A TESTA ALTA Federico Del Prete: una storia di resistenza alla camorra. Di Paolo Miggiano

A TESTA ALTA
Federico Del Prete: una storia di resistenza alla camorra
di Paolo Miggiano

Editore:  Di Girolamo

Fotocopertina e nota da: interno18.it

La storia, come descritta dallo stesso autore, racconta la vita di Federico Del Prete, commerciante ambulante, assassinato dalla camorra a Casal di Principe il 28 Febbraio del 2002.
Fondatore del Sindacato Nazionale Autonomo Ambulanti, per difenderne la categoria, Federico Del Prete fu minacciato di morte più volte, ciò nonostante egli non temé di denunciare estorsori e criminali, fino al giorno che precedette la sua deposizione in sede di processo contro il clan La Torre.
Cittadino di un coraggio esemplare al quale, ancora una volta, lo Stato italiano non seppe garantire protezione, lavandosi la coscienza con la medaglia d’oro al valore civile, consegnatagli post mortem.
‘Il racconto restituisce per la prima volta la memoria di un uomo che seppe resistere e presenta l’azione di quanti, dopo la sua morte, si impegnarono efficacemente nella ricerca di esecutori e mandanti’ scrive Miggiano, ed è proprio l’attenzione e la precisione dell’autore, nel raccontare una storia ancora sconosciuta, che è valso al libro la menzione speciale alla IX edizione del Premio Siani.

 

Recensione di excursus.org

La scelta per la vita nella quotidianità assediata dalla camorra

di Stefania Borghi

Un ambulante contro la criminalità organizzata, una lotta tenace in un testo targato Di Girolamo

Federico Del Prete è un uomo, un padre di sette figli, un commerciante che si trova ad esercitare la propria attività in un contesto nel quale per poter lavorare i clan malavitosi esigono il pagamento di cospicue somme di denaro sottratte ai guadagni, spesso miseri, degli ambulanti, concedendo in cambio la possibilità di vendere la propria merce in condizioni di “tranquillità”: niente più che un equo scambio tra padroni e schiavi.

Paolo Miggiano, nel libro A testa alta. Federico Del Prete: una storia di resistenza alla camorra (Di Girolamo Editore, pp. 128, € 18,00), scuote il lettore sottoponendo alla sua coscienza il ritratto a tutto tondo della vita e dell’impegno costante e coraggioso di un uomo che non ha rinunciato alla dignità. Il tono diretto e penetrante del testo intaglia uno spaccato spietato del declinarsi della quotidianità inscritta in una realtà nella quale i gesti e le azioni più comuni, come lo svolgere un’attività lavorativa e il vivere gli affetti dei cari, sono stabilmente condizionati e assediati dalla presenza, più o meno visibile, di un potere vorace che dispone dell’esistenza di ciascuno.

«La Campania e in particolare la città di Napoli e la sua provincia, come anche quella di Caserta, non sono luoghi dove ognuno decide il proprio destino, la propria sorte». Con tali parole terrificanti l’autore scolpisce nella memoria del lettore una condizione che inchioda al muro il destino delle persone, esponendo chiunque al permanente rischio mortale di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Così, ciascuno viene privato della naturale propensione a coltivare desideri, passioni, a lottare per realizzare le proprie legittime aspirazioni, a godere di un esistenza in libertà.

Questa è la cronaca di una guerra in cui la costante presenza asfissiante e opprimente del nemico smorza la fiamma della vita, riducendola ad un lumicino evanescente. In un contesto di tal fatta, le strade percorribili per “tirare a campare” non sono molte: la più spianata è quella della rassegnazione, del resto abituarsi al peggio è un processo lungo, ma il raggiungimento dello scopo è assicurato; a volte, però, nemmeno questo basta ad evitare di essere intercettati dal raggio d’azione dei clan malavitosi e, allora, bisogna cercare di divenire il più possibile invisibili, è sufficiente imparare a vivere in uno stato di perenne allerta, rinunciando alla fatale idea di autodeterminarsi e consegnando la propria vita nelle mani di chi la considera uno scarto da destinare all’immondizia.

Federico Del Prete, invece, decide di reagire alle intimidazioni e alle vessazioni camorristiche, di difendere la sua dignità e quella dei colleghi, lottando contro questo infame potere alla luce della legalità. Crea un sindacato per offrire una rete di supporto alla categoria dei venditori ambulanti, lavoratori spesso ignorati che ogni settimana, in ciascuna città e in ciascun paesino d’Italia, all’alba allestiscono bancarelle sotto il sole cocente o sotto una pioggia battente o un vento sferzante per cercare di vendere la merce spesso creazione del loro personale lavoro.

La sede del sindacato viene stabilita a Casal di Principe, roccaforte di uno dei più sanguinari e feroci clan camorristici, una scelta coraggiosa e un gesto potente rivolti a lanciare un forte messaggio di resistenza e sostegno ai commercianti. Federico decide poi di creare un’organizzazione più ampia, la Federambulanti, onde evitare che la sua attività sindacale rimanga isolata. Egli, infatti, crede nelle istituzioni, confida nella loro protezione, utilizza tutti i mezzi legali a disposizione per tutelare quanti rivendicano il diritto a svolgere in libertà e con onestà il proprio lavoro. Il sindacato ha anche un giornalino, L’Ambulante, in cui il fondatore illustra gli strumenti normativi previsti per la categoria, espone le sue innovative idee per migliorare le condizioni dei mercanti e rende pubblici tutti gli innumerevoli solleciti, le richieste e le proteste presentati puntualmente alle autorità competenti.MiggianoATestaAltaDiGirolamoEditore

Non solo alza la testa, ma decide anche di far sentire forte e chiara la sua voce. Pone in essere un’intensa e perseverante attività di denuncia che induce molti commercianti a rifiutare di pagare l’ingiusto dazio al clan camorristico. E, così, arrivano le prime intimidazioni, i suggerimenti degli “amici” di desistere, di lasciare che le cose vadano come sono sempre andate, ma il sindacalista, pur consapevole dell’elevato rischio che corre, prosegue imperterrito nella sua preziosa attività di resistenza, tanto che, grazie al suo impegno, viene arrestato un importante emissario del clan La Torre, un vigile urbano addetto alla riscossione della tassa dovuta per l’occupazione del suolo pubblico e, proprio in virtù dello strategico ruolo rivestito, diviene un indispensabile strumento di riscossione delle tangenti, potendo agire indisturbato presso gli ambulanti del mercato di Mondragone.

A questo punto è troppo: il fervore del sindacalista ha creato notevoli danni al clan e le sue continue denunce mettono in serio pericolo l’attività di estorsione in tutti gli altri mercati sottoposti al controllo capillare dell’organizzazione; le minacce, allora, si fanno sempre più pressanti e l’incendio della sua macchina ne sigla la condanna. Federico ha paura, la famiglia è allarmata e uno dei fratelli interviene per dissuaderlo dal perseverare, gli prospetta la concreta possibilità di rifugiarsi all’estero potendo addirittura disporre di una somma di denaro più che sufficiente all’avvio di una nuova attività. Nonostante tutto questo, lui rimane perché: «ci sono tante persone che mi hanno dato fiducia, non posso tradirle».

Il 18 febbraio 2002 Federico Del Prete, uomo, padre, onesto lavoratore, agguerrito sindacalista, viene trucidato, massacrato nel suo ufficio da molteplici colpi di pistola sparati da persone che lui considerava amiche. Muore, tradito anche da chi obbedisce, da chi abbassa la testa e accetta di essere lentamente privato del diritto ad una vita autentica.

Del resto, quanto coraggio è necessario per tenere dritta la testa? Quale sforzo abnorme si richiede ad un singolo uomo? Quanti sarebbero disposti ad imboccare l’impervia via della resistenza?

È questo che emerge con forza dalla lettura del testo: la sensazione fisica di essere accerchiati. In modo prepotente si percepisce il senso opprimente della presenza pervasiva della criminalità organizzata che tenta di stringere in una morsa mortifera qualunque tipo di lavoro, anche quello appena sufficiente al sostentamento di chi lo esercita. Tuttavia, con altrettanto vigore prorompe il coraggio di Federico, dirompente è l’impatto con la sua storia che apre un potente squarcio di luce, mostrando come sia possibile una realtà alternativa alla quotidiana sottomissione. Il ritmo serrato che scandisce il susseguirsi dei fatti, presentati nudi e crudi, non concede tregua alla coscienza e alla tranquillità della routine giornaliera.

Non è mai stata una questione di Nord o di Sud e la ferocia dispiegata per mettere a tacere un singolo venditore ambulante ne è un’ulteriore e agghiacciante dimostrazione. Qualsiasi tipo di attività può essere sfruttato. Chiunque potrebbe imbattersi nella stessa situazione in cui è capitato Federico, un commerciante, un uomo come tanti.

Il rischio di ritrovarsi a vivere nell’ombra e nella paura costante è alto, così come è altrettanto probabile essere ridotti a diventare foglie tremolanti. Un passo alla volta, chiudendo prima un occhio, poi l’altro, diventando pian piano sordi e conseguentemente muti ci si trasforma in pezzi inarticolati di carne e ossa e, una volta arrivati a questo punto, «[…] chi difenderà in futuro il vostro posto di lavoro, la vostra attività, la vostra vita, quella dei vostri figli?».

Stefania Borghi

 

Libri in redazione di Maria Beatrice Crisci. Ospite Paolo Miggiano con “A Testa Alta”

 

 

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