8 Febbraio 1993 Torrette di mercogliano (AV). Ucciso Pasquale Campanello, 33 anni, Sovrintendente Casa Circondariale Poggioreale.

Fotoda: polizia-penitenziaria.it

Pasquale Campanello, Sovrintendente Capo del Corpo di Polizia Penitenziaria – nato a Avellino il 14 novembre del 1960, in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale.
L’8 febbraio 1993, a Mercogliano (NA) viene assassinato da un gruppo di killer della camorra davanti la propria abitazione.
Il Sovrintendente Campanello è stato riconosciuto “Vittima del Dovere” ai sensi della Legge 466/1980 dal Ministero dell’Interno.
A Pasquale Campanello è intestata una targa in memoria presso la Sala Convegni dell’istituto penitenziario di Napoli Poggioreale.
Nota di: polizia-penitenziaria.it

 

 

Articolo di La Stampa del 9 Febbraio 1993
Avellino, assassinata guardia carceraria
di Mariella Cirillo
Prestava servizio a Poggioreale, ha pagato con la morte il rifiuto di «favori» ai clan napoletani
Agguato di quattro sicari sotto casa: vendetta della camorra?

AVELLINO. Lo hanno aspettato sotto casa, con le pistole in pugno: quattro killer per una spietata esecuzione. Pasquale Campanello, 33 anni, un sottufficiale degli agenti di custodia in servizio nel carcere di Poggioreale a Napoli, è stato assassinato ieri sera in un agguato a pochi metri dalla sua abitazione a Mercogliano, in provincia di Avellino. I sicari hanno sparato una decina di proiettili, poi sono fuggiti a bordo di un’auto.

Una vendetta? I carabinieri che indagano sull’omicidio non escludono alcuna pista, compresa quella di un’azione decisa per punire chi aveva fama di uomo ligio al dovere. L’agguato è scattato verso le sei del pomeriggio, quando Campanello stava per raggiungere la moglie, Antonietta Oliva, e i due bambini di due anni e quattro mesi, nel suo appartamento in località Torrette di Mercogliano, non lontano dal capoluogo irpino. Anche ieri il vicebrigadiere aveva svolto il suo turno di lavoro nel carcere di Poggioreale, uno dei più affollati d’Italia, dove – soprattutto negli anni passati – la presenza di camorristi, gli schieramenti tra bande rivali, le difficili condizioni strutturali avevano creato un clima di tensione.

Come ogni giorno, per tornare a casa il sottufficiale di polizia penitenziaria è salito su di un autobus della linea che collega Napoli con Avellino. I sicari conoscevano le sue abitudini e lo hanno aspettato, appostati in una traversa di via Nazionale, non lontano dall’edificio dove Pasquale Campanello abitava con la famiglia. I killer erano in quattro, armati di due pistole calibro 9 e di una calibro 38: una decina di colpi contro la vittima designata. Almeno sette, otto proiettili, di cui uno alla testa, hanno raggiunto il vicebrigadiere che è morto all’istante.

Gli assassini sono balzati a bordo di un’Alfa 155 di colore scuro che avevano parcheggiato nei pressi del fabbricato e sono fuggiti via. A circa trecento metri di distanza, l’imprevisto. Una pattuglia di carabinieri, richiamata dagli spari, ha cercato di intercettare i killer. I militari hanno fatto fuoco contro l’auto, probabilmente senza colpire il bersaglio, e i sicari sono riusciti ad allontanarsi. Inutile si è rivelata la caccia all’uomo scattata subito dopo il delitto: degli assassini nessuna traccia.

Perché tanta ferocia? Gli inquirenti – le indagini sono coordinate dal sostituto procuratore di Avellino, Amato Barile, non trascurano nessuna pista, ma di una cosa sono certi: l’omicidio ricalca per tecnica e modalità di esecuzione le azioni della malavita organizzata. Un agguato di stampo camorristico contro un sottufficiale che godeva della stima dei superiori.

Nella vita privata di Pasquale Campanello, secondo quanto hanno accertato gli investigatori, nessun neo. E sul lavoro, c’è il giudizio unanime di chi lo conosceva: serio, irreprensibile, attento al rispetto delle regole. È questa la chiave del delitto? Gli investigatori non si sbilanciano, ma tra le ipotesi prese in considerazione c’è anche quella di una vendetta decisa per punire Campanello di aver rifiutato un «favore». A lui spettavano compiti a volte delicati, come la sorveglianza di padiglioni dove sono detenuti pezzi da novanta della malavita. Forse qualcuno ha cercato di avvicinarlo, ricevendo in cambio un secco «no».

 

 

Articolo da  Il Mattino del 9 Febbraio 1994 
Pasquale Campanello un anno dopo
di Aldo Balestra
Ieri pomeriggio la commemorazione del sottufficiale ucciso dalla camorra.
Il direttore del Dap, Capriotti : «cercheremo di scoprire mandanti ed assassini»

Un’unica corona d’alloro, sotto la lapide, nell’edificio d’ingresso al carcere di Bellizzi Irpino. Due sole parole, per firmare quella corona : “Reparto Venezia”. Lì in quel padiglione di Poggioreale ad alta densità di camorre, fu decisa l’eliminazione di Pasquale Campanello, 33 anni, avellinese, ucciso l’otto febbraio dello scorso anno a Torrette di Mercogliano, mentre da Napoli tornava a casa.

I suoi colleghi napoletani ieri pomeriggio erano ad Avellino. Un anno fa resero omaggio alla salma del valoroso sottufficiale, stavolta hanno voluto fermamente prender parte alla cerimonia commemorativa indetta dal comitato “Pro Campanello” e dal sindacato UIL ‐ Penitenziari. Assente il Ministro Guardasigilli, Giovanni Conso (ha inviato un messaggio) e il presidente della commissione giustizia della Camera Giuseppe Gargani (era impegnato altrove, anch’egli ha inviato un messaggio) .

Nel primo pomeriggio, intanto, accurati controlli della polizia erano scattati nei pressi dell’abitazione avellinese di Gargani, dove è stata rinvenuta una Fiat 500, poi risultata rubata. Ad allertare il 113 una telefonata anonima.

Prima di scoprire la lapide, la Santa Messa officiata dal vescovo, Monsignor Forte.

Ad Avellino è giunto, protetto da eccezionali misure di sicurezza, il successore di Nicolò Amato: «Pasquale Campanello ‐ ha spiegato Adalberto Capriotti , Direttore Generale del D.A.P. ‐ non è stata una vittima scelta per caso. Con lui si è voluto colpire l’ amministrazione. Campanello rappresentava un simbolo, un baluardo, una trincea. Non mancheremo ai doveri di identificare la mano omicida e i mandanti. La Legge, lo Stato prevarranno».

Prima di Capriotti avevano parlato Eugenio Sarno, della segreteria nazionale UIL‐Penitenziari ( «il miglior modo per ricordare Pasquale è quello di seguire il suo esempio di onestà»), Cristina Mallardo, direttrice del carcere di Bellizzi (commovente, da donna a donna, il suo incoraggiamento alla vedova Campanello), Federico Biondi, presidente del comitato Pro‐Campanello ed ex docente, all’Istituto Agrario, del sottufficiale ucciso (a mò di padre ha ripetuto più volte «Pasquale mio carissimo»), Angelo Romano, sindaco di Avellino («Signora Campanello, riceva l’abbraccio mia e della città intera»), Salvatore Acerra, direttore di Poggioreale, («Campanello era un uomo giusto e coraggioso, per questo è stato ucciso. Gli assassini hanno voluto privare lo Stato di uno dei suoi uomini migliori. Ma noi continuiamo a fare la nostra parte, per dar prova di forza operativa e morale. La forza dell’Italia degli onesti di chi ogni giorno fornisce prova di rettitudine morale»). Proprio come ha fatto, sino all’estremo sacrificio, Campanello.

Una lapide per un coraggioso
Poche parole, dense di significato

Con la commossa partecipazione del Ministro di Grazia e Giustizia, il direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ed i colleghi tutti, nella terra che gli diede i natali e fu testimone del suo senso del dovere e spirito di servizio, qui posero a perenne ricordo il nome del sovrintendente del Corpo di polizia penitenziaria Pasquale Campanello, in servizio presso la casa circondariale di Napoli Poggioreale, qui trucidato l’8 febbraio 1993 mentre tornava dal suo posto di lavoro al calore della famiglia. Avellino 8 febbraio 1994.

Queste le parole sulla lapide scoperta ieri al carcere di Bellizzi.

 

 

 

Servizio del TG5 del 9 dicembre 2011

 

Articolo del 15 Febbraio 2017 da stampacritica.org
Pasquale Campanello, uomo di Stato e eroe del quotidiano
di Pierfrancesco Zinilli

‘Un eroe del quotidiano’ come lo definisce sua figlia Silvia. La vita del sovrintendente capo del Corpo di Polizia Penitenziaria, Pasquale Campanello, è di quelle che dovrebbero ispirarci, o perlomeno suggerirci qualcosa. Un modello è diventata di sicuro per i suoi due figli, visto che il minore, Armando, ha deciso di seguirne le orme entrando in Polizia.

Nato ad Avellino nel 1960, Campanello era addetto al padiglione di massima sicurezza “Venezia” del carcere di Napoli Poggioreale. In quel padiglione erano detenuti esponenti della criminalità organizzata sottoposti a regime di 41 bis. Il carcere di Poggioreale, quello del “Don Raffaè” di De André, è intitolato, guarda caso, al vicedirettore Giuseppe Salvia, ucciso dalla camorra semplicemente perché era stato l’unico ad avere avuto il coraggio di perquisire il boss Raffaele Cutolo.

Come un ennesimo filo che si intreccia con decine e centinaia di altri fili, la storia di Pasquale Campanello non è dissimile. Alle sei del pomeriggio dell’8 febbraio del 1993, a Mercogliano, in provincia di Avellino, Campanello stava tornando a casa dopo che era appena sceso dall’autobus con cui aveva viaggiato da Napoli. Dalla famiglia non è mai tornato perché, ad attenderlo nei pressi di casa, c’erano quattro sicari. Quattordici colpi di proiettile per mettere fine alla sua vita, di appena 32 anni.

Un agguato che forse voleva essere una punizione per non aver accettato compromessi. In ogni caso, per conoscere i mandanti, gli esecutori e il motivo del suo omicidio non sono bastati 24 anni.

Anche nella storia di Pasquale Campanello, come in tutte le storie di quel profondo Sud, che come fili vanno ad intrecciarsi con questa, c’è sempre un denominatore comune, vale a dire l’assenza delle istituzioni. Uno Stato che in quei luoghi spesso non c’è e, quando arriva lo fa con i suoi tempi. Come i quasi 5 anni che sono serviti alla famiglia di Campanello per vedersi riconoscere lo status, e quindi i benefici, di ‘Vittima del dovere’.

Proprio in quegli stessi luoghi, qualche anno prima, lo Stato aveva mostrato, ancora una volta, la sua faccia peggiore con il terremoto del 1980 in Irpinia. Uno degli esempi peggiori di speculazione con una quantità sterminata di fondi dirottati. Fondi che hanno permesso ai clan della Nuova Camorra Organizzata di fare il salto di qualità.

Allora in queste vicende, uomini come Campanello sostituiscono e diventano essi stessi Stato. Fare il proprio dovere si tramuta in gesto eroico. Le mafie non esisterebbero, infatti, se non potessero appoggiarsi su di un area grigia di corruttibilità, e la ricostruzione post-terremoto ne è un esempio. Si passa sempre attraverso qualcuno che chiude un occhio, o per paura o per interesse. Per questo, quindi, il non compromettersi diventa eroico. Un ultimo eroico baluardo.

 

 

Fonte:  fondazionepolis.regione.campania.it

Il vicebrigadiere Campanello Pasquale, 32 anni, viene ucciso l’8 febbraio 1993 con 15 colpi di pistola in un vero e proprio agguato sotto la sua abitazione a Mercogliano.

Egli lavora come agente della polizia penitenziaria presso il carcere di Poggioreale, in particolare è impegnato nel reparto di massima sicurezza dove sono rinchiusi i principali boss della camorra.
Probabilmente gli sarà stato chiesto di trasgredire alle regole, ma la sua intransigenza non è stata vista di buon occhio al punto da inimicarsi la camorra. Si tratta tuttavia di supposizioni che non hanno trovato ancora, a distanza di tanti anni, un fondamento.

Il suo assassino è rimasto ancora senza un nome, né un volto, dal momento che le attività di investigazione non consentirono di acquisire elementi utili per la prosecuzione delle indagini. Nel permanere ignoti gli autori del reato, il P.M. formulò richiesta di archiviazione accolta poi dal GIP.

Pasquale Campanello è stato dichiarato Vittima del dovere dal Ministero dell’Interno.
L’8 febbraio 1994, nel primo anniversario della morte, è stata dedicata una lapide al vicebrigadiere Campanello posta nel carcere di Bellizzi.

Il 26 settembre 1997 viene riconosciuto, appunto, vittima del dovere.

In occasione di una fiaccolata in suo onore, tenutasi ad Avellino l’8 febbraio 2013, la moglie e i figli continuano a chiedere giustizia per Pasquale.
L’8 febbraio 2014 l’associazione Libera di Avellino ha acceso una candela davanti al tribunale della città per ricordare il sacrificio di Campanello.

Nel mese di novembre 2015 si è tenuto il Premio dedicato a Campanello, fortemente voluto dal presidio di Libera Atripalda a lui dedicato e che nasce proprio nel 2015.

Nel mese di febbraio 2016 una giornata dedicata al vicebrigadiere organizzata dal presidio di Libera Avellino, presenti la vedova Antonietta Oliva, il giornalista Sandro Ruotolo, Annamaria Torre, la figlia del sindaco Torre ucciso a Pagani nel 1980, l’imprenditore Massimiliano Noviello, figlio di Domenico Noviello ucciso dalla camorra nel 2008, il parroco don Vitaliano Della Sala, il sindaco del Comune Massimiliano Carullo e il capo della Procura di Avellino Rosario Cantelmo.

Il giorno 8 febbraio 2017 i colleghi del carcere di Poggioreale inaugurano la sala conferenze “Sovraintendente Capo Pasquale Campanello”. Nel mese di marzo 2017 il carcere di Ariano Irpino diviene “Casa Circondariale Pasquale Campanello Ariano Irpino”. Il 20 marzo 2017 si procede all’intitolazione della via Pasquale Campanello ad Avellino.

Nel mese di novembre del 2017, il presidio di Libera Atripalda ha organizzato la terza edizione del Premio dedicato a Campanello “Premio per l’impegno quotidiano”. La giuria, composta dai parenti del vicebrigadiere, ha scelto gli uomini nei quali si possono trovare i valori di una scelta di vita sana e incorruttibile, spesa per il bene comune e la legalità. Premiati: Valerio Taglione, fondatore del Comitato don Peppe Diana, Michele Di Maio, sindaco di Calitri; Nicola Abrate, operaio dell’ex-Isochimica; Lucia Di Mauro, vedova di Gaetano Montanino, vittima del dovere.

Nel mese di dicembre 2017 si inaugura #SCATTIDIMPEGNO, contest in memoria di Pasquale, che dà avvio alla nuova edizione del premio “Pasquale Campanello”.

 

 

 

Fonte: poliziapenitenziaria.it
Articolo del 13 novembre 2018
Un docu-film in ricordo di Pasquale Campanello, vittima innocente di Camorra: Sua memoria sia sentimento collettivo

“Un giorno come tanti”: questo il titolo del docu-film realizzato da Giovanni Centrella che vuole celebrare la figura di Pasquale Campanello, vittima innocente di Camorra.

Il cortometraggio sarà proiettato gratuitamente il prossimo 16 novembre alle ore 19:00 presso il Teatro D’Europa di Cesinali, in occasione della quarta edizione del premio “Pasquale Campanello”, promosso dall’associazione Libera.

Quest’anno i premiati saranno il gruppo musicale Molotov d’Irpinia, che hanno scritto un brano sulla vicenda Isochimica, i ragazzi palermitani di “Addio Pizzo”, Alessandro Magno, ispettore di polizia e componente del pool investigativo “Terra dei Fuochi”, coordinato dal compianto Roberto Mancini, morto tre anni fa proprio a causa di quei veleni respirati durante i suoi sopralluoghi, e Simmaco Perillo.

Stamane l’iniziativa è stata presentata al Circolo della Stampa di Avellino, alla presenza dei referenti di Libera Emilia Noviello e Antonio De Gisi, della moglie dell’agente della Polizia Penitenziaria Antonietta Oliva e del realizzatore del docu-film Giovanni Centrella.

“Il film – spiega la referente provinciale dell’associazione – è un contributo che lanciamo il 16 novembre e che ci accompagnerà fino al 21 marzo, giorno in cui la marcia regionale Giornata della Memoria e dell’Impegno farà tappa ad Avellino. Nostro obiettivo, più che esprimere vicinanza alla famiglia Campanello, è quello di sensibilizzare i cittadini e soprattutto gli studenti a trasformare il concetto di memoria in un sentimento collettivo. La storia di Pasquale Campanello, ucciso l’8 febbraio 1993 a Torrette di Mercogliano mentre si recava a lavoro a Napoli, è uno di quei capitoli che andrebbero inseriti nei libri di scuola”.

“Apprezzo molto quanto è stato fatto da questi ragazzi – aggiunge la vedova del sovrintendente capo della Penitenziaria – il docu-film, oltre a rievocare quei momenti drammatici, fa riaffiorare anche ricordi belli, soprattutto quando descrivo Pasquale come uomo e non solo come poliziotto. Sono soddisfatta e orgogliosa di questo lavoro e penso che la memoria e l’impegno contribuiscono al traguardo di fare in modo che si possa cambiare in meglio il presente e il futuro senza dimenticare il passato”.

“L’idea del documentario – spiega infine il regista – nasce da lontano, volevo raccontare la storia di un avellinese comune che percorreva la tratta Avellino-Napoli come tutti noi, per diversi motivi, abbiamo fatto. Volevo far trasparire l’aspetto della persona comune e non dell’eroe”.

 

 

 

Fonte:  thewam.net
Articolo del 7 marzo 2019
I killer di Pasquale sono liberi, ma mio figlio serve lo Stato
di Luciano Trapanese

“Lo Stato mi ha voltato le spalle, non c’è stata giustizia per mio marito. I mandanti e gli esecutori del suo omicidio sono ancora liberi. Eppure, Armando, mio figlio, ha deciso di servirlo, lo Stato. Proprio come suo padre”. Antonietta Oliva è la moglie di Pasquale Campanello, il sovrintendente capo della polizia penitenziaria, in servizio a Poggioreale, ammazzato con quindici colpi di pistola da quattro sicari della camorra, a due passi dall’abitazione di Torrette di Mercogliano. Era l’otto febbraio del 1993. Una fredda sera d’inverno. Campanello aveva 33 anni. E nessuno all’epoca avrebbe immagina che quel delitto sarebbe rimasto impunito.

Antonietta Oliva era questa mattina al Manlio Rossi Doria, nell’incontro organizzato dall’associazione Libera, in preparazione della marcia in memoria di tutte le vittime delle mafie, che attraverserà le strade di Avellino la mattina del 21 marzo. La primavera della memoria.

In polizia per continuare il lavoro di papà

“Dopo tanti anni aspettiamo ancora giustizia – racconta con un filo di emozione -. Non sono la sola. Il 75 per cento delle vittime innocenti delle mafie non ha un colpevole. Qualcosa non funziona nello Stato. Ha un conto aperto con noi. E fino a quando non saranno scoperti i nomi degli assassini di mio marito, lo Stato sarà in debito. Siamo indignati. Ma non voltiamo le spalle. Non lo ha fatto neppure Armando, mio figlio. E’ entrato in polizia, avrebbe potuto accettare un posto comodo, dietro una scrivania. Ha detto di no. Lavora a Latina, nelle volanti. Per continuare a fare quello che ha fatto il papà”.

“Sono orgogliosa di far parte della grande famiglia di Libera. Devo dire grazie a tutti loro. Mi consentono di continuare a raccontare la storia di Pasquale Campanello. Così ho trovato anche la strada per fare memoria del suo sacrificio. Oggi, anche per questo, mio marito ha ottenuto il giusto riconoscimento. Oggi. Ma se ripenso a quel ’93… Dopo l’omicidio, il caso è caduto nell’oblìo. Dopo tanti anni, gli hanno dedicato strade, il carcere di Ariano Irpino, è arrivata la medaglia d’oro. I riconoscimenti fanno piacere, servono a motivare, a dare un senso al ricordo, alla memoria. Non sono fini a se stessi. Nei giorni scorsi mi ha contattato un giovane collega di Pasquale. Mi ha inviato un slide: la sua tesina presentata per il concorso da sottufficiale. Era su mio marito. Ha aggiunto una scritta: non sarete mai soli. Ed è così: non siamo più soli”. Antonietta Oliva non trattiene le lacrime. Poi continua.

“Se sono qui, nonostante l’emozione, è per ricordare Pasquale, ma anche per consegnare ai giovani ideali di giustizia e libertà”.

 

 

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Pasquale Campanello
Pasquale Campanello, 33 anni è un agente della Polizia Penitenziaria. È in servizio al carcere di Poggioreale di Napoli, al Padiglione Venezia, il padiglione del regime di carcere duro per i boss della criminalità organizzata.

 

 

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Pasquale Campanello, l’indifferenza dei grandi e la purezza dei ragazzi: «Le mie lacrime riflesse nei loro occhi quando parlo di mio marito, ucciso senza un perché»
di Luigi Salvati
Ventotto anni fa il sovrintendente della Polizia Penitenziaria veniva trucidato dalla camorra a Torrette di Mercogliano. Nelle parole della signora Antonietta Oliva, la storia di chi non si rassegna ma cerca giustizia tenendo viva la memoria di un figlio di Avellino, un uomo dello Stato troppo presto dimenticato: «Grazie a “Libera” e ai giovani. Senza la verità per me ogni giorno sarà l’8 febbraio»

 

 

 

 

 

 

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