9 Maggio 1978 Cinisi (PA). Peppino Impastato è stato ucciso, dilaniato da una bomba piazzata sulla ferrovia Palermo-Trapani.

Foto da La Repubblica articolo del 10/09/09

Giuseppe Impastato, meglio noto come Peppino, è stato un giornalista, attivista e poeta italiano, noto per le sue denunce contro le attività mafiose a seguito delle quali fu assassinato, vittima di un attentato il 9 maggio 1978.
Peppino Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa.[…] Ancora ragazzo rompe con il padre, che lo caccia di casa, ed avvia un’attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino L’idea socialista e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi, partecipa, con ruolo di dirigente, alle attività dei gruppi comunisti. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati.
Nel 1976 costituisce il gruppo Musica e cultura, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc.); nel 1976 fonda Radio Aut, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti (spesso chiamato “Tano Seduto” da Peppino), che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era Onda pazza, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale; col suo cadavere venne inscenato un attentato, atto a distruggerne anche l’immagine, in cui la stessa vittima apparisse come attentatore suicida, ponendo una carica di tritolo sotto il suo corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale. […]
La matrice mafiosa del delitto viene individuata grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Impastato (1916 – 2004), che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa e grazie anche ai compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione di Palermo, fondato a Palermo nel 1977 da Umberto Santino e dalla moglie Anna Puglisi e dal 1980 intitolato proprio a Giuseppe Impastato. Sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene quindi riaperta l’inchiesta giudiziaria. […]. Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a trent’anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. (Tratto da Wikipedia)

 

 

 

Fonte: lastoriasiamonoi.rai.it

Peppino Impastato
Omicidio di mafia
Il 9 maggio del 1978, mentre l’Italia è sotto choc per il ritrovamento a Roma del cadavere di Aldo Moro, in un piccolo paesino della Sicilia affacciato sul mare, Cinisi, a 30 km da Palermo, muore dilaniato da una violenta esplosione Giuseppe Impastato. Ha 30 anni, è un militante della sinistra extraparlamentare e sin da ragazzo si è battuto contro la mafia, denunciandone i traffici illeciti e le collusioni con la politica. A far uccidere Impastato è il capo indiscusso di Cosa Nostra negli anni Settanta, Gaetano Badalamenti, bersaglio preferito delle trasmissioni della Radio libera che egli ha fondato a Cinisi.

Cento passi separano, in paese, la casa degli Impastato da quella dell’assassino di peppino, Tano Badalamenti, come ricorda il titolo del film di Marco Tullio Giordana che ha fatto conoscere al grande pubblico, attraverso il volto di Luigi Lo Cascio, la figura di Peppino Impastato.

Secondo lo storico Salvatore Lupo, in un piccolo paese come Cinisi, la mafia funge da centro di mediazione sociale in cui personaggi localmente influenti si presentano come intermediari sempre disponibili a trovare la soluzione del problema sia con il povero contadino sia con il grande avvocato. Ma questa bonomia apparente ha sempre dietro la minaccia della soluzione violenta. Un clima di intimidazioni e di omertà che Peppino Impastato respira sin dalla nascita. Suo padre, Luigi Impastato, pur non avendo mai avuto un ruolo di primo piano, è strettamente legato a Cosa Nostra attraverso suo cognato, Cesare Manzella, il capo della cupola negli anni Sessanta; Manzella è colui che sposta gli interessi della mafia dalle campagne alla città ed è soprattutto colui che avvia il traffico di droga con gli Stati Uniti.

Giovanni Impastato, fratello di Giuseppe: “La mia famiglia era di origine mafiosa. Mio zio Cesare Manzella, sposato con una sorella di mio padre, capo della cupola negli anni Sessanta, viene ucciso nell’aprile del 1963 con la prima autobomba nella storia dei delitti di mafia. Peppino sin da subito mi disse che si sarebbe battuto tutta la vita contro la mafia. E iniziò la sua rottura all’interno della società, del suo paese ma soprattutto della propria famiglia.”

In questo senso Peppino Impastato rappresenta un caso particolare, quello di un militante, una attivista che combatte la mafia pur provenendo da una famiglia mafiosa. Una circostanza anomala, dato che la famiglia rappresenta di solito la cellula più compatta e più impermeabile della struttura mafiosa. Peppino è un ragazzo che si pone il problema del suo stesso sangue, delle sue radici, della sua stessa esistenza. Come ricorda il fratello Giovanni ci furono alcune figure che esercitarono sul giovane Giuseppe un fascino particolare, quella dello zio Matteo, un liberale dalle idee molto aperte, ma soprattutto quella di Stefano Venuti, pittore anticonformista, fondatore della sezione del PCI di Cinisi.

Negli anni Sessanta, insieme ad un gruppo di amici e compagni, Peppina fonda il giornale Idea Socialista, in cui mette in evidenza i rapporti tra gli amministratori locali e la mafia. Nonostante la madre Felicia cerca di dissuaderlo, Peppino è deciso a intraprendere la sua personale guerra, e niente sembra poterlo fermare. Anche se il prezzo da pagare è subito altissimo. Dopo aspri conflitti suo padre lo caccia di casa. La madre Felicia cerca di fare un mediazione tra padre e figlio, e in qualche occasione il padre tenta un riavvicinamento. Ma non basta; Peppino non torna sui suoi passi e non rinuncia alla sua guerra e usa anzi strumenti sempre più efficaci per mettere a nudo la vera natura di Cosa Nostra.

Il Sessantotto è alle porte e anche Peppino Impastato scopre una nuova dimensione dell’impegno politico.Intraprende delle battaglie di carattere sociale, come ad esempio la difesa dei terreni dei contadini che venivano espropriati per permettere l’ampliamento dell’aeroporto di Punta Raisi. Una questione delicatissima; nell’aeroporto si concentravano, infatti, gli interessi mafiosi dato che il controllo dello scalo siciliano implicava il controllo di tutti i traffici tra la Sicilia, il resto d’Italia e soprattutto verso l’America.

L’esperienza di Musica e Cultura
Intorno a Peppino si raccoglie un gruppo di giovani, animati dallo stesso spirito di ribellione, che organizza a Cinisi il circolo Musica e Cultura, che promuove attività di vario genere e che diventa un punto di riferimento fondamentale per tutti i giovani di Cinisi, attratti dall’unico luogo di aggregazione della zona. Musica e Cultura diventa il centro da cui partono le denunce verso l’operato mafioso, le devastazioni delle coste, l’abusivismo, tutti gli scempi subiti dal territorio. All’interno del circolo c’è anche il collettivo femminista, che discute della libertà della donna in un contesto particolarmente arretrato.
Oltre a quello impegnato, però, c’è un aspetto scanzonato nel carattere di Peppino Impastato; attraverso Musica e Cultura organizza concerti, cineforum, e finanche un carnevale alternativo.

Radio Aut e la trasmissione Onda Pazza
Nel 1977, con il boom delle radio libere, Peppino Impastato decide di fondarne una propria, a Cinisi. Con gli amici si procura in maniera rocambolesca l’attrezzatura e inizia le trasmissioni. La chiama Radio Aut e, nella trasmissione Onda Pazza, usa la satira per sbeffeggiare i capimafia e i politici locali rivelando trame illecite e attività illegali. Il bersaglio preferito è don Tano Badalamenti, l’erede di Cesare Manzella nonché l’amico di suo padre Luigi, soprannominato Tano Seduto.
Peppino Impastato per la prima volta fa nomi e cognomi, senza reticenze, cercando di rompere il tabù dell’intoccabilità dei mafiosi, in un paese dove la gente, al passaggio di Tano Badalamenti, quasi si inchina e dei boss non è prudente nemmeno pronunciare il nome.

La reazione di Tano Badalamenti
A quel punto don Tano Badalamenti convoca il padre di Impastato. Il messaggio è chiaro: tuo figlio la deve smettere, altrimenti lo ammazziamo. Il padre di Peppino, senza comunicare il motivo alla famiglia, va negli Stati Uniti a chiedere oltreoceano protezione per suo figlio. Ma pochi mesi dopo il suo ritorno, il 19 settembre 1977, Luigi Impastato muore, investito da una macchina.
Peppino Impastato si scaglia contro la gente che si reca a casa della famiglia per fare le condoglianze domandando come facessero, proprio loro che lo avevano ucciso, a presentarsi a casa sua.

Dopo la morte del padre Peppino non ha più nessuno che lo protegge dalle minacce di Badalamenti. Ma nonostante il dolore per la perdita del padre e il pericolo che sente crescere intorno a sé, Impastato non rinuncia alla sua battaglia. Nel 1978 si candida alle elezioni comunali nelle liste di Democrazia Proletaria, ma ormai il suo destino è segnato.

La morte di Peppino Impastato
L’8 maggio 1978 Peppino passa l’intera giornata e l’intera notte a Radio Aut, come spesso accadeva. Il giorno successivo va a salutare dei parenti americani in paese, poi si sarebbe dovuto incontrare con gli amici la sera per un comune impegno politico. Gli amici, non vedendolo arrivare, si mettono a cercarlo. A casa non sanno niente di lui. Così passa la notte; gli amici sono ormai certi che sia successo qualcosa. E in effetti qualcosa è successo, l’irreparabile: Peppino Impastato è stato ucciso, dilaniato da una bomba piazzata sulla ferrovia Palermo-Trapani.

Le indagini deviate
I familiari e gli amici non hanno dubbi, ad uccidere Peppino è stato Gaetano Badalamenti, eppure le indagini prendono tutt’altra direzione; si ipotizza il suicidio oppure che il giovane sia morto saltando per aria mentre preparava un attentato dinamitardo. Si indaga negli ambienti della sinistra extraparlamentare di Cinisi, si perquisiscono le case dei familiari e dei compagni alla ricerca di prove. Impastato è un terrorista o un suicida; questo è l’ultimo oltraggio della mafia contro il giovane che ha osato sfidarla. Nessuna indagine viene fatta sull’esplosivo, mentre vengono portati in caserma e interrogati i suoi più cari amici. La scena del crimine viene alterata, contrariamente ad ogni corretta procedura investigativa. Le prove, gli occhiali, le chiavi di Peppino Impastato, due pietre insanguinate sul luogo della morte, scompaiono nel nulla. Secondo Vincenzo Gervasi, legale della famiglia Impastato, si trattò di un vero depistaggio.

Al funerale di Peppino Impastato si presenta spontaneamente una folla di giovani, accorsi da tutta la Sicilia; Felicetta Vitale, la cognata di Peppino lo ricorda come “un momento di un’emozione unica”. Ma la gente di Cinisi non si presenta, e lascia la famiglia sola. “Neanche i vicini di casa” sottolinea con amarezza Felicia, la madre del giovane ucciso.

Le condanne tardive
Nel gennaio del 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Gaetano Badalamenti. Quattro anni dopo, però, l’inchiesta viene archiviata. Ci vogliono altri 7 anni perché Badalamenti venga effettivamente processato per l’omicidio di Peppino Impastato; ad inchiodarlo, questa volta, è la testimonianza di un pentito eccellente della mafia di Cinisi, Salvatore Palazzolo.
L’11 aprile del 2002, finalmente, il Tribunale emette la sentenza contro don Tano Badalamenti: ergastolo per l’omicidio Impastato, di cui viene identificato come mandante. Trent’anni per il suo luogotenente, Salvatore Palazzolo.

“Quello che ho fatto in vita mia lo ritornerei a fare. Credo di non avere fatto male e avere sempre cercato di fare bene. Possibilmente facendo bene ho fatto male.” Così diceva Tano Badalamenti nel 1997, intervistato da Ennio Remondino.

Gaetano Badalamenti è morto per arresto cardiaco il 29 aprile 2004, all’età di 80 anni, nel carcere di Ayer, negli Stati Uniti.
Salvatore Palazzolo è morto l’11 dicembre 2001.
Gli esecutori materiali di quell’omicidio non sono mai stati condannati.

 

Peppino Impastato
TG del 29/05/1978 – RaiPlay

Questo servizio risale al 29 maggio 1978, 20 giorni dopo l’assassinio di Peppino Impastato. Il fratello Giuseppe, sul luogo del delitto, descrive la dinamica dell’omicidio e spiega i sospetti nutriti da lui e dalla sua famiglia. I suoi amici e la madre Felicia sottolineano l’estraneità di Peppino da ogni forma di violenza e l’impossibilità che il suo fosse un atto terroristico.

 

 


La mamma di Peppino Impastato 
Archivio Antimafia
Pubblicato l’ 8 nov 2011

 

 

 

 

Foto da: canicattiweb.com

FELICIA

Tratto da “La bellezza e l’inferno” di Roberto Saviano

Per vent’anni. Per vent’anni, che è un tempo che se si chiudono gli occhi non si riesce neanche lontanamente a delineare. Per vent’anni Felicia ha cercato di lottare affinché la memoria di suo figlio non fosse cancellata e l’assenza di una sentenza di condanna non risucchiasse in un gorgo senza ricordo il senso di quello che suo figlio aveva fatto e tentato di fare. Peppino è stato per anni definito da certa stampa e da certi politici nient’altro che un mezzo terrorista morto mentre stava mettendo una bomba su un binario. La messinscena che i mafiosi di Badalamenti architettarono per non aver problemi proprio nel loro paese riuscì per ventiquattro lunghissimi anni.

La fragile Felicia ogni giorno continuava assieme a suo figlio Giovanni a guardare in volto le persone di Cinisi, i carabinieri, gli uomini di Cosa Nostra. Per vent’anni ha atteso che emergesse un frammento di verità e che Tano Badalamenti, il boss di Cosa Nostra che aveva ucciso suo figlio, fosse finalmente condannato. Felicia Bartolotta ha vissuto per vent’anni con l’assassino di suo figlio che spradoneggiava a Cinisi di ritorno dai suoi viaggi negli Usa, con Badalamenti che prima di essere sconfitto dai Corleonesi di Riina e Provenzano era l’incontrastato sovrano degli affari di Cosa Nostra.

In una bella intervista di qualche anno fa, avevano fatto a Felicia la solita domanda. Una domanda screanzata che fanno sempre ai meridionali. Una domanda screanzata ma ormai considerata normale quando si interloquisce con un uomo o una donna del Sud. “Perché non si trasferisce?” Lei aveva risposto con il suo solito resistere apparentemente ingenuo: “Io non mi posso trasferire in un altro paese, prima di tutto perché ho tutto qua: la casa qua, mio figlio ha il lavoro qua e poi devo difendere mio figlio!”. E l’ha difeso davvero. All’udienza in tribunale la piccola Felicia puntò il dito contro Badalamenti, lo fissò negli occhi e lo accusò di essere l’assassino di suo figlio, di averlo non solo ucciso ma dilaniato, di essere stato non solo un mafioso ma una belva. Badalamenti restò immobile, a lui al quale neanche Andreotti osò mai imporre parola sembrava impossibile essere accusato da quella vecchietta. Felicia se l’è portato dentro quel figlio, sino a quando dopo ventiquattro anni una sentenza e un film di successo, I Cento Passi, hanno dato finalmente memoria e verità a un ragazzo che non andò via dal paese e che volle schierarsi contro Cosa Nostra, svelandone le dinamiche attraverso la voce della sua piccola Radio Aut e pochi fogli ciclostilati. Una battaglia continua e solitaria da fare immediatamente “prima di non accorgersi di niente”.

Inviavo a Felicia gli articoli sulla camorra che scrivevo, così, come una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato. Un pomeriggio, in pieno agosto mi arrivò una telefonata: “Robberto? Sono la signora Impastato!” A stento risposi, ero imbarazzatissimo, ma lei continuò: “Non dobbiamo dirci niente, ti dico solo due cose, una da madre e una da donna. Quella da madre è “stai attento”, quella da donna è “stai attento e continua””.

Molti ragazzi oggi si sono radunati fuori casa di Felicia a omaggiare questa signora che sino alla fine ha combattuto con un fuoco perenne contro ogni certezza di sconfitta. Ma Cinisi è assente, niente sindaco, niente presidente della Regione, niente di niente. Meglio così. I sorrisi dei ragazzi venuti da tutte le parti della Sicilia sono assai migliori. I padroni di sempre però sono tornati e continuano a comandare. Ma lei è lì. Il suo corpo sereno. La verità è emersa, i ragazzi conoscono Peppino, sanno chi è stato, conoscono la strada che lui ha tracciato. La possono seguire. Ora poteva morire tranquilla. Addio Felicia.

 

 

 

 

Modena City Ramblers – I Cento Passi

 

 

 

 

foto da Lo Schiaffo

Articolo da Lo Schiaffo del 12 maggio 2008
Peppino Impastato: una vita spezzata, una lotta che continua
di Fabio Migliore

9 maggio 1978. Evocando questa data, a molti, forse a tutti, verrà in mente la tragica immagine del corpo del presidente della DC, Aldo Moro, ripiegato su se stesso nel cofano di una Renault parcheggiata lungo via Caetani. A pochi, forse nessuno, verrà in mente un’altra immagine: il corpo di un uomo, un militante di quelle piccole formazioni nate alla sinistra del PC, un siciliano che ha dedicato la sua “breve” vita alla lotta contro la mafia. Pochi avranno in mente l’immagine di quel corpo lungo la ferrovia di Cinisi, fatto a pezzi da una carica di tritolo. A pochi verrà in mente il nome di Giuseppe Impastato.

Peppino era di famiglia mafiosa. Mafioso era il padre, Luigi Impastato, costretto al confino durante la dittatura fascista. Addirittura capo-mafia di Cinisi era il cognato di Luigi, Cesare Manzella. Peppino scopre fin da ragazzo l’aria che si respira in famiglia. E non ci sta. Nel 1965, ad appena 17 anni, rompe con il padre e aderisce al PSIUP. Nello stesso anno fonda l’”Idea socialista”, foglio ciclostilato dal quale Peppino comincia a denunciare l’epidemia mafiosa che soffoca il suo paese. Negli anni successivi, percorre tutta la trafila dei gruppi extraparlamentari e dell’associazionismo di base: la Lega dei comunisti, il Pcd’I Linea Rossa, il Manifesto, Lotta Continua. Sono anni di grande fermento politico: le occupazioni delle università nel ’68, le manifestazioni contro l’esproprio delle terre ai contadini, la lotta affianco degli edili per il diritto al lavoro. Nel 1975 costituisce il circolo culturale “Musica e Cultura”, l’anno dopo fonda Radio Aut, radio indipendente autofinanziata, da cui denuncia i crimini di mafia. Particolare attenzione dedica a Gaetano Badalamenti, capo-mafia di Cinisi e vecchio “amico” di famiglia.

Nel 1978, decide di candidarsi con Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. La campagna elettorale è dura e faticosa, soprattutto per qualcuno che mette il “problema Mafia” al centro del dibattito. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio, a pochi giorni dalle elezioni, Peppino viene ucciso, fatto saltare in aria da una carica di tritolo lungo la ferrovia. Sarà comunque eletto al Consiglio comunale. Stampa, forze dell’ordine e magistratura, sosterranno per anni la tesi dell’atto terroristico, in cui l’attentatore (Peppino) sarebbe rimasto vittima. Solamente l’attività del Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e intitolato a Peppino 3 anni dopo, riuscirà a denunciare il depistaggio delle indagini, costringendo la magistratura a riaprire l’inchiesta. Il 5 maggio del 2001, Vito Palazzolo sarà condannato a 30 anni per omicidio. L’11 aprile del 2002, Gaetano Badalamenti riceverà una condanna all’ergastolo come mandante dell’esecuzione.

Venti anni di silenzio hanno avvolto la storia e la memoria di Peppino. Nel 2000, grazie all’uscita de “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, la storia di questo piccolo grande uomo ha appassionato migliaia di giovani. Peppino è diventato un simbolo di ideale, di lotta, un “Che Guevara di Sicilia“. Il Centro di documentazione “Giuseppe Impastato”, insieme al fratello di Peppino, Giovanni, e ai suoi compagni di lotta, ha organizzato una grande manifestazione contro la mafia in occasione del trentennale dalla morte. Molti sono i giovani, siciliani e non, che hanno ancora voglia di resistere, di lottare, e di gridare, come faceva Peppino nel suo giornale, che la mafia è “una montagna di merda“.

 

 

 

Sito Internet:
Peppino Impastato, una vita contro la mafia

Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato nasce nella primavera del 2005 a partire da esigenze emozionali, per parafrase un’espressione di Peppino, e dal bisogno di diffondere la verità e chiedere giustizia contro la violenza mafiosa. Mamma Felicia è stata la prima donna entrata a far parte, dopo il matrimonio, di una famiglia mafiosa che, in seguito alla tragica perdita del figlio, ha deciso di ribellarsi ai dettami della cultura dell’omertà e all’imposizione del silenzio aprendo le porte della sua casa a quanti fossero interessati a disvelare parte degli aspetti più corrotti della nostra società e dell’apparato istituzionale, semplicemente ascoltando le sue semplici e decise parole e i suoi racconti.

Felicia è scomparsa il 7 dicembre del 2004 dopo un lungo ed estenuante percorso per ottenere giustizia per il figlio Peppino lungo il quale ha sempre proseguito superando anche la stanchezza, la paura, la debolezza fisica, senza mai arrendersi di fronte agli innumerevoli ostacoli e alla sfacciataggine di chi, pur appartenendo al mondo istituzionale, ha più spesso tentato di cancellare la memoria di Peppino e di sporcarla, accusandolo di terrorismo o di aver commesso un suicidio eclatante. Non è mancato l’isolamento da parte dello Stato, alleggerito solo dall’incontro con magistrati onesti che, per l’intransigenza manifestata nel proprio lavoro, hanno spesso perso la propria vita.

La condanna di Gaetano Badalamenti, boss di Cinisi e bersaglio delle continue denunce e dell’impegno politico di Peppino, è arrivata solo nel 2002, 24 anni dopo l’assassinio. Il 7 dicembre del 2001, invece, la Commissione Parlamentare Antimafia ha consegnato a Felicia sulla porta di Casa Memoria la relazione approvata all’unanimità che riconosceva le responsabilità di magistrati ed alte cariche delle forze dell’ordine nel depistaggio delle indagini sul Caso Impastato. Felicia ha, quindi, portato a termine il suo compito e ci ha lasciato, non prima di aver strappato la promessa che le porte della sua casa avrebbero continuato ad essere aperte.

Casa Memoria è oggi un “altare laico”, come lo definisce Umberto Santino, presidente del Centro Impastato, un luogo di memoria e di divulgazione della verità e della cultura, un avamposto della resistenza contro il potere e contro la mafia, la testimonianza concreta di un’esperienza di lotta senza remore, di un’intera vita spesa con coraggio e determinazione. Sono migliaia le persone che hanno varcato la soglia di quella porta ormai simbolica alla ricerca di nuove conoscenze, di informazioni non distorte e di un momento di riflessione ed ognuno di loro si è riappropriato di un piccolo pezzo di libertà. Ad ognuno di loro va il nostro ringraziamento.

Per come aveva voluto Mamma Felicia la casa di Peppino è aperta per chiunque voglia visitarla.

Gli orari sono: dal Lunedì al Venerdì ore 10,00 – 12,30 ore 16,30 – 19,00
il Sabato su prenotazione.
Indirizzo: Corso Umberto 220 – 90045 Cinisi (PA)

Tel 0918666233 – 3341689181

 

 

 

Articolo da espresso.repubblica.it del 7 Maggio 2010
Impastato: lo uccise solo la mafia?
di Attilio Bolzoni
A 32 anni dalla morte, emergono nuovi interrogativi sull’omicidio del giovane giornalista antimafia. Perché molti dettagli fanno pensare che non sia stata solo Cosa Nostra. E quelli che depistarono le indagini sono gli stessi che poi si occuparono delle misteriose “trattative” seguite alle stragi del ’92.

Trentadue anni fa un giovane giornalista siciliano, Peppino Impastato, fu dilaniato da una bomba sui binari della ferrovia Trapani-Palermo. Per il suo omicidio è stato condannato all’ergastolo il boss dei Corleonesi Gaetano Badalamenti. Eppure, in quel delitto, molti sono ancora i punti oscuri. A iniziare dalle modalità dell’omicidio, diverso dai rituali mafiosi. Ma soprattutto è interessante il fatto che i depistaggi dell’inchiesta (inizialmente si cercarono gli autori del delitto tra gli amici della vittima) sia stato attuato dagli stessi personaggi che oggi emergono come protagonisti di quella trattativa tra mafia e Stato che seguì la stagione delle stragi. In altri termini, emerge l’ipotesi che il delitto Impastato sia stato voluto da quella “zona grigia” tra Cosa Nostra e lo Stato che sta emergendo in questi mesi.

La questione viene posta da questa pagina del nuovo libro di Attilio Bolzoni, “FAQ. mafia” (in uscita per Bompiani il prossimo 19 maggio) che ‘L’espresso’ anticipa qui di seguito in esclusiva.
Data la rilevanza del “sasso” lanciato da Bolzoni in queste righe, “L’espresso” lo ha anche intervistato in merito, approfondendo gli interrogativi sul caso Impastato: potete vedere e ascoltare l’intervista cliccando qui

“Ci sono stati depistaggi per proteggere mafiosi importanti?

Il più sfacciato è stato quello dell’inchiesta sull’omicidio di Peppino Impastato. Lo hanno fatto ‘suicidare’, lo hanno fatto diventare un terrorista. E invece era stato assassinato. Per ordine dei boss e, forse, anche di qualcun altro.

Peppino Impastato è morto il 9 maggio del 1978 sui binari della ferrovia Trapani-Palermo, dilaniato da una bomba. Nello stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, a Roma. Peppino aveva 30 anni, era figlio di un mafioso di Cinisi, militava nell’estrema sinistra e lavorava a Radio Aut, una radio libera. L’indagine sulla sua morte è stata truccata fin dalle prime ore. Dai carabinieri.

L’esplosivo usato per il presunto attentato era esplosivo da cava, eppure nei giorni successivi alla morte di Peppino i carabinieri non fecero neppure una perquisizione nelle cave intorno a Cinisi, che erano tutte di proprietà dei mafiosi. Inoltre, nella prima informativa non fecero menzione di una pietra ritrovata sul luogo del delitto: quella che probabilmente uccise Peppino Impastato prima che venisse ‘sistemato’ sui binari per sembrare un terrorista suicida. E ancora: nel primo rapporto che i carabinieri presentarono alla procura di Palermo, scrissero: “Anche se si volesse insistere su un’ipotesi delittuosa, bisognerebbe comunque escludere che Giuseppe Impastato sia stato ucciso dalla mafia”.

La mafia a Cinisi era Gaetano Badalamenti, il boss che Peppino Impastato attaccava ogni giorno dai microfoni di Radio Aut, irridendolo col nome di Tano Seduto ; lo stesso Badalamenti che aveva stretto rapporti con alcuni alti ufficiali dell’Arma. Era lui il boss da proteggere. E, probabilmente, Gaetano Badalamenti non era l’unico a volere morto Peppino Impastato.

Tutta l’inchiesta, fin dall’inizio, si è concentrata esclusivamente sulla ricerca di accuse contro la vittima. C’è stato un depistaggio sistematico – e forse pianificato ancor prima dell’omicidio – che è sempre apparso “sproporzionato” per coprire soltanto un mafioso, sia pure un grande capo di Cosa Nostra come Gaetano Badalamenti. Anche il delitto Impastato, dopo tanti anni, sembra uno di quegli omicidi dove è probabile che si sia registrata una “convergenza di interessi”. Il fascicolo giudiziario su Peppino Impastato è rimasto per almeno dieci anni “a carico di ignoti”. Ci sono voluti altri dieci anni per riaprire le indagini. E altri quattro ancora per condannare Gaetano Badalamenti come mandante del delitto. Un po’ di giustizia è stata fatta nel 2002: in un altro secolo. Ma ci sono ancora molti misteri. Testimoni che non sono stati mai ascoltati. E protagonisti di quell’inchiesta che, tanto tempo dopo, sono scivolati nelle indagini sulle trattative fra mafia e Stato a cavallo delle stragi del 1992″

(Tratto da  ‘FAQ MAFIA’, Bompiani, collana diretta da Sergio Claudio Perroni)

 

 

 

Articolo dell’8 Aprile 2011 da Antimafia Duemila
Delitto Impastato: fratello a pm, ”Vi fu depistaggio”

Palermo. Giovanni Impastato, fratello del militante di Dp Peppino, assassinato dalla mafia 32 anni e 11 mesi fa, è stato sentito questa mattinadal pm di Palermo, Francesco Del Bene. Si è presentato spontaneamente in procura per denunciare un «depistaggio che fu orchestrato a partire dal 9 maggio 1978 da figure istituzionali conÿ lo scopo di nascondere la vera matrice dell’uccisione di mio fratello», ha detto. Secondo la Procura, però, in questo momento non ci sono gli elementi per riaprire l’indagine. Un nuovo impulso potrebbe, secondo Giovanni Impastato, venire dai documenti sequestrati dai carabinieri poco dopo l’omicidio. «I carabinieri si presentarono nella nostra casa – ha raccontato – per perquisirla e sottrarre gli oggetti personali di Peppino (compresi libri, documenti)ÿ gettandoli alla rinfusa in grossi sacchi neri». Di questi documenti, libri e appunti non c’è più traccia. Non sono, infatti, presenti nel fascicolo dell’inchiesta e non sono nemmeno nel deposito corpi di reato. Per i pm l’unica possibilità è che siano ancora negli uffici dei carabinieri, che non li avrebbero restituiti alla famiglia dopo il dissequestro. Proprio per accertare questa evenienza, Del Bene inoltrerà una richiesta ai militari dell’Arma. «Vogliamo rientrare in possesso dei documenti appartenenti a Peppino – ha concluso Giovanni – sperando che siano ancora reperibili, per conservarli nella sede di Casa Memoria e renderli consultabili allo scopo di chiarire alcuni passaggi chiave dell’omicidio Impastato che ricalcano, in ogni caso, lo stesso copione utilizzato anche per nascondere le colpe dello Stato in seguito alle principali stragi avvenute nel nostro paese». (ANSA)

 

 

 

Articolo del 18 Febbraio 2012 da  antimafiaduemila.com
Per amore di Peppino non tacerò 
di Salvo Vitale

Il caso di Peppino Impastato è stato e continua ad essere un esempio tipico di depistaggio che, ad oggi continua e si allarga anche verso direzioni impensabili. In principio non interessava nessuno. Anni di lotte, di iniziative, di richieste di giustizia, sono passati in silenzio, magari con qualche trafiletto di giornale.

Cominciò dal momento della sua morte, nelle squallide stanze della caserma di Cinisi, quando i compagni di Peppino vennero messi sotto torchio dal giudice Signorino, dal maresciallo Travali e dal tenente Subranni, alla ricerca, ostinata quanto inutile, di qualcosa che potesse avallare la comoda ipotesi di un attentato terroristico compiuto da un esaltato che era andato a mettere una bomba sui binari della ferrovia, per far saltare un treno, ma che era saltato in aria a causa della sua inesperienza nel maneggiare gli esplosivi. Anzi, era possibile che con lui ci fosse un complice: in tal senso si perquisirono le case di cinque  compagni.

Qualche giorno dopo, con il ritrovamento della famosa “lettera”, si passò a un’altra ipotesi: suicidio. Quando ci si accorse, (grazie alle mie ricerche), che quella lettera era datata sei mesi prima e che ne esisteva un’altra riveduta e corretta, cominciò a essere presa in considerazione l’ipotesi dell’omicidio. In un contesto di magistrati, come il procuratore  Scozzari, il procuratore aggiunto Giovanni Martorana, il procuratore generale Giovanni Pizzillo, tutti schierati sull’ipotesi  dell’attentato terroristico, si parlò di un intervento del procuratore capo Gaetano Costa, che avrebbe chiesto al giudice Signorino di valutare attentamente l’ipotesi dell’omicidio. Di fatto , dopo nove mesi, quando avevamo smesso di sperare,  l’indagine venne formalizzata e affidata al giudice Rocco Chinnici, sino ad arrivare, nel 1984, alla chiusura dell’inchiesta fatta dal giudice Antonino Caponnetto , con la conclusione  “omicidio ad opera di ignoti”, e con la considerazione che gli “ignoti” erano da identificare nei mafiosi di Cinisi, contro i quali non si poteva procedere per mancanza di prove.

Scrissi allora, con la collaborazione di Felicetta Vitale,  un dossier dal titolo: “Notissimi ignoti”, indicando i nomi dei possibili assassini e facendo una considerazione: se, secondo Buscetta, Badalamenti venne “posato” da Cosa Nostra ai primi mesi del ’78, l’omicidio (9 maggio) avrebbe potuto essere stato organizzato dal cugino Nino Badalamenti, che allora era stato nominato capofamiglia di Cinisi, mentre, se il boss fu posato nel settembre del 78, come sostiene Falcone, allora non c’erano dubbi  sull’autore del delitto, perché a Cinisi, diceva Peppino, “Non si muove foglia che Tano non voglia”.
Inizialmente tra alcuni compagni circolò l’idea che ci fossero in mezzo i servizi segreti, magari con la complicità di gruppi neofascisti: ricordavano di avere letto o ricevuto alcune lettere contenenti minacce di morte, firmate SAM (squadre d’azione Mussolini): cominciò a diffondersi la voce che Peppino era sulle tracce di un traffico d’armi, che aveva un dossier segreto e che aveva detto a un compagno: “Tra qualche giorno questa radio diventerà famosa”. La notizia improbabile della presunta esistenza di un dossier, venne anche pubblicata sul Giornale di Sicilia su segnalazione dell’avvocato Turi Lombardo, che allora aveva assunto, assieme a Nuccio Di Napoli,  la difesa della famiglia Impastato. Dietro ciò, di vero c’era  solo che mesi prima, alcuni compagni, su sollecitazione di Peppino, avevano  scattato una serie di fotografie ad una nave in sosta al largo nel mare prospiciente l’aeroporto, dalla quale alcuni elicotteri scaricavano armi per portarle alla vicina base Nato di Isola delle Femmine.

Intanto tentavamo di ricostruire gli ultimi movimenti di Peppino. La titolare del bar Munacò, che era il nostro punto di ritrovo, affermava che, attorno alle ore venti egli era passato di là e aveva ordinato un whisky 69. Peppino beveva qualche fernet e nessuno lo aveva mai visto bere whisky; e poi, che ci faceva a quell’ora al bar? Non avrebbe dovuto andare a salutare, a casa,  i parenti venuti dall’America?  Aveva qualche appuntamento con una persona di cui si fidava, che gli passava alcune informazioni e che lo avrebbe consegnato ai suoi assassini?  Addirittura cominciò a circolare la voce di un possibile traditore, tra i compagni.

Altre ipotesi depistanti vennero fuori allorchè venne, per la seconda volta, riaperta l’inchiesta  nel 1986 dal giudice Ignazio De Francisci che prese in considerazione due ipotesi , ovvero che  ad uccidere Peppino sarebbero stati i “corleonesi” di Totò Riina, per mettere in cattiva luce Badalamenti, facendo ricadere su di lui l’omicidio, oppure che nel delitto, secondo l’affermazione del neofascista Angelo Izzo, che l’avrebbe appreso dall’altro neofascista Pierluigi Concutelli, sarebbero stati implicati elementi di estrema destra e, in particolare, un tal Roberto Miranda, detto “Il Nano”. Concutelli negò e l’inchiesta si chiuse  nuovamente senza risultati.

Nel 1998 si arriva al processo  che dura sino al 2002, nel corso del quale il depistaggio è portato avanti dall’avvocato siciliano di Badalamenti, Paolo Gullo,  arroccato all’ipotesi dell’attentato , e dall’avvocato americano del boss, che invece tenta di scaricare l’omicidio  sui corleonesi. Nel frattempo esce il film “I cento passi”, (2000) la Commissione parlamentare Antimafia conclude i suoi lavori accertando il depistaggio delle indagini, (1998-2000); escono alcuni libri sulla vita e sul lavoro politico di Peppino, che diventa una sorta di icona nazionale dell’antimafia.

Credo che la sentenza sia stata il punto più alto della nostra lotta. Il Centro Impastato e il fratello Giovanni hanno chiesto che si allargasse l’inchiesta ai responsabili del depistaggio. La Procura di Palermo, e, in particolare i giudici Ingroia e Del Bene ha accettato questa richiesta avviando un’indagine che non si presenta facile, sia per il tempo intercorso, circa 33 anni, sia perché molti dei responsabili non sono più in vita, sia perché quelli che possono testimoniare, difficilmente saranno disposti a mettere in discussione il loro operato o a dichiarare cose diverse da quelle dette al processo o alla Commissione Antimafia: qualcosa del genere si è verificata proprio in questi giorni, con l’audizione del Generale Subranni, che non ha ritrattato di una virgola la presunta correttezza dei suoi rapporti, nei quali scriveva che Peppino era un terrorista e la mafia era innocente.

Molti giornali, partendo dall’ipotesi che “Peppino fa notizia”, manipolando certe discutibili affermazioni, hanno costruito  castelli di ipotesi fantasiose  e misteriose piste occulte che rischiano  di sollevare un polverone e di continuare a tenere accesi i riflettori su un caso che, giudizialmente sembra da tempo arrivato alla sua naturale conclusione.
E’ cominciato nel passato mese di luglio, allorchè si è dato per certo che, nei sotterranei  o negli archivi del Palazzo di Giustizia di Palermo giacessero, non si sa dove,  buona parte di documenti e scritti sottratti dalla casa di Peppino Impastato, al momento della perquisizione fatta dopo la sua morte. Si è parlato di quattro sacchi di materiale portati via.  Per quel che conosciamo di Peppino tutti coloro che gli siamo stati vicini, possiamo escludere che, tra le sue carte, esistessero  documenti segreti che potessero contenere chissà quali rivelazioni.

Il battage mediatico è continuato con l’individuazione della casellante che sarebbe stata in servizio la notte del 9 maggio 1978 nei paraggi del posto in cui si verificò l’esplosione che dilaniò il corpo di Peppino: una vecchietta di 85 anni, che ha dichiarato di non ricordare niente e di non aver sentito niente: eppure c’è stato chi ha ritenuto questo fatto “importante” e chi ha scritto su un giornale che si trattava di “un teste fondamentale per il processo”.

Successivamente sono stati rispolverati i nomi di neofascisti degli anni 70, quasi a volere ipotizzare occulti legami tra fascisti e mafiosi nell’omicidio di Peppino: si sa che Badalamenti ebbe un contatto con Junio Valerio Borghese, quando nel 1970 costui meditava di fare un colpo di stato, ma i rapporti vennero presto interrotti: i suoi referenti politici a Cinisi non erano i neo-fascisti, ma i socialdemocratici di Leonardo Pandolfo e i democristiani.

In questi giorni è rispuntata la pista dei due carabinieri uccisi nel 1976 presso la casermetta di Alcamo Marina: una strage a sangue freddo, della quale, all’inizio furono incolpati quattro  alcamesi (Gulotta, Santangelo, Ferrantelli ,Vesco) e un partinicese (Mandalà). Dei cinque  Mandalà è morto in carcere di cancro, Vesco , come scritto da lui stesso alla madre, “è stato suicidato”  sei mesi dopo il suo arresto, malgrado avesse un braccio solo, Gulotta, massacrato di botte , assieme a Ferrantelli e Santangelo, è stato costretto  a confessare  un delitto che non aveva commesso, è stato condannato all’ergastolo e liberato dopo 20 anni, perché riconosciuto innocente:  gli altri due sono scappati in Brasile.

Ma il caso di Vesco è ancora più inquietante:  si è detto che era un anarchico, ma forse neanche lui sapeva di esserlo. Venne  arrestato alcuni giorni dopo il delitto, perché trovato in possesso di una pistola; durante una sua precedente detenzione al carcere di Favignana avrebbe frequentato un brigatista rosso che gli avrebbe fatto “prendere coscienza”.  Chi conduceva le indagini, si è lanciato a testa bassa verso un’ipotetica pista rossa incolpando prima le Brigate Rosse, che hanno subito smentito, e poi effettuando una serie di perquisizioni presso le case di esponenti noti di estrema sinistra, , cinque a Castellammare e tre a Cinisi, compresa quella presso  la casa di Peppino Impastato. Oggi leggiamo su qualche giornale che Peppino avrebbe raccolto in una “cartelletta” elementi riguardanti la strage di Alcamo e che quella specie di dossier  non si è più trovato.  Di vero c’è solo che i compagni di Castellammare e quelli di Cinisi, vicini a Lotta Continua,  scrissero un volantino sull’episodio, ma nessuno  ricorda l’esistenza di cartellette, né, come ci è capitato di leggere in un’altra notizia stampa,  che Peppino raccogliesse elementi da trasmettere sulla sua radio, anche perché in quel periodo Radio Aut non esisteva ancora. Insomma, troppi dossier in giro misteriosamente scomparsi. Di ciò su cui non c’è nulla si può dire di tutto.

Il pentito Vincenzo Calcara, al processo per Gullotta ha sostenuto che i due ventenni carabinieri furono uccisi perché avevano fermato un mezzo con un carico di armi destinate all’organizzazione parafascista Gladio, che, nella zona limitrofa, a Castelluzzo, aveva una base con un piccolo aeroporto. Secondo le  dichiarazioni di Calcara i due militi sarebbero stati uccisi da emissari della mafia alcamese, su probabile ordine di esponenti di Gladio. Del tutto strana la scoperta del delitto, fatta dagli uomini della scorta di Almirante che, trovandosi di passaggio, alle sette di mattina, da quelle parti, videro la porta della casermetta aperta, si fermarono, vi entrarono e trovarono i cadaveri. Così com’è oscuro  l’omicidio-suicidio di Vesco.

Ma qua passiamo nel profondo giallo e l’ipotesi di un accordo tra mafiosi e neofascisti prenderebbe corpo, magari collegando il fatto che la moglie del capomafia di Alcamo Vincenzo Rimi, era sorella di Teresa Vitale, moglie di Gaetano Badalamenti. E  si aggiungono altri curiosi elementi : sul sito M News.it  del 16 febbraio 2012 leggiamo che la “perquisizione a casa di Peppino Impastato venne condotta da un uomo di fiducia del capitano Giuseppe Russo: il nome del militare oggi in congedo, al momento top secret, è al vaglio degli inquirenti”, ma si tratta dello stesso che partecipò agli interrogatori degli arrestati per la strage di Alcamo Marina.

E chi è il colonnello Giuseppe Russo? Secondo il pentito Francesco Di Carlo “La stazione dei carabinieri di Cinisi non li disturbava ai mafiosi,  facevano finta di niente perché ci avevano fatto parlare il colonnello Russo. Al colonnello Russo ci avevano fatto parlare i Salvo e Tanino Badalamenti e si comportavano bene”. Anche secondo il pentito Francesco Onorato “era risaputo che il Badalamenti avesse nelle mani i carabinieri del territorio di sua pertinenza”. La cosa, se vera, avrebbe una sua possibile spiegazione nel fatto che Luciano Liggio aveva deciso di eliminare il colonnello Russo, ma Gaetano Badalamenti si era opposto. La notizia è confermata da Giovanni Brusca. In tal senso Russo si sarebbe sdebitato nei confronti di chi lo avrebbe salvato, anche se lo stesso sarà ucciso alcuni mesi dopo, (20 agosto 1977) nel bosco della Ficuzza, a Corleone, assieme all’insegnante Costa.

E così abbiamo altri elementi per fantasticare: Russo, o un suo uomo di fiducia, che conduce le indagini ad Alcamo e compie la perquisizione a casa di Peppino, Russo molto vicino a Badalamenti, Badalamenti cognato del boss di Alcamo, che avrebbe deciso l’eliminazione dei due carabinieri, testimoni di un passaggio di armi dalla mafia a Gladio, oppure da Gladio alla mafia. Tutto questo non vuol dire niente o vuol dire ben poco se non ci sono riscontri che consentano di andare oltre le coincidenze o le presenze comuni.

Di queste coincidenze, che aprono la strada a spericolate fantasie, per non chiamarle depistaggi, ne sono state  sparate troppe:  Peppino ucciso il 9 maggio stesso giorno di Moro: c’è un rapporto tra i due fatti: e, attraverso complicati percorsi si scopre, o si vuol far credere di scoprire, che Gaetano Badalamenti sarebbe stato contattato da uomini dello stato affinchè, tramite uno della sua cosca, che allora era in carcere, si mettesse d’accordo con un esponente delle Brigate Rosse, in carcere con lui, per intercedere per la salvezza di Moro: e così, essendo venuto a conoscenza della volontà delle Brigate Rosse di uccidere Moro, avrebbe deciso di fare uccidere Peppino nello stesso giorno, sperando che il delitto passasse inosservato o non vi si desse troppa attenzione. Geniale!!!

Oppure: il padre di Peppino è ucciso in un incidente sulla strada provinciale per Cinisi, in tarda serata. L’antefatto:  Luigi Impastato sta per chiudere la pizzeria e dice al cugino e socio: “io comincio a fare due passi, quando finisci ti fermi a prendermi”. Sulla via, dove allora c’era buio pesto, arriva a sostenuta velocità la signora Di Maria, reduce da una visita alla sorella di Carini, seguita da un’altra macchina guidata dal cognato. L’impatto con Luigi, che era ai bordi della strada, è violento e lo testimonia, come dice la stessa signora, un’ammaccatura della macchina vicino al faro destro. Peppino che, ai funerali non dà la mano ai mafiosi non lo fa perché li ritiene gli assassini di suo padre, ma perché li disprezza. E tuttavia, con il passar del tempo si è cominciato a costruire il romanzetto secondo cui Luigi vivo era la garanzia che Peppino non sarebbe stato ucciso, sia perché non poteva farsi uno sgarbo a un uomo d’onore, sia perché avrebbero potuto nascere questioni con la cosca degli Impastato. E allora bisognava uccidere Luigi per uccidere Peppino. Bella storiella a cui, purtroppo è stato dato spazio, magari con l’avallo della ricostruzione fatta nel film, la quale lascia adito a questo sospetto.

Sorvoliamo su tutte le altre mistificazioni, generate da alcuni riferimenti fatti nel film su episodi che, da verisimili sono diventati veri e sui tentativi, sempre più frequenti in questi ultimi anni, di fare diventare Peppino come un esempio di lotta per il rispetto delle leggi dello stato, come un modello per promuovere l’educazione alla legalità, intesa come obbedienza passiva alle regole. La riduzione di Peppino ad icona per la salvaguardia delle istituzioni è  una forzatura che contraddice tutte le sue scelte di ribelle, di agitatore, di comunista.

Non c’è dubbio che il rapporto con le istituzioni, dagli anni 70 ad oggi è profondamente cambiato, ma non sono cambiate le “idee” di Peppino. I compagni che ne costudiscono la memoria sanno bene che dietro certe ricostruzioni forzate della sua immagine c’è spesso voglia di protagonismo o desiderio giornalistico di stupire “arrangiando” una notizia. Per questo, conservo la stima nei confronti dell’operato dei giudici che cercano di scoprire nuove piste: quella della stagione dei depistaggi, del tentativo di ricercare colpevoli di misfatti tra elementi dell’estrema sinistra, è stata una strategia comune sia per il delitto di Alcamo Marina che per quello di Peppino. Ma già era iniziata nel 68, con la strage di Piazza Fontana. In quegli anni Dalla Chiesa comandava la caserma Cascino. Dalla Chiesa, Russo, Subranni: due di essi  sono stati uccisi dalla mafia e l’ipotesi di misteriosi contatti tra poteri occulti (mafia, massoneria, neofascismo) rimane avvolta dalla nebbia dei misteri italiani irrisolti.

Per fortuna, nel caso di Peppino, una soluzione c’è stata, conquistata dopo 22 anni di lotte,  illusioni, speranze, delusioni, soddisfazioni, certezze. È il caso di rimetterla in discussione?

 

 

 

Articolo del 10 gennaio 2015 da  loraquotidiano.it   
Il gip ordina nuove indagini: “Depistaggi su inchiesta Impastato”
Il giudice per le indagini preliminari Maria Pino respinge la richiesta d’archiviazione, ordinando al pm Del Bene di continuare ad indagare sulle manovre dei carabinieri dopo l’omicidio del militante di Democrazia Proletaria. Indagati Subranni, Canale, De Bono e Abramo.
di Patrizio Maggio

Una nuova indagine sui depistaggi commessi dagli inquirenti dopo l’assassinio di Peppino Impastato. Lo ha deciso il giudice per le indagini preliminari di Palermo Maria Pino, respingendo la richiesta d’archiviazione del sostituto procuratore Francesco Del Bene. Come racconta l’edizione palermitana di Repubblica, per il pm sarebbero prescritti i reati di favoreggiamento e falso addebitati al generale dei carabinieri Antonio Subranni, e i sottufficiali Carmelo Canale, Francesco De Bono e Francesco Abramo. Le indagini erano partite nel 2011, dopo la denuncia di Giovanni Impastato, fratello del militante di Democrazia Proletaria, assassinato il 9 maggio del 1978 a Cinisi  “La notte in cui morì Peppino –  ha raccontato Giovanni Impastato al Fatto Quotidiano– i carabinieri vennero a casa nostra e sequestrarono diversi documenti appartenuti a mio fratello che raccolsero in 4 grossi sacchi neri. Quando anni dopo chiesi la restituzione dei documenti mi riconsegnarono soltanto 6 volantini. Che fine ha fatto tutto il resto del materiale appartenuto a Peppino? Perché è svanito?”.

Durante le indagini il pm Del Bene, ha trovato un verbale dei carabinieri con scritto: “Elenco del materiale sequestrato informalmente a casa di Impastato Giuseppe”. Un sequestro informale dunque, ovvero un sequestro non ufficialmente autorizzato, e soprattutto non previsto dal codice: da qui l’accusa di falso. Del Bene ha trovato anche un altro elenco, questa volta formale, in cui i carabinieri avevano appuntato soltanto l’avvenuto sequestro di sei fogli tra lettere e volantini, che contenevano scritti d’ispirazione politica e con propositi di suicidio.

Ma nei documenti sequestrati a casa di Peppino Impastato c’era anche altro. “Ricordo che mio fratello poco prima di morire – racconta sempre Giovanni Impastato – si stava interessando attivamente alla strage della casermetta di Alcamo Marina, che nel 1976 costò la vita a due giovani carabinieri. In seguito a quel fatto, gli uomini dell’Arma vennero a perquisire casa nostra dato che mio fratello era considerato un estremista. Da lì Peppino iniziò a raccogliere informazioni sulla questione, notizie che accumulava in una specie di dossier: una cartelletta che fu sequestrata e mai più restituita”.

Nella strage della casermetta furono assassinati, la notte del 27 novembre 1976, i carabinieri Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta. Per il duplice omicidio furono condannati quattro giovani, Giuseppe Vesco, Gaetano Santangelo, Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli; Vesco morì in carcere in strane circostanze, mentre gli altri tre furono torturati e convinti a suon di botte a firmare la confessione. Un delitto strano maturato in un contesto inquietante, dato che oggi sia Gulotta, che Santangelo e Ferrantelli sono stati assolti nel nuovo processo di revisione: gli autori della strage dunque rimangono oggi senza volto. Continuerà ad indagare sui depistaggi delle indagini sul caso Impastato, invece, il pm Del Bene: tra gli indagati, soltanto Canale ha rinunciato alla prescrizione. Gli altri, se accusati solo di favoreggiamento e falso, sono protetti dalla prescrizione.

Nel 2011, indagando sui possibili depistaggi, gli investigatori avevano scoperto l’esistenza di una possibile testimone chiave del delitto Impastato: si chiama Provvidenza Vitale, ed era la casellante di turno al passaggio a livello di Cinisi la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978. Negli ultimi trent’anni, però, i Carabinieri di Cinisi non sono riusciti a trovarla: sui verbali scrissero che la donna era “irreperibile”. E invece non si è mai mossa da Cinisi: e oggi che ha 91 anni, della notte in cui fu ammazzato Impastato, ricorda ben poco.

 

 

 

Foto da: antimafiaduemila.com

Fonte:  antimafiaduemila.com
Articolo del 9 maggio 2018
Peppino Impastato, la voce denuncia contro la mafia
di Davide de Bari
A quarant’anni dal suo omicidio le sue parole sono ancora attuali

Era la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 quando Cosa nostra fece saltare in aria Peppino Impastato. Intorno alle 20.15, il giovane lasciò la redazione di “Radio-Aut”, salì in auto e si avviò verso casa. La sua Fiat 850 fu fermata lungo il tragitto, all’altezza della litoranea Terrasini-Cinisi. Peppino fu stordito e condotto con la sua auto nel luogo dove venne torturato. Questo, però, non era abbastanza, gli assassini vollero sfigurare il suo corpo. Così inscenarono un “attentato-suicidio”. Presero il corpo di Peppino e lo legarono ai binari con una carica esplosiva. Il suo corpo fu fatto a pezzi, ma la mafia non riuscì a ridurre al silenzio la sua voce, a fermare il coraggio delle parole che nessuno osava pronunciare; a bloccare le sue idee che ancora oggi sono un esempio.

Il coraggio della denuncia
Peppino Impastato nacque a Cinisi da una famiglia mafiosa. Suo padre Luigi era il cognato del capomafia del paese, Cesare Manzella. Ma oltre a questo, era amico di uno dei boss più potenti di Cosa nostra, Tano Badalamenti. Peppino, però, aveva altri interessi che andavano in contrasto con quelli della sua famiglia. Aveva una passione politica innata che fin da bambino mostrava nell’ascoltare i comizi politici del paese, come ricordava l’intellettuale siciliano Stefano Venuti: “Ai miei comizi ricordo sempre presente un ragazzino che, mentre tutti quelli della sua età giocavano e correvano, se ne stava seduto sul marciapiede ad ascoltare per tutto il tempo. La prima impressione che ebbi quando lo conobbi, fu quella di un ragazzo dotato di entusiasmo e di un desiderio enorme di giustizia, pulizia, di onestà”. L’interesse verso l’attivismo sociale lo spinse a intraprendere un percorso politico-culturale.
Peppino fondò il giornalino “L’idea socialista” e aderì al PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria). Si occupò dei problemi del mondo operaio e contadino, della condanna del militarismo americano, dell’autoritarismo sovietico e dell’antifascismo. L’attività che Peppino portava avanti non piaceva per nulla alla cosca mafiosa, che accusava il padre Luigi di non aver saputo educare il figlio secondo le “giuste regole” o peggio di averne fatto un nemico. Questo fu il motivo di rottura con suo padre, che lo cacciò via di casa e ne prese pubblicamente le distanze. “Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65 su basi puramente emozionali: – scriveva il giovane in una nota autobiografica – a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare divenuta ormai insostenibile”.
Dal 1968, Peppino militò nei gruppi di Nuova Sinistra, occupandosi delle lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo (nel territorio di Cinisi) e quindi anche della speculazione edilizia che stava prendendo piede. “L’attività di Impastato si colloca in un periodo di transizione e può considerarsi una sorta di ponte tra passato e futuro. – scriveva Umberto Santino in “Storia del movimento antimafia” (ed. Riuniti) – Egli è insieme l’erede del vecchio movimento antimafia e il pioniere della nuova fase di lotta”. Il giovane si avvicinò al movimento “Lotta continua” ed è qui che “Conosco Mauro Rostagno: – scriveva in un appunto – è un episodio centrale della mia vita degli ultimi anni”. Rostagno e Danilo Dolci furono, infatti, delle figure importanti per la formazione politica di Impastato.
Peppino costituì anche il gruppo “Musica e cultura” che svolgeva attività culturali come eventi musicali, teatrali e dibattiti. La vera svolta arrivò con la fondazione di “Radio-Aut” insieme ai suoi compagni di lotta (Ciccio, Benedetto, Giampiero, Guido e altri), per denunciare la mafia del suo paese e le speculazioni per poi passare al traffico internazionale di droga che si nascondeva dietro la realizzazione del nuovo aeroporto. Ma il personaggio di primo piano che Peppino prese di mira fu il capomafia Tano Badalamenti. “C’è il grande capo, i due grandi capi, Tano Seduto e Geronimo Stefanini, sindaco di Mafiopoli… – diceva il giovane nel suo programma “Onda pazza” il 7 aprile ’78 – Sì, i membri della Commissione discutono… c’è qualche divergenza ma sono fondamentalmente d’accordo. Sì, si stanno mettendo d’accordo sull’approvare il progetto Z-11”. Fu proprio per questo suo sbeffeggiare l”’onore” dei mafiosi e dei politici della città, insieme al suo attivismo, che portò il boss Badalamenti a decidere la sua condanna a morte. Peppino fu assassinato il giorno prima delle elezioni comunali in cui si era candidato con la lista di Democrazia Proletaria.

L’accertamento della verità
Il 9 maggio 1978 non fu solo Peppino a morire, ma anche il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, rapito dalle Brigate Rosse e dopo 55 giorni di prigionia ritrovato senza vita in una Renault 4 in via Caetani a Roma, a poca distanza dalla sede nazionale del Partito Comunista Italiano e da quello della Dc. Per questo l’omicidio di Peppino passò quasi inosservato. Secondo i carabinieri, coordinati dall’allora capitano Antonio Subranni: “Anche se si volesse insistere su un’ipotesi delittuosa – si legge in un rapporto alla magistratura – bisognerebbe comunque escludere che, Giuseppe Impastato sia stato ucciso dalla mafia”. Ipotesi che per i carabinieri si concretizzò con una lettera di Peppino, scritta un anno prima, trovata durante una perquisizione nella dimora di Impastato: “Medito sulla necessità di abbandonare la politica e la vita… oggi ho provato un profondo senso di schifo”. Solo la famiglia di Peppino, la madre Felicia Bartolotta. il fratello Giovanni e la cognata Felicetta, insieme ai compagni Salvo Vitale e Umberto Santino diventeranno i veri custodi della memoria, ma furono soprattutto coloro che fin dall’inizio accusarono Tano Badalamenti. La famiglia presentò un esposto alla procura di Palermo, sostenendo che il loro congiunto era stato ucciso dalla mafia.
Nel maggio 1984 il tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici (assassinato da Cosa Nostra il 29 luglio 1983), emise una sentenza, firmata da Antonino Caponnetto, che riconosceva la matrice mafiosa del delitto.
Una svolta fu data dalla rivelazione di Felicia quando ricordò la circostanza in cui il marito Luigi disse a una famigliare americana: “Prima di uccidere Peppino debbono uccidere me”. Era chiaro Cosa nostra aveva deciso già la morte del giovane comunista. Questo però non bastò per riaprire le indagini, che furono archiviate sia nel ’84 che nel ’92. Solo grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Salvatore Palazzolo, che identificò Badalamenti come mandante, e le forti pressioni della famiglia, il caso venne riaperto e si andò a processo. Il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise di Palermo condannò Vito Palazzolo a 30 anni di carcere, mentre l’11 aprile 2002 la Terza Sezione riconobbe come mandante dell’omicidio Impastato Gaetano Badalamenti, condannandolo all’ergastolo. Finalmente la giustizia era arrivata e mamma Felicia poté festeggiare con grande gioia il suo primo compleanno dopo la sentenza: “E’ il primo compleanno che vivo con la pace nel cuore”. Anche la Commissione parlamentare antimafia, il 6 dicembre 2000, approvò la relazione sul “caso Impastato” in cui si riconobbero le responsabilità delle istituzioni nel depistaggio delle indagini sul delitto di Peppino.
E’ sempre su questa pista che proseguono le indagini. La Procura di Palermo nel 2011 ha aperto un’indagine sulla sparizione dell’archivio di Impastato durante la perquisizione dei carabinieri. Sono quindi indagati per favoreggiamento il generale Antonio Subranni e per falso i sottufficiali che all’epoca condussero la perquisizione a casa di Peppino: Carmelo Canale, Francesco De Bono e Francesco Abramo. Ancora oggi il caso del giovane rivoluzionario di Cinisi non è chiuso.
Il coraggio di Peppino continua ad essere oggi uno sprone per chi non riesce a trovare il suo stesso coraggio di denunciare, per poter essere liberi fino in fondo. Un grazie va a chi ancora oggi ricorda la storia di Peppino, come la sua famiglia e i suoi compagni. Ma anche a chi attraverso film e libri ha permesso che l’impegno di Peppino non fosse stato vano e che le generazioni potessero conoscere.
Oggi non ci resta che andare avanti con il suo stesso impegno e coraggio.

 

 

 

Fonte antimafiaduemila.com
Articolo dell’8 maggio 2018
Peppino Impastato, sul depistaggio una lotta che non si può fermare
di Aaron Pettinari
A 40 anni dal delitto restano troppi buchi neri

“La linea scelta nell’accertamento delle cause e degli autori dell’assassinio è il frutto di un atto positivo di volontà, di una precisa scelta. Non negligenza o inerzia, ma scelta consapevole di non vedere la sfida della mafia e lucida decisione di lasciare inesplorati il sistema e i poteri criminali di quel territorio”. Nero su bianco il depistaggio delle indagini sul delitto di Peppino Impastato è stato certificato con queste parole, il 6 dicembre 2000, nella relazione della Commissione Antimafia allora diretta da Beppe Lumia. Una verità che traspariva sin dall’immediatezza delle indagini avviate in quel nove maggio di quarant’anni fa. A lungo la madre di Peppino, Felicia, il fratello Giovanni, i compagni e il Centro Impastato si adoperarono per far luce su di esso, senza mai arrendersi a quelle false piste investigative che volevano dipingere l’Impastato come un terrorista ed un suicida.
“Giuseppe Impastato sfidò la mafia in un territorio in cui si era stabilito un sistema di relazioni tra segmenti degli apparati dello Stato e mafiosi molto potenti – è sempre scritto nella relazione della Commissione antimafia – un sistema di relazioni che, in quegli anni, può essere rinvenuto anche in altri territori, teso, spesso illusoriamente, alla cattura, per via confidenziale, di alcuni capimafia, all’apporto che queste relazioni potevano dare ad alcuni filoni di indagine o, comunque, ad una pacifica convivenza per un tranquillo controllo della zona”. “È anche del tutto probabile – si legge nel documento – che Badalamenti (il capomafia di Cinisi, ndr) abbia avuto dei rapporti confidenziali con i carabinieri in una zona alta, apicale, data la statura delinquenziale del capo mafia di Cinisi. È ancora tutto da scrivere il capitolo del rapporto tra mafiosi e forze dell’ordine. E quando lo si scriverà si potrà vedere che esso è popolato da notissimi capimafia i quali, agli occhi del popolo mafioso, vogliono apparire come i più fieri avversari della ‘sbirraglia’ ma in realtà con la ‘sbirraglia’ trattano, si accordano, fanno dei patti. Un doppio gioco. Per un lungo periodo storico la prassi dei rapporti confidenziali dei carabinieri e dei poliziotti con i mafiosi è stata un dato di fatto, anzi è stata il cuore di quelli che oggi vengono chiamati ‘colloqui investigativi’”. La verità processuale sulla morte di Peppino, dopo ben tre inchieste, arrivò pochi anni dopo; nel 2001 con la condanna a 30 anni di Vito Palazzolo, autore materiale del delitto; nel 2002 con l’ergastolo per il boss Gaetano Badalamenti, il mandante.

La nuova inchiesta
Così giustizia, almeno in un fronte è stata fatta, anche se oggi ne resta irrisolto il fronte del depistaggio. A riguardo sono indagati per favoreggiamento il generale Antonio Subranni (già condannato in primo grado al processo trattativa Stato-mafia) e per falso i sottufficiali che all’epoca condussero la perquisizione a casa Impastato: Carmelo Canale, Francesco De Bono e Francesco Abramo. Tra i quattro uomini dell’Arma solo Canale ha rinunciato alla prescrizione in quanto vuole essere assolto dal reato. In particolare ci si concentra su due relazioni stilate dai carabinieri all’epoca dei fatti e consegnate dal comando provinciale dei carabinieri di Palermo nel 2000. In questi documenti si fa chiaro riferimento “all’elenco del materiale informalmente sequestrato in occasione del decesso di Impastato Giuseppe, nella di lui abitazione”.
Un termine, quel “sequestro informale”, che non esiste in nessun manuale di diritto italiano e che viene descritto anche nella relazione della Commissione parlamentare antimafia.
In tal senso la Commissione Antimafia scrive: “È provato che, dopo i ‘sequestri informali’, cioè senza il rispetto delle formalità di legge, di materiale documentario di proprietà di Giuseppe Impastato, sono stati posti in essere ulteriori accertamenti di cui agli atti processuali non v’è alcun riscontro. La macroscopicità di questa violazione della legge processuale costituisce un’anomalia di intrinseca e indiscutibile gravità. Essa comporta la ideologica falsità degli atti descrittivi delle operazioni di perquisizione e sequestro nei domicili di Giuseppe Impastato, ove venne omesso qualsiasi riferimento a tale documentazione”.
Ed è da questo aspetto che la Procura di Palermo nel 2010 ha riaperto l’inchiesta con il sostituto procuratore Francesco Del Bene a cui si aggiunsero poi anche Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia.
Il foglio su cui i carabinieri avevano scritto del “sequestro informale” si affianca all’elenco di sei fogli del materiale formalmente acquisito. Tra questi lettere, volantini e scritti di ispirazione politica, compreso quello in cui Peppino aveva scritto “Voglio abbandonare la politica e la vita”. Un appunto utilizzato dagli inquirenti per indicare la pista del suicidio. Secondo il racconto di Giovanni Impastato, però, i militari portarono via anche altro materiale.
“Nella nostra casa portarono via diversi sacchi di documenti alcuni anche importanti – ha ricordato in più occasioni – Ricordo che mio fratello poco prima di morire si stava interessando attivamente alla strage della casermetta di Alcamo Marina, che nel 1976 costò la vita a due giovani carabinieri – ha ricordato in più occasioni – In seguito a quel fatto, gli uomini dell’Arma vennero a perquisire casa nostra dato che mio fratello era considerato un estremista. Da lì Peppino iniziò a raccogliere informazioni sulla questione, notizie che accumulava in una specie di dossier. Questi documenti non sono più rientrati, né sono stati verbalizzati”. Cosa aveva scoperto Peppino Impastato su quella strage? Per anni furono accusati ingiustamente di quella strage Giuseppe Gullotta, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo. Poi nel 2012 furono assolti nel processo di revisione quando Renato Olino, brigadiere in pensione, raccontò agli investigatori che le loro confessioni erano state estorte con le torture. Ancora oggi, dunque, gli esecutori di quella strage sono senza volto.
Possibile che Peppino avesse scoperto qualcosa già allora? Di questo non si parla nelle indagini.
Anche Salvo Vitale, amico e compagno di lotta di Peppino Impastato ricorda benissimo i giorni successivi all’omicidio e più volte ha raccontato di come vennero gestite le indagini dai carabinieri. Interrogatori feroci in caserma e perquisizioni nelle case dei ‘compagni’ anche prive di mandati di perquisizione. Furono proprio i compagni di Peppino assieme al fratello Giovanni a raccogliere informazioni e prove che a distanza di anni dimostrarono il depistaggio messo in atto nelle prime indagini, a cominciare dalla pietra macchiata di sangue che gli investigatori fecero finta di non vedere.

I testimoni “scomparsi” e le accuse dei pentiti
“Non è stata la mafia”. Questo sembrava essere il messaggio che doveva passare. E così anche testimoni importanti non vennero sentiti, anche se di quel delitto potevano aver visto o udito molto. Un esempio lampante è quello di Provvidenza Vitale, la casellante di turno al passaggio a livello di Cinisi la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978. Nessuno la cercò realmente, “si è trasferita negli Usa, è irreperibile”, scrissero i carabinieri. Tutto falso. La donna aveva sempre abitato a casa sua, a Terrasini, a pochi chilometri da Cinisi. Il pm Del Bene l’ha persino interrogata nel 2011. All’età di 88 anni, però, i ricordi su quanto avvenne sono più che mai sbiaditi. L’unica certezza è che Provvidenza Vitale non si è mai allontanata dalla Sicilia.
Ci sono poi le rivelazioni di collaboratori di giustizia come Francesco Di Carlo che tirano in ballo il generale Subranni in rapporto con Cosa nostra. “Gaetano Badalamenti – ha raccontato il collaboratore – spingeva Nino e Ignazio Salvo per parlare col colonnello. Dopo poco tempo mi ha detto: no, la cosa si è chiusa. Non spuntava più niente nei giornali per un periodo, era stata archiviata”.
Nonostante le accuse la Procura di Palermo, per due volte (l’ultima nel giugno 2016) ha chiesto l’archiviazione nei confronti dei militari in quanto sui reati contestati sono scaduti i termini per la prescrizione. Ad oggi, però, non vi è un gip che si sia espresso sulla richiesta. Certo è che la morte di Peppino Impastato, avvenuta nello stesso giorno in cui venne ritrovato il cadavere dell’onorevole Aldo Moro, rappresenta uno dei capitoli bui di questo nostro Paese. Un elenco lungo che attraversa la storia della nostra Repubblica e che va da Portella della Ginestra e arriva fino alle stragi del 1992 e del 1993, se non addirittura oltre.
Forse, per meglio comprendere il contesto in cui avvenne il delitto del 9 maggio 1978, vale la pena ricordare le parole di Franca Imbergamo, oggi sostituto procuratore nazionale antimafia, che istruì il processo contro i carnefici di Impastato: “Quello di Peppino Impastato non è un omicidio di mafia come tanti altri. In questa indagine non ci siamo imbattuti solo nelle cosiddette coppole, ma troviamo personaggi delle istituzioni. Istituzioni che non hanno il diritto di fregiarsi come tali, tra le forze dell’ordine e la magistratura, su questo omicidio hanno lavorato aI contrario per coprire le responsabilità di chi l’aveva commesso, ordinato, voluto, cercando di fare passare su Impastato la calunnia di essere un terrorista suicida che sceglie l’attentato alla linea ferroviaria. Il depistaggio serviva a tante cose. Serviva ad alimentare il mito del terrorismo, gestito in una certa maniera contro la libertà democratica del paese. Serviva a coprire le responsabilità non tanto del singolo mafioso, ma di gruppi di potere”. Chi c’era dunque dietro quel delitto? Quali interessi venivano salvaguardati? Possibile che fossero solo quelli di don Tano? A quarant’anni di distanza diventa fondamentale trovare una risposta a certi interrogativi. Perché solo così si potrà finalmente parlare di una giustizia completa.

 

 

 

Foto da: ilcompagno.it

 

Fonte: ilcompagno.it
Articolo del 8 maggio 2020
La tragica giornata del 9 maggio 1978 nel racconto di Salvo Vitale

Le sette del mattino. Notte insonne alla ricerca di Peppino. Eravamo scesi dalla radio, eravamo saliti assieme sulla sua scassatissima 850, mi aveva lasciato poco giù, dove abitavo, “ciao, ci vediamo alle 9”, poi più nulla se non la scia di una macchina nera che aveva girato la traversa dopo Peppino. Torno a casa in mattinata e aspetto qualche notizia. Puntuale la notizia arriva. Suonano il campanello: dalle sbarre della persiana li vedo, Agostino, Vito, con la sua cinquecento scassata, in motorino arriva Fanny sconvolta. Il tempo di aprire ed Agostino, gelido:

“Ammazzaru a Pippinu”.

È il pugnale che entra tra le costole e arriva dritto al cuore. Ma non c’è tempo di sentire il dolore. Indosso in tutta fretta camicia, pantaloni, ho il tempo di dire a Silvana “pensa ai bambini”, esco con le ciabatte:

“Alla radio, senza perder tempo”.

La radio è a cento metri da casa mia. Cominciamo a raccogliere tutto quello che c’è da portar via, la carpetta con i notiziari, le cassette con “Onda Pazza”, alcune registrazioni di Radio “Onda Rossa”, qualche libro dal titolo pericoloso che potrebbe stimolare la fervida immaginazione degli inquirenti. Prendo con me le cassette, Fanny porta via il resto per nasconderlo a casa di sua madre, poi andiamo sul posto del delitto. Una stradina molto stretta, delimitata da due muretti in pietra rotta, in contrada Feudo Siino-Orsa, una traversa della strada che costeggia il reticolato dell’aeroporto. Peppino, che guidava da cani e non aveva la patente, non avrebbe mai potuto entrare in quella stradina senza urtare con la macchina in qualche parte dei due muri. Una sorta di cordone protettivo di carabinieri, con i loro mezzi, ci impedisce di andare avanti. C’è un gran da fare dappertutto. Stanno ricostruendo il binario, divelto per circa mezzo metro e ricoprendo una buca sotto la massicciata. Sui fili della luce, tirati tra un palo e l’altro, si notano brandelli di carne penzolanti: qualche gazza va a beccarli. Il maresciallo di Cinisi si avvicina e ci dice di presentarci in caserma. Arriva Liborio, il necroforo comunale e gli stiamo tutti attorno. È sconvolto:

“Picciotti, chiddu chi vittiru l’occhi miei non vi lu pozzu cuntari. Era tuttu pizzuddicchia. Un pezzu di testa, tri ghirita, l’occhiali, i sannali. A na banna attruvai na coscia sana. ” (Ragazzi, quello che hanno visto i miei occhi non ve lo posso raccontare: era tutto pezzettini. Un pezzo di testa, tre dita, gli occhiali, i sandali. In un posto ho trovato una coscia intera).

“Ti abbiamo visto abbassarti verso la macchina e raccogliere qualcosa”

“Erano tri chiavi sparse sul terreno.

Poi u maresciallu mi disse:
“Bisogna trovare un’altra chiave, cerca lì. Pareva chi u sapeva. E circannu in mezzu a li pietri e vicino a una zabara truvai una chiave Yale. Truvai puru, vicinu a la stalla, una pietra, un cuculuni, (ciottolo), lordu di sangu”.

Inutile stare lì a guardare senza poter fare niente. Mi faccio riaccompagnare a casa. Mentre scendo dalla macchina vedo una camionetta dei carabinieri fermarsi davanti a Radio Aut. Abito a un centinaio di metri. Mi avvicino. Sono in due. Stanno armeggiando con una chiave Yale intorno alla serratura.

“Chi vi ha dato quella chiave?” chiedo a uno dei due.

“Scusi, lei chi è”

“Sono un redattore della radio”

“La chiave è quella dell’Impastato”.

Subito faccio una riflessione: Peppino teneva questa chiave assieme ad altre e in essa non c’era alcun segno di riconoscimento: come potevano i carabinieri sapere che quella che avevano in mano era la chiave della radio? Passa di là, per caso, Vincenzo Puleo, uno del PCI che, qualche anno prima, frequentava il circolo Musica e Cultura. Si ferma e si rivolge ai carabinieri:

“Con quale permesso state entrando? Avete un mandato di perquisizione?”

Quelli bofonchiano: “Eseguiamo gli ordini. Lei chi è? Mi mostri i documenti”.

Salgono la scala, buttano per aria le carte rimaste, salgono in terrazzo e scendono trionfanti con una matassa di filo grigio:

“È uguale a quello che pendeva dai fili della batteria della macchina” sussurra uno all’altro. Trovata la prova se ne vanno soddisfatti.

Torno a casa. Sulla soglia trovo mia madre che mi dice:

“U sintisti? L’amicu tuo satau nall’ariu mentri mitteva na bumma pi fari satari u primu trenu. Vuleva fari moriri a tanti cristiani chi si vo vuscanu u pani”.
(Hai sentito? L’amico tuo è saltato per aria mentre metteva una bomba per fare saltare il primo treno. Voleva far morire tanta gente che va a guadagnarsi il pane)

E giù un altro colpo di pugnale: ormai la notizia ha fatto il giro del paese, anzi dei due paesi, Cinisi e Terrasini, proprio nel modo in cui l’avevano ideata e messa in pratica gli assassini : un attentato fallito. E, per colmo di raffinatezza, non si tratta di un treno qualsiasi, ma di quello che porta i lavoratori e gli studenti a Palermo: così è distrutta non solo la memoria, ma tutta l’attività politica di Peppino, che alla causa dei lavoratori e degli studenti aveva dedicato la vita. Adesso invece si dice che aveva intenzione di farli saltare in aria. Come avrebbe potuto fare, visto che il treno sarebbe passato molte ore dopo l’esplosione, è un problema che non interessa. Sembra che il cerchio ci si chiuda addosso e che, nell’aria nazionale di indignazione e di antiterrorismo, noi, i compagni di Peppino, siamo diventati tutti terroristi o complici di un terrorista. Il paese si affretta subito ad accettare la notizia, quasi con un respiro liberatorio: questo Impastato è un pazzo, un sovversivo, un vagabondo, uno che non vuole lavorare e che gioca a fare il rivoluzionario, uno che vuole cambiare il mondo e che se la prende con persone rispettabili che nulla gli hanno fatto di male: insomma, è uno che, nei confronti del sistema che lo circonda, rispetto all’aria cheta e ipocrita della piccola borghesia di paese, rappresenta un corpo estraneo, una presenza non omogenea né desiderata. Quindi bene così: è saltato in aria e con lui tutte le sue fantasie: “La bomba non è solo un attrezzo, ma il comunismo stesso come ideologia che finisce col distruggere chi lo professa, la forza del male già a priori insita nei contenuti della scelta di rottura, la condanna di un’esperienza non gradita e scomoda”
(Nota: Salvo Vitale: “Peppino Impastato, una vita contro la mafia”, Rubbettino Soveria Mannelli 2008 pag. 155)

Intanto proseguono le indagini. Quattro camionette si presentano davanti alla casa di Peppino: senza troppe cerimonie e senza alcuna delicatezza allontanano con uno spintone Felicia, la madre di Peppino che, frastornata, chiede di sapere cosa sta succedendo: iniziano un’accurata perquisizione, portando via cinque sacchi di materiale, soprattutto libri. Qualcuno ritiene pericolosissimo il libro di Erich Fromm “Anatomia della distruttività umana”, qualche altro sequestra “Stato e rivoluzione”, di Lenin e un altro libro che circolava quasi di nascosto, “In caso di golpe”, edito da Savelli, dove sono minuziosamente spiegate ed illustrate tutte le tecniche di difesa e di offesa, compresa la preparazione di una bottiglia molotov. Perquisizioni nelle case di sei compagni, con il magro bottino di un coltello da cucina, sequestrato a Vito e, a casa di Giampiero, del numero di Panorama, quella settimana in edicola, con la stella delle Brigate Rosse in copertina. Perquisizione anche nella casa della zia di Peppino, dove egli dormiva e dove, un ausiliario di fresca assunzione, tal Carmelo Canale, che in seguito sarà accusato di concorso in associazione mafiosa, in forza alla caserma di Partinico, trova, frugando in un cassetto, una lettera che dà all’indagine una svolta diversa e, per alcuni aspetti complementare con la pista dell’attentato: suicidio.

Incominciano gli estenuanti interrogatori alla caserma di Cinisi. Giovanni Impastato è tenuto sotto torchio per circa sei ore: vogliono sapere se c’erano contrasti al nostro interno, chi frequentava Peppino e, soprattutto vogliono una spiegazione su alcune foto di via Fani, da lui scattate, su richiesta di Peppino, in un recente viaggio a Roma, rinvenute durante la perquisizione: reperti che autorizzano gli inquirenti a ipotizzare fantastiche collusioni col il rapimento di Moro. Non manca qualche attrito con il maggiore dei carabinieri di Palermo Subranni, il quale è ossessionato dall’idea di trovare una bella cellula terroristica in Sicilia, ovvero in una terra dove il terrorismo politico non è mai attecchito, perché il traffico delle armi e il controllo del territorio sono rigidamente sotto la tutela della mafia. All’ipotesi dell’attentato sembra credere poco anche il capitano Emanuele Basile, della compagnia di Monreale, che entra solo di passaggio nell’indagine e che, qualche anno dopo sarà assassinato dalla mafia.

Caserma di Cinisi:

“Lo Duca Vito, si accomodi” ….Come si chiama?”

Vito guarda stranito: “Perché, non lo sa?”.

“Non faccia lo spiritoso e risponda alle domande. Come si chiama?”.

“Minchia, ora ora mi ha chiamato: “Lo Duca Vito” e ora mi chiede come mi chiamo. Ma! Cose da pazzi!! ”

Vito non è un uomo di cultura, è un muratore. Ha conosciuto Peppino qualche anno prima, quando si era interessato ai problemi degli edili, ed è rimasto affascinato dalle sue idee. Da allora è stato sempre la sua ombra, il suo accompagnatore più costante. Crede nella forza della rivoluzione e nella lotta armata come suo momento di sviluppo: non è di quelli che pensano sia arrivato il momento di sparare, ma ritiene che bisogna prepararsi anche a questa evenienza. Le azioni delle Brigate Rosse lo hanno lasciato, ci hanno lasciato perplessi, infastiditi, nella nostra convinzione che la rivoluzione è lotta di massa e non gesto estemporaneo e velleitario di alcune avanguardie. Vito racconta della sera prima, allorché si è visto pedinare, per diverso tempo, dalla macchina di un muratore, noto frequentatore della casa di Gaetano Badalamenti, parla delle ricerche senza esito, fatte per tutta la notte, ribadisce la sua convinzione che Peppino sia stato ucciso dai mafiosi di Cinisi. Sembra che i carabinieri ce l’abbiano particolarmente con lui, che lo vogliano accusare di essere il partner che ha collaborato con Peppino nella preparazione dell’attentato.

“Che ci faceva questo coltello a casa sua?”

Li guarda allibito:

“E che ci può fare un coltello in una cucina?”.

“Va bene, può andare. Bartolotta Andrea, si accomodi”.

Andrea comincia subito:

“State sbagliando tutto. Non capisco perché ve la prendete con noi e non andate a interrogare i mafiosi e a perquisire le loro case. È là che dovete cercare”

E il tenente Subranni:

“ I mafiosi? E che c’entrano i mafiosi?”

“C’entrano, c’entrano, sono stati loro a uccidere Peppino”.

“Loro chi?”

“Gaetano Badalamenti e la sua cosca”

Interviene il maresciallo Travali:

“Come si permette di accusare un onesto cittadino? E con quali prove?”

“ Onesto? Marescià…!!! Le prove dovete cercarle voi.”

“Cavataio Benedetto. Lei è il direttore della radio?”

“Sì, ma se lo sa, perché me lo chiede?”

”Risponda alle mie domande: conosceva questa lettera?”

Gli sbatte sotto il naso la lettera di Peppino. Benedetto ha il tempo solo di leggere qualche riga.

“Sapeva che Impastato meditava il suicidio?”

“Ma quando mai, ma che dice? Lo hanno ammazzato”.

Travali e Subranni si guardano con aria complice:

“Sembra che si siano messi d’accordo”.

“La Fata Giampiero….perchè Impastato due mesi fa ha occupato la radio?”.

“Per protesta contro quelli che avevano organizzato la manifestazione sul nucleare”

“Perché? non era d’accordo?”

“Era d’accordo, ma non voleva che, in quel momento si disperdessero troppe forze e che si togliessero energie alla radio?”

“Chi sono i ‘personalisti’?”

“Quelli che dicono ‘Il personale è politico’”.

“E che vuol dire?”

“Che anche lei è una persona e, come tale, sta facendo politica”.

Non capisce che lo sta prendendo in giro.

Si continua la trafila con Fanny Vitale, Giosuè, Pino Manzella, Giovanni Riccobono, Faro. Stesse domande, stesso tentativo di estorcere una risposta da cui evincere qualche simpatia per il terrorismo, stesso ossessionante principio di voler capire la dinamica dei rapporti del nostro gruppo e gli eventuali dissensi. Faro chiarisce il mistero dei fili elettrici con la punta spellata, che fuoriuscivano dalla macchina e che sono dello stesso tipo della matassa rinvenuta alla radio: egli lavora alla SIP e aveva usato un pezzo del cavo telefonico in dotazione per collegare le trombe utilizzate per i comizi e per bandizzare, con l’amplificatore e questo con la batteria della macchina di Peppino. A condurre le indagini è il giudice istruttore Domenico Signorino, che passa per un funzionario integerrimo: anni dopo, dopo essere stato uno dei P.M. al maxiprocesso, si suiciderà per presunti debiti di gioco, e per possibili e mai chiarite collusioni con ambienti mafiosi. Il pentito Mutolo descriverà minuziosamente la sua casa.

Faccio un salto a casa di Peppino: gente che entra ed esce, alcune donne coetanee di Felicia le girano attorno, ultimo residuo delle prefiche romane e lei sta lì, in fondo alla stanza, vicina al lettino, seduta e immobile, quasi pietrificata nel suo dolore, quasi assente. Mi avvicino, l’abbraccio, scoppia a piangere:

“ Non lo potrai più venire a cercare qui dentro. Peppino non c’è più”.

E io:  “Carogne. Ma non la passeranno liscia”.

Mi guarda e spaventata, ma con voce perentoria, mi sussurra:

“Non fate sciocchezze, Salvo. Tu non li conosci. Quelli sono bestie.”

Più tardi ci ritroviamo nella sede del PCI di Cinisi. Sulle pareti qualche manifesto d’epoca, uno di Berlinguer, uno con il simbolo del partito. Ci siamo quasi tutti, le due Fanny, Vito, Giovanni R., Benedetto, Giampiero, Piero, Faro Sip, Faro Svetonio, Pino M., Pino Sciupone, Guido, Paolo, Giacomino, Agostino e io. Ci sono pure quelli del PCI, Fantucchio, Masi Chirco, Vincenzo Puleo, Pippo Palazzolo, Franco e Romano Maniaci. Molti di essi sono stati oggetto della satira spietata di Peppino, dopo l’ingresso del PCI nella giunta comunale di Cinisi; molti hanno lavorato con Peppino, hanno distribuito con lui volantini e hanno partecipato alle attività del circolo “Musica e Cultura”. La tristezza ci si stringe addosso implacabile. Ho l’incarico di buttar giù il testo di un volantino: ci provo, senza la mia abituale capacità di saperlo fare: soffro troppo. Alla fine leggo:

“Il compagno Giuseppe Impastato è stato assassinato dalla mafia di Cinisi perché ne denunciava i loschi traffici e le sue collusioni con il mondo politico locale. Chiediamo a tutti gli uomini onesti della Sicilia di mobilitarsi e chiedere giustizia per questo infame delitto. Chiediamo alle forze dell’ordine di indagare su Gaetano Badalamenti e sulla sua cosca…. Abbiamo tutti l’impegno morale di reagire alla violenza che domina in questo schifo di paese…”.
Mi fermo, trattengo il pianto, continuo a leggere:  “ dove non si può parlare senza la paura di essere uccisi “.

Non riusciamo a resistere alla commozione. Improvvisamente arriva qualcuno con una valigetta, scambia qualche parola con Pippo Palazzolo, il segretario, e questi ci dice:

“Compagni, se, per favore, potete aspettarci fuori, dovremmo discutere qualche minuto tra di noi”.

Usciamo, aspettiamo fuori per circa mezzora, si odono urla provenire dall’interno, poi si apre la porta ed esce Franco Maniaci, il vice-sindaco, con un pezzetto di carta in mano:

“Compagni, abbiamo concordato di scrivere, come sezione PCI, questo comunicato”:

“In relazione alla morte del giovane Giuseppe Impastato, esponente della lista di Democrazia Proletaria, il PCI esprime il suo cordoglio per questa tragedia che ha scosso l’intero paese. La vicenda presenta tuttora pezzi oscuri e inquietanti, che impongono indagini rigorose ed attente, senza tralasciare alcun indizio, a cominciare dagli episodi di intimidazione che si erano precedentemente manifestati nei confronti del giovane scomparso. Nessuna ipotesi può essere esclusa, nessuna tesi sembra poter essere sinora scartata dagli investigatori….

Mi metto a gridare:

“Fammi capire, quando parli del giovane Giuseppe Impastato, stai parlando di Peppino?”

Urlo più forte:

“Peppino non è più compagno? È diventato  ‘il giovane’?”

Mi segue Giovanni Riccobono:

“Fammi capire, cosa vuol dire ‘Nessuna ipotesi può essere esclusa’?  Forse che la mafia non c’entra ed è stato un attentato?”

Chiude il discorso Vito:

“Va fa ‘nculo, andate a fare tutti in culo. Compagni del cazzo. Vigliacchi, buffoni”.

Ce ne andiamo incazzatissimi

Decido di passare dalla radio. Tutto è per aria, dopo la perquisizione fatta in mattinata. C’è Guido seduto sulla vecchia poltrona su cui stava stravaccato Peppino.

“Che cazzo ci fai qua?”

“Rispondo alle telefonate. Ne sono arrivate tantissime”

Sulla bacheca, dove solitamente appendiamo il palinsesto e qualche comunicazione, è appuntato un biglietto: la calligrafia è la sua:

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“Peppino, ti ricordi quando mi hai aiutato a fare la trasmissione su Fausto e Iaio? Tu sapevi usare sempre le parole giuste per ricordare che il potere ha già fatto molti morti. Hai pure voluto ricordare l’anniversario di Pinelli, di Sacco e Vanzetti, hai sempre pensato a Francesco, a Walter, a Giorgiana, a Mauro e a tutti gli altri compagni morti di stato. Ora ti aspetto per pensare anche a te, perché non è vero che sei vivo, siamo noi che moriamo sempre più dopo le vostre morti”.

Guardo la sua faccia distrutta. Accendo il trasmettitore, metto sul piatto la mia abituale sigla, “Morti di Reggio Emilia”, alzo nel mixer il cursore che apre il giradischi, faccio scorrere tutto il brano, apro il microfono e comincio:

“Non lo ascolteremo più. Anzi, ve lo faccio ascoltare ancora una volta, mentre pronuncia il nome del suo assassino”.

Metto la registrazione di una delle ultime “Onda Pazza” :

Peppino: “Lunedì altra riunione della commissione edilizia. C’è ancora tensione. Presiede il grande capo Tano Seduto.”

La mia voce, provocatoria:  “Bada….bada…”

E Peppino che si lascia andare: “Bada a come ti lamenti, porco cane!!!”

Riprendo in diretta:

“Ma non preoccupatevi. Tano Badalamenti, “u padri nostru”, come lo chiamate voi, non corre nessun rischio. Non ha ucciso nessuno, sono tutte calunnie di quattro vagabondi e straccioni, egli può dormire tranquillo nel suo letto. Peppino è morto da solo, ha voluto morire come un fesso. È andato a mettere una bomba sui binari della ferrovia per Palermo: non si sa, forse si voleva suicidare, era stanco di vivere, forse voleva fare un attentato, far morire gente innocente, ma siccome di esplosivi non ne capiva niente, è saltato in aria. E se non si è ammazzato, si è voluto fare ammazzare. Colpa sua. Non si faceva gli affari suoi. Tranquilli, è saltato da solo. Non è rimasto neanche un pezzettino. I carabinieri stanno cercando il complice dell’attentatore, e i complici siamo noi, terroristi come lui. È stato usato tritolo. E dove si trova il tritolo? Ma nelle cave!!! E chi è proprietario di una cava a Cinisi? Ma don Peppino Percialino! Però anche lui può dormire tranquillo. Non ci sono prove. Peppino glielo ha rubato, il tritolo. E poi, ci sono tante altre cave qui vicino! Quella dei D’Anna, parenti di don Tano, quella di ‘u Sinnacheddu’, zio di Peppino. Quindi spegnete questa radio e accendete la televisione, tutto è a posto. Questa volta i carabinieri, i mafiosi e i bravi cittadini la pensano tutti allo stesso modo. Domani arriveranno i suoi poveri resti e ci saranno i funerali, ma chi volete che ci vada? Nessuno vi romperà più le scatole a parlarvi di mafia, di politica, di fascisti, a parlar male di tanti altri santi cristiani che meritano rispetto…e soprattutto nessuno si permetterà più di sfottere quello sporco assassino di Tano Badalamenti, che tutti amate e rispettate…Più nessuno. E comunque, bando alle tristezze, assa benerica a tutti, ai longhi e ai curti, ai sicchi e ai grassi, ai surdi ca un vonnu sentiri e all’orbi ca un vonnu viriri, ai nichi e ai granni, a chiddi cu a pelliccia e a chiddi senza mutanni…, un saluto a tutti stile “Onda Pazza”. (benediciamo tutti, i lunghi e i corti, i magri e i grassi, i sordi che non vogliono sentire e i ciechi che non vogliono vedere. i piccoli e i grandi quelli con la pelliccia e quelli senza mutande)”.

Parte la canzone di Ombretta Colli, sigla di Onda Pazza, “Facciamo finta che tutto va ben..”

Sfumo.: “ Ciao, Peppino.”

Continuo con il verso di Guido:

“Siamo noi che moriamo dopo la tua morte”.

Con un gesto secco spengo l’interruttore e dò un calcio al trasmettitore. Suonano il campanello e mi affaccio al balcone per vedere: è Gino Scasso, un compagno di Democrazia Proletaria di Partinico. Anche lui è di poche parole:

”Bastardi. Bisogna fare qualcosa. Non possiamo fargliela passare così”.

Mi viene un’idea: mi metto a scrivere in due minuti un testo e poi dico a Gino:

“Troviamo chi ci stampa un manifesto, almeno questo dobbiamo farlo, informare la gente su come stanno le cose”

Partiamo subito con la sua macchina. A Partinico, alla tipografia ABI, dopo aver letto il testo, ci dicono che è troppo tardi e che non ce la fanno. Secondo me è una scusa. Andiamo ad Alcamo alla Tipografia Campo e qui abbiamo migliore fortuna: in due ore il manifesto è stampato in duecento copie. Lo paga Gino, perché io sono senza soldi. 20 mila lire, che ancora oggi aspetta di ricevere. Torniamo alla radio, dove c’è un gruppo di compagni, Fanny, Pino, Giovanni, Giampiero, Guido, Giosuè.

Srotolo con un po’ di soddisfazione il manifesto:

PEPPINO IMPASTATO È STATO ASSASSINATO.

Il lungo passato di militante rivoluzionario è stato strumentalizzato dagli assassini e dalle “forze dell’ordine” per partorire l’assurda ipotesi di un attentato terroristico. Non è così. L’omicidio ha un nome chiaro: MAFIA. Mentre ci stringiamo attorno al corpo straziato di Peppino, formuliamo una sola promessa: continuare la battaglia contro i suoi assassini.”

DEMOCRAZIA PROLETARIA

Fanny mi si avvicina, mi stringe il braccio: “Lo hai scritto tu?”.

“Sì”

Mi rivolgo a Vito:

”Prepara secchio, colla e scope. Stanotte tappezziamo il paese”.

Passiamo la notte ad affiggere il nostro triste necrologio. Quando arriviamo davanti alla casa di Badalamenti la tentazione è troppo forte: ci guardiamo con Vito, lui corre a spalmare la colla sullo sportello di metallo che chiude il contatore dell’acqua, io vi attacco il manifesto. Sono quasi le tre quando andiamo a dormire.

(Tratto da “Cento passi ancora” – Editore Rubbettino 2014)

 

 

 

 

Lista degli articoli scritti sulla rivista online La Repubblica dal 14 aprile 2020 al 13 maggio 2020:     vittimemafia.it

 

 

 

 

 

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