9 agosto 2017 San Marco in Lamis (FG). Aurelio e Luigi Luciani furono barbaramente assassinati, in quanto testimoni di un agguato ad un boss.

Aurelio     e      Luigi Luciani          Foto da: foggiatoday.it

Aurelio Luciani, 43 anni, due figli ed uno in arrivo, ed il fratello Luigi Luciani, 47 anni, un bimbo piccolo, insieme agli altri tre fratelli, coltivavano la terra che possiedono in San Marco in Lamis (FG).
Come ogni giorno, anche il 9 agosto del 2017, in auto si stavano recando sul posto di lavoro quando si sono trovati ad assistere ad un agguato mafioso contro un boss che stava percorrendo lo stesso tragitto.
Sono stati inseguiti e barbaramente uccisi perché probabilmente hanno assistito all’assassinio.

 

 

Fonte: lastampa.it
Articolo del 9 agosto 2017
Foggia, agguato per uccidere un boss: 4 morti. Uccisi anche due contadini testimoni involontari
Commando in azione vicino alla stazione di San Marco in Lamis. L’obiettivo era il boss Romito. Killer in fuga.
di Carmine Festa
Con i quattro morti di oggi non c’è più alcun dubbio. È riesplosa la faida del Gargano, una “guerra” tra le famiglie Libergolis e Romito che si trascina da anni e che solo da giugno ad oggi ha fatto otto vittime. Nell’agguato di questa mattina sono morti Mario Luciano Romito, 50 anni, e suo cognato Matteo De Palma.

Il primo è un boss dell’omonimo clan giustiziato nell’auto guidata da suo cognato. Le altre due vittime sono i fratelli Luigi e Aurelio Luciano di 47 e 43 anni. Atroce il loro destino. I due agricoltori sarebbero stati inseguiti ed uccisi dai killer solo perché avrebbero assistito all’agguato che aveva di mira il boss ed il suo cognato-autista. L’esecuzione è avvenuta nelle campagne di San Marco in Lamis, poco lontano dalla linea ferroviaria.

Romito e De Biase viaggiavano a bordo di un maggiolone Volkswagen mentre i fratelli luciani erano su un Fiorino nel quale sono stati trovati attrezzi per lavorare i campi. Uno dei due fratelli Luciani ha provato a scappare ma è stato raggiunto ed ucciso. Il sindaco di San Marco in Lamis, Michele Merla, chiede aiuto allo Stato. Si rivolge al ministro dell’Interno Marco Minniti: “Sul Gargano l’allarme criminalità è ormai una emergenza nazionale”. Lo Stato deve intervenire – aggiunge il primo cittadino – noi restiamo esterrefatti di fronte a tanta brutalità. Da giugno ad oggi sono otto le vittime di questa assurda guerra che si trascina da decenni.

 

 

 

Fonte:  corriere.it
Articolo del 10 agosto 2017
Strage di mafia a Foggia, Luigi e Aurelio: chi sono i due testimoni uccisi
di Giusi Fasano
Luigi Luciani, classe 1970, e suo fratello Aurelio, sono i due testimoni innocenti uccisi a Foggia dai killer: «Erano vite innocenti. Vogliamo giustizia. E verità»

Lavorare. Nient’altro che lavorare. Luigi Luciani, classe 1970, e suo fratello Aurelio, più giovane di quattro anni, non si sono concessi troppi lussi, nella vita. Chiunque li abbia conosciuti racconta che hanno vissuto una vita scandita da sveglie all’alba e giornate intere nei campi, con la neve, la pioggia o con le temperature impossibili di questi giorni. Le coltivazioni di pomodori, grano, barbabietole, asparagi che vendevano alle cooperative locali o ai mercati del Nord richiedevano l’impegno di tutta la famiglia (sono cinque fratelli e i genitori ormai in pensione). Ma loro due – Luigi e Aurelio – erano i più presenti, i più attivi.

Mercoledì mattina, come sempre, erano dalle parti della loro azienda, una masseria con edifici vari per il ricovero degli attrezzi, a una dozzina di chilometri dal paese. Hanno chiuso gli occhi per sempre sulle terre che in questi anni i Luciani hanno comprato nel nulla dei campi infiniti attorno a San Marco in Lamis. E chissà, magari hanno fatto in tempo, scappando, a pensare un’ultima volta alle loro famiglie.

Aurelio sarebbe presto diventato padre per la terza volta: sua moglie Marianna partorirà a ottobre e gli altri due bambini che lo aspettavano a casa hanno 9 e 10 anni. Luigi invece ha avuto un figlio da poco, viveva per quel bambino. La gente di San Marco ricorda di averli visti poche volte con le mani in mano a passeggio per le viuzze del centro. Semmai nei weekend della bella stagione facevano gita al mare con i bimbi o magari potevi trovarli in pizzeria, dal gelataio.

A casa Luciani mercoledì pomeriggio nessuno aveva voglia di commenti o ricordi. Solo una frase: «Erano vite innocenti. Vogliamo giustizia. E verità».

 

 

 

Fonte:  foggiatoday.it
Articolo dell’11 agosto 2017
Lutto cittadino a San Marco in Lamis: oggi l’ultimo saluto a Luigi e Aurelio Luciani
di Massimiliano Nardella
Ieri una veglia di preghiera e la visita di Miglio ed Emiliano ai familiari dei due agricoltori barbaramente uccisi per aver assistito all’omicidio del boss Mario Luciano Romito

San Marco in Lamis si prepara a salutare per l’ultima volta Aurelio e Luigi Luciani, i due fratelli agricoltori di 43 e 48 anni, assassinati nei pressi della stazione ferroviaria dismessa della città dei due conventi, in quanto – secondo una prima ricostruzione – testimoni scomodi di un omicidio di mafia. Si seguono altre piste, compresa quella di uno scambio di persona.

Quel maledetto 9 agosto i fratelli sammarchesi non hanno fatto più rientro a casa da una giornata di lavoro cominciata all’alba e terminata qualche ora dopo sotto i colpi feroci di kalashnikov e fucili. Se solo quella mattina Aurelio e Luigi avessero ritardato l’appuntamento con la morte di qualche minuto, oggi li ritroveremmo ancora lì, sui campi del Tavoliere, con gli attrezzi del mestiere tra le mani. Come li ha immaginati anche Roberto Saviano. E invece, siamo costretti a commemorarne la morte, assurda, inspiegabile, atroce.

La città è sotto shock e stenta ancora a credere in quel codice che rende la mafia foggiana così spregiudicata e sfrontata da non voler lasciar testimoni e tracce, che ha strappato alla comunità, agli amici e ai parenti, oltre che alla vita terrena, due persone normali, figli e nipoti di famiglie stimate, ben volute e apprezzate. Contadini d’altri tempi, che di generazione in generazione hanno dato lustro alla nostra terra, coltivandola, con lo stesso amore di chi oggi si stringe attorno alle vittime di una tragedia immane, che San Marco mai dimenticherà.

Non lo ha fatto ieri la città, quando nella chiesa di piazza Madonna delle Grazie, si è celebrata una veglia di preghiera in ricordo dei due fratelli e padri di famiglia, alla quale hanno partecipato anche Francesco Miglio e Michele Emiliano. Il presidente della Provincia e il governatore della Regione Puglia – dopo l’incontro in Prefettura con il Ministro Minniti, hanno poi fatto visita ai familiari delle vittime.

Oggi, a San Marco in Lamis, è lutto cittadino. La città parteciperà commossa ai funerali di Stato (anche l’on. Angelo Cera aveva inviato una lettera al presidente del Consiglio dei Ministri) di due onesti e instancabili lavoratori assassinati per aver assistito a un duplice omicidio di mafia, l’uccisione del boss Mario Luciano Romito e di suo cognato Matteo De Palma, entrambi di Manfredonia.“

 

 

 

Fonte:  foggiatoday.it
Articolo del 5 aprile 2018
Aurelio e Luigi Luciani: benefici di legge ai familiari, c’è l’impegno della Regione Puglia
La mozione è del consigliere regionale Napoleone Cera, concittadino delle due vittime innocenti di mafia

“La Regione Puglia si è impegnata a sollecitare “ogni intervento utile” per l’attivazione delle procedure per il riconoscimento dei benefici di legge ai familiari di Aurelio e Luigi Luciani, vittime innocenti di un efferato agguato mafioso, avvenuto nelle campagne di San Marco in Lamis nell’agosto dell’anno scorso. A otto mesi dal tragico evento – sottolinea Napoleone Cera – “una mozione da me presentata, ha voluto far sentire la vicinanza delle istituzioni regionali ai familiari delle due vittime, anche come simbolo di una comune battaglia contro ogni forma di criminalità e di contrasto a tutte le mafie che mettono in crisi il sistema produttivo e sociale della Puglia, finendo per coinvolgere persone innocenti”

Aurelio e Luigi, “a cui sono state riconosciute le esequie di Stato” – ricorda il consigliere regionale – erano cittadini italiani, lavoratori infaticabili ed esemplari padri di famiglia, oltre ad essere nella comunità di San Marco in Lamis conosciuti e apprezzati per la loro integrità morale e il grande senso civico e il rispetto delle leggi dello Stato. Chi ha ucciso i due sammarchesi ha voluto colpire l’integrità dello Stato e delle sue istituzioni, orientate alla sicurezza dei cittadini e alla garanzia delle libertà democratiche. Per questo appare importante che la Regione Puglia, attraverso un atto formale, faccia sentire tutta la sua vicinanza ai familiari delle due vittime, così da sollecitare il giusto riconoscimento previsto dalla legge”.

Napoleone Cera aggiunge: “Occorre anche perseguire la strada del maggiore controllo del territorio, così come promesso dal ministro dell’Interno all’indomani dell’evento mafioso e della sua visita a Foggia. Bisogna, in questo senso, completare tutte le procedure avviate. Soprattutto garantendo uomini e mezzi adeguati per la rinnovata attività di controllo del territorio e di contrasto alle attività mafiose. Sarebbe auspicabile, così come denunciano i sindacati di categoria, completare gli organici del costituendo Reparto Prevenzione Crimine di San Severo e garantire la copertura dei posti rimasti vacanti, per pensionamenti e trasferimenti, dei commissariati della Provincia di Foggia”

 

 

 

Fonte: foggiatoday.it
Articolo dell’8 novembre 2018
Omicidio fratelli Luigi e Aurelio Luciani nella canzone Cristalli Liquidi
Musica contro le mafie: la storia dei Fratelli Luciani nella canzone ‘Cristalli liquidi’
Del duo MikYami. Luigi e Aurelio Luciani furono barbaramente assassinati a San Marco in Lamis il 9 agosto 2017 nell’agguato di mafia al boss Mario Luciano Romito e a suo cognato

La storia dei fratelli Luciani uccisi “perché scambiati per mafiosi criminali o per punire l’invadenza dei loro occhi”, diventa musica e parole in ‘Cristalli liquidi’, la canzone con la quale MikYami, duo vocale cantautorale, made in Gargano, composto da Michela Parisi e Ylenia Yami Mangiacotti, partecipano al concorso ‘Musica contro le mafie’.

Spiegano a FoggiaToday le due cantautrici: “La canzone ci invita ad alzare il volume alla nostra coscienza e a mettere da parte il silenzio e l’omertà perché “la sola ricchezza è il coraggio che abbiamo”.

Luigi e Aurelio Luciani furono barbaramente assassinati il 9 agosto 2017 nell’agguato di mafia al boss Mario Luciano Romito e a suo cognato, avvenuto nei pressi della stazione dismessa di San Marco in Lamis. Giovanni Caterino, uno dei componenti che partecipò alla strage, è stato recentemente arrestato

Il testo del brano
Cristalli Liquidi

Ogni giorno io da qui vi guardo
passare da un canale all’altro come niente,
davanti a un pasto che vi svolti la giornata
e la smania di trovare un po’ di pace.
Ma questo è un mondo strano ed io lo ammetto,
i pixel bruciano come un cuore dentro al petto.
Vi racconterò una storia di rabbia e di sventura
là dove la montagna si tramuta in pianura.
Due fratelli entusiasti della vita,
sempre svegli prima che lo facesse il sole.
In quei campi pieni zeppi di speranza,
il loro destino si è intrecciato alla morte.
RIT: Alziamo il volume alla nostra coscienza
Spegniamo con un tasto il silenzio e la vergogna.
Niente paura, la storia ce lo insegna:
la sola ricchezza è il coraggio che abbiamo.
E la fine è arrivata come una beffa
in quell’agguato feroce e disumano
perché scambiati per mafiosi criminali
o per punire l’invadenza dei loro occhi.
Uccisi da quattro mani impietose,
da esseri senza faccia e senza cuore,
dai proiettili di una guerra silenziosa
che devasta questa terra e la deforma.
RIT: Alziamo il volume alla nostra coscienza
Spegniamo con un tasto il silenzio e la vergogna.
Niente paura, la storia ce lo insegna:
la sola ricchezza è il coraggio che abbiamo.
Staccate questa spina che mi lega
al vostro mondo cinico e dolorante.
Abbandonate la paura che vi schiaccia il petto
come un macigno maledetto.
RIT: Alziamo il volume alla nostra coscienza
Spegniamo con un tasto il silenzio e la vergogna.
Niente paura, la storia ce lo insegna:
la sola ricchezza è il coraggio che abbiamo.
Una croce ora giace
sul loro sangue innocente,
per ricordarci che il più forte
è colui che non si arrende.

 

 

 

 

 

 

 

Fonte:  vivi.libera.it
Articolo del 8 agosto 2019
“Speriamo che agosto sia buono”
di Salvatore Spinelli

Questa frase chi è in Capitanata, in estate, la sente dire spesso e la pensa a sua volta: dai turisti che riempiono di luci e di vita il Gargano, agli imprenditori che con il turismo, in quel periodo, sperano di raggiungere l’apice del loro investimento. Più di tutti, però, lo pensano i contadini che, ad agosto, si giocano il tutto per tutto: la raccolta del pomodoro, l’oro rosso che rende unico questo pezzettino di mondo, l’organizzazione della vendemmia, la preparazione del lavoro che è alla base delle stagioni successive. Agosto è un equilibrio fragile: basta una grandinata o una pioggia più forte per distruggere il lavoro di mesi e rendere la vita ancor più complicata.

Forse era questo che pensavano Luigi e Aurelio, speravano che quell’agosto 2017 preparasse una buona annata per l’azienda di famiglia e a questo dedicavano le loro giornate: quella terra richiede sacrifici ma, se curata e lavorata, sa dare splendidi frutti. E allora poco importa se d’estate bisogna rimanere “al paese”, ancor meno con dei figli così piccoli. Il mare, ad agosto, lo si lascia ai turisti, per chi lavora è solo una fuga a fine giornata per lavar via la fatica o per portare la famiglia a fare una passeggiata. Forse avevano promesso proprio questo ad Arcangela e a Marianna quando, quel 9 agosto del 2017, sono partiti per andare a lavorare sui campi, come ogni mattina, com’è giusto che faccia chi ha investito la vita nelle radici della propria terra. O forse sono andati via senza tante parole, con un saluto veloce, come chi vive la solita routine. Certamente non potevano immaginare ciò che li aspettava, perché è innaturale poterlo anche solo pensare andando a lavoro.

Nessuno, forse, poteva immaginare quell’agosto terribile. No, non c’entrano la natura o il clima: ad attentare alle speranze già fragili dello sperone d’Italia ci ha pensato la mano armata di una criminalità senza scrupoli, impegnata in una delle infinite guerre per l’affermazione del potere di questo o quel clan. Le mafie di Capitanata hanno rivelato a tutto il Paese, se ancora ce ne fosse stato bisogno, il loro volto più vero e cruento, mischiando al sangue mafioso quello di due uomini innocenti. Da quel giorno si sono susseguite senza sosta inchieste giornalistiche, incontri istituzionali, interviste e manifestazioni. Soprattutto si sono concentrate, ancor di più, le forze di uno Stato che è consapevole che in provincia di Foggia si sta giocando una partita importantissima, molto delicata, a causa delle grandi ferite che la comunità locale ha subito negli anni e che ancora non si rimarginano. Sono nati nuovi reparti speciali, il lavoro incessante delle forze dell’ordine sta provando a mettere in crisi un sistema criminale quasi impenetrabile.

Accanto a tutto questo si è attivato un percorso collettivo importante e consapevole: oggi a San Marco in Lamis esiste un presidio di Libera intitolato proprio ai fratelli Luciani che, con fatica ed impegno, prova a riprendersi il proprio territorio, contaminando anche il resto del Gargano, ancora protagonista di mutamenti e fragilità profonde. L’ultima notizia, ripresa da pochissimi media nazionali, racconta di trentatré mezzi della nettezza urbana bruciati a San Giovanni Rotondo.

Una ventata di speranza si è avuta ad ottobre del 2018 con l’arresto di due persone coinvolte nell’organizzazione della strage. Proprio per sorreggere quella speranza e per essere accanto alla famiglia Luciani, Libera ha deciso, per la prima volta in Puglia, di costituirsi parte civile al processo che ne è scaturito. È un segnale fortemente simbolico per continuare a sostenere la richiesta di attenzione che da tempo arriva da questa provincia, rimarcando ancora una volta che c’è bisogno di prendere posizioni chiare e nette, di fare luce su eventi così gravi. Troppi sono i delitti senza verità in questo territorio, dietro i quali si è potuta annidare e rafforzare quella zona grigia capace di infiltrarsi, in tanti casi, fin dentro agli enti locali.

 

 

 

Fonte:  antimafiaduemila.com
Articolo del 30 settembre 2019
Strage Gargano. Un testimone: ”Ho visto 3 sicari fare fuoco e scappare via”

Nell’agguato consumatosi nelle campagne del Gargano il 9 agosto 2017 dove vennero brutalmente uccisi i fratelli Aurelio e Luigi Luciani, il boss di Manfredonia Mario Luciano Romito ed il cognato Matteo de Palma, sarebbero intervenuti 3 sicari. A dirlo al processo che si tiene a Foggia a carico di Giovanni Caterino, ritenuto dall’accusa il basista del commando armato che ha compiuto la strage di Mafia di San Marco in Lamis, Antonio Pazienza, un agricoltore che quella mattina si trovava vicino al luogo del massacro.

“Verso le 9:30 del 9 agosto del 2017 io e un mio amico abbiamo sentito dei colpi. Prima alcuni, forse cinque. Inizialmente abbiamo pensato fossero fuochi d’artificio. Poi altri colpi. Allora sono uscito dal casolare e lì ho visto una macchina grigia metallizzata dalla quale sono scese almeno tre persone che hanno fatto fuoco. Io non vedevo a cosa sparassero perchè sparavano verso la stazione”, ha detto il testimone. “Conoscevo i fratelli Luciani, ma non avevamo una frequentazione – ha raccontato l’agricoltore rispondendo alle domande del pm Luciana Silvestris -. Quella mattina ero nel casolare della mia azienda che si trova a circa 200 metri dalla vecchia stazione di San Marco in Lamis, luogo dell’agguato. Non ero solo, con me c’era un amico”. Quindi ha ricostruito quello che vide.

I killer, secondo il racconto di Pazienza, subito dopo risalirono in auto e si dileguarono in direzione di Apricena. Alla domanda del pm se i sicari fossero agitati, Pazienza ha risposto dicendo di non aver visto “gesti maldestri da parte degli uomini armati”. Stando alla ricostruzione del teste, pochi secondi dopo la sparatoria, sopraggiunse un Suv che, avendo notato la scena, ingranò la retromarcia e si allontanò a grande velocità. “Io e il mio amico dopo la sparatoria ci avvicinammo alla stazione e vedemmo un furgoncino. Mi avvicinai ad un ragazzo (uno dei due fratelli Luciani, ndr) con il volto per terra e la maglietta verde, con una grande chiazza di sangue sulla schiena. A quel punto chiamammo i soccorsi”. L’udienza è stata aggiornata al prossimo 21 ottobre quando saranno ascoltati il padre e le vedove dei fratelli Luciani.

 

 

 

 

Fonte:  /mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 10 aprile 2020
Aurelio ucciso dalla mafia foggiana
a cura di Marianna Ciavarella e Francesco Trotta

Il 9 agosto 2017 l’Italia, immersa nel caldo estivo e alle prese con le vacanze, si risveglia di soprassalto quando le notizie di cronaca, tra telegiornali e web, riportano di una strage in Puglia. Quattro uomini uccisi nelle campagne del foggiano, a San Marco in Lamis, un piccolo paesino con poco più diecimila persone. È così che scopriamo l’esistenza di una mafia ancor più pericolosa delle altre assai più famose, la “società foggiana”, un insieme di clan che poco o nulla hanno di che spartire con la Sacra Corona Unita, l’altra organizzazione criminale pugliese. Perché nella vasta area del Gargano, i mafiosi sono boss spietati, che resistono al contrasto dello Stato e gestiscono il potere da oltre trent’anni senza apparente disturbo: trecento omicidi di cui circa duecento ancora da comprendere, a cui dare risposte.

Ma il 9 agosto 2017, non muore soltanto il bersaglio dei killer: Mario Luciano Romito, già in precedenza scampato ad altri agguati, insieme al cognato Matteo De Palma. Nella strage di San Marco in Lamis vengono uccisi due innocenti, i fratelli Luigi e Aurelio Luciani.
È un regolamento di conti quello che costa la vita a loro due, persone perbene, due agricoltori, mariti e padri di famiglia. Vittime “collaterali” di una faida fatta di sangue, vendette e soffiate agli investigatori. Lo è così da sempre per le mafie. Ma quella foggiana sembra ancor più atavica e comunque capace di essere “contemporanea”. Con lo Stato sempre a rincorrere, ad arrivare dopo.

Come la mattina del 9 agosto, quando un commando di sicari, guidato secondo gli inquirenti dal basista Giovanni Caterino, dopo aver eseguito l’omicidio di Romito, incrocia Luigi e Aurelio, che quel giorno si erano recati nei terreni tra Apricena e San Severo. Due agricoltori per scelta. Orgogliosi di essere contadini, lavoratori sempre entusiasti di quanto gli offriva la terra. Anche quel giorno erano andati col solito Fiorino bianco a controllare i campi. Gli assassini mafiosi, scambiandoli forse per alleati di Romito o non volendo lasciare testimoni, hanno ucciso i fratelli Luciani all’altezza della vecchia stazione di San Marco in Lamis. Luigi è morto dentro il furgoncino, crivellato dai colpi. Aurelio, invece, aveva provato a fuggire, ma è stato inseguito, raggiunto, e barbaramente assassinato.

E a lui che dedichiamo questo racconto, con le parole di Marianna Ciavarella, sua moglie: «L’ultimo ricordo di mio marito è la sua telefonata del mattino, introno alle 7.30. Come ogni giorno, mi dava il buongiorno al telefono perché lui usciva sempre presto, sulle 5.00, per andare a lavoro e quindi non avevamo modo di vederci. Anche quella mattina fu così. Mi disse poi che si era liberato per il giorno successivo, per potermi accompagnare a fare la visita dal ginecologo. Aveva poi aggiunto di dire ai ragazzi di tenersi liberi per il pomeriggio così avremmo potuto trascorrere mezza giornata tutti insieme. Mi diede una buona notizia perché era un periodo molto impegnativo per il suo lavoro e mi toccava quindi andare da sola alle visite per la gravidanza. In quel periodo ero incinta di sei mesi e mezzo: Angela, fortunatamente, sarebbe nata pochi mesi dopo».

Marianna ha la voce ferma di una donna che ha dovuto affrontare il dolore ma senza abbattersi o poterlo fare. Portava la vita in grembo. È stata coraggiosa e continua ad esserlo. Il suo tono di voce infonde comunque tranquillità.
«Ricordo poi che mi arrivò la notizia, ma era abbastanza confusionaria. Si parlava di questo agguato ed essendo una zona molto familiare, dove tutti si conoscono, eravamo in attesa di capire meglio cosa era successo. Il fatto era accaduto vicino alla stazione di San Marco, l’azienda di mio marito era lì vicino e a quel punto mi venne un po’ di paura. Ci fu poi una telefonata che fu quella definitiva, dove mi diedero la notizia ufficiale». Marianna fa una piccola pausa e poi riprende a parlare: «Io da moglie chiedevo: “ma chi dei due? Aurelio o Luigi?”. Quando è girata voce di questo Fiorino ho ovviamente pensato a mio marito, perché lui ne aveva uno. Ma, appunto perché il lavoro era molto in quel periodo, anche il fratello spesso andava con lui e lo utilizzavano insieme. Dall’altro capo del telefono, non ebbero il coraggio di dirmi che erano morti entrambi. E in quel momento non ho pensato se Aurelio fosse vivo o no, pensavo solo che l’avrei raggiunto in ospedale. È stato questo il mio pensiero, che l’avrei rivisto lì. Ma così non è stato. I corpi sono rimasti sul posto finché non sono arrivati gli inquirenti, per poi portarli direttamente all’obitorio».

Il tono della voce di Marianna cambia leggermente quando le chiedo come ha fatto ad andare avanti. Si abbassa, ma le sue parole rimangono chiare e lasciano il segno. È allora che mi accorgo che in realtà lei non si è mai fermata. Ha sofferto, ha fatto suo il dolore per quanto ha potuto, consapevole di essere anche madre, oltre che moglie. «Ciò che mi ha spinta ad andare avanti è stata la bambina che portavo in grembo. Dovevo far nascere una nuova vita, era la figlia di Aurelio. Per lei e per gli altri due bambini, oggi adolescenti. Continuavo a far coraggio anche a loro, ripetendo che dovevamo far nascere e crescere la sorellina in un ambiente sereno e tranquillo. Il dolore c’è, è incancellabile. Ripetevo a loro che c’era tanto tempo per soffrire, ma in quel momento dovevamo affrontare anche l’arrivo di Angela. Non potevamo permetterci un altro trauma». I giorni che ha trascorso la famiglia Luciani e in particolare Marianna, capace di sopportare e di sostenere quanto la realtà le aveva dato, sono difficili da immaginare. Ma oltre al grande dolore che rimane, c’è stata anche la grande gioia: il 28 ottobre 2017. «Purtroppo non l’ho potuta condividere con mio marito e questa cosa mi fa malissimo. Ancora oggi quando guardo questa bambina che chiama papà riferendosi a una fotografia, a un’entità vaga, mi fa molto male. Purtroppo lei non ha potuto conoscere Aurelio, nemmeno sentire l’odore di suo padre, solo le carezze attraverso la pancia. Devo essere sincera, su tre figli, è stata l’unica ad avere così tante carezze attraverso il pancione». Sorride Marianna quando mi racconta questo particolare, dell’affetto consapevole e maturo riservato alla piccola.

«Aurelio lavorava e faceva sacrifici per la famiglia e tutti questi sacrifici oggi si vedono», aggiunge Marianna, che ricorda le persone che le sono state accanto, a partire dalla famiglia e dagli amici, ma anche le Forze dell’ordine del paese, che mai smette di ringraziare. «In particolare il Nucleo Investigativo Carabinieri di Foggia, denominato “9 Agosto 2017”. Poi c’è il lavoro dalla Magistratura che fino ad oggi sta portando avanti il processo in modo regolare e giusto. Abbiamo la forza di credere e andiamo avanti a credere, perché altrimenti avremo solo perso tempo».

Ed è acuta Marianna, come sa esserlo una madre ma anche una donna che conosce il territorio in cui vive, anche nel parlare della reazione del paese, San Marco in Lamis: «Per quanto riguarda la comunità credo che ci siano due poli: quelli che come noi hanno toccato con mano, ed è la buona parte della popolazione; poi ci sono quelli che hanno timore, perché comunque si parla di mafia, e quindi indietreggiano e non si espongono più di tanto».
Marianna non ha paura: «No, devo essere sincera. Paura, no. Perché loro non hanno avuto paura ad ammazzare due innocenti. Perché io devo avere paura della mafia? Ho un po’ di timore per il futuro dei miei figli e questa è l’unica preoccupazione che ho. I miei figli adolescenti hanno subito un’ingiustizia così grande che non posso sapere come l’abbiano interiorizzata veramente. Soltanto questa è la mia preoccupazione, ma paura della mafia no. Loro hanno ammazzato due innocenti che erano lì per lavorare, non hanno giustificazione per l’atto crudo che hanno compiuto, senza nessuna remora. Non li giustificherò mai e mai per loro ci sarà un perdono. Mio marito non era un poliziotto o un carabiniere, che sai che per lavoro la sua vita può essere a rischio. Lui era un agricoltore e non aveva contatti di nessun genere. I rischi del suo lavoro erano altri e mai avrei pensato che la sua potesse essere una morte mafiosa. Una cosa del genere io non la accetterò mai. Per questo dico che ho paura per i miei figli. Angela è ancora piccola, ma i fratelli l’hanno vissuta la situazione, erano piccoli perché avevano 10 e 12 anni quando hanno subito un lutto così grande e per mano mafiosa».

Allora è con un messaggio di speranza che comunque vogliamo salutarci, a partire dalla piccola Angela, a cui mamma Marianna racconterà di suo padre: «Le racconterò della persona serena e fantastica che era. Lei potrà rivedere il suo papà nei fratelli perché loro assomigliano molto a lui. In ognuno di loro rivedo tanto di mio marito, nei piccoli gesti, nelle affermazioni che fanno. Il ricordo di Aurelio è vivo ogni giorno e mi manca ogni giorno. Era una persona solare, tranquilla, di quelli con la filosofia del “vivi e lascia vivere”. Io oggi ai miei figli voglio trasmettere questo messaggio di positività, perché coltivare l’odio significherebbe essere mafiosi come loro. L’odio oggi non serve. Oggi serve solo la giustizia, essere giusti».

 

 

 

 

A mani nude
Raypaly Cose Nostre  07/2020
“Uno speciale sulla storia dei fratelli Luigi e Aurelio Luciani, trucidati da killer spietati della mafia garganica. Luigi e Aurelio due contadini onesti, come ogni giorno erano a lavorare nei campi. In quella mattina d’estate vengono inseguiti per centinaia di metri e uccisi. La strage del 9 agosto del 2017 nei pressi della stazione dismessa di San Marco in Lamis, in cui m orirono anche il boss Mario Luciano Romito vero obiettivo dell’agguato e suo cognato, ha improvvisamente acceso i riflettori su quella che viene chiamata la quarta mafia”