9 febbraio 1995 Mogadiscio. Assassinato Marcello Palmisano, 55 anni, giornalista e cineoperatore della Rai.

Foto da: lostrillonenews.it

9 febbraio 1995 Mogadiscio
Marcello Palmisano era un giornalista e cineoperatore, nato il 17 gennaio del 1940. Originario di San Michele Salentino (Brindisi), fu assassinato a Mogadiscio il 9 febbraio 1995. Nel 1972 era stato assunto in Rai e, l’anno successivo, era entrato a far parte della squadra del TG2 come telecineoperatore. Rimase vittima di alcuni banditi somali in un agguato nel quale fu ferita anche la giornalista Carmen Lasorella.
Lasorella e Palmisano erano lì per indagare sulla lotta tra la italo-somala Somal Fruit e l’americana Dole, due multinazionali attive nel commercio delle celebri banane “somalite”. Stando ad alcune dichiarazioni a suo tempo rese da un delegato della Somal Fruit, Marcello Palmisano morì per uno scambio di persona, in quanto alcuni miliziani somali, dipendenti della ditta americana, avevano identificato i due giornalisti come collaboratori della loro ditta rivale.
(Fonte: memoriaeimpegno.it )

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news del 10 febbraio 1995
Come Ilaria e Miran lo stesso sacrificio
di Luciana e Giorgio Alpi

La Somalia è costata un nuovo sacrificio. Al lungo elenco di vittime, militati e civili, si aggiunge ora quello di un telecineoperatore del Tg2, Marcello Palmisano, e del ferimento della giornalista Carmen Lasorella. Per noi è stato come tornare a quel 20 marzo del ’94 quando ricevemmo la notizia dell’uccisione di nostra figlia Ilaria e dell’operatore Miran Hrovatin. Dobbiamo però vincere l’emozione del momento se vogliamo veramente rendere onore a queste vittime, giornalisti presenti in Somalia solo per raccontare la tragedia di questo popolo. Dobbiamo capire la ragione di questo odio, ricordiamo che l’Operazione Ibis era un’operazione di pace per aiutare un popolo alla fame, tentare di pacificare i signori della guerra. Questo nuovo sacrificio deve obbligare il governo italiano ad una decisa inchiesta sulle malversazioni della cooperazione in Somalia che a nostro avviso sono alla base di questo odio. Oggi questo deve essere un impegno che ci deve prendere. Noi crediamo che questa sia l’unica via perchè questi sacrifici abbiano un significato. Da undici mesi lottiamo per conoscere la verità sulla morte di Ilaria e Miran. Conosciamo le sofferenze di trovare tutte le strade sbarrate. Silenzi e depistaggi. Dobbiamo dire basta, è una lotta che dovrebbe trascendere dalle posizioni politiche personali. Ci sentiamo particolarmente vicini alla famiglia Palmisano, un abbraccio alla collega di Ilaria, Carmen Lasorella.

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 10 febbraio 1995
«Va tutto bene, non preoccupatevi» L’ultima telefonata a casa.
Lo strazio della famiglia. Marcello Palmisano lascia la moglie e due figli. Era partito all’improvviso per sostituire un collega malato.

Silenzio e dolore in via dei Giornalisti 18. Marcello Palmisano abitava qui con la sua famiglia, la moglie Maria Cristina e i figli Davide, di 15 anni e Adelaide di 9. Era partito lunedì sera e non aveva fatto in tempo a salutare suo figlio. Non dava peso a queste cose, tante erano le volte che imbracciava la sua roba e andava. Letizia Moratti e Clemente Minum hanno subito raggiunto l’abitazione per comunicare la notizia. Marcello non doveva partire.

ROMA. Non aveva fatto in tempo a salutare Davide, 15 anni, suo figlio maggiore. Marcello Palmisano partiva spesso, quante volte sarà capitato. Poi, telefonava appena poteva, da ogni parte del mondo. Perché faceva il suo lavoro da artigiano senza esaltarsi, come da perfetto artigiano aveva sistemato da poco l’intonaco della casa avuta dall’lnpgi, in via dei Giornalisti 18, zona Trionfale. Davide, ha preso la Cornetta quando nel primo pomeriggio di ieri in casa Palmisano è arrivata una telefonata dalla Rai.

Si è fermato il tempo. La moglie di Marcello, Maria Cristina è rimasta immobile per ore. Accanto a lei la madre, arrivata ieri all’una e mezzo. Amici, parenti, colleghi hanno raggiunto l’abitazione non appena è andata in onda l’edizione straordinaria del Tg2, letta dalla giornalista Barbara Modesti. Adelaide, 9 anni, la figlia minore, è stata presa da amici di famiglia alla fine delle lezioni nella scuola elementare che frequenta. Non ha saputo nulla del tragico destino del padre fino a ieri sera. Letizia Moratti, presidente della Rai e Clemente Mimun, direttore del Tg2, sono stati i primi a recarsi dalla famiglia per comunicare la notizia. Sono venuta qui perché mi sembrava la cosa più giusta da fare, ha dello la Moratti, che è stata per circa un’ora accanto alla signora Maria Cristina e a suo figlio.

La famiglia ha cercato il silenzio. Maria Cristina Scaccia, 42 anni, Davide, Massimo un cugino di Marcello, si sono guardati, parlati, increduli. Marcello Palmisano, 55 anni compiuti il 17 gennaio, era un uomo semplice che aveva lavorato duro per arrivare a fare il mestiere che amava. Aveva frequentato in Germania la scuola per cineoperatore. Era entrato in Rai negli anni ’60 con contratti saltuari e poi assunto nel 1972. Dal luglio dell’87 era iscritto all’ordine del giornalisti del Lazio. Palmisano veniva dal sud, da San Michele Salentino, in provincia di Brindisi. Un grande con la macchina da presa.

Dalla Rai è stato inviato in numerosissime missioni di guerra e aveva realizzato anche in Italia una serie di servizi sulla criminalità organizzata. E nonostante i rischi corsi più volte in servizio, i colleghi ricordano la sua estrema disponibilità a realizzare ancora trasferte pericolose. In Somalia era già stato, sempre insieme a Carmen Lasorella. Ieri mattina aveva telefonato a casa. “Sto bene, nessun problema», ha detto al cugino Massimo. «Stavo guardando la trasmissione “Cronaca in diretta” su Rai 2 – ha raccontato al telefono Enzo Palmisano, gemello di Marcello, che vive ad Ostuni e insegna Lettere nella scuola media di San Michele di Salentino – e improvvisamente ho visto la foto di mio fratello. Così ho appreso la drammatica notizia. In famiglia siamo rimasti allibiti e sconcertati». “Quando ho sentito alla TV la giornalista Barbara Modesti che parlava della morte di un cineoperatore del Tg2 – ha detto la signora Bruna, cognata dell’operatore ucciso, raggiunta a San Vito dei Normanni, dove risiede – ho subito pensato a mio cognato pur non sapendo che si trovasse a Mogadiscio».

Cinque figli, i fratelli Palmisano sono unitissimi. Si ritrovavano spesso, soprattutto d’estate. E Marcello raccontava della sua vita. “Ci raccontava le sue “avventure” – ha aggiunto la signora Bruna – Non so se gli piacesse viaggiare, andare nei luoghi di guerra. Di sicuro so che amava davvero il suo lavoro, che svolgeva con tanta passione». Ogni anno con la moglie e i figli passavano l’estate a San Vito dei Normanni o a Specchiolla, nella zona di Carovigno, a nord di Brindisi, dove Marcello aveva una casetta in campagna. La madre, 87 anni, è, in questi gorni, in Toscana, e ancora non sa.

Al primo piano di via dei Giornalisti 18, ieri pomeriggio, molto silenzio e pochi, pochissimi disposti a raccontare cose e frammenti di un amico, di un compagno di vita. “Certamente non era uno sprovveduto e io ci avevo parlato poco prima che partisse lunedì sera, non mi sembrava più preoccupato del solito», ha detto a bassa voce un operatore Rai, giunto subito a casa di Marcello. Intorno alla signora Maria Cristina si sono stretti anche alcuni amici che abitano in via degli Orti della Farnesina 102, dove fino ad un anno e mezzo fa abitava la famiglia Palmisano. “Marcello amava stare in famiglia. Gli piaceva dilettarsi nei lavori di casa. Sistemava di tutto, dagli elettrodomestici alle piccole rifiniture, poi si dedicava ai figli – ha raccontato un amico -. Si era messo in testa di far prendete ripetizioni di matematica a Davide, anche se il ragazzo non ne aveva tanto bisogno, ma lui voleva che fosse il più bravo».

Luigi, il portiere, “paesano” di Marcello li ha guardati sfilare per tutto il pomeriggio. Lui ha visto di sfuggita l’operatore Rai quando ha lasciato di corsa il cortile di casa e recarsi in Rai per andare in Somalia. Si, perché Marcello quel viaggio non se l’era cercato, perché andava quando glielo chiedevano e dava il massimo. Nella missione con Carmen Lasorella, Marcello Palmisano stava sostituendo un collega malato che non era potuto partire. È stato lo stesso compagno di lavoro, l’operatore Romolo Paradisi, a rivelarlo in un’intervista al Tg2. «La malattia era finita da poco e non mi sentivo di affrontare un impegno così duro sia dal punto di vista fisico che psicologico», ha spiegato Paradisi. «Non pensavo proprio che potesse scatenarsi l’inferno che gli è costata la vita», ha aggiunto.

 

 

 

Fonte: archiviolastampa.it 
Articolo del 11 Febbraio 1995
Una notte d’orrore in cerca di Marcello
di Francesco Fornari
Carmen Lasorella in salvo sulla portaerei Garibaldi
L’inviata del Tg2: la salma di Palmisano era stata trafugata.

MOGADISCIO. «È stato terrificante, non so ancora come ho fatto a cavarmela, il Padreterno mi ha tirato fuori per i capelli». La voce di Carmen Lasorella arriva appena lievemente distorta dalla portaerei «Garibaldi» che incrocia davanti a Mogadiscio. Per la giornalista del Tg2, scampata miracolosamente all’agguato di giovedì sulla strada dell’aeroporto, dove è stato ucciso l’operatore Marcello Palmisano, la tragica avventura in terra somala si è conclusa alle 13 di ieri quando l’elicottero che l’aveva prelevata all’aeroporto di Mogadiscio si è posato sul ponte di volo della nave. Qualche bruciatura su una gamba, gli occhi arrossati, il viso segnato dalla stanchezza. «Abbiamo passato tutta la notte svegli per cercare di trovare il corpo di Marcello». Sono stati i volontari italiani del Cefa, Attilio Bordi e Gianfranco Stefani, a scoprire dove era stata portata la vettura con i resti dell’operatore. Racconta Lasorella: «Soltanto all’alba Attilio ha avuto l’indicazione esatta: la nostra Landcruiser era stata rimorchiata vicino al pastificio, in un garage di Osman Ato (uno degli uomini forti di Mogadiscio, un tempo amico dichiarato di Aidid) perché data l’influenza del personaggio non ci sarebbero state reazioni». Bordi è andato a recuperare la salma e, scortato da un esiguo manipolo di somali armati, l’ha portata nel campo fortificato della zona aeroportuale. «Alle 6 mi sono messa in viaggio per raggiungere l’aeroporto – racconta Lasorella – ma il trasferimento è stato a rischio fino all’ultimo momento. Tutte le strade erano bloccate, c’erano almeno venti tecniche che scorrazzavano su e giù, fra queste mi è stato detto che ce n’erano anche alcune di quelle che avevano partecipato all’imboscata di ieri». L’auto del Cefa con la giornalista si è diretta allora verso il porto per cercare un’altra strada d’accesso. «Abbiamo incontrato due posti di blocco di “morian”, banditi, ma per fortuna siamo riusciti a passare senza troppe difficoltà. Ogni tanto si sentivano crepitare delle raffiche di fucileria, c’era una tensione spamodica nell’aria. All’ingresso del porto, i caschi blu pachistani ci hanno bloccato: non volevano aprire i cancelli. Sono stati minuti drammatici, in un battibaleno si è radunata una folla minacciosa, i pachistani non si decidevano a farci passare, la folla ci stringeva sempre più da vicino». Attimi di paura poi, finalmente, i caschi blu hanno aperto il varco e l’auto del Cefa si è sottratta alla pericolosa morsa della gente. All’interno dell’aeroporto Lasorella ha proceduto al riconoscimento della salma. «Non ho visto il corpo di Marcello perché i medici mi hanno detto che era irriconoscibile: la macchina su cui eravamo è completamente bruciata e lui era rimasto dentro». La giornalista ha riconosciuto gli occhiali, una catenina, l’orologio. Ancora una lunga attesa poi, verso le 13, è arrivato un elicottero della marina che l’ha portata sulla «Garibaldi». «Domani (oggi, ndr) rientro in Italia perché voglio riaccompagnare Marcello. Eravamo partiti insieme…». Carmen, hai avuto l’impressione di essere stata vittima di un agguato o siete finiti per caso in mezzo a una sparatoria? «Sono sicura che ci stavano aspettando. Quando siamo usciti dal compound dell’Unosom, ho fatto fermare la macchina per far filmare da Marcello le tecniche che passavano lungo la strada. Ricordo di averne viste due o tre, ferme poco lontano: da una di queste un somalo stava facendo grandi gesti nella nostra direzione. Come se ci stesse indicando a qualcuno. Appena ci siamo mossi, ci sono venuti addosso mentre altre sei o sette tecniche si sono messe fra noi e la nostra scorta». Carmen Lasorella non ha dubbi: «Ci hanno scambiato per dirigenti della Somalfruit: quando mi hanno afferrata e portata via, io ho detto che ero una giornalista, il mio autista ha confermato che non facevo parte della Somalfruit, allora hanno detto che potevo andar via. Ma non tutti erano d’accordo, alcuni volevano tenermi in ostaggio, mi hanno rinchiusa in una camera dove c’era un letto e mi hanno dato delle lenzuola. A quel punto ho pensato di essere prigioniera, poi è arrivato un somalo con una bottiglia d’acqua: “No problem, no problem”, mi ha detto ridendo. E dopo poco mi hanno portata al Cefa». Anche il portavoce dell’Onu a Mogadiscio, George Bennet, ha confermato che Palmisano era stato scambiato per un dirigente della Somalfruit ed «è rimasto vittima di una rappresaglia da parte di alcuni somali che lavorano per conto della Dole, che volevano vendicare tre dei loro uccisi la settimana scorsa in uno scontro con i mercenari che proteggono i coinvogli della Somalfruit». Stamane a mezzogiorno la giornalista del Tg2 partirà da Mogadiscio su un C130 dell’aeronautica militare arrivato dall’Italia per riportare in patria la salma dell’operatore. A Luxor cambio d’aereo: l’ultimo volo con un DC-9 che arriverà a Roma a mezzanotte circa.

 

 

 

Fonte: ricerca.repubblica.it 
Articolo del 14 febbraio 1995
CARMEN LASORELLA SENTITA DAL GIUDICE

ROMA – È stato ufficialmente aperto ieri mattina il fascicolo dell’ inchiesta sulla morte di Marcello Palmisano. Con il lungo interrogatorio di Carmen Lasorella, l’inviata del Tg2 coinvolta nell’agguato e scampata per un soffio alla morte, il pm Pasquale Lapadura ha ipotizzato i reati di omicidio, tentato omicidio e rapina. Con freddezza e lucidità, la giornalista Rai ha ricostruito momento per momento tutta la vicenda. Ha spiegato le riunioni tecniche che avevano preceduto la missione, gli accordi raggiunti con i responsabili amministrativi e logistici dell’ azienda, i contatti con i dirigenti della Somalfruit per garantirsi la scorta. Quindi è passata al racconto dell’agguato che non si è discostato da quello fornito nei primi istanti. Verso le 13 e 30, dopo quattro ore di interrogatorio, Carmen Lasorella ha lasciato la stanza del magistrato. “Negli ultimi giorni”, ha detto, “c’è stato uno sciacallaggio da parte di alcuni giornali. Una cosa vergognosa nei confronti di chi è tornato morto e di chi è semplicemente tornato”. Poi, di fronte all’ ultima indiscrezione secondo cui Palmisano sarebbe stato ancora vivo, sebbene colpito da due pallottole alla spina dorsale, mentre l’auto prendeva fuoco, Lasorella ha trattenuto a stento la rabbia: “Qui ci sono dei miserabili e basta. Smettiamola con i misteri e le illazioni. Stavolta c’è un testimone oculare, il resto sono solo supposizioni di miserabili”. d m

 

 

 

Fonte: ricerca.repubblica.it
Articolo del 15 febbraio 1995
UN NOME PER IL KILLER SOMALO
di Vladimiro Odinzov

MOGADISCIO – Le voci di Mogadiscio raccontano l’ultimo pezzo di verità: ha un nome e un volto il killer di Marcello Palmisano, il cameraman ucciso giovedì scorso in un agguato in cui è rimasta ferita anche Carmen Lasorella. A sparare contro l’ auto dei giornalisti italiani sarebbe stato un certo Sedi, cognato di Duale, broker locale della società americana ‘ Dole’ . Gli attacanti, inoltre, non volevano colpire il rappresentante della Somalfruit, Vittorio Travaglini, come si era pensato in un primo momento, ma il dirigente somalo della stessa società a Mogadiscio, Abdi Rashid, che proprio quel giorno doveva rientrare da Gibuti. Un altro mistero riguarda la scomparsa per tutta la notte della macchina con il cadavere di Palmisano. Si era detto in un primo tempo che l’auto era stata prelevata dagli stessi assalitori e trainata alla periferia di Mogadiscio dove, appunto, il commando aveva scoperto che la vittima non era quella designata. Gli uomini della Somalfruit avevano invece fatto sapere che erano stati loro a sollevare la macchina bruciata con un’ autogru per trasportarla in un garage della ditta italiana sul viale 21 Ottobre. Ma da alcuni accertamenti è risultato che la Somalfruit non ha alcun garage su quella strada; anche se fosse vero, non si capisce il perché di uno spostamento dell’ auto in un luogo distante molti chilometri da quello dell’aggressione. Sul tragico agguato ieri s’ è fatto vivo anche il comando Unosom per “chiarire la propria posizione relativa ad un equivoco sulle circostanze riguardanti l’ uccisione di Palmisano”. Secondo Unosom, quattro automezzi ceduti al Dipartimento della Giustizia somalo vennero fermati, rubati e saccheggiati da cinque “tecniche” subito dopo aver superato l’ingresso principale dell’ aeroporto. “Circa un’ora più tardi gli stessi miliziani attaccarono l’automezzo con a bordo i due italiani e la tecnica che li scortava. La scorta dei giornalisti era composta da somali appartenenti ad una fazione rivale”. Rispondendo ad alcune domande, il portavoce dell’Unosom George Bennett ha poi dichiarato che il comando dell’Onu ha svolto alcuna inchiesta “perché l’incidente si è verificato all’esterno dell’area aeroportuale, perché il suo ufficio non era stato contattato su nessuna misura di sicurezza, e perché la scorta dei giornalisti italiani non era tra quelle che l’Unosom è in grado di raccomandare”. A Mogadiscio si preparano frattanto i piani finali per il ritiro di circa ottomila uomini dell’Unosom che sono affluiti nella capitale in attesa di essere imbarcati sulle navi. A coprire il loro ritiro vi sono 2500 caschi blu che, nella quarta e ultima fase, saranno sostituiti dai 1200 uomini della task force che copriranno le spalle all’ ultimo plotone dell’ Unosom che lascerà la spiaggia somala. A questa forza speciale, ha spiegato ieri il contrammiraglio Elio Bolongaro che da bordo della “Garibaldi” comanda il XXVI gruppo navale, parteciperanno circa 450 uomini tra paracadutisti della Folgore, incursori e fucilieri di Marina. L’ intera operazione dovrebbe durare non più di cinque o sei giorni e concludersi entro l’ 11 di marzo. Bolongaro si mostra ottimista sullo svolgimento di questo disimpegno che non dovrebbe dar luogo a incidenti o scontri a fuoco. La sua valutazione non sembra tuttavia pienamente condivisa dai somali che se da un lato escludono veri e propri attacchi alla task force sono allo stesso tempo cauti nel garantire un clima di calma totale. Da Mogadiscio Nord, la zona controllata dal presidente ad interim Ali Mahdi, giungono infatti segnali su “giornate che si stanno riscaldando”. A Sud il generale Aidid lancia segnali contro la presenza di truppe “straniere” che vengono poi ritrattati. Tra i somali si fanno circolare voci su una nuova “colonizzazione” della Somalia, si accusa la task force di preparare una nuova invasione del paese. Nelle ultime ore vi sono stati nuovi avvertimenti da parte somala su “qualcosa che potrebbe succedere giovedì o venerdì”. Districarsi in questo intreccio di voci oltre che difficile è anche inutile. Non esiste oggi a Mogadiscio una mente politica, o strategica, capace di organizzare un piano e di metterlo in atto, né tantomeno di tenere sotto controllo una situazione che continua a sfuggire di mano. Ali Mahdi resta sempre il signore di Mogadiscio Nord, ma il suo ruolo si sta indebolendo e deve vedersela con i fondamentalisti islamici. A Sud il generale Aidid ha visto appannarsi il carisma che poco tempo fa faceva accorrere migliaia di persone che gridavano il suo nome. “E’ colpa sua se non si è riusciti a trovare un accordo di governo” sostiene apertamente Osman Ato che fino a ieri era il suo braccio destro e consigliere prediletto, e anticipa la creazione di un comitato che dovrebbe imporre al generale una nuova linea politica, più costruttiva e coerente. Il contrasto tra questi due eterni rivali del Nord e del Sud, potrebbe anche avere un’ importanza marginale se il banco di prova del successo dell’ uno o dell’ altro non fosse direttamente collegato al disimpegno di Unosom. La partenza dei caschi blu lascerà infatti liberi il porto e l’ aeroporto di Mogadiscio il cui controllo è determinante. “Non ci sarà guerra civile a Mogadiscio”, dice ancora Osman Ato e gli altri somali ne sono più o meno convinti, ma vi sarà di certo un confronto abbastanza duro se prima della partenza dell’ ultimo soldato dell’ Onu non sarà raggiunto un qualche accordo tra le fazioni sulla gestione delle due aree.

 

 

 

Fonte: ricerca.repubblica.it
Articolo del 29 marzo 1995
I NOMI DEI KILLER DI PALMISANO SUL TAVOLO DEL GIUDICE CASSON
di Giorgio Cecchetti

VENEZIA – Non più soltanto voci o accuse lanciate e poi ritirate, adesso c’è una denuncia con i nomi e i cognomi di coloro che hanno sparato e ucciso a Mogadiscio l’operatore della Rai Marcello Palmisano e ferito l’inviata del Tg2 Carmen Lasorella, rimasti inconsapevolmente coinvolti nella guerra per il business delle banane. Il documento è firmato da cinque produttori somali di banane legati all’ italiana Somalfruit, i quali raccontano che negli ultimi mesi avevano subito numerose aggressioni e violenze da parte degli uomini della concorrente Sombana, di cui è principale azionista la statunitense Dole. La denuncia è stata presentata alla Procura di Venezia dall’ avvocato Eugenio Vassallo per conto dei cinque somali e a coordinare l’indagine è il pubblico ministero Felice Casson, che nei giorni scorsi ha inviato la Guardia di finanza negli uffici romani del ministero per il Commercio estero per sequestrare tutte le autorizzazioni per l’importazione in Italia rilasciate all’azienda americana dal governo di Roma. Allegata alla denuncia c’è una circostanziata testimonianza di un somalo, che il 9 febbraio scorso scortava la troupe italiana uscita da qualche minuto dalla zona del porto, protetta dalle forze Onu. Racconta che a condurre l’ assalto delle ‘ tecniche’ armate di mitragliatrici e cannoncini alla jeep dove viaggiavano Palmisano e Lasorella c’ era una persona che ha distintamente riconosciuto: si tratterebbe di Mohamed Alì Farah, meglio noto come ‘ Fruabadne’ , dipendente della Sombana e legato da parentela – è il cognato – al rappresentante somalo della Dole, Hamed Douale, soprannominato ‘ Haaf’ . Un secondo testimone (tutte le dichiarazioni allegate sono sottoscritte e certificate in un’ ambasciata italiana) ha riconosciuto sia il cognato di Haaf sia altri sei componenti del commando e ne ha svelato le identità, tutti uomini notoriamente alle dipendenze della Sombana, paravento somalo della multinazionale americana. Evidentemente questi ultimi pensavano di trovarsi di fronte a rappresentanti della Somalfruit, invece nella ‘ tecnica’ colpita e andata a fuoco c’ erano Palmisano e Carmen Lasorella. I cinque produttori somali, soci di minoranza della Somalfruit la cui maggioranza è nelle mani della famiglia veneta De Nadai, denunciano altri gravi episodi di violenza messi a segno dagli uomini della Dole. Stando ai soci somali dei De Nadai, più volte gli uomini della Sombana si sono presentati nelle loro piantagioni per costringerli a consegnare le banane appena raccolte che, invece, avrebbero dovuto finire nei magazzini della Somalfruit. Inoltre, nella denuncia si legge che un produttore loro associato si è visto occupare le sue piantagioni dalle squadre armate alle dipendenze della multinazionale americana; infine, riferiscono degli ultimi incidenti prima dell’ aggressione alla troupe del Tg2, quelli del 2 febbraio, quando per l’ ennesima volta quelli della Dole hanno cercato di bloccare i cancelli del porto per impedire l’ ingresso di un carico di banane della Somalfruit. L’ avvocato Vassallo parla apertamente di estorsioni messe in atto dai rappresentanti somali della Dole, che con la violenza e le minacce avrebbero costretto molti produttori a consegnare le loro banane già promesse alla ditta italiana. Il legale veneziano, inoltre, ha chiesto al pubblico ministero Casson di sequestrare tutti i prodotti della multinazionale statunitense giunti in Italia e proveniente dalla Somalia perché frutto di ricettazione. Carmen Lasorella, rientrata in Italia, parlò subito di guerra delle banane, ma i portavoce della Dole non solo si affrettarono a smentire, pur confermando che in Somalia c’ era concorrenza tra loro e gli italiani, ma in seguito hanno querelato la giornalista del Tg2. Sulla morte dell’ operatore Rai c’ è già in corso un’ inchiesta, condotta dal Pubblico ministero di Roma Pasquale La Padula, ma è evidente che la denuncia presentata a Venezia e soprattutto le numerose testimonianze allegate faranno fare passi avanti anche alle indagini del giudice romano.

 

 

 

Fonte:  memoriaeimpegno.it
Nota del 9 febbraio 2017
Il ricordo di Marcello Palmisano

Una strada polverosa, un sole accecante, un gruppetto di bambini somali che scandiscono sorridenti “Mar-cel-lo, Mar-cel-lo”. Sono alcuni dei fotogrammi ripresi dalla telecamera di mio padre Marcello in Somalia, terra d’oriente nel meridione del mondo, dove il nove Febbraio di ventidue anni fa è stato ucciso. Mio padre era un giornalista telecineoperatore del Tg2 e con la sua telecamera ha catturato alcuni dei momenti più importanti della fine del secolo scorso: lo sbarco degli albanesi a Bari nel ’91, la caduta del Muro di Berlino, l’invasione sovietica in Afghanistan.
In famiglia si aspettava sempre con curiosità la messa in onda dei servizi: papà tornava con regali fatti d’immagini, suoni e storie di paesi lontani e popoli sconosciuti. C’era qualcosa di epico nei suoi racconti. Per ogni viaggio, c’era sempre una storia dal sapore fiabesco.
Da quell’ultimo viaggio, però, non ebbe tempo di riportare nulla.
Arrivato a Mogadiscio per seguire il ritiro delle forze dell’ONU dalla capitale, rimane vittima di un agguato poco fuori dall’aeroporto. L’ipotesi tuttora più accreditata è lo scambio di persona in una guerra per il controllo dell’export di banane verso l’Europa: lo stesso giorno era previsto l’arrivo a Mogadiscio di un occidentale coinvolto in una delle due fazioni in lotta. Si, perché a Mogadiscio per le banane si spara, nell’ignoranza del consumatore occidentale.
Spente le momentanee luci mediatiche, la Somalia finisce presto nel dimenticatoio e mio padre ne diventa l’apolide della memoria: pur sopravvivendo il ricordo, muore la “ragione”.
La “ragione”: presupposto irrinunciabile per avere giustizia. La giustizia però, dall’aggettivo latino “iustus”, è pertinenza dell’essere. Essere giusti significa capire il contesto in cui ventidue anni fa Marcello Palmisano ha perso la vita. Significa riflettere sul lato violento, rapace e aggressivo del sistema economico di cui l’umanità si è dotata.
Significa raccontare che dietro un apparentemente innocuo frutto esotico potrebbe esserci la brutale spietatezza di capitale estratto in modo criminale.
Cerchiamo di essere giusti dunque: raccontiamo cosa è successo, affinché nessuno dei nostri cari sia caduto invano e nella speranza che qualche coscienza si risvegli.

Davide Palmisano
figlio di Marcello

 

 

 

Foto da: ostunilive.it

Fonte: ostunilive.it
Articolo del 9 febbraio 2015
Vent’anni fa in Somalia veniva assassinato Marcello Palmisano. Un suo ricordo, per non dimenticare
di Antonella Greco
Vent’anni fa a Mogadiscio, in circostanze che rimangono ancora oscure, veniva ucciso Marcello Palmisano, operatore del Tg2

Soltanto un mese fa ci eravamo tutti idealmente identificati con ‘Charlie’, con chi – per avere espresso liberamente il proprio pensiero- è stato brutalmente assassinato da chi la pensava diversamente.

Abbiamo difeso strenuamente la libertà di espressione di Charlie Hebdo- per quanto eterodossa- e il diritto aureo della satira a raccontare le proprie verità. Per lo stesso, sacrosanto principio, oggi dovremmo dedicare un ricordo affettuoso e un ringraziamento sincero a Marcello Palmisano, che il 9 febbraio del 1995 venne brutalmente assassinato a Mogadiscio mentre, insieme alla collega Carmen Lasorella, si trovava lì nel ruolo di testimone di verità per conto del Tg2. Della morte di questo coraggioso giornalista non si è mai parlato abbastanza, così come non è mai stata fatta luce sulla vera ragione del suo omicidio.
Marcello Palmisano era un bravo operatore televisivo, dotato di un raro senso estetico. A lui in Somalia, così come aveva già fatto tante volte in giro per il mondo, toccava il compito di costruire dietro l’obiettivo della telecamera, una casa alle parole che uscivano- volta per volta- dal microfono della giornalista che lo accompagnava.
Era nato a San Michele Salentino, in provincia di Brindisi, nel 1940 e da giovanissimo lasciò il paese natale per andarsi a costruire altrove il futuro che sognava. Dopo aver vissuto e lavorato prima a Milano, poi in Svizzera e in Germania tornò quindi in Italia dove fu assunto alla Rai.

Enzo Palmisano, fratello maggiore di Marcello e ostunese d’azione, considerato il fatto che vive ad Ostuni da più di quarant’anni, ama ricordarlo sopratutto attraverso “ la sua costante attenzione agli ultimi, ai diseredati che popolavano e popolano le periferie del modo, i luoghi dove la fame e la guerra sono di casa”. Era esattamente questo lo spirito con il quale Marcello Palmisano affrontava il suo lavoro; e con questa consapevolezza era partito per quell’ultimo viaggio in Somalia.

Non avrebbe dovuto essere lui ad accompagnare Carmen Lasorella; ci sarebbe dovuto andare un collega che, all’ultimo momento, dovette tirarsi indietro a causa di un’indisposizione. Marcello prese il suo posto in quell’appuntamento con il destino a cui nessuno può sottrarsi, quando è il disegno imperscrutabile del fato a decidere per noi.

Di quel giorno di febbraio di vent’anni fa quasi tutto è rimasto oscuro, tranne il fatto che l’operatore pugliese rimase ucciso sul colpo sotto le pallottole sparate dai sicari, a cui fortunatamente Carmen Lasorella riuscì a sottrarsi. A quasi un anno dalla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ammazzati nella capitale somala il 20 marzo 1994, la vita di un altro giornalista veniva barbaramente stroncata in una Mogadiscio, in quegli anni, scenario di sangue e violenza.

Se per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si è quasi certi, dopo infinite inchieste e indagini, che fossero stati uccisi perché avevano scoperto un traffico illecito di rifiuti tossici, per la morte di Marcello Palmisano sono ancora molti gli interrogativi senza risposta. All’inizio si parlò di un regolamento di conti all’interno della cosiddetta “guerra delle banane” tra due diverse società, in cui il povero giornalista pugliese sarebbe stato vittima inconsapevole di uno scambio di persona. Ma questa ipotesi non ha mai convinto del tutto quasi nessuno, a partire dai familiari di Marcello che aspettano ancora di conoscere la verità sulla morte del loro congiunto.

Mentre per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono state fatte inchieste e reportage per arrivare a dipanare il filo di una matassa ingarbugliata, dell’attentato che costò la vita al giornalista pugliese non si è mai parlato abbastanza, evitando così di illuminare il lato oscuro dell’unica, balbettante, versione della verità che ci è stata raccontata.

Oggi, se fosse vivo, Marcello Palmisano avrebbe 75 anni e molto probabilmente starebbe ancora, per hobby, dietro alla sua telecamera divertendosi a riprendere la vita, a modo suo.

“Tra le sue tante riprese, belle e toccanti, vera icona del primo esodo degli albanesi in Italia è l’immagine di una bambina, coperta di stracci che stringe al petto, come un tesoro, un intero pane e scappa temendo di perderlo mentre è inseguita dall’obiettivo che la riprende”, afferma orgogliosamente suo fratello Enzo. “Marcello odiò la violenza e la guerra, ma è morto colpito dalla violenza e dalla follia della guerra”.

Un triste paradosso e un amaro epilogo per la vita, spezzata troppo presto, di un uomo buono e generoso che meriterebbe di essere ricordato di più.