5 Maggio 1960 Termini Imerese (PA). Scompare Cosimo Cristina. Venne ritrovato cadavere due giorni dopo. Il suo delitto rimase impunito e archiviato come “suicidio”.

Foto da: liberainformazione.org

Gli atti processuali parlano di suicidio. La storia di Cosimo Cristina invece è quella di un giornalista attento, scrupoloso e coraggioso, ucciso dalla mafia in una Sicilia immobile e silenziosa. Cronista e corrispondente di numerosi quotidiani come L’Ora, ma anche testate nazionali come Il Giorno di Milano, l’agenzia Ansa, Il Messaggero di Roma e Il Gazzettino di Venezia, Cristina muore il 5 maggio del 1960 a soli 24 anni. Il suo corpo viene trovato dilaniato con il cranio sfondato sui binari ferroviari di Terme Imerese, a pochi chilometri dal capoluogo siciliano.
Cosimo Cristina raccontò la mafia in anni in cui nessuno osava nemmeno nominarla. Non era ancora stata istituita la prima Commissione parlamentare antimafia del dopoguerra quando egli scriveva di quel sistema di poteri, collusioni, privilegi che governava l’isola e le città sovrastate dalle Madonie. Lo faceva con il piglio dell’intellettuale, lo slancio che hanno i giovani sotto i trent’anni e la professionalità di un giornalista d’esperienza, nonostante la giovane età.

 

 

 

Fonte: liberainformazione.org 
Articolo del 6 maggio 2009
Co. Cri., «suicidato» dalla mafia
49 anni dopo la morte del giovane cronista siciliano è ancora una pagina senza giustizia

Gli atti processuali parlano di suicidio. La storia di Cosimo Cristina invece è quella di un giornalista attento, scrupoloso e coraggioso, ucciso dalla mafia in una Sicilia immobile e silenziosa. Cronista e corrispondente di numerosi quotidiani come L’Ora, ma anche testate nazionali come Il Giorno di Milano, l’agenzia Ansa, Il Messaggero di Roma e Il Gazzettino di Venezia, Cristina muore il 5 maggio del 1960 a soli 24 anni. Il suo corpo viene trovato dilaniato con il cranio sfondato sui binari ferroviari di Terme Imerese, a pochi kilometri dal capoluogo siciliano.

Dopo i primi anni da corrispondente nel 1959 Cosimo Cristina insieme a Giovanni Cappuzzo fonda un settimanale di approfondimento “Prospettive Siciliane” . Da subito la testata comincia a pubblicare denunce, inchieste, scavando dietro la realtà, indagando su omicidi e fatti di mafia facendo nomi e cognomi “importanti” già all’epoca. Le minacce e intimidazioni arrivate in quegli anni non fermarono mai lo spirito di giustizia e lo slancio politico con cui Cristina si occupò come corrispondente e come direttore di raccontare la Sicilia che aveva sotto gli occhi. Erano anni quelli in cui Cosa nostra stava cambiando volto, dalle campagne si stava dirigendo in città, dai latifondi stava allargando i propri tentacoli verso altri settori dell’economia. Cosimo Cristina aveva colto i segnali di questo cambiamento e aveva intenzione di raccontarli prima che fosse troppo tardi.

Così da subito Prospettive Siciliane raccontò la mafia in anni in cui nessuno osava nemmeno nominarla. Non era ancora stata istituita la prima Commissione parlamentare antimafia del dopoguerra quando il giornalista Cosimo Cristina scriveva di quel sistema di poteri, collusioni, privilegi che governava l’isola e le città sovrastate dalle Madonie. Lo faceva con il piglio dell’intellettuale, lo slancio che hanno i giovani sotto i trent’anni e la professionalità di un giornalista d’esperienza, nonostante la giovane età.

Questo era il giornalista, poi c’era l’uomo. Non passava inosservato Cristina, soprattutto in un piccolo paese di provincia come Termini Imerese – andava in giro con la bicicletta e portava baffi e pizzetto che incorniciava con eleganti camice e papillon a giro collo. Era uno di quei colleghi sfruttati che per poche lire in questi ultmi trent’anni hanno pagato cara la scelta di restare liberi e onesti e non hanno presentato il conto a nessuno. La stessa categoria li ha dimenticati, con imbarazzo, quasi con riservatezza, per anni.

Era un giornalista “senza peli sulla lingua” Cosimo Cristina, uno che quando succedeva un fatto, correva per giungere sul posto, vedere con i propri occhi; vivere per raccontarla. Era un cronista curioso e attento, in poco tempo molte denunce arrivarono al giornale, spesso accompagnate da intimidazioni e minacce. Di lui Cappuzzo, codirettore del mensile ricordava “Aveva un particolare fiuto della notizia-sensazione, della notizia da prima pagina. Si era fatto tutto da sé, con la sua ostinata capacità, con il suo grande intuito, ed aveva un programma ben definito: sapeva quel che voleva. Per primo, bisogna dargliene atto, in un periodo in cui era pericoloso nella nostra provincia muoversi in un certo senso, affondare il bisturi su certi temi tabù, affrontare certi argomenti spinosi, egli ebbe questo coraggio. Il mestiere lo conosceva, con un istinto da sbalordire anche i più preparati giornalisti”.

Scomparso il 3 maggio del 1960 Cosimo Cristina venne ritrovato cadavere due giorni dopo, nonostante amici, carabinieri e famigliari lo avessero cercato senza sosta per 48 ore. Le indagini furono approssimative e subirono depistaggi e rallentamenti. Il suo delitto rimase impunito e archiviato come “suicidio”. Nel 1966 il funzionario di polizia Angelo Mangano cercò di riaprire le indagini, riesumò il cadavere per l’autopsia che però non diede più i risultati utili per tenere aperto il caso. Mangano in provincia di Palermo aveva condotto inchieste che avevano portato all’arresto di Luciano Liggio e fatto mettere in manette fra gli altri Santo Gaeta, considerato il boss di Termini Imerese, Agostino Rubino, consigliere comunale sempre di Termini, Vincenzo Sorce, Orazio Calà Lesina e Giuseppe Panzeca, capomafia di Caccamo.

Il funzionario di polizia era convinto che ad uccidere Cristina fossero state le cosche mafiose termitane, con l’assenso della famiglia di Caccamo, che tenevano sotto controllo la zona. Il movente dell’omicidio sarebbe da ricercare in un articolo che scavava dietro i misteri dell’uccisione del pregiudicato Agostino Tripi, denunciato per un attentato dinamitardo ad una gioielleria poi eliminato dalla mafia perché “parlava troppo”. Cristina aveva fatto un’intervista alla moglie. Quella testimonianza, ultima di tante altre storie del palermitano firmata Co. Cri. come era solito fare, una firma che era la piccola e significativa ricompensa di quel lavoro fatto più per passione che non per profitto. Quell’ultima intervista potrebbe aver segnato la sua condanna a morte.

Ancora oggi, nonostante il caso sia stato chiuso – come dimostra il lavoro d’inchiesta di Luciano Mirone nel suo libro “gli Insabbiati” permangono molti dubbi e interrogativi. Il tempo cancella le prove troppo in fretta ma non la memoria. Cosimo Cristina è stato ricordato il 21 marzo a Napoli nella giornata nazionale in memoria delle vittime delle mafie e – dopo molti anni di silenzi – il 3 maggio scorso dai colleghi giornalisti (Fnsi, Ordine e Unci), nella seconda giornata in memoria dei giornalisti uccisi dalle mafie e dal terrorismo, a Napoli. A lui sono dedicati blog e articoli che ne ricordano l’impegno e il contributo giornalistico.

E di lui rimane a siglare l’impegno di ieri quel Co. Cri, oggi iniziali di una memoria che è nuovo impegno per un giornalismo locale d’inchiesta “senza peli sulla lingua”.

 

 

 

Articoli da La Sicilia del 25 Maggio 2008
Cosimo, l’uomo del papillon
di Dino Paternostro
Il 5 maggio del 1960, lungo la strada ferrata per Termini Imerese, fu trovato il cadavere del giovane pubblicista. Si disse suicidio ma qualche anno dopo l’indagine fu riaperta e si parlò di omicidio ordinato dalla mafia locale

Erano le 15.35 di giovedì 5 maggio 1960, quando il guardialinee Bernardo Rizzo, in servizio lungo il tratto della ferrovia di Termini Imerese, diede l’allarme. “C’è il corpo di un uomo sulle rotaie, vicino alla galleria «Fossola»!», gridò il guardiano, inviando via radio la segnalazione a tutti i treni in transito. I treni si fermarono, ma su quelle rotaie insanguinate, vicino Termini Imprese, ormai c’era un cadavere, un uomo morto da ore, con il cranio sfondato e il corpo coperto di ematomi. Era Cosimo Cristina, giovane giornalista  termitano, che da due giorni mancava da casa. Per terra, accanto al suo corpo, gli inquirenti trovarono un portafoglio, un portasigarette ed un mazzo di chiavi. Frugandogli nelle tasche della giacca, trovarono inoltre una schedina di totocalcio appena giocata e un bigliettino per l’amico Giovanni Cappuzzo, dove invocava il perdono per l’irreparabile gesto. Il biglietto conteneva soltanto un accenno alla sua fidanzata, pregando l’amico di volerle dare un bacio per lui. «Si tratta di un palese caso di suicidio!», sentenziarono sicuri gli inquirenti, tanto che non predisposero nemmeno l’autopsia. Eppure la tesi del suicidio, condivisa dalla Chiesa termitana, che a Cosimo Cristina rifiutò il funerale religioso, ancora oggi lascia aperti tanti dubbi. Ad avanzarli per primo fu il giornale «L’Ora» di Palermo, che già allora scrisse: «Cosimo Cristina fu trovato al centro dei binari con la testa poggiata al binario di destra. Ma il fendente, che era  visibile sulla testa, era sulla parte sinistra. Inoltre, il convoglio che avrebbe dovuto investirlo proveniva da Palermo. Il cadavere era posto in modo tale che i piedi si trovavano in direzione della città, mentre le spalle verso Termini. Tutti gli oggetti appartenenti alla vittima furono ritrovati tra il cadavere e il lato dal quale era giunto il convoglio. Furono pertanto sovvertiti tutti i principi relativi allo spostamento d’aria, il cui risucchio porta un qualsiasi oggetto lungo la scia della direzione di marcia». «Va rilevato – aggiunse a sua volta Giuseppe Francese, in un servizio sul caso Cristina, pubblicato sul Giornale di Sicilia del 5 maggio 1998 – che il biglietto nel quale il giovane avrebbe scritto poche parole per il fraterno amico Giovanni Cappuzzo conteneva soltanto un accenno alla sua fidanzata, e nessun riferimento alla madre, ed è molto strano, visto che Cosimo Cristina era particolarmente legato alla sua famiglia. Dell’autenticità del biglietto, sia la famiglia, sia la giovane fidanzata, la sartina romana Enza Venturella, non furono mai convinti. Altro particolare strano: in tasca, Cosimo aveva anche una schedina del totocalcio appena giocata, ma chi ha deciso di togliersi la vita non tenta la fortuna al gioco». In effetti, le incongruenze emerse non erano poche. «Sul corpo – racconta ancora Francese – furono riscontrati parecchi ematomi ed evidenti macchie di defecazione sulle natiche e sulle gambe.
Queste ultime causate, probabilmente, da avvelenamento. Il povero Cosimo, stando ad ipotesi per altro mai appurate, potrebbe essere stato costretto ad ingerire forti dosi di medicinali, che lo avrebbero stordito. Inoltre, le ecchimosi presenti sul corpo non potevano  giustificarsi in un cadavere che aveva subito un forte dissanguamento, come nel caso di Cristina. Ferite che, stando sempre ad ipotesi, potrebbero essere state provocate prima del «suicidio». E’ difficile comprendere come un corpo finito sotto un treno, o che abbia impattato su di esso, non presentasse nessuna evidente frattura. Lo zio, Filippo Cristina, fratello del padre, fece subito notare le palesi anomalie, richiedendo l’autopsia. Ma gli investigatori non ritennero opportuno ricorrere all’esame del cadavere».
Dovettero passare sei lunghi anni prima che il «caso Cristina» fosse riaperto. In seguito alle indagini condotte dal Nucleo Antimafia della Questura di Palermo, il vice questore Angelo Mangano (quello che a Corleone aveva arrestato il boss mafioso Luciano Liggio) affermò di avere le prove che Cosimo Cristina fosse stato ucciso dalla mafia per la sua coraggiosa attività giornalistica. Fu il suo giornale «Prospettive Siciliane», con le sconcertanti rivelazioni sui più misteriosi delitti di mafia, ad attirargli l’odio dei componenti dell’onorata  società di Termini e di Caccamo.

 

Co. Cri., coraggioso giornalista di frontiera
Prospettive siciliane. Dirigeva un periodico sul quale faceva nomi e cognomi e pubblicava dossier sui misteri di Palermo

Stando alla ricostruzione del vice questore Mangano, Cosimo Cristina sarebbe stato tramortito da un colpo di spranga in testa e successivamente gettato sui binari della galleria dove poi fu ritrovato. Il giovane giornalista «sarebbe stato ucciso a causa dell’inchiesta sull’omicidio del pregiudicato Agostino Tripi», racconta ancora Giuseppe Francese, precisando che il rapporto del vice questore «aveva stabilito l’esistenza di precisi legami fra i boss di Termini Imerese ed alcuni individui di Collesano, di Cerda, di Caccamo, di Scordia, di Isnello, di Montemaggiore Belsito, di Scillato e di Corleone». Il 12 luglio 1966, il corpo di Cosimo Cristina venne riesumato per l’autopsia. Ma le relazioni depositate a seguito degli esami effettuati dai periti smentirono la tesi della polizia, stabilendo che si trattava di un chiaro caso di suicidio. «L’autopsia, bisogna ricordarlo, fu predisposta soltanto a sei anni dalla morte, ed eseguita su uno scheletro», spiega, però, Francese. E non si può nemmeno escludere che le perizie fossero state manipolate. D’altra parte, il vasto territorio del Termitano negli anni ’60 era regno incontrastato del boss mafioso Giuseppe Panzeca. Ovviamente, il caso Cristina fu nuovamente archiviato come suicidio e tale resta formalmente ancora oggi.
Ma cerchiamo di ricostruire gli ultimi giorni di vita del giornalista. Co.Cri. (come usava firmare i suoi articoli) la mattina del 3 maggio 1960 era uscito di casa circa alle ore 11. Come al solito, era ben vestito, aveva il solito papillon, si era rasato di fresco e accuratamente profumato. Strano che uno che aveva in mente di togliersi la vita, curasse così tanto il proprio aspetto. Di solito non avviene. «Quella sera, non vedendolo rincasare, i genitori e le tre sorelle, si preoccuparono. Ma non eccessivamente: sapevano, che Cosimo era giornalista ventiquattr’ore su ventiquattro, ed altre volte era capitato che rientrasse a casa fuori orario. Poi, una volta a casa,  raccontava di avere fatto un grande servizio o scoperto chissà quali verità. Ma quella volta le cose andarono diversamente», ci racconta ancora Giuseppe Francese. Cosimo fu ritrovato morto due giorni dopo, alle 15,35 del 5 maggio. Ironia della sorte, tra i primi a correre sul luogo del ritrovamento fu proprio il padre, impiegato delle Ferrovie, che, avendo appreso dalla radio della presenza di un corpo senza vita sui binari, si recò sul posto. «Mai avrebbe immaginato, il signor Luigi, di trovare su quei binari il proprio figlio», scrive Francese. Tra la scomparsa e il ritrovamento del corpo senza vita erano passati due giorni. Cosa aveva fatto in quei due giorni Cristina? Da quanto  tempo il povero ragazzo giaceva sui binari? E’ lecito pensare che Cosimo Cristina sia morto il 5 maggio, o che sia morto prima, in un altro luogo, e che solo successivamente sia stato trasportato su quei binari? Tanti interrogativi. E tanti particolari che lasciano dubitare che  possa essersi trattato di suicidio. Ma allora, se di suicidio non si trattò, chi decise e attuò la sentenza di morte per il giovane giornalista?  Fu la sua coraggiosa attività giornalistica che ha portato Cosimo Cristina alla morte. Fu il suo giornale «Prospettive Siciliane» con le  concertanti rivelazioni sui più misteriosi delitti di mafia, ad attirargli l’odio dei componenti dell’onorata società di Termini e di Caccamo»,  scrisse il Giornale di Sicilia del 24 giugno 1966.

INCHIESTE E SERVIZI
(d.p.) «Cosimo è stato ucciso perché scriveva sui giornali – diceva sempre la madre – e io glielo dicevo di essere prudente. Non mi ascoltava. Mi hanno riferito che qualcuno rideva quando lo avvicinavano per strada e lo minacciavano senza mezzi termini. Fondò il suo giornale per potere scrivere di più e meglio contro la mafia. La sua condanna a morte fu decisa quel giorno. Mi portò la prima copia di «Prospettive Siciliane». Era felice. Io tremai a leggere i soli titoli. Quando il pomeriggio di quel giorno maledetto mi dissero che l’avevano trovato morto tra i binari il cuore mi si fermò. Dissi: ecco lo hanno fatto… Guardi, se la prendeva con tutti. Qui c’è messo che due monaci di Mazzarino facevano parte di una banda di briganti. Qui scrive che al comune di Termini qualcuno percepisce straordinari  iperbolici. E guardi qui: rivelazioni sull’assassinio di un mafioso di Valledolmo, Onofrio Battaglia. Articoli sull’omicidio Martino, ad Alia.  L’uccisione di Rosa Arusio ad Alcamo. Correva dappertutto. I giornali lo tempestavano di richieste. E lui correva felice» (Giornale di Sicilia, 26 giugno 2007). In effetti, il biglietto da visita con cui Cosimo Cristina presentò nell’editoriale il primo numero di Prospettive Siciliane fu «Senza peli sulla lingua». Il «giornalino» fu fondato da Cosimo Cristina e dal suo amico Giovanni Cappuzzo alla fine del 1959. Per Cosimo  un giornale tutto suo era il sogno della vita, lì avrebbe potuto scrivere quello che i giornali per i quali collaborava non gli avrebbero mai fatto scrivere. Sapeva che «i giornali degli altri non avrebbero aderito a una guerra come lui intendeva. Una guerra contro i mafiosi della sua città e del circondario», scrisse sul Giornale di Sicilia Nicola Volpes. «Cosimo Cristina era un cronista libero, non asservito a nessuno, onesto. Un cane senza padrone o meglio – come diceva lui – un giornalista senza peli sulla lingua» , ha scritto Vincenzo Bonadonna su  un recente volume dedicato ai giornalisti assassinati dalla mafia. Un sito web a Cosimo Cristina l’ha voluto dedicare Calogero Giuffrida, giovane giornalista di Cattolica Eraclea (http://CosimoCristina.ilcannocchiale.it).

 

 

 

Cosimo Cristina Il “cronista ragazzino” ucciso dalla mafia
Graphic novel di Luciano Mirone e Antonio Buonanno
Round Robin editrice, 2015

Cosimo Cristina è un giornalista d’inchiesta integro e onesto, che si schiera in difesa della legalità e della giustizia e che per questo viene ammazzato dalla mafia. Sarà il primo di una lunga serie. Il suo lavoro e gli eventi che porteranno al suo inscenato suicidio, il 5 maggio 1960, vengono finalmente restituiti alla nostra memoria.

Quella del primo giornalista ucciso dalla mafia è la storia di un ragazzo di 25 anni che alla fine degli anni ‘50, armato di penna, taccuino e macchina da scrivere, dichiara guerra a Cosa Nostra e viene “suicidato”. Questo cronista d’altri tempi, povero e romantico, denuncia e viene stritolato, come succederà negli anni successivi ad altri sette giornalisti siciliani. Sullo sfondo una Sicilia bellissima e triste, insanguinata dalle lotte contadine e dominata da una mafia che all’epoca pochi – compreso la chiesa – osano mettere in discussione. Ma quella che vi raccontiamo è anche la storia di un amore spezzato nel fiore degli anni. Una storia seppellita per decenni nell’oblio delle coscienze, e recuperata grazie all’impegno giornalistico di Luciano Mirone.

 

 

 

 

Vi racconto il mio Cosimo Cristina
La vita e il coraggio di un uomo senza peli sulla lingua
di Enza Venturelli
Edito da Roberto Serafini, (Youcanprint), 2015

In una bella giornata di fine agosto, nella magica Caltanissetta, Cosimo e Enza s’incontrano per la prima volta nel bar Duomo dove lei lavora, dando inizio alla loro amicizia che poi diventerà amore. Attraverso una fitta corrispondenza epistolare, Cosimo le rivela i suoi sentimenti e gli sfoghi su come abbia trovato, nell’impegno sociale, le difficoltà e le delusioni. Cosimo, infatti, non si dedica solo a scrivere articoli per altri giornali, ma fonda una sua testata “Prospettive Siciliane”, dove senza mezzi termini denuncia i reati, i mandanti e gli esecutori dei crimini efferati avvenuti nella sua terra: la terra di Sicilia che lui commemora esaltandola e mettendo a nudo la sua fragilità di luogo afflitto dal cancro della mafia.
È nella ricostruzione dei fatti, seguendo la cronologia delle lettere ricevute e inviate dalla casella postale “168”, che possiamo immedesimarci nel periodo in cui si svolse la loro storia d’amore. Periodo dove un bacio era una conquista, ma dove anche la libertà di espressione era un azzardo. Enza e Cosimo sognavano una vita assieme, giovani sposi pronti al futuro, ma gli eventi, in modo precipitoso e quasi inspiegabile, si accaniscono sul giornalista, che viene ritrovato morto all’interno di una galleria ferroviaria. A Enza rimane così il compito di conservare memorie, di essere una teca protettrice delle emozioni passate, di tramandare a un narratore il ritratto di un giovane temerario, sensibile e giusto che ha preferito rimanere sulla breccia, piuttosto che sparire vigliaccamente dal palcoscenico.

 

 

 


Chi è Cosimo Cristina? 1^ Premio Festival dei Diritti Umani – Milano 2017
Chi è Cosimo Cristina? L’arma della parola di un giornalista siciliano.

 

 

Fonte: linformazione.eu
Articolo del 14 dicembre 2018
MORTA ENZA VENTURELLI, STORIA D’AMORE SPEZZATA A 20 ANNI CON COSIMO CRISTINA
di Luciano Mirone

Un amore spezzato a vent’anni, quando l’amore è un sogno e quando tutto è bello anche in una terra dove la mafia fa diventare brutte tante cose, un amore che si è ricongiunto ieri, giovedì 13 dicembre 2018, quando il cuore di Enza Venturelli ha cessato di battere ed ha ritrovato, nell’altro mondo, quello del suo Cosimo Cristina. Pochi la conoscevano, eppure Enza era la testimone invisibile della mafia che uccide l’amore, quello vero, quello che si vive a quell’età, quell’amore diventato straziante per i cinquantotto anni successivi, quell’amore eterno.

Da quel maledetto 5 maggio 1960, quando Cosimo – il suo Cosimo – che di anni ne aveva venticinque e faceva il giornalista e fu trovato morto, Enza non ha fatto altro che parlare di lui, di quel corpo esanime rinvenuto dentro quella galleria nei pressi di Termini Imerese, con i magistrati che archiviarono il caso come “il suicidio di un cronista fallito”, guardandosi bene dall’ordinare un’autopsia con la quale si sarebbe potuto accertare scientificamente la causa del decesso, a maggior ragione se il corpo si presentava integro e pieno di ecchimosi, con una ferita alla testa più compatibile con una bastonata che con un investimento da treno.

Meglio seppellirlo subito, sennò sarebbe successo uno scandalo: giornalista fallito, come no… anche se scriveva sul Corriere della Sera, sul Giorno di Milano, sul Gazzettino di Trieste, e soprattutto su L’Ora di Palermo, quando la testata era diretta da uno dei più grandi giornalisti italiani del dopoguerra, Vittorio Nisticò. Ma diversi mesi prima che morisse, Cosimo decise di fondare un suo giornale, Prospettive Siciliane, facendo delle inchieste pazzesche. Sulla mafia. Di cui conosceva vita morte e miracoli. Il suo intuito di cronista di razza lo portava a sostituirsi addirittura ai magistrati, i quali, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, archiviavano puntualmente tutti gli omicidi che si verificavano in quella zona.

Lui no. Lui indagava e alla fine gli esecutori e i mandanti li scopriva, facendo nomi e cognomi, ventilando i primi rapporti con la politica – in un periodo in cui nessuno si permetteva di sussurrare la parola mafia – causando un putiferio all’interno della Famiglia di Termini, allora capeggiata da Giuseppe Panzeca, responsabile della Commissione provinciale di Cosa nostra, predecessore addirittura di don Tano Badalamenti, e fratello dell’arciprete di Caccamo, rispettatissimo in paese ai tempi in cui arcivescovo di Palermo era il cardinale Ruffini, quello che diceva che la mafia era un’invenzione dei giornali del Nord e dei social comunisti. Un putiferio che un giorno, dopo l’uscita di Prospettive Siciliane (che in edicola andava regolarmente esaurito), portò uno dei capimafia del paese a dire: “Ssu Cosimu Cristina fussi cosa di pigghiallu a bastunati”.

Ma ora che Cosimo si era “tolto la vita”, la chiesa gli negò perfino i funerali, facendolo seppellire con l’ignominia del suicidio appiccicata addosso.

Da allora Enza non si sarebbe più innamorata, il suo cuore era stato fatto a pezzi per sempre in quella galleria della ferrovia Palermo-Messina, negli stessi luoghi nei quali, per ironia della sorte, nel 1893, era stato ucciso da Cosa nostra il primo personaggio eccellente della storia, Emanuele Notarbartolo, grande sindaco di Palermo e grande presidente che voleva moralizzare il Banco di Sicilia.

Quel 5 maggio 1960, su quella linea ferrata, giaceva il primo giornalista siciliano ucciso dalla mafia. Ucciso? Sissignori ucciso. Lo avrebbe scoperto sei anni dopo uno dei poliziotti più in gamba d’Italia, il vice questore di Palermo, Angelo Mangano, colui che catturò uno dei corleonesi più sanguinari della storia, Luciano Liggio, grande latitante di mafia e maestro di vita e di lupara di Totò Riina e di Bernardo Provenzano.

Mangano era stato spedito a Termini dal capo della Polizia, Vicari, preoccupato dall’escalation di omicidi che a quel tempo infestava le Madonie. Il vice questore si appassionò al caso Cristina, interrogò un sacco di gente – mafiosi compresi – e scoprì che il giornalista era stato ucciso a bastonate in un posto e depositato sui binari per simulare il suicidio. Un caso Impastato risalente a ben diciotto anni prima.

Allora il putiferio scoppiò davvero a Termini. Manganò stilò un rapporto che fece tramare un sacco di gente, in cui confermava per filo e per segno quello che Cosimo Cristina aveva scritto appena sei anni prima: i nomi dei gregari, dei capi, dei fiancheggiatori, dei politici. Un contesto micidiale in cui – dalle confessioni – emergeva la figura di un sottufficiale dei carabinieri che passava le informazioni riservate ai clan, ma soprattutto la figura del senatore Battaglia, liberale, avvocato – alcuni anni fa a Termini gli hanno pure intitolato una via – per il quale Cosa nostra ad ogni elezione si sarebbe mobilitata.

A quel punto Mangano chiese il disseppellimento della salma e la relativa autopsia. La magistratura non potette tirarsi indietro e nominò come periti i professori Marco Stassi e Ideale Del Carpio dell’Università di Palermo. Che confermarono la tesi del suicidio.

Adesso il lettore perdoni se parlo di me, ma è una vicenda che in parte ho vissuto in prima persona quando la scoprii negli anni Ottanta per scrivere “Gli insabbiati”, un libro sui giornalisti uccisi in Sicilia. Una storia, quella di Cosimo, che mi ha rapito, appassionato, affascinato, tanto che a un certo punto – negli anni Novanta – mi sono recato a Roma per conoscere Enza, questa misteriosa ragazza di cui – nel ’60, quando riesumarono il cadavere di Cosimo – parlarono un sacco di giornali. Dopo varie ricerche riuscii a rintracciarla. La chiamai, fissai un appuntamento, ma non si presentò. Aveva paura. Anche se erano passati tanti anni. La richiamai ma non mi rispondeva neanche al telefono. La stessa cosa avevano deciso di fare i familiari di Cosimo a Termini. Una cosa disperata e disperante, poiché in quella città comandavano ancora i Gaeta, i boss che, secondo il questore Mangano, avevano ordinato l’assassinio di Cosimo.

Termini non era come la Cinisi del ’78, dove i compagni di Impastato avevano reagito contro il depistaggio ordito da Badalamenti per far passare Peppino come un terrorista fallito; e non era come la Catania dell’84, dove i “carusi” di Fava, con le loro inchieste, avevano smontato un’altra colossale macchinazione attraverso la quale si voleva far passare il direttore de I Siciliani come un morto per ragioni passionali.

Nel caso di Cosimo non c’era nessuno a lottare per ottenere verità e giustizia: quel giornalista che a Termini tutti chiamavano D’Artagnan per quei baffi a punta con pizzetto, che girava in bicicletta e che amava vestire in doppiopetto con l’immancabile papillon al posto della cravatta, solo era quando era vivo, e solo era rimasto da morto. Era figlio di un ferroviere che a fine mese doveva stringere la cinghia per mantenere una famiglia composta da lui, dalla moglie e da tre figli.

E però era rimasto questo grande amore, Enza, questa ragazzina originaria di Caltanissetta, dove Cosimo l’aveva conosciuta alla fine degli anni Cinquanta, quando si era recato in quella città per seguire il processo ai frati di Mazzarino. Allora lei faceva la cassiera in un bar. Si conobbero e scoppiò il grande amore. Da quel momento iniziò una corrispondenza epistolare dolcissima, fatta di lettere d’amore, di frasi stupende che solo due ragazzi di quell’Italia innocente del dopoguerra potevano scambiarsi. Da quelle lettere – ordinate pochi anni fa nel bellissimo libro di Roberto Serafini, nipote di Enza, “Vi racconto il mio Cosimo Cristina” – emerge un sentimento fortissimo, promesse di amarsi per tutta la vita, parole come regalini, matrimonio, figli, famiglia”. Il periodo più bello della vita di Enza.

Allora Cosimo andava ogni mese a Roma (dove la ragazza nel frattempo si era messa a fare la sartina), grazie al tesserino delle Ferrovie dello Stato del padre che gli permetteva di viaggiare gratis sui treni. Lei ricambiava la visita scendendo in Sicilia a Natale e a Pasqua.

Quella volta Enza protrasse le vacanze pasquali fino a maggio. Giorni e giorni a fare delle lunghe passeggiate mano nella mano sul corso principale e poi alla villa comunale da cui si ammira la costa fino a Palermo. Una puntatina su una panchina del Belvedere e qualche bacio rubato approfittando delle prime luci della sera. Quando si alzarono, lui si ricordò di andare a giocare la schedina del Totocalcio. “Comincia a passare, ti raggiungo a casa”, le disse. Era il pomeriggio del 3 maggio 1960. Per due giorni e due notti Cosimo scomparve. Fu ritrovato morto il 5 sui binari della galleria “Fossola”.

Pubblicai “Gli insabbiati” grazie all’editore romano Castelvecchi. Il capitolo su Cosimo Cristina era il primo. Quel referto autoptico stilato nel 1966 non mi convinceva affatto: troppo macchinoso, troppo arbitrario per essere vero, ma un cronista queste cose non può scriverle . E allora raccolsi gli atti dell’autopsia e li feci studiare al professore Vincenzo Milana, ordinario di Medicina legale dell’Università di Catania. Che lo smontò pezzo per pezzo. Da quel momento, Cosimo Cristina – pur rimanendo ufficialmente un “suicida” – per la storia è uno dei giornalisti italiani assassinati dalla mafia. Al museo dei giornalisti di New York c’è uno spazio dedicato a lui. A Termini gli hanno dedicato una via e una lapide, anche grazie allo straordinario lavoro di memoria portato avanti da Giusi Conti e da Alfonso Lo Cascio. Insomma, la verità storica su D’Artagnan – lo rivendico con orgoglio – è stata anche merito de “Gli insabbiati”. Una storia riproposta nel monologo che ho portato in giro per l’Italia, “Uno scandalo italiano” (musiche di Giuseppe De Luca, immagini di Francesco Mirone) e nella graphic novel illustrata da Antonio Bonanno, con i testi del sottoscritto: “Cosimo Cristina. Il ‘cronista ragazzino’ ucciso dalla mafia”, uscito nel 2015 con prefazione di Giancarlo Caselli, per la casa editrice Round Robin.

Quando presentai il libro a Roma chiamai Enza per invitarla. Dopo le “buche” che mi aveva dato, non speravo che venisse. A fine serata si presentò una bella signora che mi disse: “Sono la fidanzata di Cosimo Cristina”. Lasciai tutti e mi misi a parlare con lei per tutta la sera. Mi raccontò quella storia incredibile: “Vede questo anello? Me lo regalò Cosimo quando ci fidanzammo: l’ho tenuto sempre con me”. Poi mi fece una confessione: “Adesso, a sessant’anni, mi sposo. Non lo faccio per amore, ma per compagnia. L’amore è rimasto in quella galleria. Per sempre”.

 

 

 

 

Fonte:  cosavostra.it
del 1 maggio 2020
“Suicidati” dalla mafia: Cosimo Cristina, il “cronista ragazzino”
di Silvia Giovanniello

Cosimo Cristina fa parte di quella schiera di nomi che la mafia ha cercato di insabbiare, tanto che in pochi conoscono il giovanissimo giornalista fondatore del periodico Prospettive Siciliane, assassinato dalla criminalità organizzata a soli venticinque anni.

Cristina, attraverso il suo giornale, si concentrava in particolar modo sulle attività mafiose nel territorio della natale Termini Imerese, conducendo coraggiose inchieste sui rapporti tra mafia e politica nell’area delle Madonie. La sua attività e la sua caparbietà, che gli valgono quasi subito minacce e querele, segnano infine la sua condanna a morte: il 5 maggio 1960 il suo corpo senza vita viene fatto ritrovare sui binari ferroviari della galleria Fossola, nei pressi di Termini, in circostanze studiate appositamente per far apparire la sua esecuzione come un suicidio. Nelle sue tasche vengono rinvenuti biglietti, sui quali tuttavia non viene eseguita alcuna perizia calligrafica, e, nonostante i dubbi dei familiari, il caso viene quasi subito archiviato. Persino la riesumazione della salma, a distanza di sei anni, voluta dal vicequestore di Palermo Mangano per effettuare l’autopsia, riconferma la tesi del suicidio, e l’assassinio del giornalista Cristina viene presto dimenticato.

Solo nel 1999 l’inchiesta è stata riaperta, riportando alla luce le intuizioni di Mangano e le contraddizioni del referto autoptico; alla memoria del giovane cronista sono oggi dedicate una via di Termini Imerese e una lapide nel luogo in cui fu rinvenuto il corpo.

Cosimo Cristina, oggi è certo, è stato assassinato, anzi suicidato dalla mafia, ucciso e poi deposto sui binari per simulare una morte autoinflitta, così da cancellare per sempre la sua storia e il suo lavoro. Ma la verità è riemersa: la sua passione e la sua voglia di vivere, testimoniate dalle lettere all’allora fidanzata Enza, oltre a smentire definitivamente la tesi del suicidio, hanno condotto ad un recupero della figura del giovane cronista, attraverso inchieste e progetti scolastici. A Cristina è inoltre dedicato un capitolo de “Gli insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza”, in cui il giornalista Luciano Mirone racconta otto storie di giornalisti siciliani suicidati, il cui nome rischiava di sparire sotto le coltri dell’oblio.

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *