9 Agosto 1991 Campo Calabro (RC). Assassinato il magistrato Antonino Scopelliti.

Foto da: stopndrangheta.it

Antonino Scopelliti, Magistrato di Cassazione, stava lavorando al maxiprocesso a Cosa nostra.
Lo hanno finito con una P38, il colpo di grazia sparato a bruciapelo, sulla provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro (RC), il 9 agosto del 1991. Un omicidio eccellente, che pose fine alla seconda guerra di ‘ndrangheta.
Antonino Scopelliti era al lavoro sui faldoni del maxiprocesso a Cosa nostra, istruito negli anni ’80 da Giovanni Falcone. È sulla pista siciliana che si sono sempre indirizzate le indagini: un accordo tra mafia e ‘ndrine, uno scambio di favori che portò alla pax tra le cosche reggine in guerra. Scopelliti ricevette pressioni per “ammorbidire” le sentenze di condanna ai boss siciliani, ma rifiutò con fermezza ogni ingerenza.
Come mandante fu condannato in primo grado Pietro Aglieri, assolto nel 1999 dalla Cassazione. Ad oggi il delitto Scopelliti è senza colpevoli.
Alla memoria del giudice è dedicata la Fondazione Scopelliti, animata dalla figlia Rosanna.

Nota di: stopndrangheta.it
Antonino Scopelliti, un giudice nel mirino

 

 

 

Articolo da LA STAMPA del 17 Agosto 1991
PERCHÉ SCOPELLITI?
MAFIA I NUOVI BERSAGLI    

di Giovanni Falcone

L’ultimo delitto eccellente – l’uccisione di Antonino Scopelliti – è stato realizzato, come da copione, nella torrida estate meridionale cosicché, distratti dalle incombenti ferie di Ferragosto e dalla concomitanza di altri gravi eventi, quasi non vi abbiamo fatto caso.
Unico dato certo è la eliminazione di un magistrato universalmente apprezzato per le sue qualità umane, la sua capacità professionale e il suo impegno civile. Ma ciò ormai non sembra far più notizia, quasi che nel nostro Paese sia normale per un magistrato – e probabilmente lo è – essere ucciso esclusivamente per aver fatto il proprio dovere.
Ma se, mettendo da parte per un momento l’emozione e lo sdegno per la feroce eliminazione di un galantuomo, si riflette sul significato di questo ennesimo delitto di mafia, ci si accorge di una novità non da poco: per la prima volta è stato direttamente colpito il vertice della magistratura ordinaria, la suprema corte di Cassazione.
Non è questa la sede per azzardare ipotesi, né si pretende di suggerire nulla agli investigatori; ma il dato di cui sopra è sicuramente di grande importanza e merita particolare attenzione.
Non importa stabilire quale sia stata la causa scatenante dell’omicidio, ma è certo che è stato eliminato un magistrato chiave nella lotta alla mafia, uno dei più apprezzati collaboratori del procuratore generale della corte di Cassazione, addetto alla trattazione di gran parte dei più difficili ricorsi riguardanti la criminalità organizzata.
Queste qualità della vittima, ignote al grande pubblico, erano ben conosciute invece dagli addetti ai lavori e, occorre sottolinearlo, anche dalla criminalità mafiosa. L’eliminazione di Scopelliti é avvenuta quando ormai la suprema corte di Cassazione era stata investita della trattazione del maxiprocesso alla mafia siciliana e ciò non può essere senza significato.
Anche se, infatti, l’uccisione del magistrato non fosse stata direttamente collegata alla celebrazione del maxiprocesso davanti alla suprema corte, non ne avrebbe comunque potuto prescindere nel senso che non poteva non essere evidente che l’uccisione avrebbe influenzato pesantemente il clima dello svolgimento del maxiprocesso in quella sede. E se tale ovvia previsione non ha fatto desistere dal delitto, ciò significa che il gesto, anche se non direttamente ordinato da «Cosa Nostra», alla stessa non era sgradito. Non si dimentichi, si ribadisce, che Antonino Scopelliti era un magistrato la cui uccisione avrebbe sicuramente determinato l’addensarsi di pesanti sospetti su «Cosa Nostra», come in effetti è avvenuto.
Si aggiunga che l’omicidio di Scopelliti è avvenuto in terra di Calabria, in una zona cioè dove finora non erano stati uccisi magistrati o funzionari impegnati nella lotta alle cosche. Ciò è stato correttamente interpretato come un preoccupante «salto di qualità» che non potrà non influenzare il futuro della lotta alle organizzazioni mafiose calabresi e che, già da adesso, suona come un grave segnale di pericolo per tutti coloro che in quelle terre sono impegnati in questa, finora impari, battaglia.
Se così è – e purtroppo ben pochi dubbi possono sussistere al riguardo – le conseguenze sono veramente gravi. E’ difficilmente contestabile, infatti, che le organizzazioni mafiose («Cosa Nostra» siciliana e «’ndrangheta» calabrese) probabilmente sono molto più collegate tra di loro di quanto si affermi ufficialmente e che le stesse non soltanto ben conoscono il funzionamento della macchina statale, ma non hanno esitazioni a colpire chicchessia, ove ne ritengano l’opportunità; e alla luce dell’esperienza fatta non si può certo dire che finora queste organizzazioni abbiano fatto passi falsi.
Non sembri un caso che il maxiprocesso – qualunque ne sia la valutazione che ognuno ritenga di darne in termini di efficacia nella lotta alla mafia sia stato scandito in tutte le sue fasi, a cominciare dalle investigazioni preliminari, da assassinii di magistrati e di investigatori con conseguente pesante e inevitabile condizionamento psichico per tutti coloro che per ragioni di ufficio se ne sono dovuti occupare.
Adesso il maxiprocesso che gronda del sangue dei migliori magistrati e investigatori italiani – è approdato all’ultima istanza del giudizio, la Cassazione, ed era stato affidato a chi, Antonino Scopelliti, già più volte, con serenità e coraggio, aveva espresso il punto di vista della pubblica accusa, in ultimo opponendosi alla scarcerazione per decorrenza dei termini degli imputati; scarcerazione poi concessa dalla suprema corte con conseguente intervento governativo per bloccare le erronee scarcerazioni.
Non ci vuol molto a capire, allora, che, a parte le eventuali particolari causali dell’omicidio di Scopelliti, lo stesso sarebbe stato inevitabilmente recepito dagli addetti ai lavori come una intimidazione nei confronti della suprema corte e che se è stato tuttavia consumato, le organizzazioni mafiose non temono le eventuali reazioni dello Stato.
Ognuno è in grado di comprendere, dunque, qual è il grado di pericolosità raggiunto dalle organizzazioni mafiose.
L’opinione pubblica, nel periodo del terrorismo, ha cominciato a rendersi conto della sua pericolosità con l’inizio degli attentati contro persone che, sconosciute ai più, rivestivano in realtà grande importanza nei meccanismi produttivi del Paese (vedi, ad esempio, l’omicidio di Carlo Ghiglieno a Torino). Probabilmente stiamo attraversando adesso, nel campo della criminalità organizzata, una fase analoga. Si spera che l’ultimo infame assassinio faccia comprendere quanto grande sia la pericolosità criminale delle organizzazioni mafiose e che se ne traggano le conseguenze. Al riguardo, nel rilevare che attualmente è tutto un fiorire di ricette per battere la criminalità organizzata, ci si permette di suggerire che, ferma l’opportunità di scegliere moduli organizzativi adeguati, è giunto ormai il tempo di verificare sul campo la bontà degli stessi e, nel concreto, l’effettivo impegno antimafia del governo.

Giovanni Falcone

 

 

 

Foto da: Wikipedia

Fonte Wikipedia

Antonino Scopelliti (Campo Calabro, 20 gennaio 1935 – Piale, 9 agosto 1991) è stato un magistrato italiano.

Entrato in magistratura a soli 24 anni, ha svolto la carriera di magistrato requirente, iniziando come Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma, poi presso la Procura della Repubblica di Milano. Procuratore generale presso la Corte d’appello quindi, Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Seguì una eccezionale carriera, che lo portò ad essere il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione. Si è occupato di vari maxi processi, di mafia e di terrorismo. Ha rappresentato, infatti, la pubblica accusa nel primo Processo Moro, al sequestro della Achille Lauro, alla Strage di Piazza Fontana ed alla Strage del Rapido 904. Per quest’ultimo processo, che si concluse in Cassazione nel marzo del ’91, il procuratore Scopelliti aveva chiesto la conferma degli ergastoli inferti al boss della mafia Pippo Calò ed a Guido Cercola, nonché l’annullamento delle assoluzioni di secondo grado per altri mafiosi. Il collegio giudicante della Prima sezione penale della Cassazione, presieduto da Corrado Carnevale rigettò la richiesta della pubblica accusa, assolvendo Calò e rinviando tutto a nuovo giudizio.

Il magistrato fu ucciso il 9 agosto 1991, mentre era in vacanza in Calabria, sua terra d’origine, in località Piale (frazione di Villa San Giovanni, sulla strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro.

Senza scorta, metodico nei suoi movimenti, Scopelliti venne intercettato dai suoi assassini mentre, a bordo della sua automobile, rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. L’agguato avvenne all’altezza di una curva, poco prima del rettilineo che immette nell’abitato di Campo Calabro. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto, appostati lungo la strada, spararono con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato, colpito con due colpi alla testa esplosi in rapida successione, fu istantanea. L’automobile, priva di controllo, finì in un terrapieno. In un primo tempo si pensò che Scopelliti fosse rimasto coinvolto in un incidente stradale. L’esame esterno del cadavere e la scoperta delle ferite da arma da fuoco fecero emergere la verità sulla morte del magistrato.

Quando fu ucciso stava preparando, in sede di legittimità, il rigetto dei ricorsi per Cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Si ritiene che per la sua esecuzione si siano mosse insieme la ‘ndrangheta e Cosa Nostra, dopo che il magistrato rifiutò diversi tentativi di corruzione (il pentito Marino Pulito rivelò che a Scopelliti furono offerti 5 miliardi di lire italiane per “raddrizzare” la requisitoria contro i boss della Cupola siciliana).

Anche secondo i pentiti della ‘ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la Cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla ‘ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra. Cosa nostra, in cambio del favore ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la seconda guerra di mafia che si protraeva a Reggio Calabria dall’ottobre 1985, quando fu assassinato il boss Paolo De Stefano. Nell’abitazione paterna di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, furono trovati gli incartamenti processuali del maxiprocesso.

Per la sua uccisione furono istruiti e celebrati presso il Tribunale di Reggio Calabria ben due processi, uno contro Salvatore Riina e tredici boss della Cupola, ed un secondo procedimento contro Bernardo Provenzano ed altri nove boss della cosiddetta Commissione regionale di Cosa Nostra, tra i quali Filippo Graviano e Nitto Santapaola. Furono tutti condannati in primo grado nel 1996 e nel 1998 e successivamente assolti in Corte d’Appello nel 1998 e nel 2000 perché le accuse dei diciassette collaboratori di giustizia (cui si aggiunsero in un secondo momento quelle del boss Giovanni Brusca) vennero giudicate discordanti.

Ad Antonino Scopelliti è stata dedicata una strada nel suo paese natale, Campo Calabro, ed una nella contigua Villa San Giovanni.

Nel 2007, su iniziativa della figlia, Rosanna Scopelliti, è stata costituita una fondazione intitolata all’Alto magistrato.

 

 

 

 

Primo sangue
Delitto Scopelliti: l’omicidio, ancora oggi senza colpevoli, del giudice che non volle trattare.

Autore: Aldo Pecora, Rosanna Scopelliti
Editore: Rizzoli Collana: Bur Saggi

Foto e Nota di:  bur.rcslibri.corrie​re.it

Io sono stata costretta a vivere senza mio padre, ma posso andare fiera del suo nome e del suo esempio. Io ho avuto dignità, libertà, onore. Basta un niente per perderli.
Rosanna Scopelliti

Il 9 agosto 1991 il giudice Antonino Scopelliti veniva ucciso in un agguato a Campo Calabro, lasciando la moglie e la figlia di sette anni, Rosanna, della cui esistenza, per motivi di sicurezza, pochissimi sapevano. La morte di Scopelliti, impegnato in quei giorni in Cassazione per il maxiprocesso di Palermo, apriva di fatto la stagione delle stragi, il duro e ambiguo confronto tra Stato e mafia che avrebbe portato, poco dopo, alle morti di Falcone e Borsellino. Iniziava così una collaborazione inedita e pericolosissima tra mafia e ’ndrangheta, senza l’assenso della quale non sarebbe stato possibile giustiziare un magistrato in terra calabrese. Eppure il caso fu facilmente insabbiato: i colpevoli, identificati in membri della ’ndrangheta ma, prima ancora, in Totò Riina e Nitto Santapaola quali mandanti, saranno tutti assolti dopo una lunga e dolorosa vicenda processuale. In Primo sangue Aldo Pecora riapre il caso Scopelliti, ricostruendo una vicenda che ancora costituisce una vergogna per le nostre istituzioni, e narrando non solo eventi inediti, ma una storia familiare difficilissima. Il dolore per quella morte tanto feroce porterà con gli anni Rosanna a impegnarsi attivamente, assieme allo stesso Pecora, nel contrasto civile alla ’ndrangheta con l’associazione Ammazzateci Tutti. Nel tentativo, ancora oggi in atto, di fare giustizia anche per la memoria di Antonino Scopelliti.
Delitto Scopelliti: l’omicidio, ancora oggi senza colpevoli, del giudice che non volle trattare.
Il patto segreto tra ’ndrangheta e Cosa Nostra che aprì la stagione delle stragi. Interviste esclusive a Salvatore Boemi e Nicola Gratteri.

Aldo Pecora, nato a Reggio Calabria nel 1986, è giornalista, autore televisivo e blogger. Nel 2005 ha fondato il movimento antimafie Ammazzateci Tutti, che tuttora presiede, e dal 2007 è segretario organizzativo della Fondazione Antonino Scopelliti. Attualmente lavora per Rai Educational. Il suo sito è www.aldopecora.it.

 

 

 

 

Articolo da L’Unità del 12 Maggio 1996
Delitto Scopelliti, ergastolo ai boss
Sentenza per l’omicidio del giudice

REGGIO CALABRIA. Si sa tutto, ora, sulle fucilate che assassinarono il giudice Antonino Scopelliti. Ordinò l’esecuzione la cupola di Cosa nostra, Totò Riina in testa. La Corte d’Assise di Reggio Calabria ha infatti condannato all’ergastolo Totò Riina , Pippo Calò, Francesco Madonia, Giacomo Gambino,

Giuseppe Lucchese, Bernardo Brusca, Salvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci e Pietro Aieri (quest’ultimo, detto u signurino, latitante). Sono stati assolti Antonino Rotolo e Procopio Di Maggio, per i quali era stato richiesto l’ergastolo e Giuseppe Bono.
La Cupola aveva chiesto alia ‘ndrangheta l’eliminazione di Scopelliti dopo aver inutilmente tentato di corromperlo perché facilitasse l’affossamento del maxi-processo di Giovanni Falcone contro Cosa nostra. In cassazione era saltata la garanzia» del giudice ammazzasentenze e i boss, che si erano visti condannare anche in appello, avevano come ultima possibilita di farla franca quella di una favorevole sentenza della Cassazione. A Scopelliti, pubblico
ministero del processo, erano state offerte cifre da capogiro, finocinque miliardi. Ma il giudice calabrese, da molti anni ormai residente a Roma, aveva risposto picche decidendo di impegnarsi a fondo nel processo pur consapevole dei rischi altissimi a cui sarebbe andato incontro. L’uccisione di Scopelliti, secondo i calcoli dei boss avrebbe dovuto far slittare il processo consentendo agli uomini d’onore di tornare in libertà per scadenza dei termini di carcerazione.

L’indagine della procura distrettuale antimafia ha accertato che Cosa nostra in cambio dell’esecuzione di Scopelliti offrì una mediazione per mettere fine alla feroce guerra tra le cosche che in quegli anni infuriava nel reggino e che aveva accumulato per le strade della città e del circondario centinaia di morti ammazzati. Riina, del resto, non era nuovo ai rapporti con la ‘ndrangheta. Il capo di Cosa nostra avrebbe passato periodi lunghi della propria latitanza in Calabria, soprttutto nella zona della Locride. C’è chi sostiene che il boss dei boss sbarcasse nella regione camuffato da umile prete di campagna per non farsi riconoscere. Con quella “divisa” avrebbe presieduto importanti riunioni ad Africo, il paese del prete-padrone Don Stilo.
Il processo ha avuto un andamento drammatico. Quando stava ormai per giugere alia sua cohclusione il presidente della corte venne arrestato per concorso in associazione mafiosa. Per fortuna si riuscì a trovare uno stratagemma per non perdere tutte le udienze. L’accusa è stata sostenuta
dal pm Francesco Mollace, lo stesso che è riuscito a far condannare all’ergastolo un gruppo di mafiosi pe l’omicidio di Lodovico Ligato, l’ex presidente delle – ferrovie che aveva anche occupato la poltrona di deputato della Dc.
Il processo ha verificato ed accertato collegamenti pressoché organici tra la n’drangheta e Cosa nostra giugendo alla conclusione che le consorterie calabresi hanno ormai un ruolo paritario con quelle siciliane nonostante permanga una grave sottovalutazione del pericolo che la  ‘ndrangheta rappresenta.

A.V.

 

 

 

 

Articolo del 13 Luglio 2012 da gazzettadelsud.it
Omicidio giudice Scopelliti, indagini riaperte
Reggio Calabria. La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e’ tornata ad indagare, da alcuni mesi, sull’omicidio del magistrato di Cassazione Antonino Scopelliti, ucciso a Campo Calabro il 9 agosto 1991 alla vigilia del maxi processo a Cosa nostra. La conferma è venuta oggi in aula dal pm della Dda Giuseppe Lombardo nel corso della deposizione del collaboratore Antonino Fiume

La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e’ tornata ad indagare, da alcuni mesi, sull’omicidio del magistrato di Cassazione Antonino Scopelliti, ucciso a Campo Calabro il 9 agosto 1991 alla vigilia del maxi processo a Cosa nostra. La conferma è venuta oggi in aula dal pm della Dda Giuseppe Lombardo nel corso della deposizione del collaboratore Antonino Fiume durante il processo Meta contro le cosche della ‘ndrangheta della citta’. Fiume, nell’udienza di mercoledì scorso, interrogato da Lombardo, aveva detto che ad uccidere Scopelliti, su mandato di Cosa nostra, erano stati due reggini. Il pm, a questo punto, gli aveva impedito di fare i nomi. Una circostanza che già lasciava intendere che la Dda stesse valutando la riapertura dell’inchiesta, come scritto oggi dal Quotidiano della Calabria. Il riferimento del pentito alle dichiarazioni fatte anche all’ex Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, che da marzo è procuratore a Roma, fa intendere che già da mesi la Dda sta indagando sull’omicidio Scopelliti per verificare le affermazioni del collaboratore. Lo stesso Fiume, oggi, rispondendo ad una domanda sull’ argomento dell’avv. Marcello Manna, difensore di Giuseppe De Stefano che era in collegamento dal carcere di Tolmezzo, ha detto che “dell’omicidio del sostituto procuratore generale Scopelliti ne ho parlato con il procuratore Giuseppe Pignatone e con il dott. Giuseppe Lombardo”. Il penalista, a questo punto, ha chiesto chiarimenti su questa affermazione ed il pm, rispondendo anche alla presidente del Tribunale Silvana Grasso, ha confermato che sulle affermazioni del pentito ci sono indagini in corso. Il collaboratore, rispondendo ad un’altra domanda sullo stesso argomento sempre dell’avv. Manna, ha anche detto che “ci sono situazioni che, se non stiamo attenti, si corre il rischio che ci ammazzano”. (ANSA).

 

 

 

 

Articolo dell’8 Agosto 2012 da  strill.it
Memorie – Rosanna Scopelliti: ”Mio padre, un uomo di legge che non ha avuto giustizia”
di Anna Foti

Ha gli stessi occhi scuri e profondi di suo padre. Occhi pieni di parole e di emozioni mentre parla di lui, Antonino Scopelliti, suo papà, ucciso nella sua terra di Calabria dalla ‘Ndrangheta su ordine di Cosa Nostra, il 9 agosto del 1991. Esiste una gioia che non potrà mai essere piena, ma che sarà comunque cercata e desiderata, ed esiste un dolore inestinguibile rimasto nascosto fino ad alcuni anni fa. Questi occhi scuri e profondi sono di Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino Scopelliti ucciso da colpi di lupara a Piale di Villa San Giovanni mentre si trovava in ferie a Campo Calabro, in provincia di Reggio Calabria, ventuno anni fa. Rosanna era soltanto una bambina. Era agosto e a settembre Antonino Scopelliti avrebbe dovuto discutere le argomentazioni di rigetto dei ricorsi in Cassazione avverso le condanne nei confronti dei più importanti e pericolosi esponenti di Cosa Nostra nel primo maxiprocesso.
A Piale, Villa San Giovanni (RC), luogo del vile agguato, stridente con uno scorcio di rara bellezza, a picco sullo Stretto, al cospetto di Messina, si respira quiete ma non rassegnazione. In questo luogo, emblema di una Calabria che la stessa Rosanna Scopelliti ha definito ‘terra di suo padre e degli uomini perbene e non di ndrangheta’, si celebra ogni giorno la memoria di un uomo calabrese che per la sua integrità ha sacrificato la sua intera esistenza. Un uomo che ha dato la vita per la giustizia ma al cui assassinio, ancora oggi, non si associano volti ma solo l’ombra ingombrante ed asfissiante della mafia. Si celebra la memoria anche di altri due uomini vittime, a Villa San Giovanni, per il loro coraggio di essere liberi, Franco Salzone, dirigente autotrasporti, e del vice sindaco Giovanni Trecroci, uccisi nel 1990.

Dal 1991 fino all’omicidio Fortugno nell’ottobre 2005 e alla successiva ribellione dei ragazzi di Locri, nessuna fiducia più nella Calabria era stata riposta da Rosanna. Adesso, nonostante l’indignazione di una sentenza ignobile che nel 2004 ha soltanto assolto, senza decretare alcun responsabile per l’omicidio di suo padre, giudice che la storia ha confermato essere stato solo, Rosanna si unisce alla voce di quei ragazzi. Così da Roma, dove vive e studia, periodicamente torna in Calabria per testimoniare che nessun cambiamento è possibile senza una cittadinanza attenta, vigile, coraggiosa e unita. Nel ricordo dell’ impegno di un uomo di legge contro la mafia e nel monito di una giustizia rimasta incompiuta, anche quest’anno Rosanna Scopelliti e la Fondazione intitolata a suo padre si sono fatte promotrici, accanto la movimento “E adesso ammazzateci Tutti” guidato da Aldo Pecora, del meeting giovanile nazionale Antimafia in svolgimento a piazza Duomo domani 9 agosto e venerdì 10 alle ore 21.

Rosanna, oggi ha riscoperto un legame con questa terra che, soprattutto grazie al suo impegno, non dimentica l’eredità di suo padre. Così torna spesso in Calabria e non solo per le edizioni di Legalitalia ma anche per scrivere intense pagine di memoria, come quella in provincia di Reggio, a Palmi, dove lo scorso febbraio ha avuto luogo la cerimonia di intitolazione dell’aula bunker del Tribunale di Palmi alla presenza del guardasigilli della Repubblica Paola Severino che, come ha evidenziato, ‘teneva molto ad essere presente a questo momento di memoria doveroso’, del procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso e di tutte le massime autorità ed esponenti politici di tutti gli schieramenti.

La ‘toga di papà’, la sua seconda pelle, ed il ricordo inossidabile e fiero di un uomo coraggioso ed integerrimo. Questo il patrimonio che ha spinto Rosanna ad uscire dall’oblio, in cui il dolore per la perdita l’aveva gettata all’indomani della tragedia. Un dolore coraggiosamente tramutato in instancabile impegno per tenere accesa la fiaccola della Speranza e della Legalità e per portare luce sulle vicende processuali inficiate da depistaggi e superficialità investigative che ne hanno pregiudicato gli esiti.
‘Poco si è fatto per proteggere papa’, ha ribadito anche in quell’occasione poiché la memoria deve potersi completare con la verità. Il punto nevralgico rimane sempre la riapertura del processo per ristabilire Giustizia e Verità, ‘le uniche cose che noi familiari possiamo chiedere’. Per quanto importante sia ricordare, bisogna anche accertare i fatti e restituire verità alla storia cui quest’uomo calabrese ha contribuito nobilmente.
Antonino Scopelliti entra in magistratura a soli 24 anni, svolge la carriera di magistrato requirente che inizia dal ruolo di Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma, passa dalla Procura della Repubblica di Milano per poi approdare alla Procura Generale presso la corte d’Appello e al ruolo di Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione.
E’ lo stesso Salvo Boemi, magistrato in pensione, ora commissario della Stazione Unica Appaltante della Regione Calabria, a ricordare che “negli anni ‘93 e 94 tra i tre processi che impegnavano la DDA di Reggio Calabria, insieme al processo Olimpia, sulla seconda guerra di mafia reggina, e al processo per la morte di Lodovico Ligato, vi era proprio il processo per l’assassinio di Antonino Scopelliti”. Nell’ambito di questo venne accertato l’asse ndrangheta – cosa nostra che nulla aveva da guadagnare dalle condanne che quel maxiprocesso avrebbe procurato e che dunque ha cercato e trovato dei validi alleati calabresi per l’irreversibile e sanguinoso disegno criminale. Una tesi che fu poi smantellata in appello.
Il caso avrebbe potuto essere riaperto solo in presenza di nuovi elementi, giunti il mese scorso nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla DDA reggina, nella persona del sostituto procuratore Giuseppe Lombardo, che inquadrerebbero l’omicidio Scopelliti come primo atto di quella trattativa Stato – Mafia che avrebbe poi mietuto altre vittime tra cui i giudici Falcone Borsellino e sulla cui indagine nel capoluogo palermitano, proprio lo scorso 24 luglio, il procuratore aggiunto presso la DDA Palermo, Antonio Ingroia prima di incontrare la cittadinanza reggina a Tabularasa, firmò, con i sostituti Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Lia Sava, il decreto di rinvio a giudizio per 12 persone. Ultimo atto del magistrato siciliano prima di partire per il Guatemala, terra afflitta da una violenta criminalità e dal traffico di droga ed in attesa di giustizia per reiterate violazioni di diritti umani, ed assumere l’incarico affidatogli dall’ONU di capo dell’unità di investigazioni e analisi criminale sull’impunità.
Tra le persone rinviate a giudizio l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, i capimafia corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano, i generali dei carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni.
La ricerca della Verità, come un puzzle cui aggiungere faticosamente e pazientemente tasselli di cui uno dei più spigolosi è proprio rappresentato dall’omicidio di Antonino Scopelliti, potrebbe essere adesso ad una svolta.

****Strill.it nel 2008 ha raccolto la testimonianza di Rosanna che ha iniziato con il raccontare cosa abbia destato in lei nuova fiducia in una terra che le aveva lasciato solo un vuoto incolmabile e che le suggeriva solo il rosso del sangue versato da suo padre e il grigiore di un’indifferenza immeritata e vile.

“Dopo anni di lontananza ho risposto al richiamo di giovani, come me, che pretendono un cambiamento. L’omicidio di mio padre che, convinto che la sua terra e la sua gente non lo avrebbero mai colpito alle spalle, rifiutò la scorta, rappresentò per me la distruzione della Calabria di cui lui stesso mi raccontava e che lui stesso mi insegnava ad amare. Nasce così la decisione mia e di mia madre di allontanarci in modo definitivo da questa regione. Il processo che seguì e  l’assenza di responsabili che la sentenza decretò, aggravarono questo divario, in ragione di un’indifferenza che perdurava e che sentivamo colpirci allora come all’indomani dell’omicidio. La sensazione che provavo era di immensa tristezza per una terra incapace di rialzarsi. Una terra che comunque non era più casa mia. Gli avvenimenti della fine del 2005, l’omicidio Fortugno e la marcia dei ragazzi a Locri mi hanno scossa. Sentivo quel richiamo ad una speranza che forse aspettavo da anni e che per lungo tempo avevo soffocato. Mi sentivo finalmente capita da persone di questa terra. Nasce così la mia vicinanza al movimento Ammazzateci Tutti cui ho deciso di affidare la memoria di mio padre perché, al di là delle marce e delle manifestazioni, c’è un impegno serio portato avanti con le difficoltà tipiche di chi si propone di operare, restando libero. Questo cammino era anche il mio, ecco perchè ho deciso di unirmi a loro. Un cammino che si pone anche contro quella mafia di terzo livello, quella che si infiltra e si annida nelle istituzioni. Quella più pericolosa.”

Cosa ti ha lasciato la drammatica esperienza della perdita di tuo padre?
“Io ho pagato un prezzo altissimo. Quasi tutta la mia vita senza mio padre. Tuttavia ho imparato che non bisogna restare inginocchiati ma raccogliere piano, piano tutte le forze possedute, ricaricarsi e combattere. Io ho impiegato quattordici anni per farlo ma ora so che era necessario.”

Ti sei mai sentita in pericolo per il tuo impegno?
“Non mi sento in pericolo solo perchè io ho già pagato il mio tributo e credo che la mafia più pericolosa ormai sia quella nascosta, quella che condiziona senza che ciò sia percepito e che si può contrastare facendo rete e restando uniti. Non mi stancherò mai di dire che bisogna avere fiducia nelle istituzioni e che in Calabria la gente onesta rappresenta la maggioranza della sua popolazione. Eppure poche famiglie tengono in ostaggio un’intera regione.  Mi viene in mente il condizionamento degli esercenti costretti a pagare il pizzo e i risultati che si potrebbero ottenere se gli imprenditori si unissero e denunciassero. I risultati che potrebbero ottenersi se la cittadinanza scegliesse con fermezza da che parte stare, subito! Cominciando dai ragazzi come disse Salvatore Boemi, in occasione dell’incontro in memoria di Falcone e Borsellino lo scorso maggio.”

Tu hai fiducia nello Stato?
“Paradossalmente si! Io l’avevo perduta ma adesso ho capito che lo Stato fa ciò che può.”

Cosa ricordi tuo padre?
“Ci sarebbero tante cose che non potrei sintetizzare. Della sua vicinanza come padre era ricca la mia quotidianità. Ero molto piccola quando lui fu ucciso, ma ciò che più mi è rimasto impresso è quel senso di sicurezza che mi proteggeva quando stavo in famiglia con lui e mamma. Purtroppo allora non potevo capire cose che adesso mi sono più chiare. Continuo a conoscere mio padre, a restargli vicino attraverso dei suoi scritti che leggo continuamente, perché continuamente posso imparare da essi. Leggendo rendo conto di quanto già, nel 1975, mio padre fosse riuscito a prevedere quella che oggi è acclarata:  l’infiltrazione della mafia nelle istituzioni. Lui parlava di sé come di un giudice perseguitato per poter essere libero. Quanto accaduto a Luigi De Magistris non è poi così lontano da quello che accadeva a mio padre nel 1975. Quando realizzo quanto attuale sia ancora quello lui scriveva negli anni Settanta, quando realizzo questo parallelismo, inizio a preoccuparmi perché le pressioni e gli impedimenti continuano a minacciare l’espletamento della funzione istituzionale della magistratura. Io spero che evoluzioni ci siano. Avrebbero già dovuto esserci.  Se la magistratura è in pericolo, come anche i recenti ritrovamenti di microspie presso la Procura di Reggio Calabria dimostrano, anche i cittadini e le istituzioni tutte lo sono e a quel punto sono necessarie prese di posizioni più forti che, a mio avviso, sono mancate.”

Credi anche tu che la lotta alla mafia abbia bisogno di eroi?
“Assolutamente no! Mio padre non era un eroe ma solo un magistrato che compiva il suo dovere e rientrava in questo dovere, rifiutare i cinque miliardi di lire offertigli per “aggiustare” il maxiprocesso. Il punto è che coloro che compiono il loro dovere sono sempre pochi, la società civile resta muta e forse bisognerebbe cominciare a non pretendere di più solo dalle istituzioni e dalle forze dell’ordine, poiché resiste nel tempo una cittadinanza che non si sente responsabile, che non si indigna, che non sostiene, che si gira dall’altra parte. Io ancora ricordo il silenzio assordante attorno all’omicidio di mio padre, forse proporzionato al bisogno di insabbiare la questione per cui è avvenuto. E’ vergognoso che nessuna luce sia stata fatta su quanto avvenuto al momento dell’omicidio ed è inaccettabile sentire dire che chi sa, non parlerà mai. Allora non parli neanche di mio padre, non offenda ulteriormente la sua memoria.”

Cosa vedi nel futuro tuo e di questa terra?
“Spero di laurearmi, proseguendo comunque nell’impegno della Fondazione e del movimento nel ricordo i papà e a fianco dei familiari delle vittime di mafia, per cercare nel nostro piccolo di adoperarci per la giustizia. La responsabilità è di ognuno e noi cercheremmo di sensibilizzare e stimolare la Calabria ad abbandonare questa coltre di indifferenza per risollevare la testa e tornare libera, senza  delegare oltre.”

Terminava così la chiacchierata con Rosanna Scopelliti che, sorridendo, riconosceva di essere tornata a sentirsi orgogliosa di questa sua rinnovata vicinanza alla Calabria.
Rosanna sarebbe tornata in Calabria ancora molte volte.

 

 

 

 

Articolo del 9 Agosto 2012 da ilsole24ore.com
Sull’omicidio Scopelliti due pentiti ora parlano
di Roberto Gallulo

Giugno 1991, Nicotera. Questa cittadina di seimila abitanti in provincia di Vibo Valentia è il regno della ‘ndrina Mancuso che sulle rotte dei cartelli colombiani del narcotraffico ha creato un impero economico in grado di corrompere tutto e tutti.

È una giornata calda e non solo per la temperatura. È la prima volta che a Nicotera si riunisce – in un luogo al riparo da occhi indiscreti e sorvegliato a vista – il gotha di Cosa Nostra e quello della ‘ndrangheta. Da una parte i Corleonesi di Totò Riina, dall’altra le famiglie Commisso, Aquino, Pesce, Piromalli, i padroni di casa Mancuso, Ficara, Latella, Tegano, Condello, Rosmini e Imerti.

La regìa dell’incontro è della cosca De Stefano di Reggio Calabria che con questa diabolica trama sancirà la progressiva e rapida scalata della ‘ndrangheta nell’empireo della criminalità economica mondiale. Una trappola nella quale Cosa Nostra cade perchè obbligata. È a Nicotera perchè in posizione di debolezza: dopo aver provato invano a corromperlo, deve far fuori il giudice calabrese Antonino Scopelliti, che nella quiete della sua casa a Campo Calabro, a due passi da Reggio, sta preparando, in sede di legittimità, il rigetto dei ricorsi per Cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Non possono azzardare omicidi in Calabria e così in cambio del “favore” chiesto ai calabresi, i Corleonesi avrebbero contribuito a pacificare le famiglie reggine che con la seconda guerra di mafia, tra il 1985 e il 1991, avevano lasciato sul campo 700 morti.

A quella prima riunione di dichiarazioni di intenti ne seguirono a stretto giro altre, questa volta nella frazione Bosco di Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro, dove comandano i Pesce. Lì viene messa a punto la strategia condivisa del terrore che porterà, come prima tappa della stagione stragista, all’uccisione a Campo Calabro, il 9 agosto 1991, del giudice Scopelliti. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto, spararono con un fucile calibro 12 caricato a pallettoni. La morte del magistrato, colpito con due colpi alla testa esplosi in rapida successione, fu istantanea.

Punto e a capo: da quel giorno la cosca De Stefano – che aveva già capitalizzato l’intelligenza criminale di Giorgio De Stefano, un avvocato che alla famiglia fece scalare la Reggio bene e i salotti romani – abbandonerà al proprio destino la strategia stragista di Cosa Nostra che tra il ’92 e il ’93 seminerà orrore e sangue e richiamerà su di sè la forza repressiva dello Stato in Sicilia. I De Stefano – ancora una volta – ci avevano visto giusto: Cosa Nostra a quel punto era una fiera in gabbia, la ‘ndrangheta reggina una stella in ascesa.

A raccontare questi e altri dettagli al magistrato della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, che anche per questo sta rischiando oltre il limite la sua vita già blindata, sono due pentiti, che hanno obbligato la Procura a riaprire le indagini di un omicidio per il quale sono stati anche celebrati due processi presso la Corte d’Appello dello Stretto. Il primo ha visto alla sbarra Totò Riina e altri 13 boss della cupola di Cosa Nostra. In primo grado, nel ’96, venne emessa una sentenza di condanna poi tramutata in assoluzione in appello nel 2000. Il secondo processo venne intentato contro Bernardo Provenzano e altri nove componenti della cosiddetta Commissione regionale siciliana, tra i quali Pippo Graviano e Nitto Santapaola.

Per questo secondo filone di indagine tutti i mafiosi vennero condannati nel 1998, per essere poi assolti ancora nel 2000 per discordanze nelle dichiarazioni dei 17 pentiti di mafia e ‘ndrangheta interpellati, il più pericoloso dei quali era Giovanni Brusca, “‘u verru”, il “porco”, il macellaio che azionò il telecomando della strage di Capaci in cui il 23 maggio 1992 morirono Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta. L’asse criminale Cosa Nostra-‘ndrangheta finalizzato all’uccisione del giudice e non solo, non è stato dunque mai provato processualmente.

Il primo pentito che sta raccontando quel che conosce è l’ex braccio destro di Giuseppe De Stefano, Nino Fiume. Il 14 luglio, bloccato in tempo dal pm Giuseppe Lombardo che lo stava interrogando nell’ambito del processo Meta nel quale sta mettendo a fuoco la cupola mafiosa che governa Reggio e la Calabria composta oltre che dalle cosche, da pezzi deviati dello Stato, della massoneria e dei servizi segreti, ha fatto in tempo a dire che a uccidere il giudice erano stati tre destefaniani. Due furono già “attenzionati” a fine anni Novanta dalla magistratura. Uno sparì subito dalla scena giudiziaria e per l’altro, killer legatissimo ai De Stefano, arrivò l’assoluzione.

La reazione di Peppe De Stefano, che ricopre la carica di “crimine”, vale a dire “mammasantissima” di ‘ndrangheta, al 41-bis nel carcere di Tolmezzo (Udine), è stata dura: «Un pupo ammaestrato» ha detto riferendosi al suo ex braccio destro che il 20 aprile 2011, in un interrogatorio nel carcere milanese di Opera, da lui richiesto, davanti all’ex capo della Procura di Reggio Pignatone Giuseppe e allo stesso Giuseppe Lombardo, definì sprezzantemente “Nino House il ballerino”.
Chissà come schiumerà di rabbia Peppe De Stefano nell’apprendere oggi che un secondo professionista prestato alla ‘ndrangheta, che non può uscire allo scoperto pubblicamente, ha deciso di ribadire la verità sull’omicidio del giudice. Una verità già raccontata nel febbraio 2003 alla Direzione distrettuale di Catanzaro in verbali di cui non c’è più traccia e ribadita nell’agosto 2007 alla Dda di Reggio che lo ascoltò presso la sede Dia di Roma ma che non volle approfondire l’argomento.

 

 

 

 

Articolo del 22 Gennaio 2017 da corrieredellacalabria.it
«La Dda ha individuato gli assassini di Scopelliti»
Rivelazione de L’Espresso. Alcuni pentiti avrebbero fatto i nomi dei due sicari che nel ’91 uccisero il giudice di Cassazione. Uno di loro sarebbe già in carcere. Il delitto maturò all’interno del patto tra ‘ndrangheta e mafia

REGGIO CALABRIA Gli assassini del giudice Antonino Scopelliti avrebbero finalmente nomi e cognomi. A squarciare il velo sarebbero stati due nuovi collaboratori di giustizia, due pentiti che avrebbero appreso da altri affiliati l’identikit dei killer responsabili dell’omicidio del magistrato di Cassazione, ucciso a Piale di Villa San Giovanni l’8 agosto del 1991. Uno dei due sicari in questo momento sarebbe già in carcere, in seguito all’arresto avvenuto per via di altre inchieste della Dda di Reggio Calabria. A svelare il retroscena è la nuova inchiesta firmata da Giovanni Tizian per L’Espresso, in edicola questa settimana.

IL PATTO La ricostruzione parte proprio dall’assassinio di Scopelliti, che sarebbe maturato all’interno di un patto tra ‘ndrangheta e Cosa nostra, suggellato dalla presenza del capo dei capi, Totò Riina, in Calabria. I clan reggini avrebbero restituito un favore ai siciliani, la cui mediazione avrebbe permesso di sancire la fine della seconda guerra di mafia, che tra l”86 e il ’91 avrebbe lasciato circa mille morti ammazzati sul selciato. «Un omicidio eccellente – scrive Tizian –, ancora irrisolto. Forse il prezzo che i calabresi dovevano pagare a Totò Riina e alla sua Cosa nostra stragista per la mediazione che ha pacificato una città in guerra». Ma, forse, dietro l’eliminazione del magistrato c’è anche altro, una trama eversiva: «Interessi torbidi, che convergono in un patto criminale tra mafiosi siciliani e calabresi». Sono diversi i pentiti che hanno inquadrato l’omicidio di Scopelliti all’interno di questo patto. Altri, come Umberto di Giovine, sostengono che il movente sia da ricercare nelle parole del boss Nino Imerti, il “Nano feroce”, che avrebbe incontrato il giudice nell”89, subito dopo l’assassinio dell’ex presidente della Ferrovie Ludovico Ligato, per avvertirlo: se per quel delitto fosse stato accusato suo cognato, Domenico Condello, a pagarla sarebbero stati i magistrati che si erano occupati dell’inchiesta. È, anche questa, un’ipotesi tratteggiata dall’inchiesta de L’Espresso.

IL FAVORE Ma la pista privilegiata è sempre quella che corre sull’asse ‘ndrangheta-mafia. Perché Scopelliti non era un giudice qualunque, ma quello che avrebbe dovuto sostenere l’accusa in Cassazione per il maxiprocesso che, in primo grado, aveva portato alla condanna dei principali membri della cupola siciliana. Per l’omicidio del giudice calabrese, invece, non c’è ancora nessun colpevole, malgrado due processi che hanno visto alla sbarra prima Riina e poi Provenzano, poi assolti in appello.
«Ventisei anni dopo, alla Procura antimafia di Reggio Calabria guidata da Federico Cafiero de Raho non si danno per vinti. E all’orizzonte si intravede un punto di svolta – spiega Tizian –. I magistrati hanno in mano qualcosa di concreto. Due nuovi collaboratori che avrebbero indicato i presunti assassini».
Da qualche mese, inoltre, un boss di Villa San Giovanni ha deciso di collaboratore. Un pezzo da novanta che custodirebbe molti segreti. A lui i magistrati di Reggio chiederanno informazioni anche sul delitto Scopelliti. Proprio Cafiero de Raho, dopo l’operazione “Sansone”, che ha sferrato un duro colpo ai clan di Villa, ha promesso: «Troveremo chi ha ucciso Antonino Scopelliti».
Le chiavi per decifrare questo mistero «le forniscono – aggiunge Tizian – le ultime inchieste sul vertice “segreto” della ‘ndrangheta. L’impasto che lega pezzi di Stato deviato ai mammasantissima ha un ingrediente indispensabile e inodore: la massoneria. Una cupola, a lungo invisibile, il cui profilo, ora, è impresso in migliaia di pagine di verbali». Da cui emergono anche i rapporti stabili tra ‘ndrine e cosche, un’alleanza dai «tratti eversivi».

EVERSIONE MANCATA Ecco, per comprendere le ragioni del delitto Scopelliti, forse, bisogna far luce proprio su questa “collaborazione”. La ‘ndrangheta «doveva essere riconoscente al gotha mafioso siciliano che si era mosso per portare la pace nella città calabrese. Con Riina in missione a Reggio nei panni inediti di uomo di pace. Visita avvenuta, dice il pentito Consolato Villani, prima dell’agguato al magistrato».
Non tutti i boss calabresi, però, erano d’accordo sulla strategia della tensione propugnata da Riina e sull’attacco allo Stato culminato nell’omicidio di Scopelliti e del procuratore di Torino Bruno Caccia. «Per questo i clan si spaccano sull’ulteriore proposta di Riina, che invita la ‘ndrangheta a partecipare alla mattanza stragista. In Calabria solo tre mammasantissima condividono la volontà suicida, i De Stefano sono tra questi. In due mesi, tra ’93 e ’94, si manifesta qualche timido tentativo. Poi il ritorno alle origini. In silenzio costruiscono le basi per il futuro. Mettono in pratica la teoria dell’inabissamento. E abbandonano i corleonesi al loro destino».

 

 

 

Fonte:  ansa.it
Articolo del 13 luglio 2018
Pentito, omicidio Scopelliti per fare favore alla mafia
Onorato depone a Reggio C. in processo attentati a carabinieri

(ANSA) – REGGIO CALABRIA, 13 LUG – Il magistrato di Cassazione Antonino Scopelliti fu ucciso dalla ‘ndrangheta per fare un favore a Totò Riina, che temeva l’esito negativo del ricorso in Cassazione contro le condanne al maxiprocesso di Palermo che avevano decimato capi e gregari di Cosa Nostra e gettato un’ombra di gravi sospetti sul rapporto tra organizzazioni criminali e poteri deviati dello Stato. A dirlo è stato Francesco Onorato, reo confesso dell’omicidio del capo della corrente andreottiana in Sicilia Salvo Lima, che ha deposto oggi in Corte d’assise a Reggio Calabria nel processo denominato “‘ndrangheta stragista”.
Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto della Dda Giuseppe Lombardo, Onorato ha ribadito di non conoscere gli autori materiali dell’agguato mortale al sostituto procuratore generale della Cassazione Scopelliti, ma che “tutto avvenne per uno scambio di favori e non si poteva dire di no”. Il pentito ha fatto però i nomi delle famiglie di ‘ndrangheta pronte allo scambio eguale in fatto di omicidi e traffici criminali: i De Stefano, i Mancuso e i Piromalli. “Quando ci riunivamo in Calabria – ha detto Onorato – tornavamo in Sicilia con le macchine piene di salame, formaggio e ‘nduja, riunioni in cui si discutevano questioni delicate e favori da scambiare”.
“Era notorio – ha sottolineato Onorato – che chiunque di Cosa nostra si trovasse in transito dal carcere di Reggio Calabria veniva sempre accolto con grande solidarietà da tutti i detenuti per volere di Paolo De Stefano il quale si faceva carico di farci pervenire pranzi costosi, anche a base di aragosta”. Per il collaboratore “non tutte le cosche di ‘ndrangheta avevano lo stesso peso” e con i siciliani potevano interfacciarsi solo De Stefano, Mancuso e Piromalli.
Il collaboratore ha anche ricostruito il clima degli anni ’90, i rapporti con alcune frange della Democrazia Cristiana siciliana, ormai in crisi: “Salvo Lima – ha detto – fu ucciso per non avere mantenuto gli impegni con Cosa Nostra per quanto riguardava la sentenza del maxi processo. Dopo qualche anno dall’omicidio Lima si cominciò a parlare di nuovi referenti, Berlusconi e Dell’Utri, per i quali si doveva votare, anche per modificare il 41 bis”. (ANSA).

 

 

 

 

Antonino Scopelliti immagine dell’omicidio da La Repubblica del 16 marzo 2019

Fonte:  rep.repubblica.it 
Articolo del 16 marzo 2019
Delitto Scopelliti, un pentito rivela: “Messina Denaro lo voleva morto”
di Salvo Palazzolo
Dopo 28 anni riaperta l’inchiesta sul magistrato ucciso in Calabria. L’ipotesi di un patto tra mafia e ‘ndrangheta per eliminarlo. Diciassette indagati

PALERMO. Ventotto anni dopo, spunta finalmente una pista concreta per provare a dare un nome ai mandanti e ai sicari dell’omicidio di Antonino Scopelliti, coraggioso magistrato della Cassazione ucciso a 56 anni nella sua Calabria. Un pentito ha parlato e adesso una nuova indagine porta dritto a Matteo Messina Denaro, il superlatitante che sembra essere diventato imprendibile dal 1993. Un mistero nel mistero. E questa non è solo la storia del classico cold case ad una svolta dopo tanti anni.

Il pentito catanese Maurizio Avola – è lui ad aver fatto riaprire il caso – ha parlato dei rapporti fra Messina Denaro ed esponenti della ‘ndrangheta, rapporti che sarebbero ancora attuali. Le nuove rivelazioni ruotano attorno a un summit che si sarebbe tenuto a Trapani nella primavera del 1991: Messina Denaro sarebbe stato fra i protagonisti di un patto firmato con i calabresi per eliminare il sostituto procuratore generale che doveva rappresentare l’accusa nel primo maxiprocesso alla mafia siciliana. E la sera del 9 agosto 1991, a Piale – frazione di Villa San Giovanni – avrebbe operato un commando misto. Avola ha fatto ritrovare il fucile dei killer, nascosto nelle campagne del Catanese, Ad annunciarlo era stato il procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, lo scorso agosto, a margine dell’ultima commemorazione per Scopelliti. Ma la notizia della nuova indagine era rimasta top secret.

Ora è possibile raccontare che sono 17 gli indagati nel fascicolo dell’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. Tutti nomi di primo piano dei clan. Sette siciliani, non solo il trapanese Messina Denaro, ma anche i catanesi Marcello D’Agata, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Vincenzo Salvatore Santapaola, Francesco Romeo e Maurizio Avola. Poi, dieci calabresi: Giuseppe Piromalli, Giovanni Pasquale Tegano, Antonino Pesce, Giorgio De Stefano, Vincenzo Zito, Pasquale e Vincenzo Bertuga, Santo Araniti e Gino Molinetti. Tutti (tranne Messina Denaro) hanno ricevuto un avviso di garanzia, giovedì prossimo i Pm conferiranno un incarico tecnico molto importante, per esaminare il fucile calibro 12 e le 50 cartucce marca Fiocchi ritrovati dalla polizia dopo le indicazioni di Avola. I magistrati sono alla ricerca di riscontri: impronte, tracce genetiche e balistiche. Da mettere a confronto con la “borra” il frammento della cartuccia ritrovato sul luogo del delitto.

Verranno esaminati anche un borsone blu e due buste: una, con la scritta “Mukuku casual wear”; sull’altra, di colore grigio, c’è la scritta “Boutique Loris via R. Imbriani 137 – Catania”.

Indizi di un giallo. E sullo sfondo, un recente verbale segreto di Avola, che collabora con i magistrati dal 1994. L’ex killer al servizio del capomafia catanese Marcello D’Agata ha confessato 80 omicidi, fra cui quello del giornalista Giuseppe Fava, ma mai aveva accennato al caso Scopelliti e a Messina Denaro. Forse, perché dentro quel patto fra mafia e ‘ndrangheta di cui adesso ha deciso di parlare ci sono anche relazioni con esponenti deviati delle istituzioni? Forse, un contesto che il collaboratore aveva avuto timore a raccontare? Per quali ragioni?

È la parte più delicata di tutta l’indagine dei pubblici ministeri di Reggio Calabria, quella che lega passato e presente. Sull’argomento si è tenuto anche un vertice alla direzione nazionale antimafia a cui hanno preso parte le quattro procure che si occupano di Messina Denaro. Per la cattura (Palermo); per le stragi Falcone e Borsellino (il processo al latitante è attualmente in corso a Caltanissetta), per le bombe del 1993 (il processo si è chiuso con una condanna all’ergastolo, a Firenze). Ora indaga pure Reggio, che ha già un processo in corso sulla presenza della ‘ndrangheta nel periodo delle stragi.

Di sicuro, Messina Denaro è il depositario di tanti segreti del passato, che sono la sua vera forza. Chissà chi lo protegge ancora.

 

 

Fonte: lacnews24.it/
Articolo del 17 marzo 2019
Omicidio Scopelliti, svolta nell’inchiesta. 17 indagati fra Sicilia e Calabria
di Consolato Minniti
Il procuratore aggiunto Lombardo notifica un avviso di garanzia a sette siciliani e dieci calabresi. Tra loro gente del calibro di Matteo Messina Denaro e dei boss ‘ndranghetisti Giuseppe Piromalli, Giovanni Tegano e Giorgio De Stefano. Fondamentali le dichiarazioni del pentito Avola per far luce sul delitto del giudice

Un patto fra Cosa nostra e ‘ndrangheta. Un accordo di ferro già venuto fuori, ma che adesso riceve un nuovo decisivo impulso, grazie ad un collaboratore di giustizia che i magistrati ritengono molto credibile. L’indagine sull’omicidio del giudice Antonino Scopelliti potrebbe essere ad una svolta. La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, guidata da Giovanni Bombardieri, ha messo sotto inchiesta diciassette persone fra Calabria e Sicilia.

È il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ad aver coordinato l’inchiesta cui da anni ormai lavora senza sosta, arrivando dritto al latitante più ricercato d’Italia: Matteo Messina Denaro. La notizia viene rilanciata questa mattina su Repubblica in un articolo a firma di Salvo Palazzolo

L’omicidio del giudice
È il 9 agosto del 1991, quando sulla strada di Piace di Villa San Giovanni il magistrato Antonino Scopelliti fa rientro a casa dopo una giornata trascorsa giù vicino al mare. I suoi pensieri sono tutti occupati da quei faldoni da cui quasi mai si separa: contengono nomi, dati e fatti del maxi processo contro Cosa Nostra. Lui, sostituto procuratore generale della Cassazione, ha un compito delicatissimo: completare l’opera iniziata da Giovani Falcone e Paolo Borsellino. Suggellare anche in ultimo grado quelle tesi accusatorie che stanno scrivendo la storia della lotta a Cosa Nostra. Un reggino, o meglio di Campo Calabro, che mette il sigillo alla più grande inchiesta della storia. Scopelliti non lo sa ma da tempo qualcuno lo sta seguendo. È diventato un obiettivo. E quella sera del 9 agosto ’91, due persone a bordo di una moto lo affiancano e aprono il fuoco. I colpi di fucili lo attingono mortalmente facendo finire fuori strada la sua auto. Tanto che quando sarà ritrovata, i primi soccorritori penseranno ad un incidente stradale. Ma no, il giudice Scopelliti non è stato vittima del fato. Né di una distrazione. I fori lasciati dal fucile sono ben visibili. È un omicidio.

Il primo processo
Dopo qualche tempo arrivano i risultati delle prime indagini che narrano di un accordo fra ‘ndrangheta e Cosa nostra per eliminare il magistrato. I siciliani avevano chiesto la cortesia ai calabresi, garantendo loro l’intervento per riportare la pax mafiosa, considerato che sullo Stretto è in atto una guerra di mafia che ha fatto oltre 700 morti. Finiscono sotto inchiesta boss del calibro di Riina, Provenzano, Graviano, ma dopo le condanne in primo grado vengono tutti assolti. Negli anni successivi e più recenti, la Dda reggina, sempre grazie al sapiente e laborioso lavoro del procuratore Lombardo, riapre nuovamente l’inchiesta. Dapprima vi sono solo due indagati. Ma è il segno che si sta procedendo spediti verso l’obiettivo.

L’arma ritrovata e le dichiarazioni
Poi nello scorso agosto, quasi a sorpresa, il procuratore capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, svela un dettaglio: è stata ritrovata l’arma che ha ucciso il giudice. Non dice molto di più il magistrato, ma è già abbastanza per capire che si è sulla strada giusta per arrivare ad una svolta. A fare ritrovare il fucile è il pentito catanese Maurizio Avola, colui che di fatto ha permesso di riaprire le indagini. Le sue parole riguardano un summit tenutosi nella primavera del 1991 a Trapani, con protagonista Matteo Messina Denaro. Lì ci sarebbe stato il patto firmato da Cosa nostra e ‘ndrangheta per eliminare il procuratore generale. Un uomo che aveva detto chiaramente no a possibili avvicinamenti per aggiustare il processo.

Ed allora nella sera d’estate del 1991 a Piale vi sarebbe stato un commando composto sia da calabresi che da siciliani. Un gruppo di fuoco la cui arma principale sarebbe stata proprio il fucile calibro 12 ritrovato nelle campagne siciliane.
I nuovi indagati

Come detto sono diciassette le persone indagate dal procuratore Lombardo. Si tratta si sette siciliani: Matteo Messina Denaro, i catanesi Marcello D’Agata, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Vincenzo Salvatore Santapaola, Francesco Romeo e Maurizio Avola. E dieci calabresi: Giuseppe Piromalli, Giovanni e Pasquale Tegano, Antonino Pesce, Giorgio De Stefano, Vincenzo Zito, Pasquale e Vincenzo Bertuca, Santo Araniti e Gino Molinetti.

Inutile dire come si tratti di nomi di primissimo piano tanto di Cosa nostra quanto della ‘ndrangheta. Sulla sponda reggina spicca il nome di Giuseppe Piromalli, a testimonianza di quel ruolo rilevante da parte della cosca di Gioia Tauro, nei rapporti con Cosa nostra. Ma non mancano personaggi come Giovanni Tegano (boss sanguinario arrestato dopo lunga latitanza), Giorgio De Stefano, quest’ultimo già condannato in primo grado a vent’anni di reclusione per essere ritenuto al vertice della cupola degli invisibili, un grumo di potere massonico-mafioso che ha dominato Reggio Calabria per molti anni e Gino Molinetti detto “la belva”, ritenuto dai magistrati uno dei killer più spietati della ‘ndrangheta.
Gli esami tecnici

Tutte, tranne ovviamente Messina Denaro, hanno ricevuto un avviso di garanzia finalizzato ad un incarico tecnico di rilievo: l’esame del fucile calibro 12 e di 50 cartucce Fiocchi ritrovate dalla Polizia, a seguito delle dichiarazioni di Avola. Un atto che prevede la presenza di consulenti difensivi a garanzia degli indagati che, dunque, dovevano essere informati per legge dell’inchiesta. I magistrati ovviamente sono alla ricerca di impronte, tracce genetiche e balistiche. La conservazione sotto terra potrebbe aver permesso di lasciare intatte anche piccolissime tracce che, grazie alle sofisticate tecniche investigative odierne, potrebbero risultare decisive ai fini delle responsabilità di chi ha sparato. Fondamentale sarà il confronto con il frammento ritrovato sul luogo del delitto. Ma sotto esame vi saranno anche un borsone blu e due buste: una blu con la scritta “Mukuku casual wear” ed una grigia con scritto “Boutique Loris via R. Imbriani 137 – Catania”.
Gli scenari

L’inchiesta, dunque, è davvero ad una svolta. E lo è grazie alle dichiarazioni del pentito Avola, uno che ha già confessato poco meno di un centinaio di omicidi, fra cui quello del giornalista Giuseppe Fava. Ma mai aveva rivelato queste informazioni circa i rapporti fra Cosa nostra e ‘ndrangheta. Ovviamente non si tratta dell’unico pentito ad averlo fatto.

Nel corso del processo “’Ndrangheta stragista” (che fa luce sugli agguati ai carabinieri e sui rapporti mafiosi fra Sicilia e Calabria degli anni delle stragi) anche un altro collaboratore siciliano, Vincenzo Onorato, uno dei killer di punta della mafia, disse a chiare lettere: «L’omicidio del giudice Scopelliti fu un favore fatto dalla ‘ndrangheta a Cosa nostra. Se la sono sbrigata i calabresi, ossia i referenti che erano le famiglie Piromalli e Mancuso. Questa è una cosa che ho saputo direttamente. Non conosco chi sia stato l’esecutore materiale, ma so che è un favore fatto per volere di Salvatore Rina e della commissione». Parola che trovano conferma nell’elenco degli indagati stilato dalla Dda reggina che comprende proprio un esponente dei Piromalli. Ora non rimane che attendere gli esiti degli accertamenti tecnici per capire se davvero la strada può dirsi spianata verso un nuovo importante processo che scriva la verità su un delitto che non può rimanere impunito. Ancora una volta grazie alla caparbietà di un pm, Giuseppe Lombardo, che scava ovunque pur di ottenere giustizia. E potrebbe essere un processo chiave per definire meglio il ruolo di Matteo Messina Denaro, i suoi legami con pezzi deviati dello Stato, quegli stessi pezzi che ancora oggi gli stanno garantendo una latitanza decennale.

VIDEO nell’articolo originale

 

 

 

Fonte: espresso.repubblica.it
Articolo del 2 maggio 2019
Caso Scopelliti, il grande enigma di un giudice fra ‘ndrangheta e Cosa nostra
di Gianfrancesco Turano
È irrisolto l’omicidio che nel 1991 in Calabria diede inizio alla stagione delle stragi. Ora un’inchiesta indaga sui lati oscuri del magistrato. E dello Stato.

Avvicinabile ma integerrimo, garantista e colpevolista, Antonino Scopelliti resta l’enigma per eccellenza della stagione delle stragi mafiose. Il magistrato che doveva sostenere l’accusa nel Maxiprocesso a Cosa Nostra in Cassazione è stato ucciso il 9 agosto 1991 a Campo Piale, sopra Villa San Giovanni. La sua morte è il primo passo di una transizione politico-criminale conclusa il 18 gennaio del 1994 nei pressi di Scilla, con l’assassinio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. In mezzo, ci sono le morti eccellenti di Salvo Lima, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Ignazio Salvo, degli agenti delle scorte, dei passanti colpiti dalle bombe di via Palestro a Milano, di via dei Georgofili a Firenze, di San Giorgio al Velabro a Roma.

Solo su Scopelliti non c’è una condanna. I processi ai mandanti e agli esecutori si sono sempre chiusi in un nulla di fatto. Ci riprova la direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Oltre un quarto di secolo è trascorso in discorsi consolatori e celebrazioni davanti alla stele dedicata al giudice, tra false piste e tragedie, come i criminali chiamano le fake news di cui questa vicenda abbonda. Per troppo tempo si è fatta la storia giudiziaria dei trenta mesi di sangue fra l’agosto 1991 e l’inizio del 1994 con un’impostazione “palermocentrica”. Ma il bilancio del cui prodest è chiaro. A dispetto della trattativa intavolata con lo Stato, la mafia di Totò Riina e Bernardo Provenzano è stata distrutta, mentre la ’ndrangheta ha proseguito la sua scalata al vertice del crimine mondiale.

Non può essere un caso se l’alfa e l’omega della strategia stragista sono state inscenate in Calabria, nei pochi chilometri di costa che si affaccia sullo Stretto da un cornicione naturale di bellezza stupefacente. «Il delitto Scopelliti è il prodotto dell’integrazione profonda fra crimine calabrese e siciliano», dice Giuseppe Lombardo, il procuratore aggiunto di Reggio che sta tornando sul crimine dell’agosto 1991 e che insieme al procuratore capo Giovanni Bombardieri ha messo sotto indagine diciotto persone incluso Matteo Messina Denaro, «ma è anche collegato agli ambienti romani, segnati da componenti massoniche, e ai salotti democristiani che facevano da ponte con la parte riservata della ’ndrangheta nel momento in cui si sviluppano i progetti autonomisti delle leghe meridionali».

In quei pochi mesi cambia il governo del mondo. Mentre l’Urss si sfalda e il Pentagono si dedica a Saddam Hussein, viene meno la vigilanza sul governo italiano in funzione anticomunista che la Cia ha conferito a Cosa Nostra, secondo l’agente segreto Usa Victor Marchetti. Se ne accorge John Gotti, boss del clan Gambino a New York, investito da un’inchiesta che lo distruggerà.

vedi anche:

Caso Scopelliti, chi è Maurizio Avola, il pentito che ha fatto riaprire l’indagine
Un killer seriale con decine di assassini in curriculum ha portato i magistrati sulle tracce dell’arma che, secondo lui, ha ucciso il giudice calabrese

In questo contesto sciasciano assumono valore vecchie testimonianze, come quelle del pentito nisseno Leonardo Messina, scomparso da qualche mese, e nuove rivelazioni come quelle di Giovanni Brusca o del catanese Maurizio Avola, l’assassino del giornalista Pippo Fava, che ha fatto ritrovare il fucile secondo lui usato per uccidere Scopelliti, o come quelle di Nino Cuzzola, killer delle cosche calabresi in Lombardia, che parla di un summit a casa del capobastone reggino Mico Tegano con gli uomini di Riina e Santapaola, bloccati e poi liberati da un funzionario di polizia, due settimane prima dell’agguato a Scopelliti.

LA SCENA DEL DELITTO
In quasi tre decenni di indagini i punti fermi che nessuno ha mai messo in discussione non sono molti. Bisogna partire da queste certezze.
Dal mese di giugno del 1991, quando si viene a sapere che Scopelliti sosterrà l’accusa nel Maxiprocesso in Cassazione, il magistrato inizia a mostrare un’inquietudine che non si priva di comunicare ad amici e conoscenti. È il primo dei tanti paradossi. Scopelliti è spaventato da un processo che ha voluto fortemente. O che qualcuno gli ha chiesto di seguire.
Eppure non chiede un servizio di protezione che gli sarebbe stato facilmente concesso. A Roma Scopelliti continua a recarsi al Palazzaccio, sede della Cassazione, con l’unico accompagnamento del suo autista. Vive in centro, in via della Scrofa, dove staziona una macchina delle forze dell’ordine che sorveglia il suo vicino di casa, il ministro repubblicano Antonio Maccanico.

Giovedì 25 luglio intorno alle 13 il magistrato inizia le ferie. Prende la Bmw in garage, la carica delle sentenze e dei ricorsi del Maxi, ma anche dei suoi appunti su un altro processo che considera di grande interesse per il tema della responsabilità oggettiva. È il verdetto contro Adriano Sofri, condannato il 12 luglio in secondo grado per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi.

Dice a un amico che intende passare prima da Palermo ma non lo fa. Era sua abitudine dichiarare itinerari fittizi, per motivi di sicurezza. In serata arriva nella sua casa sulla collina di Campo Calabro dove lo aspettano gli anziani genitori. Il magistrato passerà i quindici giorni di vita che gli restano in una routine quasi assoluta, fra lo studio delle carte, le cure al padre malato e il riposo dalle 11 alle 17 al lido il Gabbiano fra Villa San Giovanni e Scilla.

Fra i pochissimi imprevisti, il 7 agosto c’è il funerale del figlio dell’Avvocato generale Giovanni Montera, scomparso in mare. «Certo era un momento tragico», ricorda l’allora gip Vincenzo Macrì che partecipò alle esequie, «ma vidi Scopelliti in disparte, sui gradini della chiesa, e mi sembrò particolarmente cupo».
I segnali di allarme da parte del magistrato si moltiplicano ma le sue abitudini non cambiano. Il giorno prima dell’agguato, l’8 agosto, un conoscente si trova in macchina dietro la Bmw di Scopelliti che non lo riconosce e incomincia a zigzagare, rallentare, accelerare, chiudere la strada finché non riconosce il guidatore. Lo stesso 8 agosto durante una telefonata serale dice a un’amica: «È un’apocalisse».

Il giorno dopo, il suo ultimo, mentre fa il bagno con Alessandra Simone, al tempo in servizio alla Criminalpol, si spaventa per una busta di plastica trascinata da un motoscafo tanto da nuotare verso riva a precipizio.
Intorno alle cinque, si avvia verso casa. Alcuni testimoni notano una Volkswagen che si accoda alla Bmw. L’auto sale dalla statale 18 verso la collina e supera il piccolo cimitero di Cannitello. Passa per il breve tunnel sotto l’A3 nella zona campo Piale e segue la carreggiata che si allunga in un rettilineo di poche centinaia di metri.
La visibilità è perfetta e Scopelliti è in uno stato di allarme che confina con la paranoia. Eppure lascia che una moto lo raggiunga e gli si affianchi in fondo al rettilineo in modo che l’uomo seduto dietro possa fare fuoco.
Secondo la perizia balistica, il killer ha un fucile a canne mozze caricato con due cartucce a pallettoni calibro 12. Il primo colpo parte da una distanza inferiore ai cinque metri in direzione avanti-indietro e sinistra-destra. Per il commando il margine di errore è pari a zero. Qualunque manovra della Bmw in una strada stretta che si avvicina a una curva può pregiudicare l’incolumità dei sicari e la fucilata che, invece, va perfettamente a segno. Quando l’auto esce di strada e sfonda un cancello per fermarsi in un terrapieno pochi metri in basso, il magistrato è già morto. Il killer se ne accerta. Scende fino alla macchina nel punto dove oggi sorge la stele commemorativa in pietra e spara il secondo colpo.

Il benzinaio della stazione di servizio dell’A3, a poche decine di metri in linea d’aria, sente il colpo violento della Bmw che esce di strada. Alle 17.30 chiama il 113 per avvertire che c’è stato un grave incidente. Fra i primi ad arrivare c’è il numero due della Mobile, Mario Blasco, che riconosce il giudice e dà l’allarme.
Il giorno stesso inizieranno ad arrivare a Reggio Calabria le più alte cariche dello Stato, a cominciare dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Ai funerali il giorno dopo, il 10 agosto, si presenta anche il ministro della Giustizia Claudio Martelli con i suoi principali collaboratori, Livia Pomodoro e Giovanni Falcone. Il direttore degli affari penali di via Arenula dice senza esitazioni ai colleghi reggini: «È stata Cosa nostra». Lo confermerà in un articolo pubblicato il 17 agosto sulla Stampa. L’11 agosto arriva la prima di quattro rivendicazioni della Falange Armata, una sigla misteriosa che aveva esordito dieci mesi prima (ottobre 1990) per attribuirsi l’omicidio dell’agente penitenziario Umberto Mormile avvenuto l’11 aprile 1990 e deciso in realtà dai boss della ’ndrangheta a Milano, Domenico e Antonio Papalia, spesso visitati in carcere da uomini dei servizi segreti.

Nei rilevamenti sulla scena del delitto Scopelliti l’arma non viene trovata, ed è una prima anomalia. Non essendo automatica, non c’è traccia dei bossoli. Sulla strada ci sono rottami della Bmw ma anche di una Fiat, che potevano essere lì da giorni. Data l’angustia della sede stradale, l’uso di un’automobile per il delitto viene escluso. Nessuno sembra dare importanza al fatto che Scopelliti, come ultima cosa della sua vita, ha visto un uomo che gli puntava un fucile da una moto senza tentare alcuna reazione.

Un elemento di contesto va aggiunto. Il 1991 è l’ultimo anno della guerra di ’ndrangheta che infuria dall’ottobre del 1985, quando il clan De Stefano-Tegano-Libri tenta di uccidere con un’autobomba il rivale Antonino Imerti detto Nano feroce. In sei anni si contano oltre 700 omicidi e i clan mantengono un controllo ossessivo sul territorio con servizi di ronda e sentinelle pronte a segnalare presenze anomale.
La zona dove vive Scopelliti è l’epicentro dello scontro, nel triangolo tra Villa San Giovanni, il quartiere destefaniano di Archi e Fiumara di Muro, il paese di Imerti.

In mezzo a questo terremoto, Campo Calabro è una sorta di zona franca. Il “locale” di Campo è retto dai fratelli Antonio e Antonino Garonfolo, coloni e amici di infanzia di Scopelliti. Sono destefaniani ma sono anche l’unica cosca del reggino che non subisce perdite e nemmeno attacchi dal fronte opposto. A vietarli espressamente interviene un superboss degli imertiani, Pasquale Condello, ex alleato di Paolo De Stefano.
Nonostante la parentela con gli Iamonte, potente famiglia della zona ionica (Melito Porto Salvo), i Garonfolo sono a volte stati trattati come una famiglia di poco conto. Il trattamento di riguardo che hanno avuto dagli avversari dimostra il contrario. Un investigatore dice all’Espresso: «Nella zona fra Campo e Fiumara ci sono clan ricchissimi con investimenti in tutta Italia. Abbiamo tentato di incastrarli con le indagini patrimoniali ma ormai è impossibile. Questa è ’ndrangheta 4.0».

Ai funerali di Scopelliti uno dei fratelli Garonfolo avvicinerà la sorella del magistrato e si scuserà per non avere potuto impedire il crimine. Qual è stata la causa di forza maggiore che ha tagliato fuori i Garonfolo? E se fossero stati loro una componente di questa forza maggiore? E se Scopelliti non avesse chiesto la scorta allo Stato perché, su quel lungo rettilineo che portava a casa sua, riteneva di avere già la sua scorta privata?

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LE ’NDRINE AL PALAZZACCIO
Il rapporto fra Scopelliti e i suoi amici di infanzia è stata la chiave di ogni indagine sull’omicidio del magistrato a partire dal primo rinvio a giudizio del gup Alberto Cisterna nel 1994 fino al lavoro attuale dell’aggiunto Lombardo.
«Non può sottacersi», si legge nel documento di venticinque anni fa, «che la vittima fosse solita intervenire presso soggetti pubblici e privati al fine di perorare assunzioni e pratiche di vario genere». Nell’interrogatorio del 22 aprile 1993 Antonio Garonfolo riferisce che Scopelliti riceveva al Palazzaccio compaesani e amici.
I due processi della prima e della seconda sezione penale di Reggio Calabria che hanno condannato i mandanti di Cosa nostra, i vari Riina, Provenzano, Calò, Madonia, Brusca, sono stati ribaltati in secondo grado non solo perché applicano in modo troppo estensivo la responsabilità oggettiva alla Commissione provinciale di Palermo ma anche perché restano intrappolati in un corto circuito logico sul comportamento di Scopelliti verso le pressioni e raccomandazioni che aveva ricevuto «e sicuramente respinto». La sentenza di Assise della seconda sezione accumula le contraddizioni. «Il magistrato era per attitudine caratteriale portato al contatto umano e consentiva a chiunque di avvicinarlo… La grossa caratura mafiosa dei Garonfolo era sicuramente nota a tutti e non poteva sfuggire a Scopelliti … ma la presenza di siffatti elementi inquinanti non influiva sulla sua condotta professionale». Il giudice tollerava la vicinanza dei Garonfolo «per affetto e passate consuetudini di vita».

Non era l’atteggiamento che poteva risultare gradito a Falcone, nato e cresciuto alla Kalsa di Palermo ma non per questo vittima di nostalgie d’infanzia verso i criminali che aveva colpito con le sue inchieste come membro del pool di Palermo. L’inchiesta di Lombardo tenta di ricostruire i rapporti fra i due magistrati che si trovano a condividere la fase finale del Maxiprocesso a Cosa Nostra, giunto in Cassazione.

È un capitolo ancora inedito che inizia il 12 febbraio 1991 durante la trasmissione Rai “Telefono giallo” condotta da Corrado Augias. Il programma, in diretta, è dedicato all’ondata di scarcerazioni di mafiosi per decorrenza dei termini decisa lunedì 11 febbraio dalla prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale. In collegamento da Palermo ci sono l’avvocato Alfredo Galasso e Falcone che è ancora in organico agli uffici giudiziari del capoluogo siciliano ma è già virtualmente d’accordo con il ministro della Giustizia del governo Andreotti, il socialista Martelli, per trasferirsi al dicastero di via Arenula.

Il primo ospite di Augias negli studi di Roma è Scopelliti. A rivedere oggi la trasmissione, fra il minuto 17 e il minuto 22 circa, vengono i brividi. Scopelliti, tre mesi prima di ottenere l’accusa nel Maxi, è tesissimo, cupo. Difende a spada tratta il garantismo della Suprema Corte e dice che sulle scarcerazioni di Michele Greco, Pippo Calò e soci «si è fatto allarmismo».

«Non vorrei essere aggressivo», obietta Augias, «ma la sentenza della Cassazione segna una divaricazione netta fra interpretazione giuridica e coscienza popolare». Falcone in un primo tempo tenta di sviare la polemica. Cita l’aforisma del giurista Francesco Carnelutti («la forza del diritto è nella sua opinabilità»). Scopelliti lo incalza, accusa il collega di avere usato termini non esatti. Falcone reagisce con il suo tipico mezzo sorriso, si gira verso Galasso e fa una battuta sottovoce. Scopelliti rimarca che anche in altri paesi le sentenze di primo grado vengono ribaltate e conclude così: «In Inghilterra non si è mai saputo com’è morto Roberto Calvi e in America nessuno ha mai spiegato l’omicidio Kennedy ma questo non ha creato scandalo».

L’esempio di Calvi, il presidente dell’Ambrosiano trovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge a Londra nel 1982, era di stretta attualità nel 1991 con il processo sul crac della banca in corso a Milano. Fra le frequentazioni romane di Scopelliti c’erano uomini della gerarchia vaticana come il segretario dello Ior monsignor Donato De Bonis, uno dei protagonisti dello scandalo Ambrosiano insieme a Paul Marcinkus. E c’erano esponenti del mondo andreottiano come la parlamentare e docente di diritto ecclesiastico Ombretta Fumagalli Carulli, il potente magistrato-senatore reggino Claudio Vitalone e suo fratello Wilfredo, che si era dovuto difendere dall’accusa di avere ricevuto soldi dallo stesso Calvi.

È probabile che Falcone volesse evitare una polemica aperta con il collega anche perché stava trattando per una nomina decisa proprio dal governo del Divo Giulio. Né va dimenticato che questa scelta portò al magistrato palermitano critiche durissime e che una parte della società civile lo trattò come un traditore.
Prima della storia, la cronaca ha parlato chiaro. L’arrivo del magistrato siciliano al ministero è segnato dal cosiddetto decreto Martelli, il primo marzo. Il provvedimento riporterà in carcere tutti i mafiosi liberati da Carnevale. La reazione di Cosa Nostra è prudente. L’ordine agli affiliati è di farsi catturare senza creare difficoltà nella speranza che il Maxi venga smontato in Cassazione.

Carnevale replica a modo suo al decreto Martelli: il 5 marzo annulla con rinvio la condanna di Calò per la strage del rapido 904. La pubblica accusa di quel processo è sostenuta da Scopelliti, che si esprime per la conferma del verdetto di colpevolezza. Lo stesso era accaduto con l’assassinio di Rocco Chinnici. In altre parole, fra l’ammazza-sentenze e il magistrato calabrese non c’era necessariamente accordo. Resta però l’antagonismo fra Scopelliti e Falcone che, appena arrivato al ministero, dispone una verifica su centinaia di processi dell’Alta Corte e la affida a una commissione presieduta da Giovanni Conso, presidente emerito della Corte costituzionale e successore di Martelli in via Arenula con il governo Amato (febbraio 1993).

Il responso critico della commissione Conso andrà nella direzione del documento del 18 febbraio 1991 concepito durante un convegno di magistrati del Movimento per la giustizia, la corrente di Falcone, tenuto proprio a Reggio Calabria. «In quell’occasione», ricorda Luciano Gerardis, oggi presidente della Corte d’appello di Reggio, «con Giovanni e gli altri colleghi chiedemmo la rotazione dei processi in Cassazione. Fu un documento dirompente perché di fatto proponeva di togliere le sentenze di mafia a Carnevale».
A maggio del 1991 l’obiettivo è raggiunto. Il primo presidente della Corte Antonio Brancaccio riunisce i colleghi e annuncia che, a partire dal 1992, i processi si assegneranno per sorteggio. Carnevale capisce che un’epoca è finita e rinuncia al Maxi, che sarà presieduto da Arnaldo Valente.

In questo momento, secondo Brusca, la Cupola aveva già deciso di uccidere Falcone, il nemico, e Lima, il garante che non garantiva più. Si rinvia l’esecuzione a dopo il verdetto di Cassazione sul Maxi per non inguaiare i boss sotto accusa. È l’ennesimo corto circuito logico. Se per prudenza non si uccide Falcone, men che meno si uccide Scopelliti.

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GLI STRAGISTI RILUTTANTI
L’ipotesi della Dda di Reggio è che il delitto del 9 agosto 1991 sia un omicidio politico e che il Maxiprocesso sia lo sfondo, non il movente, di un avvertimento a titolo preventivo. Non tutti gli investigatori sono d’accordo con questa impostazione, per altro contemplata anche da una delle sentenze degli anni Novanta. Restano anche incerti i moventi di una ’ndrangheta stragista riluttante al servizio della Cupola.
Che vantaggio potevano ricavare i Piromalli, gli Araniti, i De Stefano, i Tegano, tutti coinvolti dalla nuova inchiesta, dall’omicidio di Campo Piale? Fra gli altri, il pentito Giuseppe Scopelliti, braccio destro di Imerti, ha sconfessato la teoria che il magistrato suo omonimo sia stato eliminato dai calabresi per ricambiare la mediazione di pace dei siciliani tra i fronti di ’ndrangheta in guerra da sei anni, una favola arricchita di dettagli pittoreschi come l’arrivo in continente del latitante Riina travestito da frate.

Era invece del tutto prevedibile che, come temeva Brusca, l’agguato del 9 agosto avrebbe dato alla Cassazione un motivo di severità in più nel Maxiprocesso.

In questa versione bisogna ipotizzare un ruolo della ’ndrangheta come primo e consapevole collaboratore dello Stato nell’eliminazione dei “viddani” corleonesi che vengono condannati definitivamente il 30 gennaio 1992. Per usare un’espressione cara a mafiosi e ’ndranghetisti, si è armata una tragedia attraverso una sostituzione dei moventi e degli autori.
Pure ipotesi? Non proprio. In quegli anni il crimine calabrese di alto livello aveva solide entrature negli uffici giudiziari. Molti magistrati reggini dell’epoca se la sono cavata con trasferimenti. Ma non tutti. Nel processo sull’omicidio Scopelliti tenuto dalla prima sezione, il giudice a latere è Vincenzo Giglio, condannato in via definitiva per avere aiutato il clan Lampada-Condello, e il collegio è presieduto da Paolo Bruno dopo l’arresto del collega Giacomo Foti, poi scagionato. Anche Valente, il presidente della Cassazione che ha condannato i mafiosi nel Maxi, non ha avuto una carriera molto lunga. Nel 1994 il giudice si è dimesso dalla magistratura prima che il procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli presentasse un esposto contro di lui. Carnevale sarà processato per concorso esterno e se la caverà nei tre gradi di giudizio con una sequenza di assoluzione, condanna, assoluzione.

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L’impronta delle logge sull’omicidio del magistrato che resta l’enigma per eccellenza della stagione delle stragi mafiose

L’elemento storico di sfondo dice che la stagione delle stragi apre la via alla Seconda repubblica e, insieme ai corleonesi, rade al suolo un sistema politico diventato desueto dopo la fine dell’Urss. L’inizio di Tangentopoli (17 febbraio 1992) e la strage di Capaci tre mesi dopo chiuderanno la via del Quirinale ad Andreotti, mafioso per verdetto fino al 1980 e autore di un voltafaccia che i viddani non hanno perdonato.
L’ultimo agguato, l’omega dell’ennesima vicenda oscura della nostra Repubblica, avviene il primo febbraio 1994 contro i carabinieri sulla tangenziale di Reggio Calabria. Finisce qui la serie di aggressioni contro l’Arma che aveva fra i suoi uomini i mediatori della trattativa Stato-mafia.

Poco prima, il 26 gennaio 1994, Silvio Berlusconi annuncia la sua discesa in campo con Forza Italia, il partito organizzato da Marcello Dell’Utri e guidato in Calabria da Amedeo Matacena junior, entrambi condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

Ancora una volta viene da ricordare l’interrogatorio in cui Giuseppe De Stefano, capocrimine di Reggio, dice a Giuseppe Pignatone, allora procuratore nella città dello Stretto: «Dottore, io non sono ’ndrangheta». Quasi trent’anni dopo l’omicidio Scopelliti, commemorato ogni 9 agosto dalle autorità intorno alla stele funebre di Campo Piale, lo Stato non ha ancora fatto i conti con il suo lato oscuro.

 

 

 

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