Nino e sua moglie Ida, alcuni ignoti “uomini dello Stato” riuscirono ad entrare nell’abitazione dei defunti e fecero sparire degli appunti che riguardavano delle importanti indagini che stava conducendo Agostino (da Wikipedia).

Paolilli disse un giorno a Vincenzo – padre di Nino – che la verità non gli avrebbe fatto piacere, e che durante la terza perquisizione nella casa del figlio, aveva requisito 6 fogli che avrebbe voluto fargli leggere, ma questo non avvenne mai e comunque negli atti della Squadra Mobile non risultano tre perquisizioni, bensì 2. Vincenzo Agostino, in pubblico ha sempre parlato del biglietto trovato nel portafogli di Nino: «Se mi succede qualcosa, andate a cercare nell’armadio di casa». L’armadio fu trovato ufficialmente vuoto.

Antonio Daloiso l’ex-capo di gabinetto dell’Alto Commissariato antimafia, oggi ex Prefetto in pensione e tale Aiello – agente di polizia – anche lui in pensione, entrambi da pochi mesi inscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo – sembrerebbe avessero contatti con il boss della mafia Gaetano Scotto. Ad asserire questo sono “il bruciato e lo zoppo”, rispettivamente Ignazio D’Antone – condannato per mafia e ancora oggi detenuto – ed il poliziotto Aiello riconosciuto in foto nel 2009 dal pentito Vito Lo Forte – riconoscimento non confermato da Vincenzo Agostino, nel corso di una sua recente testimonianza, rilasciata a seguito di una convocazione per attestare se trattasi dello stesso uomo che pochi giorni prima dell’agguato gli chiese informazioni sul figlio.

Lo Forte sostiene che Daloiso e Aiello facevano parte del complotto per uccidere il giudice Giovanni Falcone nella sua casa di villeggiatura dell’Addaura nel giugno dell’89 e che Nino Agostino era uno “007” infiltrato, ucciso per aver aiutato, Emanuele Piazza a sventare l’attentato al giudice – anche lui giovane “007” che si occupava di scovare i latitanti assassinato con il metodo della lupara bianca nel marzo del ’90. Da recenti indagini mediante una perizia sui DNA, risulta che Agostino e Piazza non erano fra gli attentatori all’Addaura. I genitori di Piazza furono convinti da Arnaldo La Barbera, che Emanuele avesse lavorato con Gianni De Gennaro per ritardare la denuncia di scomparsa del figlio con la scusa di non intralciare le indagini, senza che questi potessero poi neanche piangersi i resti mai ritrovati del giovane figlio.

Il pentito Oreste Pagano, racconta di aver saputo da terzi nel corso del matrimonio di Nicola Rizzuto, in Canada, che Gaetano Scotto, rappresentante dei clan palermitani, aveva ucciso un poliziotto e la moglie per aver scoperto i collegamenti fra le cosche mafiose ed alcuni componenti della questura.

Il Pm Nino Di Matteo sostiene che seppur non ci sia un segreto di stato sul caso dei coniugi Agostino, ci si scontri costantemente con innumerevoli reticenze da parte di uomini delle istituzioni.

Vincenzo Agostino è un uomo pieno di forza e coraggio: ha promesso di non radersi più la barba finché non verrà fuori tutta la verità sulla morte del figlio e di sua moglie, rese inutili dai continui depistaggi, che come “corte coperte”, lasciano intravvedere le falsità ostentate anche a dispetto della ragione umana.

Augusta Schiera, madre di Nino, sempre a fianco del marito, porta avanti insieme a lui un “grido di giustizia”: grande esempio di dignità e forza che va oltre il dolore della perdita di un figlio e della sua giovane famiglia.

Ma quale giustizia si avrebbe se finalmente si trovassero i mandanti dell’omicidio dei coniugi Agostino, considerando che dopo 20 anni i reati commessi dagli stessi potrebbero andare in prescrizione?

Mamma Augusta e papà Vincenzo, io vi starò vicino. Un grande abbraccio a tutti e due.

« Io a quel ragazzo gli devo la vita. » – Giovanni Falcone a un amico commissario il 10 Agosto 1989 al funerale di Nino Agostino e sua moglie Ida Castelluccio.

Le tre giovani vite gli valsero solo per poco meno di 3 anni!

 

 

 

Foto di Giovanni Perna da facebook.com

Stele sul luogo dell’agguato: 

 

Qui il 5 Agosto 1989

venne ucciso

L’agente di Polizia

Nino Agostino

giovane servitore dello stato

insieme alla sua sposa

Ida Castelluccio

ed al figlio che portava in grembo

da quel tragico giorno

la famiglia attende

verità e giustizia

 

 

 

ANTONINO AGOSTINO

Pubblicato il 05/ago/2014

Molti palermitani conoscono senza dubbio Vincenzo Agostino, il padre di Antonino (nella foto), l’agente della Polizia di Stato, ucciso il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini, assieme alla moglie Ida Castelluccio, che portava in grembo un bambino. Lui aveva 28 anni e lei 19. Per chi non sa nulla di lui, comunque, quell’uomo ha deciso di non tagliarsi più la barba fino a quando non si scopriranno i colpevoli, che non hanno ancora un volto. E dopo diciannove anni sembra che ci sia finalmente una svolta sul duplice omicidio, perché adesso c’è un nome in più: un altro poliziotto, uno di quelli che indagò sull’uccisione di Antonino e Ida, il cui nome è Guido Paolilli. Secondo i sostituti procuratori della Dda di Palermo, Domenico Gozzo e Nino Di Matteo, l’indagato avrebbe depistato le indagini ed ora è stato fermato per favoreggiamento aggravato e continuato con l’aggravante di aver favorito la mafia. Guido Paolilli non è un nome nuovo per il padre di Antonino, in quanto ha dichiarato che “Un giorno Paolilli, che era amico di mio figlio, insistette per venire con noi al cimitero. Incalzato dalle nostre domande sulle indagini, disse che la scoperta della verità non avrebbe fatto piacere. Disse pure che avrebbe fatto il possibile per mostrarci sei fogli”. La casa dell’indagato, ora in pensione, che si trova a Montesilvano, è stata perquisita alla ricerca di qualche traccia dei documenti che Antonino Agostino conservava nel proprio armadio, scomparsi subito dopo l’assassinio. Ma chi era davvero il poliziotto ucciso? Forse non era un agente semplice in servizio presso il Commissariato San Lorenzo Colli ma probabilmente aveva una seconda vita, quella di agente segreto che svolgeva delicate investigazioni su Cosa Nostra. E sarebbe questo il motivo del muro di gomma contro cui si sono scontrati tutti quelli che nel corso degli anni hanno cercato di scoprire la verità sul suo omicidio, a proposito del quale Giovanni Brusca, durante un processo, dichiarò che Antonino Agostino fu ucciso per vendetta, avendo arrestato un picciotto. Ed ora per questo eroe potrebbe essere vicino il momento della verità e noi l’attenderemo.

 

 

 

Articolo del 17 Giugno 2015 da  palermo.repubblica.it
Delitto Agostino, il gip riapre l’inchiesta. “Nuove indagini su faccia da mostro e sul depistaggio”
di Salvo Palazzolo
Rigettata la richiesta di archiviazione presentata dalla procura per i due presunti sicari, Gaetano Scotto e Antonino Madonia. Il giudice Maria Pino ordina nuovi accertamenti, da fare entro sei mesi. Sull’ex capo della squadra mobile La Barbera e sull’ex agente Aiello

È ormai diventato il simbolo dei misteri di Palermo. L’assassinio del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio, che era incinta. Furono trucidati il pomeriggio del 5 agosto 1989, a Villagrazia di Carini.  Poi, i due killer sulla moto scomparvero. E di loro non si è saputo più nulla. Fino a quando, alcuni anni fa, il pentito Vito Lo Forte ha fatto due nomi. Quello di Antonino Madonia, all’epoca uno dei sicari più fidati di Totò Riina, rampollo del capomafia di Resuttana. E quello di Gaetano Scotto, un imprenditore dell’Arenella ritenuto vicino a strani ambienti dei servizi segreti. Ma le parole di Lo Forte non sono bastate ai pubblici ministeri Nino Di Matteo e Francesco del Bene per portare a processo i due presunti assassini del poliziotto e di sua moglie. Così, un anno fa, era scattata una richiesta di archiviazione, a cui si era opposto l’avvocato Fabio Repici, in rappresentanza della famiglia Agostino. Lunedì mattina, il giudice delle indagini preliminari Maria Pino ha firmato l’ordinanza che  rigetta l’archiviazione e ordina alla procura nuove indagini, da fare entro sei mesi.

Il giudice intende cercare riscontri alle parole di Lo Forte. Nella sua ordinanza di quattro pagine ricorda che la fonte del collaboratore è Pietro Scotto, il fratello di Gaetano: «Ero in carcere quando successe l’omicidio – ha detto sin dall’inizio Lo Forte – nel dicembre 1989, poi, mentre ero agli arresti domiciliari Pietro Scotto mi disse questa cosa. Gli interessava dire che il fratello era diventato importante». Il giudice suggerisce di interrogare Vito Galatolo sull’argomento, anche lui gravitava nello stesso ambiente di Scotto e Madonia. «Dovrà altresì tenersi conto – aggiunge Maria Pino – di quanto il collaboratore Angelo Fontana ha ritenuto di aver appreso da Angelo Galatolo, figlio di Giuseppe, e da Antonino Pipitone, sia di quanto dichiarato da Francesco Onorato, in merito al rapporto che anteriormente al 1992 sarebbe valso a legare Antonino Madonia, esponente apicale del mandamento di Resuttana, al funzionario della polizia Arnaldo La Barbera».

È il capitolo più delicato delle nuove indagini chieste dal gip, quello dei rapporti fra mafia ed esponenti delle istituzioni. Rapporti che Agostino avrebbe scoperto lavorando sotto copertura ad alcuni casi. Quali, non è ancora ben chiaro. Perché lui era ufficialmente solo un agente del commissariato San Lorenzo, in realtà si sarebbe occupato della cattura di alcuni superlatitanti, come svelò la sera del delitto un suo collega di pattuglia. Ma quella confidenza fu ignorata dall’allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera, che preferì piuttosto seguire la pista di un’improbabile vendetta per motivi passionali. Dunque, adesso, il gip chiede che si faccia luce anche sul depistaggio che per molti anni ha impedito la ricerca della verità sul caso Agostino. In questa direzione, Maria Pino accoglie una richiesta del legale di parte civile della famiglia Agostino e sollecita la procura di Palermo a recuperare la trascrizione integrale dell’audizione dell’ex prefetto Luigi De Sena davanti ai pm di Caltanissetta: De Sena fu fra il 1985 e il 1992 ai servizi segreti, era grande amico di La Barbera. A lui i pm avevano chiesto dei rapporti fra l’ex capo della mobile palermitana e il Sisde. Ma le risposte sono state evasive. E il giudice vuole approfondire il perché.

Maria Pino dispone pure che il padre dell’agente ucciso venga messo a confronto con Giovanni Aiello, l’ex poliziotto della squadra mobile di Palermo sospettato di essere “faccia da mostro”, l’infedele che secondo alcuni pentiti sarebbe stato al centro di una lunga stagione di delitti eccellenti. Un uomo con la “faccia da mostro” aveva cercato Nino Agostino pochi giorni prima del delitto, a casa di suo padre. Disse: “Siamo colleghi”. E andò via con un complice, su una moto.

«Credo che oggi siamo più vicini alla verità – commenta Fabio Repici – questo provvedimento del giudice Pino è importante, perché consentirà alla procura di Palermo di acquisire tutta una serie di nuovi atti di indagine disposti in questi ultimi mesi». Sono le indagini di Caltanissetta e di altre procure su “faccia da mostro”. «Ho la speranza che a breve si possa finalmente aprire un processo per l’omicidio di Nino Agostino e di sua moglie Ida – dice Repici – è venuto il momento di fare luce su questa drammatica pagina della nostra storia recente».

 

 

 

Articolo del 5 Aprile 2016 da  antimafiaduemila.com
Caso Agostino, il Gip Maria Pino concede altri sei mesi di indagine
di Aaron Pettinari

La richiesta dei pm della Procura di Palermo, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, di prorogare le indagini sull’omicidio dell’agente di polizia Nino Agostino, ucciso insieme alla moglie (incinta) Ida Castelluccio a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989, è stata accolta dal Gip Maria Pino.
L’istanza era nata dall’esigenza di completare quegli accertamenti che lo stesso giudice, nel respingere la prima richiesta di archiviazione dei pm, aveva indicato. Nei mesi scorsi si sono tenuti importanti incidenti probatori. Dall’esame dei pentiti Vito Galatolo e Vito Lo Forte, al confronto all’americana tra Vincenzo Agostino (padre dell’agente ucciso) e l’ex poliziotto Giovanni Aiello.
Quest’ultimo è stato riconosciuto come “l’uomo con la faccia butterata” che sarebbe andato a cercare il figlio qualche giorno prima che venisse ucciso.
Per il duplice delitto sono indagati i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto ed anche lo stesso Aiello, accusato di avere aiutato a fuggire dal luogo dell’omicidio Scotto e Madonia.
A tirare in ballo Aiello nel delitto è proprio il collaboratore di giustizia Lo Forte che agli inquirenti ha dichiarato di aver conosciuto Aiello attorno al 1987. “Mi fu presentato da Gaetano Scotto – ha detto in aula – Ho appreso il suo cognome in un secondo momento, alcuni giorni dopo, in quanto la prima volta mi era stato presentato come Giovanni. Nella seconda occasione, anche alla presenza di Gaetano Vegna (ex boss dell’Arenella, ndr), Scotto mi disse che l’Aiello unitamente allo Scotto era un ex poliziotto, successivamente in forza ai Servizi Segreti”. Sull’omicidio il pentito ha aggiunto: “Nino Madonia, Gaetano Scotto e Giovanni Aiello parteciparono all’omicidio dell’Agente Agostino e della moglie. Il ruolo di Aiello fu quello di prelevare con una macchina ‘pulita’ Madonia e Scotto, che avevano eseguito l’omicidio, e di aiutarli a bruciare la motocicletta usata nell’attentato. Seppi questi particolari poco tempo dopo l’omicidio di Gaetano Vegna”. Sull’omicidio, davanti al Gip, il pentito ha specificato che il poliziotto “era stato ammazzato da Nino Madonia, che sparò, e da Gaetano Scotto, che guidava la moto”. Inoltre ha detto di aver saputo che il delitto era stato compiuto “per fare un favore ad importanti funzionari della Polizia”.
Anche su questo aspetto, molto probabilmente, si concentreranno le ulteriori indagini dei pm. Accertamenti necessari e che alimentano la speranza che si arrivi ad un processo in grado di fare giustizia su un caso irrisolto ormai da 27 anni.

 

 

 

Articolo del 30 Ottobre 2016 da Il Fatto Quotidiano
Fonte 19luglio1992.com 
I parenti dell’agente Agostino “Processate Faccia di mostro”
di Sandra Rizza
Chiuse le indagini sul poliziotto ucciso a Palermo nell’89: la parte civile chiede ai pm di incriminare Aiello indicato dai pentiti come il killer dei Servizi e due boss.

Gli approfondimenti ordinati nel giugno del 2015 dal giudice Maria Pino, che aveva rigettato la richiesta di archiviazione concedendo altri sei mesi di tempo per nuove verifiche, sono stati eseguiti. E ora i termini dell’indagine preliminare sull’uccisione dell’agente Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio, assassinati il 5 agosto 1989, sono scaduti. Ma la Procura di Palermo ancora non si muove. E così il difensore di parte civile, l’avvocato Fabio Repici, ha inviato una memoria ai pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia (gli stessi del pool Stato-mafia) sollecitandoli ad “assumere le determinazioni conclusive”. Cioè? “Esercitare l’azione penale nei confronti degli indagati, previa emissione dell’avviso di conclusione delle indagini”.

A 27 anni dal duplice delitto di Villagrazia di Carini, nel mirino delle indagini c’è l’ex poliziotto Giovanni Aiello, detto “Faccia di Mostro” e ci sono i mafiosi Gaetano Scotto e Salvino Madonia, boss di Resuttana. Proprio sul loro ruolo si sono concentrati i nuovi accertamenti espletati dai pm nell’ultimo anno: il pentito Vito Galatolo ha riscontrato il collaboratore Vito Lo Forte “sui rapporti tra Scotto ed esponenti della polizia di Stato e dei servizi di sicurezza”. Poi a febbraio scorso, in un confronto all’americana nell’aula bunker dell’Ucciardone, Vincenzo Agostino ha riconosciuto Aiello come l’uomo che venne in motocicletta a cercare suo figlio pochi giorni prima dell’omicidio. “È lui!”, ha urlato l’anziano padre, prima di perdere i sensi per un malore. E ora? Tutte le sollecitazioni investigative pronunciate dal gip, scrive Repici nella sua memoria, “hanno trovato conferma piena: non resta che procedere con la richiesta di un processo”.

È la prima volta che un legale di parte civile si spinge a una pressione così esplicita sulla conclusione di un’inchiesta dai risvolti istituzionali. Ma per il dossier Agostino, che oggi punta a chiarire il ruolo cruciale di “Faccia di Mostro”, indicato dai pentiti come il killer dei servizi, non è la prima sollecitazione esterna che arriva a stimolare l’attività dei pm. Già nel 2015 il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, rilevando l’inerzia della Procura, avocò l’indagine “al fine di compiere tutte le investigazioni utili” su un caso che potrebbe essere collegato all’attentato all’Addaura, dove due mesi prima qualcuno aveva piazzato 20 chili di tritolo a pochi metri dalla villa di Falcone.

Chi? “Menti raffinatissime”, disse il giudice antimafia, che per la prima volta parlò di “collegamento tra Cosa Nostra e centri occulti di potere”. Un’iniziativa, quella di Scarpinato, che secondo Repici già in quella fase “preludeva all’esercizio dell’azione penale”. Ma poi il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi mise in dubbio la legittimità del decreto di avocazione, giudicandolo “tardivo” e la Cassazione gli diede ragione, restituendo il fascicolo ai pm.

Oggi la storia sembra ripetersi. Nella memoria di parte civile, firmata anche da Agostino padre, si legge che “sono incontrovertibili le acquisizioni sulla sinergia tra Madonia, Scotto, Aiello, e un blocco criminale, individuato tra Polizia e servizi segreti”. Due anni fa l’anziano Agostino ha denunciato: “Nel 1990 l’ex capo della Mobile Arnaldo La Barbera mi convocò per mostrarmi le fotografie dei possibili assassini di mio figlio. Puntava il dito su un biondino mai visto prima. Solo dopo la strage Borsellino, riconobbi che si trattava di Scarantino”. Ormai, sottolinea Repici, una conclusione positiva per l’ipotesi d’accusa è stata raggiunta “sulla contiguità tra La Barbera e il clan di Resuttana, così come sui tentativi di depistaggio della sua squadra a Palermo. Il processo si deve fare – conclude l’avvocato – anche per ripagare le persone offese dalle oltraggiose azioni di depistaggio, correlate alla necessità che possenti apparati criminali mantenessero l’impunità”.

 

 

 

Foto da: minimaetmoralia.it

Fonte:  minimaetmoralia.it
Articolo del 23 agosto 2017
Storia di Nino e Ida, vittime della mafia
di Gabriele Santoro

Lunedi è morto Giovanni Aiello, anche noto come «Faccia da mostro», indagato e prosciolto dalle procure di Palermo, Catania e Caltanissetta, per il reato di strage. Il nome di Aiello è stato più volte associato dai pentiti alle stragi di via D’Amelio e di Capaci, ma anche agli omicidi del vicequestore Ninni Cassarà e del poliziotto Nino Agostino. A questo proposito, riproponiamo un pezzo scritto da Gabriele Santoro.

La storia di Augusta Schiera e Vincenzo Agostino è iniziata a bordo di un autobus, il numero tre. Palermo stava affacciata alla finestra del boom economico italiano. Lei giovane sarta, lui muratore, è stata una questione di sguardi lungo il comune tragitto quotidiano. Correva l’anno 1956, entrambi orfani di padre, un giorno hanno fatto finta di perdere quell’autobus, il tempo piccolo di una passeggiata e quello lungo di un amore che continua a sfidare uno degli inestricabili misteri italiani.

Vincenzo racconta come i suoi occhi azzurri lucidi, mentre nella stanza attigua della casa palermitana il quindicenne Nino gioca. Augusta sostiene che le coincidenze abbiano un’anima. Il nipote sarebbe dovuto nascere nel settembre del 2001. È venuto al mondo il 5 agosto, a dodici anni esatti dall’assassinio del figlio, il poliziotto Antonino Agostino, assegnato al Commissariato San Lorenzo, e della nuora Giovanna Ida Castelluccio. Nino, nato prematuro di un mese e mezzo, è un ragazzino vivace, che vive nel nome dello zio ucciso. Ida, un’altra nipote, ai nonni dice: «Non siate tristi perché sarò, saremo i vostri testimoni».

A ventisette anni di distanza dal duplice delitto, per Antonino e Ida non c’è ancora una verità processuale, che ricostruisca gli eventi. Non c’è pace per una famiglia, che attende di sapere quale intreccio di interessi abbia prodotto un crimine così efferato. Per riannodare i fili contorti di questa vicenda si può cominciare da una dichiarazione rilasciata da Mimmo La Monica, collega di Agostino fino all’ultimo turno di pattuglia svolto insieme, dopo poche ore dalle esecuzioni attentamente pianificate: «Non si capisce più che sta succedendo in città. Siamo bersagli mobili e non sappiamo chi ci ammazza». Sullo stesso tono il magistrato Giusto Sciacchitano, che da subito coordinò l’inchiesta, in un virgolettato riportato da La Stampa: «A Palermo viviamo male come giudici e come cittadini, mi auguro che questo delitto così grave raffreddi l’atmosfera e ci faccia ritrovare serenità per ottenere di nuovo buoni risultati».

Al Palazzo di giustizia era la stagione del discredito delle istituzioni, dell’indebolimento del pool antimafia, delle guerre intestine fra magistrati. Era l’estate del fallito attentato all’Addaura, che avrebbe dovuto anticipare la strage di Capaci, e quella caldissima della delegittimazione delle lettere del Corvo che allarmò anche gli americani, così attenti e interessati al lavoro di Giovanni Falcone. È significativo che tra la documentazione declassificata dal Dipartimento di Stato statunitense non compaia la specifica informativa sull’attentato dell’Addaura. Quei 58 candelotti di esplosivo rinvenuti il 21 giugno 1989 nel tratto di scogliera tra la casa presa in affitto da Falcone e il mare. Quel giorno all’Addaura c’era anche il magistrato svizzero Carla Del Ponte, che stava indagando sul riciclaggio di denaro sporco.

I diplomatici statunitensi non si capacitavano di come il sistema Italia ostacolasse, denigrasse all’apice della lotta la sua migliore risorsa contro la piaga del crimine organizzato. «I giudici antimafia hanno speso più tempo attardandosi nel combattere fra loro che nel contrastare la mafia. Accuse senza fine e controaccuse hanno così intorbidito le acque che ogni significativa misura contro sospettati di mafia ha dovuto essere pretermessa», recita il cablo E65 – Confidential del 13 ottobre 1989. Il cablogramma E54 – Confidential, intercorso tra l’Ambasciata statunitense e il Dipartimento di Stato, cita anche l’oscuro duplice omicidio commesso a Villagrazia di Carini.

In quelle settimane il ministro dell’Interno Gava ammette che la mafia finanzia il debito pubblico italiano, che aveva già esondato gli argini in una crescita incontrollata, mentre il ministro del Lavoro Donat Cattin esterna che il problema del contrasto alla mafia dipende dall’anagrafe: servono magistrati non siciliani. Sette mesi dopo l’insediamento di Meli, nel ruolo ricoperto da Antonino Caponnetto al vertice del pool, Paolo Borsellino tuonò con due interviste: in buona sostanza «dalle uccisioni di Cassarà e Montana non esisteva una sola struttura di polizia in grado di consegnare ai giudici un rapporto sulla mafia degno di questo nome».

Nel cuore dell’agosto 1989 i principali quotidiani nazionali associarono per giorni i veleni a quelle due morti apparentemente prive di movente. Il clima è riassumibile nel titolo: «Palermo litiga, la mafia uccide». Ma che cos’è la mafia? Dopo il funerale, celebrato nella Chiesa di Sant’Eugenio, Vincenzo Agostino affidò le proprie sensazioni lucide al Corriere della sera. Parole che oggi leggiamo nell’analisi (Storia dell’Italia mafiosa/2015) di Isaia Sales: «Una criminalità di tipo mafioso è tale se coloro che sono preposti alla repressione e al governo della cosa pubblica sono con essa in rapporti. Un mafioso è, dunque, tale se intreccia relazioni di ogni tipo con parte di coloro che dovrebbero reprimerlo, allontanarlo, giudicarlo».

Vincenzo ripete l’espressione “mele marce”, che avrebbero ostacolato la ricerca della verità fin dalla notte fra il 5 e il 6 agosto 1989. La definisce una storia di depistaggi, di documenti mancanti, sottratti come in molti misteri collegati alla mafia. «Ho paura che la cronaca, la gente, lo Stato inghiotta anche questi due cadaveri innocenti senza che cambi nulla», disse al Corriere della sera.

Attualmente a Palermo, dopo il respingimento della precedente richiesta di archiviazione da parte dei pm, il Gip Maria Pino ha accolto la richiesta della Procura di Palermo di prorogare le indagini sul caso per sei mesi. Si sono tenuti importanti incidenti probatori come l’esame dei pentiti Vito Lo Forte e Vito Galatolo, e il confronto all’americana tra Agostino e l’ex poliziotto Giovanni Aiello riconosciuto, che nella ricostruzione qualche giorno prima dell’omicidio sarebbe andato a cercare Nino a casa, trovando Vincenzo. Quest’ultimo colloca l’incontro nel luglio 1989, circa venti giorni dopo i fatti dell’Addaura e ricorda:

«Stavo facendo qualche riparazione nella casetta al mare, vicino a Punta Raisi, quando si introdusse senza bussare un maleducato. Mi guardò e domandò: “C’è suo figlio, il poliziotto?”. Risposi di no e se ne andò senza salutare. Era Nino Madonia. Lo rincorsi chiedendo chi fosse: “Digli che siamo colleghi”. C’era un altro personaggio biondastro, bassino, con il volto deformato come se avesse il vaiolo, ad aspettarlo sulla moto. Questa scena e le parole mi restarono impresse. Mi preoccupai molto, ma a Nino non raccontai l’episodio. Successivamente l’ho fatto con i magistrati».

Aiello è fra gli indagati con i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto. Secondo la versione di Lo Forte i tre avrebbero preso parte all’omicidio e le ragioni andrebbero cercate fuori da Cosa nostra e dentro alle forze di polizia.

La voce di Vincenzo si incrina ancora, quando sussurra con rabbia e dolore di essere l’unico padre vivente ad avere visto cadere il figlio sotto i colpi dei killer. Antonino amava il mare. Augusta lo ripete, come se fosse un’emozione particolare: «Lui trascorreva al mare tutti i suoi momenti liberi. Rappresentava un elemento indispensabile alla sua vita. Era la sua passione. Pescava ed era un sub esperto».

La sera del 4 agosto 1989 Agostino, già sposato con Ida, prese la barca e la rete con un altro giovane amico e il padre, con i quali era solito andare a pescare in mare aperto. Alle due di notte, rientrato nella casa in affitto sul litorale a Villagrazia di Carini, comunicò a Vincenzo il cambio di turno al commissariato. Flora, la sorella minore, la sera del 5 avrebbe voluto iniziare a festeggiare in discoteca il proprio diciottesimo compleanno, che ricorre il 6. «Lo svegliai la mattina presto. Facemmo colazione guardando il mare. Poi Antonino mi mise una mano sulla spalla, aggiungendo: “Si chiamerà come te, Vicè”. E se ne andò a lavoro con un sorriso». Ida aveva appena saputo di essere all’inizio della gravidanza. Augusta lo chiama un semino piantato, al quale non è stato concesso di crescere.

Alle 14 del 5 agosto Nino concluse il turno di servizio con una gioia. Con Ida dovevano recarsi dal fotografo a ritirare l’album del matrimonio e avrebbero dato la buona notizia della dolce attesa a tutti i familiari. Da Altofonte, dove gli sposi vivevano in affitto, raggiunsero la casa al mare degli Agostino a Villagrazia di Carini. Vincenzo ha nel cuore il silenzio assordante, la calma relativa prima della guerra: «Nino era uscito per mostrare alla vicina di casa le fotografie. Ero davanti al televisore e ricordo il silenzio assoluto della strada. Quella sera non c’era traffico. All’improvviso sento un botto, pensavo si trattasse di un petardo, poi un altro e un altro ancora». Una voce non smette di rimbombargli nella testa. È quella di Ida che emise un urlo buio, straziante: «Stanno ammazzando mio marito».

Vincenzo scattò dalla poltrona per raggiungere l’uscio di casa. Nino cercava di schivare i colpi, entrando nel cancello: «Riuscì a spalancarlo. Veniva verso di me. Ho visto come lo penetravano quei proiettili, che mi fischiavano nelle orecchie». Nino buttò a terra Ida nel tentativo estremo di salvarla. Nella dinamica impressa nella memoria di Vincenzo, lei si rialzò gridando: «Io so chi siete». Poi le hanno sparato un colpo al cuore: «Avevo adagiato Nino, mentre lei cercava di raggiungerlo a carponi».

Ida, appena ventenne, occhi azzurri e capelli neri, aveva da poco ottenuto la maturità classica. Si sarebbe voluta iscrivere all’università e diventare un’insegnante. Era un’amica di Flora. Aveva conosciuto Nino nel 1986 in occasione del quindicesimo compleanno di Flora. Il loro matrimonio è durato un mese e quattro giorni. Al civico 699 di via Cristoforo Colombo è finito tutto.

Per Ida ci fu una corsa disperata in ospedale. Augusta e un vicino la caricarono in macchina, illudendosi che ci fosse una qualche speranza di sopravvivenza. Le immagini televisive di archivio dell’epoca mostrano il cancello azzurro con tre segni di gessetto a rilevare i fori dei proiettili e si scorge una coperta appena varcato l’ingresso. Augusta di ritorno dall’ospedale, calatasi fra le gambe di poliziotti e carabinieri, alla vista del corpo inanimato senza uno straccio addosso, entrò in casa a prendere quella coperta. Sul posto giunse anche Paolo Borsellino, che era in villeggiatura a poca distanza.

A caldo il fratello maggiore di Nino lo girò sottosopra per cercare la pistola di ordinanza. Era disarmato. I due killer scapparono a bordo di una motocicletta, una Honda di grossa cilindrata, poi ritrovata bruciata, che risultò essere stata rubata due mesi prima a un pregiudicato. «In quegli anni, in quel punto non era mai, mai, passata una macchina della polizia. Pochi istanti dopo l’esecuzione vidi arrivare in senso di marcia inverso una volante. Stranamente c’era un solo uomo. Voleva sapere che cosa fosse successo. Mi pose domande strane, stupide. Mi arrabbiai e presi il baracchino per le comunicazioni all’interno dell’auto. Quest’ultima si allontanò e in breve tempo dalla centrale molte volanti raggiunsero via Cristoforo Colombo 699». Il primo lancio dell’Ansa, che diede la notizia, è delle 20.26.

In quella notte di tempesta Vincenzo fissa un punto che ritiene decisivo. Dalla scena del delitto, dal portafogli di Nino caddero vari biglietti. In uno dei quali ci sarebbe stato scritto: «Qualora mi succedesse qualcosa andate a guardare nel mio armadio». La stessa notte Flora venne portata a casa del fratello, che fu perquisita. «Le mele marce non hanno avuto nessun rispetto, neanche per mia figlia», dice Vincenzo. Anche Flora sognava di entrare in Polizia. A settembre sarebbe partita per il concorso. Era spesso al Commissariato San Lorenzo, era curiosa, incalzava il fratello: «Lui però non raccontava nulla. Quella sera i colleghi mi hanno portata a casa sua. Essendo molto legata a Nino avrei dovuto sapere qualcosa. Mi interrogarono per molte ore. Mio padre venne a riprendermi tra le tre e le quattro. Completarono la perquisizione dicendo: “Abbiamo trovato, possiamo andarcene”».

Gli appunti di Nino sono spariti. Del suo memoriale sono rimaste poche tracce scritte, ora di pubblico dominio, in una delle quali leggiamo:

«La mafia è un fenomeno in evoluzione. Da rozzo venditore il mafioso manda adesso i figli a scuola. Si istruiscono a spese di questo Stato in cui loro stessi sono parassiti. La mafia è come un cancro inestricabile che sta lentamente infettando la società. Adesso capisco il disprezzo dei settentrionali verso i meridionali. Provo disprezzo contro quella parte di siciliani, di cui purtroppo ero parte anch’io, che si estranea da questa realtà come se a loro non interessasse niente. Un giorno la mafia arriverà ad avere un peso maggiore nella politica».

La famiglia Agostino ha sempre creduto e ripete che in quelle pagine sottratte potrebbero esserci le risposte, gli atti mancanti.

Anche Vincenzo fu interrogato dall’allora Capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera. Uno scambio acceso: «Voleva sapere quello che sapevo. Ripeto, siccome mio figlio a proposito del lavoro era riservatissimo, non avevamo alcuna informazione. La Barbera ha insistito con arroganza, minacciando l’arresto. A questa parola me ne sono andato via. Dovevo vegliare la salma di mio figlio. Sono corso al cimitero di Carini, dove avevano portato i due cadaveri. Quella notte ci siamo sentiti soli, abbandonati dallo Stato». Alle prime luci dell’alba la famiglia Agostino venne raggiunta dal Capo della Polizia di Stato Vincenzo Parisi e dal ministro dell’Interno Gava. Vincenzo accenna alle pacche sulle spalle, ma ha sempre la stessa domanda: «Che cosa c’era scritto dentro agli appunti, ritrovati a casa, che lasciò mio figlio?»

Parisi, visibilmente scosso, si concesse ai microfoni Rai: «La mafia vuole fermare lo Stato. Colpisce con la sua mano vile affinché lo Stato si fermi». Il primo elemento dirimente della vicenda è che nessuno dentro alla Polizia fa luce su quale fosse il ruolo dell’agente Antonino Agostino. Sulla stampa filtrano ipotesi del tutto discordanti. Nei primi due giorni successivi al delitto il cognome diventa Agostini ed è rappresentato come un agente senza alcun incarico di rilievo, mai occupatosi di indagini di mafia. Nelle parole dell’allora questore Fernando Masone: «Non è possibile dare un giudizio, perché non mi risulta che la vittima avesse partecipato a indagini su attività mafiose».

Per il vice questore Saverio Montalbano, dirigente del Commissariato San Lorenzo, Agostino «era un ragazzo serio che svolgeva il suo lavoro con molta professionalità. Non aveva mai dato alcun problema ed era impegnato in servizi di pattugliamento nella zona di mia competenza». Montalbano è il funzionario che per anni aveva diretto la sezione investigativa della Squadra Mobile. Aveva seguito le più importanti e delicate inchieste sui misteri di Palermo, sui delitti La Torre e Mattarella, e dunque sul terrorismo politico mafioso. Da pochi mesi era alla guida del Commissariato San Lorenzo, dopo la bufera che aveva decapitato i vertici della Squadra Mobile palermitana.

Montavano le accuse di depistaggi a Bruno Contrada. La stampa qualificò come mesta la cerimonia nell’anniversario della morte di Ninni Cassarà e Antiochia: «La Palermo che ricorda i suoi morti non riesce neanche più a stupirsi». Il bunker del Palazzo di giustizia è “il paradiso delle spie”, mentre il sindaco Leoluca Orlando chiede la verità sui grandi delitti politici. Il Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, annuncia: «Batteremo la mafia con gli 007».

A distanza di un paio di giorni, il 9 agosto, lo stesso Masone dichiarò: «Un delitto preventivo deciso quando ai boss è apparso chiaro che Agostino poteva costituire un pericolo. Privilegiamo la tesi del delitto di grossa mafia. Si indaga su qualcosa che esula dal Commissariato San Lorenzo». I giornali di conseguenza titolarono: «Ucciso perché sapeva troppo». Quell’agente normale sarebbe stato sulle tracce dei mafiosi latitanti, niente meno che Riina e Provenzano. E avrebbe confidato a un collega, il ventiseienne Mimmo La Monica, di essere su qualcosa di importante. Una confidenza che non appare in nessuna relazione di servizio. Si ipotizzò “una piccola indagine personale”; “entrato in contatto con una realtà mafiosa di grosso spessore indipendente da ragioni di servizio”; “forse aveva visto qualcosa che non doveva vedere”. Alcuni media riportarono anche la sensazione degli inquirenti di essere vicini a una svolta per la soluzione del giallo: «Tre giorni dopo il massacro gli investigatori sembrano aver trovato un filo che può condurli al killer e forse ai mandanti».

Arnaldo La Barbera dopo i funerali delle due vittime, celebrati il 10 agosto, affermò: «Non c’è dubbio che si tratti di un agguato di stampo mafioso. Agostino deve aver toccato qualcosa che non doveva. In ogni caso l’agente non aveva avuto incarichi delicati». Dal giorno di Ferragosto calò il velo sulla vicenda. Il Corriere della sera dedicò un box con foto. Il titolo non è un virgolettato: «Lo hanno ucciso solo perché portava una divisa». Nel primo rapporto consegnato al magistrato dal Capo della Mobile La Barbera non c’era una pista precisa. Nell’articolo si legge: «Agostino non era sulle tracce di un pericoloso boss, non aveva scoperto nulla di clamoroso, o di importante. È morto perché indossava una divisa, perché la mafia avrebbe deciso così».

Castelli di ipotesi via, via smontate. Il fatto sarebbe stato legato all’attività di Agostino nei quartieri ad alta densità mafiosa San Lorenzo e lo Zen. Poi, fuori dal servizio, avrebbe commesso un passo falso pedinando su incarico di Montalbano la moglie del boss latitante dell’Arenella Gaetano Fidanzati, per risalire a quest’ultimo. Il 9 agosto i giornali diedero la notizia di una presunta rivendicazione all’Ansa con ulteriori minacce: «Dopo Mondo e Agostino tocca a Montalbano». Poi ne arrivò un’altra altrettanto poco credibile ai Carabinieri.

Masone smentì che il poliziotto, essendo un esperto subacqueo, abbia lavorato davanti alla Villa dell’Addaura per proteggere Falcone. I telegiornali e la stampa avevano menzionato un collegamento tra i due eventi: «Agostino, sportivo e ottimo subacqueo, ma pure perito elettrotecnico può aver saputo qualcosa e sospettato di qualcuno per il fallito attentato, il 20 giugno, a Giovanni Falcone?», scrisse La Stampa.

Appena dopo i funerali Vincenzo Agostino, preoccupato dall’impossibilità di leggere le carte lasciate dal figlio, apparve già sfiduciato pubblicamente: «È meglio che lavorino per trovare gli assassini anche se ho poca fiducia, anzi quasi niente. Temo che con la mafia non succeda quella che è stata la reazione contro il terrorismo. Se i mafiosi non fossero appoggiati dai politici la mafia non esisterebbe», disse al Corriere della sera. A dieci giorni dal delitto si parlò di pallottola nel mucchio senza movente. Una morte decisa per innalzare la tensione e il disorientamento nelle forze, che lottano contro la mafia nel pieno delle polemiche sul Corvo al Palazzo di giustizia.

La pista inconsistente, che sopravvisse, fu un presunto delitto d’onore, un movente passionale. A Vincenzo e Flora, appena consumato il delitto, chiesero notizie su una precedente relazione sentimentale di Nino con una ragazza, la cui famiglia sarebbe stata in odore di mafia.

Nessuno ha risposto alla domanda originale e fondamentale: quale ruolo ricopriva, di che cosa si occupava l’agente Agostino? «Vorrei che la sua chiave entrasse nella mia serratura. Nino, quando rientrava, mi cercava in tutta la casa: “Mamma dove sei e mi abbracciava”. Questo mi manca da ventisette anni», dice Augusta.

I genitori di Nino non hanno avuto l’opportunità di una formazione scolastica. Questa è stata la loro priorità, quando hanno scelto di costruire una famiglia: tutti i figli avrebbero dovuto frequentare la scuola. Antonino, classe 1961, si diplomò e poi partì per il servizio militare. Le rispettive famiglie dei genitori non avevano alcun precedente penale e dunque poté accedere nel 1983 in Polizia. Una scelta, che mise in apprensione i familiari, inizialmente dettata dalla necessità economica di un’entrata fissa. L’impegno di Nino si fece sempre più maturo e responsabile. Il lavoro non cambiò il suo carattere cordiale, lo descrivono come una persona sorridente.

«Mio figlio era generoso nel suo lavoro – spiega Augusta –. Dopo la morte sapemmo quanto si sia dedicato ai poveri, ai tossici che delinquevano allo Zen. In particolare ci commosse la morte per overdose di un giovane, che Nino aveva cercato e in qualche modo era riuscito a salvare in precedenza. Non si comportava da sbirro con i più deboli. Molti ragazzi dello Zen, dopo l’omicidio sono venuti a incontrarci: “Suo figlio ha lasciato un segno in questa zona. Non è mai stato altezzoso”. Utilizzava spesso il suo straordinario, 150mila lire al mese, per sostenere gli orfani di Villa Nave. Questo impegno lo univa alla fidanzata Ida. Mio figlio era un uomo onesto, che amava la vita. E purtroppo è diventato eroe suo malgrado. Voleva essere semplicemente un padre e un marito felice, ma non gliel’hanno permesso».

Il sopracitato agente La Monica partecipò al matrimonio del collega Agostino. Lo stesso è fra i primi intervistati dalla televisione pubblica, alla quale confidò solamente la serenità di Nino. Si erano salutati dopo la fine del turno di giornata, il 5 agosto: «Sorrideva, era contento. Si era sposato da pochissimo ed era andato in Grecia». Addirittura dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio La Monica, secondo quanto testimoniato da Saverio Montalbano, rivelò al dirigente una confidenza: Agostino gli avrebbe detto che in qualche modo intratteneva rapporti con i servizi segreti.

Ipotesi che Vincenzo smentisce con energia: «So benissimo che mio figlio prendeva soltanto uno stipendio. Sfido chiunque, in qualunque struttura, a dimostrare che Nino era pagato da altre strutture. Conosco tutti i suoi conti. Per sposarsi aveva contratto un prestito di dieci milioni di lire, che trattenevano tanto al mese sulla busta paga ed è stato estinto con la liquidazione. Non so da dove La Monica abbia tratto questo».

Lo Stato deve accettare di guardare dentro sé stesso innanzitutto per assicurarsi di voler voltare la pagina di quei veleni, di quegli scenari da guerra civile nella quale, si sa, talvolta le parti in causa sono oblique. Questa è la certezza che ha maturato Vincenzo Agostino, un padre senza giustizia e verità. Una tesi che deriva dalle troppe incertezze, dai silenzi e depistaggi che hanno avvolto in una coltre di nebbia un’efferata sentenza di morte. Per dirla con le parole del magistrato Nino Di Matteo: «Particolarità è l’assoluta carenza di circolazione di notizie all’interno di Cosa nostra. La frammentarietà delle notizie tipica dei delitti che l’organizzazione commette su richiesta altrui».

C’è una bella fotografia che ritrae Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, seduti vicini nella chiesa di Sant’Eugenio per le esequie di Nino e Ida. Vincenzo rievoca la presenza di Falcone alla camera ardente e brevi parole, tutte da interpretare e vagliare: «Devo la vita a loro due». Parole in qualche modo ribadite da Saverio Montalbano al processo Capaci bis, dove ha menzionato un colloquio con il magistrato: «Questo è un omicidio contro me e te».

Si ripiomba dunque nell’altro mistero, l’Addaura: «Si scontrava chi voleva tirare fuori la verità sul fallito attentato all’Addaura e chi no. Dagli anni Settanta in poi a Palermo c’era chi aveva giurato fedeltà allo Stato e non si è voluto fare corrompere da nessuno, trattare con nessuno. Questi hanno pagato tutti con la vita. Ho sempre detto che il primo magistrato coraggioso senza scorta, senza auto blindata, si chiamava Pietro Scaglione. Gli uomini che in quegli anni, dopo il boom edilizio di Palermo, volevano pulire la città sono caduti sotto i colpi dei sicari, anche perché dentro al Palazzo di Giustizia c’erano tanti veleni». Agostino formula questa ipotesi: «Mio figlio è stato ucciso, perché si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato con molta probabilità all’Addaura come sommozzatore per evitare che i candelotti di dinamite esplodessero. Ha visto chi c’era lì in quel luogo, chi erano le mele marce e chi non lo erano. Ecco perché Falcone è venuto a casa».

Dai funerali Agostino non ha più incontrato Falcone, a differenza di Borsellino che vide a più riprese nei quaranta giorni successivi al delitto: «Quando mi vedeva mi salutava affettuosamente. C’è stato un rapporto diverso. Durante l’ultimo discorso di Paolo alla biblioteca comunale di Palermo ero in piedi per il nervosismo, dietro di lui».

Agostino resta prudente sulle versioni dei fatti proposte dai pentiti. Non sta a lui accertarne la veridicità, ma ha qualche domanda sul loro utilizzo e non utilizzo. Cita il pentito Oreste Pagano, secondo il quale poliziotti della Questura di Palermo avrebbero avuto rapporti con il mafioso Gaetano Scotto per uccidere Agostino, il quale avrebbe potuto rivelare i legami della mafia con alcuni componenti della questura. Pagano, camorrista di rango, era in rapporti per il traffico di droga con Vito Rizzuto, il capo della mafia canadese legato a quella siciliana, presentatogli nel 1993 a Montreal da Alfonso Caruana. Entrambi presenti al matrimonio del figlio di Rizzuto, Nicolò Junior, Pagano notò un uomo che gli sembrava di conoscere. Era Scotto, che rappresentava la mafia siciliana per rendere omaggio all’evento. «Caruana mi riferì, altresì, che lo stesso Scotto era latitante in quanto ricercato per l’omicidio di un poliziotto e della moglie in stato di gravidanza», si legge in un verbale con le dichiarazioni di Pagano.

Agostino accenna anche alla morte di Luigi Ilardo, un informatore dei carabinieri che parlò della presenza a Villagrazia di Carini di “Faccia da mostro”, Giovanni Aiello, presunto agente di collegamento tra famiglie mafiose e servizi segreti. Ilardo, cugino del boss Giuseppe Madonia, fece anch’egli riferimento al coinvolgimento di Scotto. È stato assassinato la sera del 10 maggio 1996 a Catania, qualche giorno prima di mettere a verbale le sue confessioni.

Giovanni Aiello, ormai settantenne, rinominato con l’appellativo Faccia da mostro a causa del volto sfregiato da una fucilata, è considerato figura chiave in questa vicenda. Il pentito Lo Forte lo coinvolge con un ruolo di assistenza a Scotto e Madonia nel duplice omicidio. Il 26 febbraio nell’aula bunker dell’Ucciardone per l’incidente probatorio Vincenzo Agostino ha riconosciuto in Aiello l’uomo che cercò il figlio a casa fra l’8 e il 10 luglio 1989. Prima d’imbarcarsi destinazione Grecia per il viaggio di nozze, nei ricordi dei familiari, Nino aveva la percezione di essere seguito. La vigilia della partenza dall’aeroporto di Catania fu tesa.

«Da 27 anni attendevo, pregavo di confrontarmi con quella faccia – dice Agostino –. L’hanno truccato, trasformato, ma non è valso a nulla: il suo volto non se n’è mai andato dalla mia mente, dai miei occhi. Già nel 2011 mi avevano chiamato a Roma, a spese mie, alla Dia per un riconoscimento fotografico, mentre chiedevo di incontrarlo personalmente. Non è stata soltanto la mafia. Questa convinzione angosciosa è nata nei cinque giorni durante i quali abbiamo vegliato mio figlio e mia nuora. In tutta quella confusione c’era qualcosa che non andava. Chi doveva spiegarci, mostrava di avere il carbone bagnato, come si dice a Palermo».

Chi è Aiello, poliziotto fino al 1971, che a Palermo nessuno diceva di conoscere? È lui il killer di Stato, l’agente di collegamento fra mafiosi e servizi segreti?

Manfredi Borsellino ha chiesto a Vincenzo di tagliare la barba, che dal 4 agosto 1989 adorna il suo viso come una promessa mancata di giustizia: «È una protesta, un giuramento che ho fatto principalmente a mio figlio, a mia nuora e all’essere che portava in grembo. Pensavano la smettessi dopo qualche tempo. Non l’ho fatto». Da febbraio il comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza gli ha assegnato una scorta composta da due agenti di polizia con auto blindata. La barba bianca di Vincenzo raffigura l’esigenza di risposte, che attendono centinaia di familiari di vittime innocenti delle mafie. E più in generale la necessità del Paese di fare i conti con una storia criminale plurisecolare, che ha un punto di svolta, affonda le radici anche nell’Unità d’Italia.

Augusta e Vincenzo individuano un momento chiave, che ha indicato loro la strada d’impegno da percorrere. I giornali sottolinearono le parole incisive dell’omelia del gesuita Pintacuda, che celebrò i funerali: «Qui siamo in guerra ma Palermo non è più Sagunto. C’erano segnali in questa città di una nuova estate di massacri. Questo è uno scontro. Palermo è un caso nazionale per la democrazia di tutto il Paese». Flora stringeva forte un pelouche regalatole dal fratello, ripetendo ossessivamente: «E così è finita la nostra festa». Il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga mandò una corona di fiori e i Corazzieri. C’erano i vertici della Polizia di Stato, ministri della Repubblica. I familiari ricordano le lacrime e la vicinanza della fotografa Letizia Battaglia; il sostegno del sindaco Leoluca Orlando e quello dell’attuale Presidente Sergio Mattarella.

«Durante il funerale, un piccolo prete dall’altare si mise a gridare giustizia e verità per Nino e Ida. Lo guardai e ascoltai con attenzione. In quel minuto, spinta dalla voce di Pintacuda, ho avvertito come una scossa. Ho pensato che non avrei dovuto vegetare, bensì vivere, chiedere e domandare a Dio e a tutto il mondo. Non ci ha fatto sentire di essere rimasti soli», dice Augusta.

Se le porte della Questura e del Palazzo di giustizia erano spesso girevoli, in Chiesa raccontano di aver sempre trovato l’ingresso spalancato. C’è una lettera che li lega a Don Pino Puglisi. Lo conobbero due mesi prima della sua morte violenta: «Ci invitò in chiesa. Il suo sorriso in mezzo ai bambini di strada è indimenticabile. Ripose la lettera nel suo breviario di preghiera. L’abbiamo ritrovata pubblicata nel libro Il miracolo di Don Pino Puglisi». Negli anni più recenti è forte il legame con Luigi Ciotti e Libera. I coniugi Agostino girano l’Italia, soprattutto le scuole, per rafforzare la memoria, di giorno in giorno più viva. E la testimonianza è diventata conforto.

«Voi perdonate?». I coniugi Agostino si sentono rivolgere spesso questa domanda: «Non possiamo permetterci neanche questo. Ancora non sappiamo chi dover perdonare. Qualora morissi senza una verità, ho chiesto ai miei figli di scrivere sulla lapide: “Qui giace Schiera Augusta, madre dell’agente Antonino Agostino, una mamma in attesa di giustizia anche oltre la morte”».

 

 

 

 

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