6 Settembre 2015 Napoli. Gennaro – Genny – Cesarano, un ragazzo di 17 anni, ucciso mentre si attardava con gli amici sotto casa.

Foto da facebook.com/popolo.cammino

Gennaro Cesarano, Genny per gli amici, fu ucciso per errore il 6 settembre 2015 mentre chiacchierava con amici  in Piazza San Vincenzo, nel Rione Sanità, e solo per un caso nessun altro dei presenti fu raggiunto dai proiettili.
Genny fu ucciso nel corso di una “stesa” voluta da Carlo Lo Russo in risposta ad un fatto analogo avvenuto nei giorni precedenti e deciso dal rivale Pietro Esposito, poi assassinato. All’epoca il clan capeggiato da Carlo Lo Russo era impegnato in una guerra contro la cosca di Pietro Esposito. I killer spararono 24 colpi di pistola con tre armi diverse; uno dei proiettili colpì Genny.

 

 

 

 

Fonte:  fondazionepolis.regione.campania.it

Alle 4:50 del 6 settembre 2015 Genny Cesarano viene ucciso davanti alla chiesa di San Vincenzo nel quartiere Sanità da due colpi di pistola che lo raggiungono al petto. Trasportato all’ospedale Pellegrini, giunge ormai deceduto.
La polizia scientifica ritrova sul luogo dell’accaduto 18 bossoli di diverso calibro che fanno ipotizzare in prima ipotesi un agguato di matrice camorristica o un conflitto a fuoco tra fazioni rivali. Genitori ed amici di Genny rivendicano a gran voce l’innocenza del ragazzo. Si svolgono numerose manifestazioni pubbliche con il coinvolgimento della chiesa, in prima linea padre Zanotelli e don Loffredo, e di movimenti ed associazioni operanti nel quartiere.
L’11 settembre si svolgono i funerali di Genny. La Prefettura autorizza la cerimonia funebre pubblica alle 7:30 del mattino.
Le indagini sono affidate alla squadra mobile diretta da Fausto Lamparelli, coordinate dal pm Enrica Parascandolo, con il procuratore aggiunto Filippo Beatrice.

Secondo le prime ipotesi investigative i killer sono partiti dalle zone del centro storico, teatro delle azioni criminali delle cosiddette “paranze dei bambini”, giovani ragazzi coinvolti negli scontri tra i clan Giuliano-Sibillo ed i Mazzarella e parte di frange sparse senza controllo.

Le ipotesi investigative si ampliano ad un mese circa dall’accaduto, quando viene ascoltato, come persona informata dei fatti, Pasquale Pica, 23 enne coinvolto nella rissa avvenuta a fine agosto sugli spalti della curva A dello Stadio San Paolo, in occasione della gara di campionato Napoli- Sampdoria, che vede il ferimento di uno degli ultrà dei Mastiffs. Pica aveva rapporti di amicizia con Cesarano ed era presente sul luogo del delitto fino a circa un’ora prima dell’arrivo dei killer.

Nel mese di gennaio 2016 quattro persone sono raggiunte da un’ordinanza cautelare chiesta dai pm Celeste Carrano, Enrica Parascandolo ed Henry John Woodcock che, con il procuratore aggiunto Filippo Beatrice, coordinano le indagini condotte dalla squadra mobile diretta da Fausto Lamparelli.

L’inchiesta ha confermato che il ragazzo fu la vittima innocente di una sparatoria all’impazzata scatenata nell’ambito di uno scontro fra bande rivali della camorra. Determinante, ai fini della ricostruzione della vicenda, la collaborazione con la giustizia dell’ex boss Carlo Lo Russo, esponente della famiglia malavitosa dei Capitoni di Miano.

Le persone raggiunte dall’ordinanza cautelare sono Antonio Buono, Ciro Perfetto, Mariano Torre e Luigi Cutarelli. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’incolpevole Genny si ritrovò nel mezzo di una raffica di 24 colpi esplosi da tre pistole. Solo per una fortunata serie di circostanze, almeno altri tre giovani che si trovavano in piazza in quel momento sfuggirono alla morte. L’azione del commando del clan Lo Russo, otto persone a bordo di quattro moto, sarebbe scattata per vendicare un affronto compiuto solo poche ore prima dal capo clan rivale Pietro Esposito, poi a sua volta ucciso in un agguato due mesi dopo, nella roccaforte dei Lo Russo a Miano.

L’allora procuratore di Napoli, Giovanni Colangelo, ha parlato di “particolare commozione” per la svolta nelle indagini. Durante una conferenza stampa il procuratore sottolinea certamente che nessuno potrà ridare la vita a Genny, ma gli arresti e le indagini precedenti sono il tentativo degli organi inquirenti di fare giustizia e dare alle vittime la riparazione di una giustizia di tipo processuale.
Colangelo precisa che le forze dell’ordine non smettono mai di fare la propria parte e fa un appello alla società civile: “Chi non vede cambiamenti tangibili dovrebbe capire che è fondamentale una presa di coscienza dei cittadini, delle famiglie e delle mamme di questi giovani nel momento in cui è chiaro che la strada della malavita porta al carcere o alla morte”.
I ragazzi che erano con Genny Cesarano quella notte non hanno collaborato spontaneamente, gli inquirenti li hanno dovuti snidare, continua Colangelo.

Il 6 dicembre 2017 si conclude il processo di primo grado nei confronti dei responsabili dell’omicidio di Genny Cesarano: quattro ergastoli e una condanna a sedici anni del pentito Carlo Lo Russo. Il massimo della pena è stata inflitta a Luigi Cutarelli, Antonio Buono, Mariano La Torre e Ciro Perfetto. Il verdetto è stato emesso con rito abbreviato dal giudice Antonio Vecchione.

A distanza di pochi mesi dalla barbara uccisione di Genny nel rione Sanità viene organizzata la “notte bianca” in sua memoria ‘Che nuttat che’é schiarata”. Un evento lungo un mese che ha visto il quartiere animato da musica, teatro e laboratori. L’evento organizzato dalla Fondazione di Comunità San Gennaro onlus, e in collaborazione con il Comune di Napoli (assessorato alla Cultura e al Turismo), ha visto la partecipazione di numerosi artisti: da Zulu dei 99 Posse a Sud 58, da Arteteca a Ciro Giustiniani. Hanno partecipato altresì all’organizzazione la Basilica San Gennaro extra moenia, la Cooperativa La Paranza e il Nuovo Teatro Sanità.

Una scultura nel rione Sanità dedicata a Genny “In-Ludere” – Giocare contro, cioè giocare contro chi quella notte ha barbaramente spezzato una giovane vita – è stata installata nel rione Sanità laddove Genny è stato colpito mortalmente. L’opera, donata dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, grazie al progetto “l’arte aiuta l’arte”, è di Paolo la Motta.

Nel mese di gennaio 2016, il primo memorial di calcio dedicato al giovane Cesarano organizzato da “un Popolo in Cammino” e dall’associazione “Genny vive”. Sono intervenute le squadre di molti quartieri napoletani a rischio: Sanità, Scampia, Ponticelli, Decumani, San Lorenzo, Vomero, Afronapoli, il Parco Verde di Caivano e la scuola che frequentava Genny, il Caracciolo.

Nel mese di giugno 2018 il volto di Genny, declinato in cinque ritratti e un busto in terracotta di Paolo La Motta, viene esposto al Museo di Capodimonte. Il polittico di La Motta si contrappone, come in un dialogo, ad altre due opere esposte, un quadro di Francesco Solimena e una foto di Mimmo Jodice. Per il direttore del Museo Sylvain Bellenger l’opera di La Motta che rappresenta Genny diventerà parte della collezione permanente del Museo. La mostra è visitabile fino al 5 ottobre 2018. All’inaugurazione della mostra, Antonio Cesarano, papà di Genny, commosso all’idea di vedere suo figlio immortalato in quei ritratti e all’idea che l’opera diventerà parte della collezione permanente. La Motta realizzò il polittico nel 2007. L’artista ritrae i suoi allievi al lavoro. Genny, in quel periodo, frequentava un suo corso di ceramica all’istituto Cagnazzi.

 

 

 

 

 

Articolo del 7 Settembre 2015 da  identitainsorgenti.com
OMICIDI MEDIATICI / Gennaro Cesarano, ucciso due volte da giornalisti irresponsabili
di Lorenzo Pierleoni

Da una settimana a questa parte Napoli sta vivendo un momento difficile. Scontri allo stadio, voci di faide tra clan, omicidi che non lasciano presagire niente di buono. La città respira odore di sangue e lacrime a causa di gente che crede di poterla mettere a ferro e fuoco per capriccio. E tanto per cambiare chi paga il prezzo più alto sono gli innocenti, la cui unica colpa è trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. È accaduto questo anche a Gennaro Cesarano, morto poco più di 24 ore fa per un agguato della camorra. Un agguato non destinato a lui, che non c’entrava niente. Ma questo poco importava a chi doveva fare il titolone e vendere il proprio giornale, anche a costo di diffondere notizie sbagliate.

Perché Gennaro Cesarano, ammazzato dalla camorra, è stato ucciso una seconda volta da chi non ha esitato un istante a definirlo un pregiudicato e a diffondere i suoi precedenti senza documentarsi un minimo, senza chiedersi se c’entrasse qualcosa in quell’agguato, se per caso non fosse stato una vittima collaterale di una scorribanda che non lo riguardava, di una guerra che non era la sua. No, la cosa importante è presentare l’immagine di una Napoli che affoga nel sangue delle proprie lotte intestine. Senza pensare a quello versato dagli innocenti che si trovavano lì solo per caso.

Infatti, come volevasi dimostrare, ieri la verità sull’omicidio di Gennaro è finalmente emersa. Gennaro non era un pregiudicato, né tantomeno la vittima predestinata dell’agguato: è stato ucciso da una pallottola vagante. Era un ragazzo che aveva commesso qualche errore, ma che aveva voltato pagina e che stava affrontando la sua vita. Frequentava l’istituto alberghiero, il suo sogno era di diventare un pizzaiolo. Nel tempo libero faceva volontariato in un doposcuola per i più piccoli. Aveva solo 17 anni. Ma tutto questo non era abbastanza importante, a quanto pare. Era necessario prima diffondere menzogne. Altrimenti come si fa il titolone?

Napoli è la perenne città dei due pesi e delle due misure. Gennaro è stato ucciso nel bel mezzo del Rione Sanità. Per i giornali e per chiunque voglia lucrare sull’ennesima tragedia, tanto basta per bollarlo come un pregiudicato. Tanto basta per cercare di far passare Napoli come preda inerme dei giochetti della camorra. Tanto basta per mettere a tacere ancora una volta la parte sana della città, che cerca di ribellarsi a tutto questo. Come il movimento dei Disoccupati, di cui fa parte anche Antonio Cesarano, il papà di Genny. Che non ha perso tempo e ha indetto per oggi alle 17 un’assemblea nel centro sociale Carlo Giuliani per “rimettere al centro il riscatto e la dignità dei quartieri popolari”.

La verità è che la gente è stanca. La verità è che la gente vuole trovare una soluzione a tutto questo ed è pronto a fare qualsiasi cosa pur di trovarla. La verità è che a Napoli esiste da sempre chi combatte una guerra senza quartiere contro la camorra. Ma ogni battaglia diventa vana fin quando è uno solo a lanciarsi contro i mulini a vento, fin quando non è la città intera a ribellarsi contro il suo maggior cancro. E soprattutto ogni battaglia diventa vana se le vittime innocenti vengono fatte passare per colpevoli tanto alla leggera e fatte morire così due volte. L’unico modo per risolvere il problema è una reazione unitaria da parte di tutta la comunità. Ma questo chi deve fare il titolone non lo capisce.

 

 

 

 

Foto da Foto da identitainsorgenti.com

Articolo del 8 settembre 2015 da  napoli.fanpage.it

Non era un criminale, non era un martire: Genny aveva solo 17 anni
di Angela Marino
Genny Cesarano, 17enne incensurato, è morto lo scorso 6 settembre in piazza Sanità a Napoli trucidato dai proiettili della camorra. La polizia indaga per scoprire se l’assassinio sia stato un errore. Prima che le indagini stabiliscano se era coinvolto è Napoli che deve decidere: un ragazzo di 17 anni è o non è responsabile di una simile morte? Nella risposta c’è la salvezza della città.

Nella dialettica sulla camorra vige la distinzione, che ha anche peso giuridico, sullo status delle vittime. Si dividono tra innocenti e non innocenti. Le prime sono quelle uccise o ferite per errore in un agguato il cui vero obiettivo era una o più figure legate a una cosca. Le seconde, sono quelle legate ai clan e trucidate dai killer dei clan. Che vittima sarà Gennaro Cesarano, ucciso in piazza Sanità la mattina di domenica 6 settembre alle 4 e 30? Non rispondete ora. Genny è morto, direte voi, non diventerà mai adulto, che differenza fa se è successo per errore o per il disegno di qualcuno? La sua vita si è fermata all’ultima serata in piazza con gli amici. Qualcuno è sbucato da uno dei vicoli che si innestano nella piazza, il rumore sordo degli spari ha squarciato il silenzio della notte e Genny è caduto. E allora? La distinzione, in questo caso, deve essere ideale e non giuridica. Genny deve essere innocente, altrimenti la coscienza di queste città sarà come i basoli della piazza dove si è accasciato: sporca.

La condanna della colpa per un ragazzo che ha pagato con la vita qualsiasi sconsideratezza puerile, è un marchio che Napoli non si può più permettere di imprimere sui suoi figli. Dire che Genny era colpevole – senza che peraltro sulla sua fedina pesassero precedenti penali – significa ammettere e giustificare una condanna a morte. “Tanto poi diventano criminali”, si sente spesso dire, come a sottolineare che molto meglio è che non crescano mai, i ragazzi difficili. “Uno in meno”, insomma. Alla manifestazione nel rione organizzata dopo la sua morte si leggeva lo striscione: “Genny vive”. Come vivrà nella coscienza collettiva è davvero una questione decisiva per le sorti della città, molto più del contingente di poliziotti e carabinieri che il Ministro dell’Interno Angelino Alfano ha deviato su Napoli per fronteggiare l’escalation di violenza. Cinquanta uomini delle forze armate distribuiti su un territorio vastissimo, in effetti, sono una una formalità istituzionale, un gesto simbolico, quasi. Gli scettici già pensano che non cambierà nulla. Il sangue di Gennaro, però, può cambiare qualcosa. Liberarsi dalla dittatura della camorra potrebbe iniziare da qui. Decidiamolo ora, senza aspettare la fine delle indagini: Genny è colpevole?

La risposta può davvero cambiare qualcosa, perché quello che cinquanta poliziotti non faranno mai è proprio questo, sovvertire le coscienze, cambiare l’humus del terreno in cui la gramigna della camorra si ramifica. Possiamo militarizzare il territorio, istituire il coprifuoco, blindare le piazze, ma non basterà. Dobbiamo “sventrare Napoli”. Un’altra volta. E dal ventre dobbiamo strappare proprio questo: la colpa degli innocenti. Solo così Genny vivrà come vuole lo striscione. Era colpevole? Adesso potete rispondere.

 

 

 

Articolo del 18 Luglio 2016 da  internapoli.it
Vittima innocente di camorra. A 17 anni ammazzato per sbaglio, Lo Russo svela i nomi dei killer

Cesarano fu ammazzato nel centro storico. Il boss pentito può far luce su un delitto rimasto privo di responsabili

NAPOLI. Ci sono le lettere dal carcere, al centro dell’ultimo filone di indagine sul clan Lo Russo. Lettere spedite da Giuseppe Lo Russo, ormai unico boss della famiglia dei cosiddetti «capitoni», al fratello Carlo che, dal canto suo, ha invece deciso di collaborare con la giustizia. Dopo Mario Lo Russo, dunque, ecco la svolta di Carlo, da qualche mese in cella con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Pasquale Izzi. Un terremoto nel sistema criminale alle porte di Napoli, il pentimento di Carlo Lo Russo potrebbe spiegare tante cose: a cominciare dalla politica delle stese criminali, quelle continue irruzioni armate messe a segno tra l’area nord (Miano, Capodimonte, via Ianfolla) e il centro storico cittadino dove, meno di un anno fa venne ucciso per errore il 17enne Genny Cesarano. Un omicidio rimasto privo di responsabili, su cui è molto probabile che Carlo Lo Russo abbia le idee chiare. Era libero quando partì la stesa in cui venne centrato il minorenne, che si attardava sotto casa, all’esterno di un pub di piazza Sanità. Ora più che mai potrebbe prendere quota la pista di un agguato voluto dai Lo Russo, anzi – per essere precisi – proprio da Carlo Lo Russo, all’epoca libero e saldamente in sella al proprio potere camorristico. Pagine di omissis, siamo solo all’inizio dei sei mesi che la legge assegna a chi collabora con la giustizia, decisivo il vaglio degli inquirenti, sotto il coordinamento dell’aggiunto Filippo Beatrice e del pm Enrica Parascandolo.

Ma torniamo alle lettere dal carcere. Sono piene di parole in codice – secondo quanto ha raccontato Carlo Lo Russo – di espressioni convenzionali con cui Giuseppe Lo Russo impartiva gli ordini all’esterno. Ma non è tutto. Nel corso dei primi verbali depositati venerdì mattina dalla Dda di Napoli dinanzi al Riesame, l’ex boss di via Miano parla dell’omicidio di Pasquale Izzi, ammazzato sotto casa alla fine dello scorso marzo. Ricorda la sua abitudine a fare footing, nei pressi della casa di Izzi, ma anche una lettera che gli venne spedita da un suo giovane affiliato che lo avvertiva proprio della possibilità che Izzi potesse «filare» un delitto per conto del giovane Valter Mallo. Spiega Carlo Lo Russo: «Mi resi conto che andavo a fare footing in una piazza dove abitava Izzi e capivo che quel ragazzo mi aveva avvertito su una cosa concreta, fu così che diedi ordine di fare l’omicidio: ci sono anche altri nomi da inserire tra i responsabili, oltre quelli che avete arrestato». Particolari pulp legati invece al fallito attentato a carico di Valter Mallo, a sua volta braccio destro di Antonio Genidoni, boss scissionista dei Vastarella della Sanità. Stando alla ricostruzione fatta in presa diretta, Lo Russo ordinò a un suo affiliato di uccidere Mallo, di ficcarne la testa in un water comprato ad hoc». Sappiamo tutti come è invece andata, con Mallo che scampa all’attentato per un soffio, sopravvivendo a circa trenta colpi, prima di essere arrestato. Ma c’è anche un altro pentito nelle fila del clan Lo Russo: si chiama Claudio Esposito, è lo zio di Annalisa, moglie Antonio Lo Russo. È stato condannato a dieci anni di reclusione, portava le «imbasciate» al giovane boss nel corso della sua lunga latitanza in giro per l’Europa. La sua collaborazione viene ritenuta comunque strategica per indebolire l’ultima ala del clan dei capitoni, che fa capo proprio ad Antonio Lo Russo, al figlio di Salvatore da mesi alle prese con il rigore del carcere duro.

 

 

 

 

Fonte: napoli.repubblica.it  

Fonte: napoli.repubblica.i
7 settembre 2016
La statua in bronzo installata davanti alla Chiesa di San Vincenzo, nel rione Sanità a Napoli, raffigura un ragazzo in bilico su due travi, sulle quali ci sono le lettere della parola ‘Sanità’, mentre cerca di recuperare un pallone che si è incastrato. Quel ragazzo è Genny Cesarano, ucciso a 17 anni, nel settembre 2015, proprio nel rione Sanità, finito sotto i proiettili di una sparatoria. La statua è stata realizzata dal maestro Paolo La Motta che ha conosciuto il diciassettenne nel corso di un laboratorio artistico. La scultura, donata dalla Fondazione di comunità san Gennaro, si chiama “In-ludere” e significa giocare contro. Opporre cioè all’inevitabile l’imprevedibile e accettare le sfide del destino affrontando la realtà. (foto riccardo siano)

 

 

 

Articolo del 20 gennaio 2017 da  napoli.repubblica.it
Genny, vittima innocente di camorra: dopo 16 mesi identificati mandanti e killer
di Dario Del Porto
Quattro arresti e le indagini confermano: il 17enne ucciso in piazza Sanità nel settembre 2015 nel corso di una sparatoria tra bande rivali. Il procuratore Colangelo: “Lo Stato c’è, ma quanti silenzi”. De Magistris: “Il Comune parte civile”

Svolta nell’inchiesta sull’omicidio di Gennaro Cesarano, il ragazzo di 17 anni ucciso per errore il 6 settembre 2015 durante una sparatoria in piazza Sanità. Quattro persone sono stare raggiunte da un’ordinanza cautelare chiesta dai Pm Celeste Carrano, Enrica Parascandolo ed Henry John Woodcock, che con il procuratore aggiunto Filippo Beatrice coordinano le indagini condotte dalla squadra mobile diretta da Fausto Lamparelli.

L’inchiesta ha confermato che il ragazzo fu la vittima innocente di una sparatoria all’ impazzata scatenata nell’ambito di uno scontro fra bande rivali della camorra. Determinante, ai fini della ricostruzione della vicenda, la collaborazione con la giustizia dell’ex boss Carlo Lo Russo, esponente della famiglia malavitosa dei Capitoni di Miano.

“Finalmente, giustizia è fatta”. Piange per l’emozione Antonio Cesarano, il padre di Genny, quando ha saputo che i killer di suo figlio erano stati arrestati. A dargli la notizia il suo avvocato Marco Campora.
Il padre di Genny: “Nessuna omertà nel quartiere, la gente ha avuto coraggio”

Il procuratore di Napoli, Giovanni Colangelo, ha parlato di “particolare commozione” per la svolta nelle indagini. “È l’occasione per ribadire che, al di là di quello che si è detto, in questo mesi non ci siamo mai fermati. È un fatto che ha scosso le coscienze di tanti. Se ci consentite anche le nostre coscienze. Esprimo il mio doveroso ringraziamento ai colleghi che si sono impegnati allo stremo e alle forze di polizia che non hanno smesso di indagare impiegando tutte le sue risorse”. Colangelo ha replicato alle accuse di ritardi o inerzie che avevano accompagnato le indagini. “È il caso di puntualizzare che una cosa sono le sensazioni, cosa diversa è la raccolta dei gravi indizi”.

“Nessuno di noi potrà ridare la vita a Gennaro Cesarano – sottolinea Colangelo – questo è soltanto il tentativo, da parte nostra, di fare giustizia e dare alle vittime la riparazione di una giustizia di tipo processuale. Spero  che questo convinca tutti, anche quelli che sono rimasti in silenzio, che noi lavoriamo in maniera incessante e che le forze dell’ordine e la magistratura sono al loro fianco. Quando leggiamo di persone che si sentono abbandonate e dicono di non vedere segni di cambiamento, rispondiamo che non dipende da noi, perché noi facciamo la nostra parte. E che occorrono interventi di altro tipo e ci dovrebbe essere una presa di coscienza anche da parte dei cittadini, da parte delle famiglie e delle mamme di questi giovani. Sapendo che la strada porta al carcere o alla morte”.

Gli arrestati. Le persone raggiunte dall’ordinanza cautelare sono Antonio Buono, Ciro Perfetto, Mariano Torre e Luigi Cutarelli. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’incolpevole Genny si ritrovò nel mezzo di una raffica di 24 colpi esplosi da tre pistole. Solo per una fortunata serie di circostanze, almeno altri tre giovani che si trovavano in piazza in quel momento sfuggirono alla morte. Determinante, ai fini della ricostruzione della vicenda, la collaborazione con la giustizia dell’ex boss Carlo Lo Russo. L’azione del commando del clan Lo Russo, otto persone a bordo di quattro moto, sarebbe scattata per vendicare un affronto compiuto solo poche ore prima dal capo clan rivale Pietro Esposito, poi a sua volta ucciso in un agguato due mesi dopo, nella roccaforte dei Lo Russo a Miano.

Colangelo: “Lo Stato c’è, i cittadini devono fidarsi”. Il procuratore ha rimarcato come nessuno abbia contribuito alle indagini. “Mi duole doverlo dire, ma la verità va detta anche se fa male”, ha sottolineato Colangelo. Alla conferenza stampa ha preso parte anche il questore Guido Marino, che ha detto: “Non c’è niente da celebrare, ma anche questo risultato conferma che è una spudorata menzogna dire che lo Stato è assente nel territorio di Napoli, questo è poco serio e poco corretto anche nei confronti di cittadini. Di questa polizia e di questa magistratura i cittadini si devono fidare. La cosa spregevole è che i ragazzi che erano con lui quella notte li abbiamo dovuti snidare”.

Il commando, sottolinea Colangelo, “ha sparato nel mucchio”.  Del gruppo di fuoco faceva parte anche un altro giovane, Vincenzo Di Napoli, successivamente assassinato in un altro agguato.

De Magistris: “Il Comune parte civile”. “Grande soddisfazione per l’operazione in corso da parte della Dda della Procura di Napoli e della squadra mobile della Questura di Napoli” viene spressa dal sindaco Luigi de Magistris. “Da sempre abbiamo apprezzato – prosegue
il sindaco – la grande partecipazione popolare del quartiere sanità contro la camorra e l’impegno attivo nei movimenti anticamorra di Antonio, padre di Genny”.  I risultati di questa indagine, sottolinea de Magistris, “evidenziano che in città forze dell’ordine e magistratura stanno facendo un ottimo lavoro e che la città ha reagito e sta reagendo.  Quando ci sarà il processo, il Comune di Napoli si costituirà parte civile”.

 

 

 

Fonte: ilmattino.it
Articolo del 11 luglio 2019
Omicidio Cesarano, confermati tre ergastoli su quattro: sconto di pena per il killer pentito

La IV Corte di Assise di Appello di Napoli (Vescia presidente, Ciocia giudice a latere) ha confermato tre delle quattro condanne all’ergastolo emesse in primo grado nei confronti di Luigi Cutarelli, Ciro Perfetto e Antonio Buono, imputati per l’omicidio del giovane Genny Cesarano, vittima di una stesa (raid intimidatorio della camorra finalizzato al controllo del territorio) in piazza Sanità, il 6 settembre 2015. Ridotta la pena, dall’ergastolo a 16 anni, per Mariano Torre, in virtù dello sconto di pena previsto per i collaboratori di giustizia. Confermati anchei 16 anni di reclusione inflitti in primo grado al boss Carlo Lo Russo, mandante del raid, anche lui collaboratore di giustizia.

Il verdetto in primo grado è stato emesso dal gup Alberto Vecchione, il 6 dicembre 2017 al termine del processo con rito abbreviato. «È una sentenza che deve rappresentare un esempio per la città – ha commentato Antonio Cesarano, papà di Genny ringraziando il procuratore generale Maria Di Addea per la straordinaria attività investigativa svolta – non dobbiamo dimenticare che dopo mio figlio ci sono state altre vittime innocenti l’ultima delle quali è stata una bimba. Si sentivano impuniti e impunibili».

Di contro, i familiari degli imputati, in attesa all’esterno dell’aula 320, una volta appreso l’esito del processo, hanno rivolto proteste piuttosto accese all’indirizzo dei magistrati.

 

 

 

Fonte: ilmattino.it
Articolo del 27 novembre 2019
Genny Cesarano, catturato l’ultimo killer: decisiva la testimonianza del boss Lo Russo

La Squadra Mobile di Napoli ha arrestato Gianluca Annunziata, 28 anni. Secondo le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia, Annunziata faceva parte del commando che, all’alba del 6 settembre del 2015 in Piazza San Vincenzo alla Sanità, uccise Genny Cesarano, con il tentativo di uccidere altri quattro ragazzi presenti nella piazza.

L’agguato era stato deciso dal capoclan Carlo Lo Russo ed alcuni dei componenti del suo gruppo di fuoco.

In particolare Mariano Torre, Luigi Cutarelli, Ciro Perfetto e Antonio Buono sono già stati arrestati e condannati con sentenza di primo grado confermata in Corte di Assise di Appello.

Il provvedimento eseguito in data odierna si fonda sulle indagini svolte dalla Squadra Mobile e sul contributo determinante dei collaboratori di giustizia Carlo Lo Russo mandante del delitto, e Mariano Torre, l’esecutore materiale dell’agguato.

Gianluca Annunziata era già in carcere per condanne non definitive in qualità di affiliato al clan Lo Russo, per estorsione e per l’omicidio di Vincenzo Priore, commesso nel novembre del 2012 nella Masseria Cardone.

 

 

 

Fonte: mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 8 aprile 2020
Genny e le “stese” di Napoli
a cura di Antonio Cesarano e Alessia Pacini

Genny sognava di diventare chef e nel tempo libero giocava a calcio, faceva volontariato. Il suo entusiasmo per la vita lo si respirava solo guardandolo: solare e attento al prossimo, il sorriso di Genny illuminava la stanza.

È il 5 settembre del 2015 quando un gruppo di persone affiliate al boss Pierino Esposito fa una “stesa” nel quartiere di Lo Russo. Il giorno dopo, la vendetta: otto persone su quattro scooter, pistola alla mano, vogliono colpire Pierino Esposito, il boss della Sanità.

I colpi di pistola, però, raggiungono Genny che si trovava in piazza, a ridere con i suoi amici. Per il suo omicidio Luigi Cutarelli, Antonio Buono e Ciro Perfetto sono stati condannati all’ergastolo, in primo e in secondo grado di giudizio nel 2017 e nel 2019, mentre Mariano Torre, beneficiando dello sconto di pena previsto per i collaboratori di giustizia, è stato condannato a 16 anni come il boss Carlo Lo Russo, mandante, anche lui collaboratore. Sempre nel 2019 è stato arrestato Gianluca Annunziata, accusato da Lo Russo di aver fatto parte del commando di fuoco che uccise Genny.

Genny era un ragazzo pieno di voglia di vivere, come tutti i giovani della sua età: amava divertirsi con gli amici, giocare a calcio. Aveva 17 anni ed era ricco di progetti, amava il mare. Genny guardava al futuro, desiderava di crescere in fretta e aveva un bagaglio ricco di sogni. Le sue giornate trascorrevano tra scuola, calcio e attività di volontariato con la Parrocchia: mio figlio era cresciuto in piazza, nel quartiere, tra le persone che gli voleva bene. E con queste persone trascorreva il tempo, insieme anche ai bambini dell’oratorio che spesso Genny aiutava, per un paio d’ore alla settimana, durante la sua attività di volontariato.
Mio figlio illuminava le stanze con il suo volto, manteneva la casa allegra, si faceva voler bene da tutti. Era molto legato alle sorelle: erano cresciuti nell’affetto e nella semplicità che abbiamo sempre cercato di trasmettere loro. Era la scuola il suo obiettivo, Genny era consapevole dell’importanza di ricevere un’educazione e si è sempre tanto impegnato per riceverne una e farla propria. Quando si hanno dei figli, si lotta sempre affinché crescano seguendo dei principi sani. Genny non beveva, non fumava, addirittura gli dava fastidio quando accendevamo una sigaretta in casa.

A mio figlio piaceva la pizza. Voleva diventare uno chef, Genny, studiava all’alberghiero e stava frequentando il terzo anno. Era molto bravo nelle attività manuali, me ne sono accorto fin da quando era piccolo, quando ha iniziato a fare dei lavoretti di ceramica. È stato grazie a uno dei sui insegnanti che Genny si è avvicinato così tanto alla manualità. Si tratta di Paolo La Motta, Maestro e artista che ha anche realizzato la statua che raffigura Genny e che si trova nel Rione Sanità di Napoli. Il desiderio di realizzare una statua per mio figlio è stato proprio del Maestro: tra loro il legame era talmente forte che non c’è stato alcun bisogno di osservare fotografie per raffigurarlo. “Lo conosco così bene che le mani vanno da sole”, diceva La Motta. Il Maestro ha anche dedicato a Genny dei dipinti che sono al museo di Capodimonte.

Quando parlo di Jenny non riesco a non emozionarmi. Il tempo è nostro nemico, perché più trascorre e più la mancanza si fa forte. A noi rimangono i ricordi e con questi ricordi sopravvivere è difficile. Ci si lega stretti alla vita, perché è come se riuscissi a mantenere in vita Genny grazie al suo vissuto. Ed è per questo che lo racconto, che racconto la sua vita: parlandone posso portare avanti il suo ricordo e renderlo vivo. Per me memoria significa non smettere mai di raccontarlo.

Io parlo molto spesso nelle scuole, è un’esperienza unica per me. Da quando parlo con gli studenti, non mi sento più solo. Grazie al racconto della vita di Genny, riesco ad avere dei momenti di serenità: so che Genny non tornerà, ma sono le azioni che portiamo avanti ogni giorno a suo nome che lo mantengono in vita. Non smetterò mai di organizzare eventi dedicati a lui. È questo che lo tiene in vita ed è questo il valore della memoria. Fare memoria significa anche dedicarsi al prossimo, aiutare chi è in difficoltà, essere a disposizione di chi ha bisogno. Abbiamo aperto un’associazione a nome suo, un luogo sicuro in cui bambini e ragazzi possono imparare uno sport, studiare, fare musica. L’associazione si chiama “Un popolo in cammino per Genny vive”. Inaugurarla è stato un processo lunghissimo: ho impiegato un anno e mezzo prima di poter procedere, ma il giorno è arrivato e presso la Parrocchia della Sanità al mio fianco si trovava anche Don Luigi Ciotti. La perdita di Genny ha smosso tante coscienze.

L’evento fu molto bello: presentammo scritti di Genny, furono proiettati video, parlò la preside della sua scuola e le stanze erano piene di bambini. Volevo proprio presentarla così: come un luogo sicuro dove le persone possano sentirsi accolte, dove si possa aiutare il prossimo, fare qualcosa di concreto per i giovani e lottare contro la dispersione scolastica. Dove c’è bisogno, l’associazione di Genny cerca di agire. Con i mezzi che abbiamo, cerchiamo di aiutare i bambini a praticare uno sport, facciamo beneficenza. Siamo generosi, seppur con i nostri mezzi. Ad oggi, sono 250 i bambini iscritti.

A far parte del gruppo di insegnanti che ci aiutano nelle attività dell’associazione c’è anche il Maestro Paolo la Motta, ma anche professori e un ex poliziotto in pensione che desidera dedicare il proprio tempo ai ragazzi. Il livello di dispersione scolastica del quartiere Sanità è sempre molto alto e, anche se di cose ne sono cambiate molte, c’è sempre molto da fare. Il nostro obiettivo è aiutare anche i ragazzi di 14 o 15 anni che ancora frequentano le scuole medie. Facciamo tutto in nome di Genny.

E lo facciamo lavorando sul territorio. Sono passati quattro anni dalla morte di mio figlio e non ci siamo mai fermati. Continuerò e continueremo sempre a farlo in prima fila. Ma non ho sempre avuto la forza di farlo.
Avere il riconoscimento come vittima innocente di mafia non è stato facile, anzi. Non è passato molto tempo, ma inizialmente veniva dato adito a voci che volevano Genny parte della criminalità organizzata: giravano voci che potesse far parte di una piazza di spaccio, notizie false contro le quali mi sono sempre battuto. Genny era un ragazzo bravissimo, senza precedenti, amante della scuola e tutti, dico tutti, sapevano che le cose stavano così. Non è un caso se l’associazione si chiama proprio “un popolo in cammino per Genny vive”. È stata la gente che ha difeso Genny.

Nel giro di un anno, grazie a delle dichiarazioni di pentiti, gli inquirenti sono stati in grado di arrestare i colpevoli. Ma inizialmente le forze dell’ordine non volevano nemmeno che venissero celebrati i funerali di Genny. Per una questione di sicurezza pubblica, dissero, le esequie sarebbero state celebrate di mattina alle 7:00. Ma non riuscirono a fermare l’abbraccio delle persone che volevano bene e ancora vogliono bene a Genny. Il parroco del nostro quartiere celebrò una messa il giorno dopo in mezzo alla piazza. Non ricordo molto, ero ancora sotto shock e mi ci vollero 10 giorni per tornare a comprendere qualcosa. Fu grazie al parroco se tutte queste persone poterono partecipare. La comunità conosceva bene Genny e il loro abbraccio ci è arrivato forte.

Non si può esprimere il dolore per la perdita di un figlio. Sono passati quattro anni e oggi si parla di cose diverse. Ma di una cosa sono molto felice: il riconoscimento di Genny è arrivato, il suo nome non è più sporco delle false accuse che lo vedevano parte della criminalità organizzata.

 

 

 

 

 

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