CALABRIA RIBELLE Storie di ordinaria resistenza di Giuseppe Trimarchi

CALABRIA RIBELLE
Storie di ordinaria resistenza

di Giuseppe Trimarchi
Ed. Città del Sole

Tre donne e quattro uomini calabresi che si ribellano quotidianamente alla ‘ndrangheta. Sono storie di ordinaria resistenza le loro, portate avanti in silenzio, senza clamori mediatici, pervicacemente, con tutti i sacrifici che questa scelta impone, sempre, ogni giorno.
Sono le storie di Gaetano Saffioti, Deborah Cartisano, don Pino De Masi, Stefania Grasso, Mario Congiusta, Liliana Carbone, Michele Luccisano.

“Loro, a differenza di tanti altri, si sono ritrovati a guerreggiare perché costretti dalle drammatiche sequenze di una vita complicata e difficile. La loro non è voglia di apparire, ma sete di giustizia e verità”.
Come scrive nella prefazione il sociologo Tonino Perna “E’ un testo sorprendente, che scompagina i luoghi comuni sui calabresi…. In questo lavoro sono le vittime che raccontano le loro tragedie personali, il modo in cui sono arrivati a ribellarsi. Sono pagine intrise di dolore e sofferenza, ma anche il segno tangibile che c’è chi non si piega più e cerca giustizia per sé e per gli altri”.

 

 

Recensione del 29 Luglio 2012 da stopndrangheta.it
Il punto di vista della “Calabria ribelle”

Negli ultimi anni, per fortuna, si è parlato molto di ‘ndrangheta. E molto si è scritto. Giornalisti hanno raccontato la cronaca criminale facendo nomi e cognomi, magistrati ne hanno spiegato i gangli strutturali e processuali mentre studiosi ne hanno ricostruito le origini storiche e sociologiche. Scrittori impegnati hanno poi ricostruito la memoria delle vittime di mafia, dei dimenticati, dei morti ammazzati che ancora invocano giustizia. Di chi, negli anni passati, è perito sotto i colpi della lupara per essersi semplicemente opposto. Ma un tassello mancava. Anzi, una prospettiva. Quella dei familiari delle vittime innocenti di ‘ndrangheta che hanno saputo rielaborare il dramma in rabbia. Il dolore in battaglia. Quella delle famiglie squassate dalla sofferenza che hanno iniziato la resistenza. Giornaliera e costante. Ordinaria. Ma non solo. Scarseggiava anche il punto di vista di chi è stato privato della libertà e della serenità e per questo ha deciso di intraprendere una guerra di civiltà.  Calabria Ribelle* di Giuseppe Trimarchi ha l’ambizione di colmare questa lacuna. Accanto a Liliana (mamma di Massimiliano Carbone ucciso a Locri nel settembre del 2004) a Mario (papà di Gianluca Congiusta ucciso a Siderno nel maggio del 2005) a Deborah (figlia di Lollò Cartisano, sequestrato e Bovalino e mai tornato a casa) e Stefania (figlia di Cecè Grasso, ucciso a Locri nel marzo del 1989), ci sono infatti anche le storie di Gaetano Saffioti (imprenditore sotto scorta), don Pino Demasi (parroco antimafia) e Michele Luccisano (vittima di usura). E’ un capovolgimento di prospettiva, che racconta le loro tragedie personali, il modo in cui sono arrivati a ribellarsi, nel tentativo di avvicinare il lettore ai protagonisti mediante anche un botta e risposta con l’autore. Sono pagine intrise di dolore e sofferenza, ma anche il segno tangibile che c’è chi non si piega più e cerca giustizia per sé e per gli altri. Esiste, in aggiunta, anche un’ambizione alta intrinseca nel testo: squarciare il velo di ipocrisia che spesso offusca e ingrigisce la cosiddetta “antimafia sociale” proprio partendo dall’esempio che ci offrono queste tre donne e questi quattro uomini. Che si badi bene, non sono eroi. Ma non hanno neppure scelto di intraprendere le loro battaglie per hobby, perché va di moda. Loro, a differenza di tanti altri, si sono ritrovati a combattere perché costretti dalle drammatiche sequenze di una vita complicata e difficile. La loro non è voglia di apparire, ma sete di giustizia e di verità. Non bucano il video. Non fanno grandi proclami. Non girano l’Italia per vantarsi di prodezze eroiche e sbalorditive. Non cavalcano onde mediatiche. Non sono fiammate che si spengono insieme ai riflettori. Non strumentalizzano eventi drammatici per farsi pubblicità e soddisfare un indecente bisogno di visibilità. Non “vantano” minacce e intimidazioni, vere o presunte, per scalare le rapidi del successo. A volte vengono cercati, questo sì. Rincorsi dall’informazione altra, che non limita la propria attività giornalistica alle veline, ai comunicati stampa e alle tette di attricette da quattro soldi.

 

 

Recensione del 3 Agosto 2012 da gianlucacongiusta.org
Calabria Ribelle-storie di ordinaria resistenza
di S. Alfredo Sprovieri

E’ il mutuo ignorarsi dei giusti che sta salvando il mondo? Borges non è stato l’ultimo a chiederselo. Sul fenomeno ‘ndrangheta è in arrivo un capovolgimento di prospettiva che avvicinerà molti lettori alla risposta. Fra pochi giorni esce il testo “Calabria Ribelle “ di Giuseppe Trimarchi, edito da Città del Sole. Un lavoro di cui si parla da tempo, realizzato da un giovane mediattivista che pensa nel Mondo e agisce nella Locride.

Colpisce subito il punto di vista e il metodo utilizzato per incatenare le storie. In Calabria Ribelle il dolore diventa rabbia, il dramma piovuto dal cielo si trasforma in una guerra da combattere sulla terra. L’autore ha messo insieme le storie di chi lotta contro il malaffare in Calabria e non solo; accanto a Liliana (mamma di Massimiliano Carbone ucciso a Locri nel settembre del 2004) a Mario (papà di Gianluca Congiusta ucciso a Siderno nel maggio del 2005) a Deborah (figlia di Lollò Cartisano, sequestrato e Bovalino e mai tornato a casa) e Stefania (figlia di Cecè Grasso, ucciso a Locri nel marzo del 1989), ci sono infatti anche le storie di Gaetano Saffioti (imprenditore sotto scorta), don Pino Demasi (parroco antimafia) e Michele Luccisano (vittima di usura). L’ambizione è quella di rompere qualche pregiudizio, di ricorrere all’antiretorica con l’ausilio di una metodologia rigorosa.

Peppe lo conosco, abbiamo lavorato insieme e spesso non ci siamo capiti. Colpa mia. Dovevamo prima conoscersi di persona, e avvenne sopra la statua di Telesio, a Cosenza. Sapevamo che ancora una volta ci avrebbero sfruttato ma che forse alla fine non era tutto inutile, e sorridendo speravamo di riuscire almeno a dare voce a chi non ce l’ha. A Gioiosa Marina è passato un po’ di tempo, e la voce ora gli tocca alzarla per farsi sentire da me. Non c’è abituato, ma ha bisogno di sopraffare la musica del locale per spiegarmi con passione qual è il suo intento: “I capitoli sono per metà racconto e per metà intervista, un botta e risposta tra me e loro. Ci sono anche le stesse identiche domande perché volevo capire come su uno stesso argomento, esistano idee e convinzioni diverse, perché diverse sono le angolazioni, diverse sono le esperienze di vita vissuta. Diverse sono le prospettive”.

Il procuratore Giuseppe Pignatone qualche tempo fa all’Unical disse ai pochi studenti intervenuti al suo commiato dalla Calabria di non credere agli eroi solitari. Perché è un’idea romantica che fa il gioco delle mafie, perché gli eroi solitari vengono sconfitti, soprattutto quando combattono mulini a vento. Peppe Trimarchi si colloca su questa scia di idee. Ha scritto un libro su nove persone che non si considerano eroi, in nessun modo. Uomini e donne poco conosciute, che nei riflettori credono poco. Che non lottano per hobby, ma per reazione all’ingiustizia della vita. Non si lamentano, non vantano minacce, non costruiscono alibi. Semplicemente non mollano, sperando di diventare parte di una regola, e non i protagonisti di un’eccezione. Raccontando il loro mondo quotidiano, prima e dopo che l’inferno gli piombasse addosso. Dando la dignità del racconto a delle esistenze per sempre cambiate dalla violenza, l’autore ambisce anche a far cadere il velo d’ipocrisia sul contrasto di facciata, sull’universo di carriere antimafiose. “Sì, con questo libro voglio che si ricominci a ridare il senso ad una parola usata, abusata, strumentalizzata e alla moda: antimafia. E’ questo quello che voglio fare”.

‎”Io sono un’insegnante senza spessore sociale. Non voglio compassione. Io sono la mamma di Massimiliano, questo è la mia forza. La giustizia negata a mio figlio è giustizia negata alla comunità locrese. È riscatto negato alla comunità. È libertà negata alla comunità. È rispetto negato alla comunità”. Così parla Liliana Esposito Carbone in Calabria Ribelle. Massimiliano è stato ucciso 10 anni fa a Locri e ancora non c’è giustizia per una storia che fatica a farsi conoscere dal grande pubblico.

“Durante quella guerra di mafia, insieme ai miei collaboratori, accompagnavamo i figli dei boss locali al Nord. Volevamo salvarli da quell’ambiente incancrenito dalla ferocia. Ricordo che in ogni famiglia si ripeteva sempre la stessa scena. Prima della partenza, la mamma mostrava al figlio la foto del padre o dei fratelli, e – togliendosi la pistola dal reggiseno- raccomandava al bambino di non dimenticare mai che erano morti per lui. Una frase devastante per una giovane mente. Tanti torneranno. In molti moriranno ammazzati”. Questo invece è uno dei ricordi di Don Pino De Masi, prete di Libera. I loro punti di vista aggiungono un tassello preziosissimo al mosaico che la Calabria sta costruendo sul muro del tempo grande, della memoria collettiva.

Il testo è zeppo di parole come queste, capaci di buttarci nel mezzo del punto di vista più vicino alle persone comuni, ed è concluso dai saggi di altri giovani giornalisti calabresi, che conosciamo bene. Agostino Riitano, più volte corsivista per le pagine di Mm, racconta come il cancro del menefreghismo stia divorando il tessuto sociale nell’hinterland milanese, ormai zeppo di mafia, mentre ai premi Montanelli Danilo Chirico e Alessio Magro (del loro libro “Dimenticati” parlammo in anteprima su Mm a dicembre del 2011) chiosano su cosa voglia dire davvero “antindrangheta”.

Insomma probabilmente è vero che l’insieme di chi individualmente ha il coraggio di fare il proprio dovere con dignità sta salvando questo mondo in bancarotta, ma forse è anche vero che rompere lo stato di isolamento di queste storie può creare l’opportunità di cambiarlo davvero, il mondo.

 

Alcuni stralci dall’ Introduzione:
L’ipocrisia, l’antimafia, il circo e le donne.

Sono stato un ipocrita. Per molto tempo sono stato un ipocrita, perché ho agito da incoerente, vigliacco e codardo. Perché non sono stato in grado di mettere in pratica quello in cui credevo, quello che mi appassionava.
In una torrida notte estiva, mi si presentò improvvisamente l’occasione tangibile per concretizzare le mie idee, le mie convinzioni, quelle per le quali pensavo di dare un contributo pratico con le mie azioni. quelle che sbandieravo animosamente in giro. Ma ho fallito clamorosamente. Ho mancato colpevolmente quell’appuntamento con la coerenza: il caso mi ha dato un lezione. Un insegnamento severo, profondo, crudo. Che mi ha schiarito i pensieri e fatto comprendere dinamiche, priorità e comportamenti. che mi ha violentemente fatto capire che prima di parlare, proclamare, apparire, bisogna fare i conti con la costanza e l’etica profusa nella grandezza delle piccole false sfide giornaliere.
Quella notte mi resi conto che avevo costruito una facciata di cartapesta, modellata per tentare di nascondere un inconscio ancora troppo paurosamente acerbo, assoggettato e incontrollabile.
Tutto successe la sera di un fine luglio di qualche tempo fa. Faceva caldo, molto caldo. In Calabria, di turisti, ce n’erano ancora pochi. A Canolo erano arrivati solo Mario e la sua ragazza, Sofia.
[…]
Avevamo percorso solo pochi chilometri e casualmente ci accorgemmo che in lontananza c’erano delle fiamme. Pensammo subito ad un “classico” incendio boschivo, dannata pratica criminale peculiare di questo angolo di terra.
[…]
E solo pochi metri dopo ci trovammo di fronte l’osceno spettacolo: a bruciare era un escavatore. Le vampate altissime probabilmente erano state appiccate solo pochi istanti prima.  Intorno non notammo nessuno, ma forse gli incendiari manovalanti erano ancora nelle vicinanze.
[…]
Non avvisammo nessuno. Io per qualche minuto pensai che avremmo dovuto chiamare i carabinieri, i pompieri. Segnalare quanto visto. Avvisare e denunciare. Ma non l’ho fatto. Non l’ho fatto. Forse per paura, forse per timore, per non avere problemi, per lasciare le cose come stavano, perché in fondo erano cazzi loro.
Mi lasciai fagocitare dall’omertà, dal discorso che si sviscerò in macchina: “E’ meglio farci i cazzi nostri” oppure “Il sud è un posto stupendo e se ti fai i fatti tuoi vivi bene” o ancora “Perché gli altri che abitano lì vicino non hanno avvisato?” A me, a noi, non doveva interessare. quella probabile storia di taglieggiamento era cosa loro, non era cosa nostra!
Quando realizzai il ragionamento che avevo maturato in quei minuti, mi sentii un verme. Un infame. Un ipocrita appunto. Quella sera ero stato complice e contiguo.
E non fu l’unica occasione. Sono stato complice e contiguo ogni volta che ho chiesto e che chiedo un favore per vedermi riconosciuto un diritto: un visita, un certificato, un documento, le analisi. Sono stato complice e contiguo quando mi resi conto che nella cooperativa in cui lavoravo qualcosa non andava e ho temporeggiato alcuni mesi prima di dimettermi. Sono stato colplice e contiguo perché a volte ho girato la testa dall’altra parte. sono stato complice e contiguo ogni volta che ho leccato il culo a qualcuno con la speranza che mi potesse raccomandare. Sono stato complice e contiguo perché ho aderito e partecipato ad iniziative sociali “antimafia” colpevole e consapevole di non esserne all’altezza. Consapevole e colpevole di non disporre dell’integrità etica necessaria.
Da quella notte di luglio ho capito, anzi ho accertato, che non basta urlare in piazza che la mafia è una montagna di merda e poi “accidentalmente” pestarla con la speranza che porti immense fortune. Che non basta scrivere di tanto in tanto qualche articolo su un giornale. Che non basta dichiararsi contro. Che non basta riempirsi la bocca con la parola “antimafia”. Che non basta marciare alle manifestazioni. Che non basta andare in giro e vantarsi di leggendarie gesta compiute nelle terre di boss spietati. Che non bastano gli slogan, le magliette, le belle parole. soprattutto quando la fedina morale è sporca come la mia. O magari molto di più.
[…]

Ecco perché vogliamo raccontare le storie di Gaetano, Liliana, Deborah, Mario, Stefania, Don Pino e Michele. Ecco perché abbiamo deciso di chiedere direttamente le loro opinioni, i loro ricordi, i loro drammi e i loro rimpianti. Le loro speranze e le loro aspettative. Ecco perché abbiamo deciso di porre anche una serie di identiche domande: vogliamo capire come su uno stesso argomento, esistano idee e convinzioni diverse, perché diverse sono le angolazioni, diverse sono le esperienze di vita vissuta. Diverse sono le prospettive. L’ambizione alta è quella di voler ridare il senso ad una parola usata, abusata, strumentalizzata e alla moda.
Queste tre donne e questi quattro uomini non sono eroi. Non vogliono essere eroi. Povera e funesta è la terra che ha bisogno di eroi. Vogliono essere la regola e non l’eccezione. Non hanno scelto di intraprendere le loro battaglie per hobby, perché fa tendenza. Loro, a differenza di tanti altri, si sono ritrovati a guerreggiare perché costretti dalle drammatiche sequenze di una vita complicata e difficile. La loro non è voglia di apparire, ma sete di giustizia e verità.
[…]

 

 

Breve storia di Gaetano Saffioti

Stralcio del libro “Calabria ribelle. Storie di ordinaria resistenza” di Giuseppe Trimarchi (ed. Città del Sole)

 

 

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