7 novembre 1977 Settebagni (Roma). Rapito Massimiliano Grazioli duca Lante della Rovere. non tornò più a casa nonostante il pagamento di un riscatto.

Foto da  novavox.it

“Il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere venne preso in ostaggio da cinque banditi armati la sera del 7 novembre 1977 nei pressi di una tenuta agricola di sua proprietà, nella campagna attorno alla cittadina di Settebagni, e non tornò più a casa nonostante il pagamento di un riscatto. Nel 1993 otto persone sono state arrestate per il delitto. Gli arresti, come raccontano i giornali all’epoca dei fatti, sono avvenuti anche grazie all’aiuto di un pentito eccellente, Maurizio Abbatino.”  (novavox.it)
Massimiliano Grazioli fu ucciso perché aveva visto in volto uno dei carcerieri.

 

Fonte:  nottecriminale.wordpress.com
Articolo del 26 luglio 2010
Il sequestro Grazioli
di Ira Tassinari

Durante gli anni ’70, una delle principali attività in cui si impegnano le bande malavitose è rappresentata dal sequestro di persona. Nel solo 1977 ne sono compiuti 66.

Un reato complesso, che richiede un’organizzazione articolata, dal basista che spesso funge anche da agente di influenza sui familiari ai vivandieri, dal telefonista ai riciclatori.

Nel dicembre del 1977, intorno al rapimento del duca Grazioli, si aggrega la banda della Magliana, che esegue materialmente il sequestro in via del Casale di San Nicola, località La Storta, presso la tenuta agricola dell’aristocratico romano. L’ostaggio è poi consegnato a un gruppo di Montespaccato che gestì (male) la prigionia.

L’auto del barone fu stretta da ambo i lati da due autovetture, l’ostaggio fu caricato su una delle auto, una Citroen, che ripartì in direzione Roma. L’auto del rapito fu abbandonata in via Cristoforo Colombo e ritrovata il giorno successivo all’accadimento. La famiglia ricevette cinque missive con richiesta di riscatto, la cui somma inizialmente richiesta corrispondeva a 10 miliardi di lire. L’ultima richiesta di riscatto, quella corrisposta, è di un miliardo e mezzo.

Il primo contatto tra i rapitori e la famiglia fu effettuato il 29 dicembre del 1977.

Da Gennaio 1978 a fine febbraio si susseguono diversi appuntamenti disattesi. Il 2 Marzo sulla via Cassia viene infine pagato il riscatto dal figlio, dopo un’estenuante caccia al tesoro anche se ad esso non corrisponderà la liberazione dell’ostaggio, ucciso perché aveva visto in volto uno dei carcerieri.

I soldi del riscatto permetteranno di finanziare l’ingresso nella banda sul mercato della droga a Roma.

Tra i partecipanti al rapimento ci sono alcuni dei capi della banda: Franco Giuseppucci (“Libano” nella fiction) Maurizio Abbatino (“Freddo”), Marcello Colafigli (“Bufalo”).

 

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it
Articolo del 5 ottobre 1993
OTTO ARRESTI PER IL SEQUESTRO DEL DUCA GRAZIOLI
di Emilio Radice

ROMA – Per un sequestro di persona avvenuto sedici anni fa otto uomini sono stati arrestati ieri dalla polizia. È l’ennesimo colpo contro ciò che resta della famosa e temibile ‘banda della Magliana’, ovvero la gang che, fra gli anni Settanta e Ottanta, cercò di imporre nella capitale i modelli della malavita organizzata. E, allo stesso tempo, viene cancellato definitivamente il sospetto, allora assai vivo, che all’impresa avessero partecipato anche le Br. Il sequestro, su cui gli uomini della squadra mobile romana e della criminalpol Lazio, coordinati rispettivamente da Rodolfo Ronconi e da Nicola Cavaliere, hanno fatto luce, è quello del duca Massimiliano Grazioli. Il nobiluomo venne preso in ostaggio da cinque banditi armati la sera del 7 novembre 1977 nei pressi di una tenuta agricola di sua proprietà, nella campagna attorno alla cittadina di Settebagni, e non tornò più a casa nonostante il pagamento di un riscatto di un miliardo e mezzo di lire, una cifra che allora era da capogiro. A dare un impulso decisivo alle indagini è stato, anche questa volta, un ‘pentito’ eccellente: Maurizio Abbatino, ovvero uno degli ultimi capi della banda della Magliana, arrestato a Caracas esattamente un anno fa dalla ‘mobile’ e, da allora, diventato un sempre più convinto collaboratore della giustizia. Che il sequestro e l’ omicidio di Massimiliano Grazioli fosse stato organizzato proprio all’interno del clan malavitoso, tuttavia, era già da tempo una ferma convinzione degli investigatori. Il capo della squadra mobile di allora, Ferdinando Masone, che oggi è questore di Roma, nell’aprile del ’78, cioè poche settimane dopo il pagamento del riscatto (avvenuto il 4 marzo), aveva arrestato, con l’accusa di sequestro di persona e omicidio aggravato, Amleto Fabiani e altri due personaggi legati all’ambiente della Magliana. I tre, due mesi più tardi, verranno scarcerati, ma con il blitz di ieri l’antica direzione data alle indagini è uscita confermata. Il rapimento del duca Grazioli avvenne in una stagione in cui l’ “anonima sequestri” romana girava a mille e re di questo tipo di estorsioni era Laudavino De Santis, detto ‘Lallo lo zoppo’ , anche lui vicino al clan della Magliana e tanto feroce da aver fatto ciò che nessun sequestratore aveva mai osato: l’omicidio e il surgelamento di un ostaggio, Giovanni Palombini, così da poterlo fotografare chissà quante altre volte, con il giornale del giorno fra le mani, durante le trattative con i suoi familiari. L’ideatore del sequestro Grazioli, secondo le indicazioni fornite da Maurizio Abbatino agli investigatori della questura romana e al pm Andrea De Gasperis, non è stato un tipo meno duro: si chiamava Franco Giuseppucci e, per il colorito scuro della pelle, veniva detto ‘er negro’ . Figura atipica di delinquente con insolite manie di grandezza, polizia e carabinieri si sono dovuti occupare di lui infinite volte, trovandolo legato a mille rivoli investigativi, compresi il finanziamento e l’appoggio fornito al terrorismo di estrema destra, cui Giuseppucci, fino al giorno del suo assassinio – avvenuto a Trastevere il 13 settembre 1980 -, passava anche le armi. Ma a sua volta – secondo il racconto di Maurizio Abbatino – Giuseppucci aveva preso l’idea da un giovane (il cui nome non è stato rivelato dalla polizia) che, frequentando assiduamente il figlio allora ventenne del duca Grazioli, Giulio, s’era fatto un’idea forse esagerata delle disponibilità economiche della nobile famiglia: non per nulla la prima richiesta di riscatto fu di dieci miliardi. Abbatino ha confessato anche la sua partecipazione all’impresa. Altri protagonisti non fanno più parte di questo mondo, in genere perchè si sono ammazzati l’un con l’altro in faide intestine. I restanti, sempre secondo il pentito ma anche per il gip Giuseppe Pizzuti che ha confermato i provvedimenti di custodia cautelare, sarebbero identificabili nei seguenti nomi: Emilio Castelletti, Franco Catracchi, Marcello Colafigli, Renzo Danesi, Giorgio Paradisi, Giovanni Piconi, Stefano Tobia e Antonio Montegrande. Quest’ultimo è stato arrestato l’altra notte in un appartamento della borgata di Montespaccato: era già stato condannato all’ergastolo in Germania ed era evaso nell’88, tornando in Italia per dedicarsi ad altre imprese criminali. Gli altri, invece, erano già in carcere da quando, con l’operazione ‘Colosseo’, nata dalla confessione-fiume fatta da Abbatino davanti al giudice Otello Lupacchini, sulle malefatte della banda della Magliana venne gettato un fascio di luce totale: dai legami con la mafia alle implicazioni con i servizi deviati.

 

 

 

 

Mai ci fu pietà. La vera storia della Banda della Magliana dal 1977 a Mafia Capitale, di Angela Camuso, Castelvecchi 2016

Fonte: novavox.it
Articolo del 20 giugno 2018
Il sequestro del duca Grazioli: il delitto da cui nacque la “Banda della Magliana”

L’incredibile storia della Banda della Magliana, ormai diventata romanzo, fiction e finzione nasce da fatti ben precisi ed accertati, ricostruiti dalle indagini della mobile di Roma e dalle dichiarazioni dei pentiti. Un fatto fra tutti ha segnato l’esordio vero e proprio e il nucleo da cui ha preso vita e sostentamento la banda: il sequestro del Duca Grazioli.

Il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere venne preso in ostaggio da cinque banditi armati la sera del 7 novembre 1977 nei pressi di una tenuta agricola di sua proprietà, nella campagna attorno alla cittadina di Settebagni, e non tornò più a casa nonostante il pagamento di un riscatto. Nel 1993 otto persone sono state arrestate per il delitto. Gli arresti, come raccontano i giornali all’epoca dei fatti, sono avvenuti anche grazie all’aiuto di un pentito eccellente, Maurizio Abbatino.

La vicenda del rapimento del Duca Grazioli è stata ben raccontata da Angela Camuso nel suo libro Mai ci fu pietà edito da Castelvecchi. Vi proponiamo alcune pagine dedicate al rapimento.

Con il sangue raffermo incrostato sulla fronte, il sequestrato giaceva in quello scantinato ormai da quattro giorni. Appena arrivato, gli avevano ordinato di spogliarsi, lasciandogli solo calzini e mutande. Era primavera, ma nel nascondiglio faceva freddo. Una flebile luce filtrava da una grata e un sacco a pelo sopra una brandina da campeggio non poteva essere abbastanza. C’era però il cuscino di stoffa, rossa, morbidissimo, con l’imbottitura di lana grezza. E l’ottimo cibo, perché era lo stesso destinato ai carcerieri, dei veri buongustai. Molto spesso, all’ostaggio venivano serviti dentro contenitori di plastica filetti al sangue e una volta anche rigatoni con la pajata: era uno dei piatti preferiti dal capo, il più cattivo, che si divertiva a mimare con la mano la pistola e a puntarla in mezzo agli occhi del prigioniero. La mossa aveva ricordato al rapito, con un brivido di orrore, quella di quando si uccidono le bestie dentro il mattatoio. «Caro papà, carissimi tutti, sono nelle mani di un’organizzazione forte e decisa a tutto. Se volete salvarmi fate quanto vi sarà richiesto. Per ogni trattativa detta organizzazione si farà riconoscere con questa sigla AZ 71 di cui solo voi siete a conoscenza. Spero che farete tutto senza perdere tempo. Tutto si può rifare fuorché una vita. Silenzio con tutti e non commettete errori, potrebbero essere fatali», scrisse finalmente ai suoi familiari il malcapitato, dopo quei primi giorni di inferno.

L’uomo finito nelle mani di quei balordi era l’orefice romano Roberto Giansanti, 29 anni, con negozio in via Livorno. Fu rapito la sera del 16 maggio del 1977 da un gruppo all’epoca piuttosto inesperto di sequestri di persona, ma voglioso di inserirsi nel business criminale più redditizio di quei tempi. Era l’ora di cena, Giansanti aveva appena posteggiato la sua auto nel garage condominiale di via Franco Sacchetti, alla Bufalotta, dove abitava. Prima che i banditi gli saltassero addosso, ebbe il tempo di vedere con la coda dell’occhio tre uomini calarsi in testa i passamontagna, con lo sguardo implorò un altro inquilino presente casualmente nel garage, ma questi rimase ad assistere alla scena ammutolito e immobile. Un attimo dopo, i banditi si diedero da fare con una spranga e i calci delle loro pistole.

«Ma chi è?», chiese un rapitore a un complice.
«Ma chi sei?», ripeté un altro al gioielliere. «Sono Giancarlo Rossi», provò a mentire Roberto Giansanti, già mezzo tramortito dalle botte in testa.

I rapitori gli frugarono nelle tasche e trovarono la patente. «È lui, è il padre», si rassicurarono. Originariamente, infatti, i banditi progettavano di prendere in ostaggio uno dei figli piccoli del gioielliere, ma poi qualcosa li costrinse a cambiare idea. «Dovevamo rapire il bambino, ma per la legge reale che tutela i minorenni abbiamo scelto te», vollero riferire con scherno all’orefice, che aveva origini nobili, per terrorizzarlo. Lo caricarono quindi in una macchina, facendolo sdraiare sul sedile posteriore dell’auto con la testa appoggiata alle ginocchia di un bandito, che non smise di colpirlo e di insultarlo per tutta la durata del viaggio.

«Fijie ‘e bocchina», gli urlava. Dopo una corsa di un’ora sul Grande Raccordo Anulare, Roberto Giansanti si ritrovò segregato in quella specie di cantina. In effetti, ebbe l’impressione che quelli fossero del tutto impreparati a occuparsi di un adulto: per legargli le caviglie, non trovarono di meglio che la cintura dei suoi stessi pantaloni e malamente lo coprirono con una tovaglia. Quando ne sentì il bisogno, durante la sua prima notte da prigioniero, il gioielliere non poté fare a meno di orinare contro il muro, in un angolo.

«Le informazioni necessarie per sequestrare il gioielliere le diede Franco Giuseppucci», raccontò il pentito Claudio Sicilia nel 1986. Franco Giuseppucci era un criminale di trent’anni, appartenente alla vecchia guardia. Faceva il fornaio e per questo era soprannominato Fornaretto, anche se poi gli affibbiarono il nomignolo di er Negro per via del colorito scuro. Temuto e stimato, aveva ottimi canali per la ricettazione ed era molto conosciuto nell’ambiente delle corse dei cavalli: agli scommettitori clandestini prestava a strozzo i soldi accumulati con le rapine, riuscendo
così a riciclare il denaro e nello stesso tempo a ottenere ampi guadagni. Il gioielliere Giansanti, quando fu liberato, riferì ai carabinieri di aver notato proprio er Negro, qualche giorno prima del rapimento, davanti al suo negozio di gioielli in via Livorno. Se l’era ricordato perché il bandito aveva un occhio di vetro, a causa dei postumi di un incidente. Er Negro, peraltro, era la stessa persona che Giansanti aveva visto, più di una volta a partire da un mese prima del sequestro, nei pressi di un maneggio vicino al cantiere dov’era in costruzione la sua villa di famiglia, sull’Aurelia: Giuseppucci arrivava in quel maneggio sempre a bordo di una Fiat 124 spider, di colore giallo, parcheggiava la macchina con il retro contro un albero, così da nascondere la targa e si piazzava in piedi per alcuni minuti davanti al cofano, per coprire anche il numero di targa anteriore.

I Giansanti, d’altra parte, non erano tipi da sfoggiare lussi e ricchezze e l’unica palese dimostrazione di agiatezza era proprio quella grossa villa in costruzione. Franco Giuseppucci l’aveva adocchiata e si era fatto i suoi conti: si convinse di poter organizzare un sequestro-lampo, in cambio di un riscatto colossale.

In realtà, i rapitori intascarono 350 milioni, ovvero una somma di gran lunga inferiore alla richiesta iniziale di 5 miliardi. Per di più, dovettero dividere i guadagni in molte parti: mentre era prigioniero, il gioielliere ebbe
modo di distinguere almeno sei distinti carcerieri e nell’appartamento adiacente alla sua prigione avvertì la presenza anche di una o di due donne, addette alla cucina dei pasti. L’allungarsi inaspettato delle trattative e la salute cagionevole del sequestrato crearono tra i banditi una certa tensione.

Dopo pochi giorni il gioielliere si ammalò di congiuntivite acuta. Fu necessario l’intervento di un medico amico della banda. «Sei il peggio affare che ci poteva capitare. Invece di un cristiano ci hanno portato un cadavere
e per di più malato di cuore», disse a Giansanti uno di loro. Alla fine, dopo altre tre lettere scritte alla famiglia e una serie di telefonate terrorizzanti, si arrivò a un accordo per la liberazione. Il cinquantaduesimo giorno di prigionia al gioielliere furono date da mangiare mele cotte; quindi fu rivestito, narcotizzato e caricato su un’auto fino al luogo dello scambio, una strada isolata sotto un ponte sulla Prenestina. La moglie dell’orefice, Marina, si ritrovò a giocare a una caccia al tesoro. Arrivò all’appuntamento seguendo man mano le indicazioni contenute in quattro biglietti lasciati in altrettanti cestini per i rifiuti, disposti in luoghi diversi della città.

Fu, questo dei messaggi, uno stratagemma utilizzato dallo stesso gruppo anche per un altro rapimento. Il fatto accadde sempre a Roma di lì a quattro mesi esatti ed ebbe un epilogo ben peggiore. Il riscatto pagato fu di due miliardi e l’ostaggio, il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, non fece mai ritorno a casa.

Il tragico sequestro del duca Grazioli rappresentò un salto di qualità. Fu questo il vero trampolino di lancio di quella che sarebbe poi diventata la famigerata «banda della Magliana».