DELITTO DI PRESTIGIO La storia di Giuseppe Spagnolo Dirigente politico ucciso dalla mafia di Calogero Giuffrida

Prefazione di Francesco Renda

Ed. Istituto Gramsci Siciliano – onlus

Il libro si può leggere al seguente link:
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PREFAZIONE di Francesco Renda

Questa dovrebbe essere una prefazione al lavoro di Calogero Giuffrida, ma la biografia di Giuseppe Spagnolo per l’aspetto politico è parte della mia biografia politica. Per tanti anni abbiamo lavorato assieme e potrei aggiungere che assieme siamo diventati comunisti o forse sarebbe più esatto dire che sono diventato comunista per sua sollecitazione. Credo perciò di dovere raccontare come e quando ci siamo conosciuti e come l’amicizia che ci ha uniti abbia avuto sempre come legame infrangibile il senso e il dovere della politica.
La prima volta che ci incontrammo fu nel dicembre 1943. Lui aveva 43 anni, io 21. Rappresentavamo due generazioni diverse, e avevamo vissuto due esperienze diverse. Spagnolo non aveva prestato il servizio militare di leva e, per la sua età, scoppiata la guerra, non era stato richiamato alle armi ed era rimasto a casa. Io per servizio di leva ero stato chiamato alle armi nel
novembre 1942, avevo prestato servizio militare prima a Bari alla scuola allievi ufficiali dell’aeronautica, poi ricoverato in ospedale e riconosciuto solo idoneo ai servizi sedentari ero stato dimesso dalla scuola e inviato con la qualifica d’aviere scelto all’aeroporto di Grottaglie. Dopo l’otto settembre, l’aeroporto fu occupato dagli alleati e da Grottaglie fui trasferito a Molfetta. Dalla Puglia, pertanto, avevo vissuto le vicende dello sbarco alleato in Sicilia, poi della guerra combattuta nell’isola per quasi tutto il mese di agosto, infine della Sicilia divenuta territorio nemico occupato e sottoposta al governo militare alleato, generalmente indicato con la sigla Amgot (Allied Military Gouvernment of Occupied Territory). Da quel momento non ebbi più rapporti con la famiglia e nemmeno potei più avere notizie delle cose di Sicilia. Nelle medesime condizioni si trovò la mia famiglia che di me non seppe più niente. Questa situazione durò per tutto il semestre luglio-dicembre. Poi, alla fine dell’anno, ottenni una licenza militare per motivi di famiglia con durata plurimensile, e dopo avere percorso il viaggio da Bari a Cattolica con pesanti disagi, giunto in famiglia inaspettato e all’improvviso fui accolto come un redivivo.

Secondo la tradizione, venne a felicitarsi un’infinità di gente. Venne pure un gruppo di contadini, alcuni dei quali già conoscevo, e scambiati i consueti saluti passarono al motivo della loro visita, ossia a quel che a me proponevano che facessi.
Portavoce del gruppo era un contadino che non conoscevo, di condizione burgisi. Introdusse il suo discorso col dire che la guerra sarebbe finita con la vittoria della Russia sovietica e che pertanto il comunismo avrebbe avuto in Italia un grande sviluppo come primaria forza politica nazionale. In previsione che questo avvenisse, credeva necessario che anche Cattolica
prendesse parte a tale sviluppo e che perciò anche a Cattolica si costituisse un partito comunista che desse ai contadini la possibilità di far valere i loro interessi materiali e politici.

Per ottenere ciò, i contadini sentivano il bisogno di avere come loro guida una persona capace cui dare fiducia incondizionata. A conclusione del suo discorso aggiunse: “Tu sei figlio di contadini, sei un intellettuale che conosce per esperienza familiare le esigenze contadine, sei quindi uno dei nostri. Ti chiediamo perciò di schierarti con noi e divenire il nostro dirigente”.
A parlare in quel modo era Giuseppe Spagnolo. Io lo ascoltai con attenzione, ma la richiesta mi colse di sorpresa e del resto i miei pensieri correvano altrove; perciò dichiarai subito che non potevo accettare. Non sapevo nulla di politica e non volevo occuparmi di politica. Il mio proposito era di continuare gli studi universitari, prendere la laurea e dedicarmi all’insegnamento.
Aggiunsi che non sapevo cosa fosse il comunismo, e per la verità non lo sapevano né Spagnolo né gli altri che lo accompagnavano. Quel che sapevano o che dicevano di sapere era che, finita la guerra, i contadini avrebbero dovuto avere la loro parte nella ripresa della vita politica italiana.

Giuseppe Spagnolo, che era il più politicizzato, di questa partecipazione contadina alla ripresa della vita politica nazionale aveva la certezza come di un articolo di fede, e sotto questo profilo mostrava di saperne più di me sia perché, come seppi dopo, era stato al confino e aveva conosciuto vari confinati politici, sia perché teneva presenti gli eventi sociali e politici del dopoguerra 1919-21.
Spagnolo e i suoi compagni di quegli eventi avevano memoria. Giovani ventenni avevano preso parte alla lotta contadina per la terra, allora diretta da Enrico La Loggia senior, deputato e sottosegretario alle finanze nei due ministeri Facta, ma soprattutto fondatore e presidente della Federazione regionale delle cooperative con sede centrale in Agrigento. Le cooperative e le casse rurali aderenti alla lega erano numerose e sparse in provincia d’Agrigento, di Caltanissetta, Palermo e Trapani. La Cassa rurale di Cattolica era personalmente diretta dal fratello di La Loggia, notaio residente in paese, e centinaia di contadini, tramite la Cassa rurale, erano divenuti proprietari di un lotto di terra da coltivare in proprio.
La Loggia, a Cattolica, era quindi un mito, ma non aveva più l’antico consenso politico. I tempi erano cambiati e non era più possibile rifare la politica del periodo liberale prefascista.

In tale stato di cose, l’assenza di Enrico La Loggia creava un vuoto politico che dava spazio al diffondersi di orientamenti radicali di sinistra. Tanto più che sul momento non c’era alcuna forza politica scesa in campo. A dare segno di vita era solo la presenza non organizzata della sinistra. I contadini miei interlocutori da questa situazione volevano trarre vantaggio a sostegno della loro scelta comunista. A Cattolica non vi era mai stato un comunismo, e del comunismo si sapeva qualcosa dalla vicina Raffadali, proprio uno dei miei interlocutori era di Raffadali ma una sola rondine, come suole dirsi, non faceva primavera.
Il comunismo dai contadini miei conterranei era voluto non per convinzione ideologica, bensì per la ragione che, a loro giudizio, era il solo che avrebbe sostenuto con efficacia la causa contadina. Allora non sapevo nulla di comunismo; poi, pensandoci meglio, compresi che il comunismo contadino auspicato dai miei conterranei non era il comunismo di Carlo Marx. Molti non sapevano nemmeno chi fosse Carlo Marx o che un Carlo Marx fosse mai esistito. A mia volta, di Carlo Marx sapevo quel che n’avevo letto nel manuale di storia della filosofia. Da una parte e dall’altra noi pensavamo che il comunismo marxiano privilegiasse soprattutto gli operai della industria. Quella connotazione genetica del comunismo di Marx era dai contadini ignorata né potevo dire di averne notizia più di loro. In ogni caso il comunismo dei miei interlocutori era la conquista della terra: e, con la terra, la conquista della libertà, di più accettabili condizioni di vita e di maggiore dignità sociale e politica. Quattro o cinque baroni latifondisti in paese esercitavano un potere tale da togliere il fiato. Né era solo un potere economico; era anche e soprattutto un potere morale, che creava un abisso nei rapporti personali. Persino nel saluto, la differenza era ancora mortificante.

Un secolo avanti Garibaldi aveva abolito il baciamano, ma in paese si continuava sempre a dare, e sempre si pretendeva il saluto del baciamano, che non era il baciamano praticato per galanteria con le donne, e nemmeno il baciamano dato dai fedeli ai loro ecclesiastici superiori. Il baciamano preteso dai signori di Cattolica era e voleva essere solo segno d’asservimento e di sottomissione. In dialetto recitava “Vasu li mani a Voscenza” oppure “Voscenza mi benidica”. Conseguire l’abolizione di quel saluto non era comunismo e nemmeno socialismo; nondimeno, per ottenerne l’abolizione, come dimostrava la persistente inosservanza del divieto garibaldino, occorreva farne conquista di libertà, pensare e agire da comunisti. Il comunismo non era quindi il “sol dell’avvenire”, come recitava l’inno dei lavoratori, e meno ancora era il fine preconizzato nel Manifesto del Partito comunista, scritto e pubblicato da Marx e da Engels nel 1848.

Il comunismo per i contadini, che mi volevano come loro dirigente, non era una conquista millennaristica da realizzare chi sa quando nello scorrere del tempo: era il possesso dell’arma politica e della forza organizzata, in breve del partito politico, che consentisse loro di conquistare la terra, di contare come gruppo sociale, di avere più libertà, di salutare buon giorno e buona sera. Insieme con la falce e il martello, nella rossa bandiera volevano fosse riportata la frase “terra e libertà” oppure, come avrebbe detto alcuni mesi dopo lo stesso Palmiro Togliatti, capo dei comunisti italiani, “sete di libertà e fame di terra”.
I contadini di Cattolica, come i contadini del secondo dopoguerra italiano, anche senza averne consapevolezza, volevano ottenere quel che non era stato ottenuto dai Fasci dei lavoratori siciliani del 1893. Allora, la direzione nazionale del partito socialista credette che la parola d’ordine «terra ai contadini» non fosse una richiesta proletaria. I Fasci dei lavoratori senza il sostegno nazionale del partito socialista furono poi repressi nel sangue con lo stato d’assedio deciso da Francesco Crispi e la fame di terra dei contadini non fu appagata. La fame di terra non fu appagata neanche in seguito, quando il socialismo del latifondo, ossia il socialismo dei contadini viventi nel latifondo con a capo Bernardino Verro di Corleone e Lorenzo Panepinto di Santo Stefano di Quisquina fu lasciato solo sempre per la considerazione che la richiesta della terra ai contadini non fosse una rivendicazione socialista. Il socialismo rurale generalmente riconosciuto era quello dei braccianti agricoli dell’Emilia e della Valle Padana. Il socialismo rurale del Mezzogiorno e delle Isole non era considerato invece parte organica del socialismo rurale italiano.

La scelta comunista traeva origine da quella storica incomprensione. Il comunismo contadino meridionale, di cui quello di Cattolica era una modesta parte, era espressione appunto di quel mai soddisfatto diritto dei contadini alla terra.
Allora non ero in condizione di fare la distinzione tra comunismo come fine e comunismo come mezzo, e ovviamente non lo erano i contadini miei interlocutori. Il comunismo per me e per loro era mezzo e fine nello stesso tempo, qualcosa di fascinoso, che veniva da lontano. Nel dizionario la parola comunismo chiamava in causa molti personaggi famosi. Se ne poteva fare un lungo elenco, a cominciare dall’ateniese Platone per giungere a Carlo Marx.
Ma i contadini non leggevano il dizionario e forse nemmeno sapevano che esistesse il dizionario. Non c’è offesa nelle mie parole. Giuseppe Di Vittorio, bracciante pugliese, che da giovane lavorava la terra dei padroni col salario a giornata, e che poi divenne segretario generale della CGIL e presidente della Federazione mondiale dei lavoratori, scoperse il dizionario quando aveva 14 anni, e il poter leggere le voci una dopo l’altra in ordine alfabetico fu per lui la scoperta dell’America. La ventura di Di Vittorio era però eccezionale. A Cattolica, non c’era nessun Di Vittorio, e l’analfabetismo era presso che generale fra i contadini. Solo i più giovani e i più fortunati avevano avuto la possibilità di frequentare le scuole elementari. Giuseppe Spagnolo, tuttavia, sebbene quarantenne, a differenza degli altri, non era analfabeta, sapeva leggere e scrivere, e ciò che lo distingueva era la sua cultura politica superiore alla media.

In siffatte condizioni, più che il mito letterario del comunismo, quel che contava e prevaleva era il mito della Russia sovietica, l’avanzata travolgente dell’armata rossa, il comandante supremo che si chiamava Stalin. Chi fosse e cosa fosse Stalin non era dato sapere e a nessuno importava sapere. Era un nome, e non più che un nome, ma un nome avvolto nell’apoteosi della vittoriosa battaglia di Stalingrado. Era quello che maggiormente aveva importanza. Non si supponeva allora che i contadini sovietici non lavorassero più la propria terra, e che soggetti a prestare la loro opera nei campi dei colcos senza compenso adeguato, avendo la sola concessione di lavorare in proprio il pezzetto di terra attorno alla loro casa d’abitazione con diritto di vendere liberamente al mercato popolare della vicina città. Meno ancora sapevano che molte regioni sovietiche erano state decontadinizzate col malaugurato supposto che i contadini kulak, ossia i contadini non proletari, non avevano diritto di esistere in un paese socialista.
Per la verità, sconoscevo anche io la sorte drammatica del contadino sovietico. L’ignoranza, tuttavia, non creava problemi. I contadini miei conterranei non manifestavano propositi eversivi. Non pensavano di fare la rivoluzione. Meno che mai aspiravano a divenire colcosiani dell’agricoltura isolana.

Quando l’anno appresso Eduardo D’Onofrio, su mio invito, tenne a Cattolica una conferenza su come si viveva in Unione Sovietica, furono più i dissensi che i consensi. D’Onofrio ne trasse la convinzione che Cattolica era un paese arretrato. Il giudizio in parte era vero. Però era anche vero che quanto da lui detto riguardo al come si lavorava e si viveva in Unione Sovietica non era stato condiviso.
Il comunismo voluto a Cattolica non era e non voleva essere un comunismo sovietico. I contadini progettavano la fondazione locale di un partito comunista, col proposito di riprendere e portare avanti il movimento di conquista della terra che si era sviluppato nel 1920 e che il fascismo aveva fermato.

Il loro comunismo era solo riformismo agrario, riformismo radicale senza dubbio, però solo e non altro che riformismo. Erano comunisti che volevano terra e libertà e in tanti non disdegnavano di diventare contadini kulak, ossia liberi proprietari di terra che insieme alla terra avessero anche libertà e benessere.
Mi soffermo su quanto volevano i contadini che m’invitavano ad accettare che fossi il loro dirigente, perché poi quel loro bisogno e quel loro proposito divennero l’anima della travolgente mobilitazione contadina per la conquista della terra. Il partito comunista aveva riconosciuto la fame di terra dei contadini e aveva accettato che i contadini si battessero perché si desse loro la terra cui avevano diritto. Sulla rossa bandiera comunista sovrastava pertanto la falce e il martello, ma anche la rivendicazione contadina “terra e libertà”, e nella Sicilia degli anni ’45-55 dietro quella bandiera si moveva un fiume in piena di contadini che rivendicavano giustizia e, quel che più importava, con i decreti Gullo e la riforma agraria cominciavano a gustare il sapore della terra e l’odore della libertà.
Nell’incontro del dicembre in casa mia, il rifiuto a diventare un capo di contadini apertamente comunisti fu espresso in termini assai rispettosi e cortesi, e forse fu lasciato aperto qualche spiraglio. In un piccolo paese, non c’è mai nulla che avvenga all’insaputa. L’incontro e l’invito provocarono perciò sorpresa e scandalo. La sorpresa o lo scandalo stava nel fatto che sia l’incontro che l’invito avessero coinvolto la mia persona. In paese ero conosciuto come dirigente dell’azione cattolica giovanile. Senza che ci fosse ancora una propaganda comunista, l’attesa del comunismo cominciava a respirarsi come l’aria, e il vento che scuoteva gli animi in un senso o nell’altro soffiava da lontano, sia da quanto avveniva sul fronte orientale, dove le armate sovietiche ricacciavano indietro l’invasore nazista, sia da quanto si apprendeva della guerra partigiana nell’Italia occupata dai militari tedeschi.

Il cosiddetto “vento del Nord” giorno dopo giorno soffiava con sempre crescente impeto. Giusto o sbagliato che fosse, la guerra in Sicilia si considerava finita. Il “vento del Nord” ciò nonostante giungeva a folate impetuose dalle regioni e dai paesi dove la guerra non era ancora finita, e quella sua provenienza suscitava reazioni diverse, in alcuni di speranza, in altri di paura. Se ne discuteva in piazza fra colleghi e amici, spesso senza sapere quel che si voleva dire e quel che si doveva fare. In effetti, mentre in tutti prevaleva l’incertezza, la politica bussava di porta in porta, e quanti nutrivano timore chiudevano porte e finestre, perché i venti della politica e più ancora il “vento del Nord” non scompigliassero la loro vita consueta.

Il giovane ventenne venuto da Bari personificava senza volerlo una di quelle folate di vento impetuoso, e il suo modo di discutere della guerra e della pace come d’altri insoliti problemi, compresi quelli della fede, lo rendeva sospetto di comunismo. Il suo dire e il suo fare non avevano nulla che legittimasse quel sospetto. La sola cosa vera si riduceva al fatto che non era più o non parlava più come il giovane d’azione cattolica qual era sempre stato. In paese lo si sapeva un dirigente dell’azione cattolica giovanile e invece veniva fuori un giovane che non appariva più quello di prima. Quell’opinione aveva l’effetto di allontanarlo dagli antichi legami e di avvicinarlo ai nuovi che mi stavano dappresso. Fu pertanto in quel groviglio di contraddizioni che avvenne la mia decisione di accogliere l’invito di Giuseppe Spagnolo.

La prima soglia di quel nuovo mio cammino fu l’adesione a fondare un Circolo di lavoratori apolitico, ma i cui soci erano comunisti e socialisti. La fondazione del circolo avvenne il 19 marzo 1944, giornata festiva intestata dalla Chiesa a San Giuseppe. Presidente del circolo fu il prof. Aurelio Bentivegna, rappresentante socialista, e vice presidente il giovane studente universitario, del quale si discuteva animosamente, rappresentante a sua volta i soci comunisti. La fondazione del 19 marzo fu solennizzata da un discorso del prof. Bentivegna cui fece seguito il discorso del vice presidente. Fu il mio primo discorso pubblico, pronunciato con viva emozione. Me la cavai fra vivi applausi ma i battimani (come poi mi fu chiarito quando ne chiesi la ragione) miravano, quando necessario, a superare le pause o le incertezze del mio dire.

Il Circolo dei lavoratori ebbe vita breve. Il prof. Bentivegna prese l’iniziativa di costituire la sezione socialista con sede dentro il circolo, sua proprietà privata. Egli credette in quel modo di trarne vantaggio e invece provocò la nostra immediata decisione di aprire senza perder più tempo la sezione comunista.
Lasciato il Circolo dei lavoratori, ci mettemmo subito all’opera. La prima ricerca fu quella del locale. Affittammo un pianterreno in Via Regina Margherita, sito non centrale ma non molto periferico rispetto alle piazze principali. Cercammo della stoffa rossa per farne una bandiera, ma nel paese non trovammo quanto ci occorreva. Dovemmo contare su quel poco di cui disponevamo. Non ci fu sventolio della bandiera e nemmeno lo stappo di qualche bottiglia in segno di auguri.

La cerimonia d’apertura della sezione comunista avvenne il 28 maggio. Era domenica e l’affluenza fu maggiore del previsto. Il locale non poteva contenere più di cinquanta persone. Molti perciò rimasero fuori e al fine di farli partecipi della cerimonia il tavolo della presidenza fu collocato davanti l’ingresso del locale in modo che l’oratore fosse ascoltato sia da dentro che da fuori. Il compito di tenere il discorso inaugurale fu scaricato sulle mie spalle e dovetti adempiere quel rito senza sapere nulla di comunismo.
Questa confessione non depone in senso sfavorevole alla mia decisione. In quel 1943 altre centinaia di giovani facevano la mia medesima scelta, anche loro senza nulla sapere di comunismo. Era il “vento del Nord” che soffiava dappertutto, e che faceva respirare il comunismo come l’aria. Nel maggio ’44 il partito comunista in Sicilia era agli inizi del suo cammino, e nonostante gli entusiasmi gli inizi non erano sempre chiari e definiti. La situazione in provincia d’Agrigento era relativamente migliore che in altre province. La federazione provinciale, tuttavia, era ancora da fare e chi la rappresentava in via provvisoria non era idoneo e in ogni caso non amava recarsi in provincia. Cercammo aiuto nei paesi vicini. A Ribera ci recammo in bicicletta, ma non ottenemmo nulla. A Raffadali andammo a dosso di mulo; l’accoglienza di Cesare Sessa fu cordiale ma le sue condizioni di salute erano precarie, e quindi ce ne tornammo a mani vuote. I 40 km di strada di andata e ritorno nella stessa giornata misero a dura prova la mia schiena non abituata a tollerare i movimenti della cavalcata. Dovetti stare un paio di giorni a letto. La conseguenza più grave fu tuttavia la cerimonia rimasta tutta a nostro carico. Il carico maggiore fu però il mio, giacché, come segretario della sezione, dovetti pronunciare in pubblico il primo discorso politico comunista. Che fare? Che dire? Dal dicembre al maggio non ebbi possibilità di leggere qualcosa di comunista. Non avevo libri né opuscoli né giornali. La sola risorsa fu un opuscolo, comprato a Reggio Calabria, contenente la Costituzione sovietica del 1936 . Ne lessi e commentai gli articoli che mi parvero più notevoli. Non sapevo che quella costituzione era solo un pezzo di carta e in assoluta buona fede parlai di una mirifica Unione sovietica che di fatto non esisteva. L’errore rimase, tuttavia, un caso isolato.

La sezione comunista nacque senza essere distinta dalla camera del lavoro. Nel maggio 1944 non eravamo in condizioni di fare una siffatta distinzione. Senza saperlo e senza volerlo, per tutta l’estate del ’44, la sezione comunista fu quindi anche camera del lavoro.
Una prima iniziativa che ebbe un successo clamoroso è ricordata nel testo di Giuffrida. La sezione comunista di Cattolica ottenne dal ministro Gullo che un decreto legge nazionale fosse modificato nei termini richiesti dai contadini. Fu infatti abrogato l’obbligo di conferire ai “granai del popolo” l’orzo, le fave e altri prodotti destinati all’alimentazione del bestiame di lavoro come muli, cavalli e asini. La sezione comunista di Cattolica fu chiamata ad affrontare un altro decreto Gullo, che fissava il compenso del grano da conferire ai “granai del popolo” in lire 1000 il quintale, 500 come prezzo e 500 come premio di coltivazione. La tesi che noi sostenemmo fu che il canone d’affitto agrario fissato in rapporto al prezzo del grano dovesse corrispondere non a 1000 lire il quintale, ma solo a 500 lire, giacché le altre 500 lire erano un premio di produzione che spettava al produttore, non a chi affittava i suoi feudi. Quella vertenza fu assai controversa. I proprietari ricorsero anche alla magistratura. La tesi da noi sostenuta trovò però conferma anche in quella sede.

La sezione comunista navigava quindi a gonfie vele. I comizi che ogni domenica tenevo nel piazzale davanti la chiesa della Mercede erano sempre più affollati.
In agosto, però, la mia licenza militare ebbe termine, e ritornato alle armi lasciai tutto sulle spalle di Spagnolo e compagni.
Spagnolo era un vero capo contadino. Nelle due iniziative anzidette il suo ruolo fu decisivo. Quando il 19 ottobre successivo uscì il decreto Gullo per la concessione delle terre incolte ai contadini, da me sollecitato da Palermo, egli si mise al lavoro, e diede subito vita alla cooperativa Proletaria, della quale fu eletto presidente. A me fu data la delega di rappresentare la cooperativa al primo congresso regionale della lega nazionale delle cooperative, nel quale fui eletto segretario con Cesare Sessa presidente.
Qui dovrei concludere. Aggiungo tuttavia due altre brevi informazioni La prima. Quando si procedette all’occupazione delle terre – alle cavalcate, come le chiama Giuffrida, ma erano cavalcate che precostituivano un diritto presuntivo sulla concessione dei feudi ove si piantava la bandiera – scrissi sulla rivista Chiarezza, che si stampava a Palermo, un articolo titolato I contadini occupano un feudo.
La seconda. Quando Giuseppe Spagnolo fu eletto sindaco, sempre nella rivista Chiarezza scrissi l’articolo Un contadino è sindaco di Cattolica Eraclea.
Quanto al resto, vorrei ricordare la straordinaria partecipazione di popolo ai funerali del nostro compagno ucciso. Ma nel racconto di Giuffrida è detto il necessario, e non credo di avere altro da aggiungere.

 

 

 

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