Favara. L’assassinio di Gaetano Guarino di Calogero Castronovo

Favara. L’assassinio di Gaetano Guarino

di Calogero Castronovo

Edizione Compostampa, Palermo 2005

 

Nota da:perlasicilia.blogspot.com    SALVATORE LUPO, Prefazione a  “Favara. L’assassinio di Gaetano Guarino”

La storia qui narrata è una delle tante del dopoguerra siciliano. Essa si incentra su uno dei paesi più turbolenti della parte centro-occidentale dell’isola, Favara; un paese nel quale la ricerca di un riscatto (da un ventennio di oppres­sione politica fascista, da fenomeni di oppressione sociale, miseria e sfruttamen­to ben più antichi) si accompagnò in quegli anni all’ennesima riproduzione del fenomeno mafioso. La mafia a Favara, d’altronde, era antica già nel 1943-45. II paese nel periodo postunitario fornì alle cronache il caso del bandito Sajeva, che le fonti ci descrivono impegnato nella tipica funzione mafiosa di “fare le vendet­te” per conto dell’una o dell’altra fazione paesana. Di lì a pochi anni, nel 1885, la mafia di Favara apparve all’opinione pubblica anche nazionale nella forma del sodalizio criminale strutturato, compattato da tenebrosi rituali, grazie al proces­so contro la locale “Fratellanza” (1885), composta in maggioranza da zolfatari. Sembra un’applicazione della famosa teoria di Eric Hobsbawm sulla mafia come forma primitiva della lotta di classe. Su questo versante agrigentino d’altronde Luigi Pirandello ambientò nel 1910 una novella su una lega contadina che inizia­va col promuovere le lotte popolari per un migliore riparto dei prodotti agricoli e finiva con l’organizzare l’abigeato, con l’usuale taglieggiamento dei proprietari legato al meccanismo della protezione-estorsione. Mobilitazione popolare e feno­menologia mafiosa si intrecciavano dunque in quest’area ben più di quanto fosse nel grande palcoscenico del Palermitano, dove, come diceva Franchetti, la fenome­nologia mafiosa si riferiva piuttosto ai “facinorosi della classe media”, alla gran­de impresa agricola e pastorale dei gabellotti, alla stessa classe dirigente del capoluogo.

Calogero Castronovo qui ricostruisce con impegno conoscitivo e passione civile la storia di una mafia antica, passata attraverso il fascismo, pronta a but­tarsi all’attacco del potere politico locale – o, per meglio dire, determinata a con­servare il potere locale – anche infiltrandosi nei partiti di sinistra. II caso dell’as­sassinio del sindaco Guarino, delitto politico-mafioso a parere dell’autore matura­to all’interno del locale “blocco del popolo”, gli serve per entrare in questi intrec­ci e per cogliere questa continuità dei gruppi di potere e delle pratiche criminali nel paese. E’ difficile dire se la sua tesi sui responsabili del delitto possa conside­rarsi provata; è invece probabile che la notevole documentazione da lui raccolta avvalori pienamente l’idea di una continuità di gruppi mafiosi quanto meno dai primi anni Venti. II secondo aspetto mi sembra comunque in ogni caso più rile­vante, perché a mio parere compito dello storico della mafia non è la ricerca dei responsabili di delitti remoti, insoluti e forse insolubili, ma la chiarificazione dei contesti ambientali che hanno reso possibile la compenetrazione tra potere occul­to e potere palese. In questo senso si può comprendere il perché in un centro di irradiazione del fenomeno mafioso, come F’avara, tutte le forze politiche siano state oggetto dell’attenzione più o meno strumentale dei gruppi di mafia. Ciò vale per la Democrazia cristiana, partito unico del potere in età repubblicana, e dun­que oggetto privilegiato degli appetiti mafiosi; come per altri partiti, come per i comunisti, relativamente alla fetta di potere locale di cui essi eventualmente abbiano usufruito. Questa è la considerazione realistica che viene accreditata da ricerche come quella che qui si presenta.

Mi resta però da fare un’ultima considerazione. Il riconoscimento della lati­tudine della capacità corruttrice del potere mafioso non implica l’equiparazione tra le responsabilità dei partiti politici. La Democrazia cristiana ha avuto una responsabilità incomparabilmente superiore a tutti gli altri: non solo perché tutti i grandi mafiosi sono stati democristiani, ma perché in quel partito il livello dell’inquinamento è giunto a toccare, in certe aree, in certe situazioni, in certi grup­pi locali o sovralocali, i vertici. D’altro canto, tutto il peso della resistenza alla mafia è ricaduto nella Sicilia degli anni Cinquanta e Sessanta sulle spalle dei due partiti di sinistra,- ed è sempre là che, non a caso, vanno cercati i caduti sotto il piombo mafioso. Credo che dobbiamo tornare, ma per volgerla in positivo, alla frase celebre del cardinale Ruffini, secondo il quale la mafia era un’invenzione dei comunisti: mentre così si esprimeva la più alta autorità “morale” dell’isola, men­tre gli inquirenti affermavano che i delitti mafiosi erano attribuibili a questioni di corna, mentre i giudici assolvevano tutti e sistematicamente, mentre negli ambienti governativi era fragoroso il silenzio, solo grazie a politici, intellettuali, giornalisti di sinistra il discorso contro la mafia restò vivo per essere consegnato a tempi migliori.

Salvatore Lupo

Università di Palermo, 23 dicembre 2004

 

 

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