Guarda oltre – Antonio Musolino

Guarda oltre
Antonio Musolino

pubblicato da youcanprint, 2021

Una vita coraggiosa quella di Antonio Musolino in una zona d’Italia, la Calabria, particolarmente ricca di Storia e bellezze naturali. Antonio rivela, tra le paure di una società mafiosa, la bellezza dell’anima che preferisce la Libertà. I suoi occhi azzurri guardano oltre il panorama e ambienta la sua storia tra due realtà: la vita concreta e il soffio vitale dello spirito. Scegliendo il bello di entrambe le realtà. Questo romanzo è ambientato nel cuore, come scintilla che brilla e brucia in ognuno di noi, per la scelta giusta e libera.

 

 

“In vita non mi sono sentito coraggioso. Ho, semplicemente, fatto di me quello che ero. Auguro a tutti di dire sì all’amore per la vita e per se stessi. Non conoscevo altro modo, se non vivere così. Questo, probabilmente, non giustifica tutto. Pone, solo, delle domande e delle scelte che io, da vivo, ho fatto. E mi sono dato delle risposte. Chi rimane in vita deve fare altrettanto. Deve porsi delle domande e darsi delle risposte; risposte che non devono essere, necessariamente, le mie. Indubbiamente mi dispiaccio se sono il pretesto per altri per non muoversi, per aver paura, per non scegliere, per rimanere intrappolati nelle bruttezze della vita, nascondendosi e motivando la propria solitudine e incomprensione al dolore.
Le giustificazioni del tipo “Tanto io non posso fare molto”, oppure, “Non cambia niente. Sono i potenti che cambiano il mondo”, fanno di te un indeciso, uno che non ha Carattere, Sapore, Identità, Orgoglio, Dignità, Amore. E, così facendo, autorizzi, chiunque, ad invadere il tuo mondo, i tuoi sentimenti, il tuo cuore.”

 

 

Fonte: facebook.com

Guarda oltre, secondo il poeta Franco Blefari.

“GUARDA OLTRE”, UN LIBRO DEDICATO A TOTO’ MUSOLINO

Sono rimasto letteralmente folgorato dalla lettura di questo libro ( “Guarda oltre; 160 pagg; 15.00 euro; Rotomail; Vignate – Milano ) scritto a vent’anni dalla scomparsa di Totò Musolino, ucciso dalla mafia sulla centralissima Via Vittorio Emanuele di Benestare, nel suo frantoio dove stava lavorando, quasi a contatto di gomito con Piazza Matrice, davanti alla chiesa, affollata di gente. Totò ( nel libro è chiamato Antonio, il nome che piaceva ai suoi genitori ) è la voce narrante di se stesso, che si racconta e si fa raccontare, non solo attraverso il ricordo vivido della moglie che lo ha raggiunto in cielo, alcuni anni dopo la sua morte (che lui chiama il suo Fantasmino”), ma, anche, attraverso le cronache dei giornali del tempo e le interviste “illuminanti” del Fratellino ( nome datogli da Totò ), Ing. Domenico, il quale, dopo l’assassinio, ha svelato tanti punti oscuri della vicenda e di come furono, maldestramente, condotte le indagini della Polizia di Stato.

Un’opera letteraria che non può e non deve restare circoscritta in ambito regionale o nazionale, ma deve fare il giro del mondo ed essere tradotta in tutte le lingue, perché dove c’è un uomo che lavora onestamente e viene ucciso sistematicamente dalla mafia, o da un sistema sociale eversivo, perché non paga il pizzo, c’è uno Stato che non funziona. Una pubblicazione che, per la valenza antropologica che riveste, il messaggio umano che racchiude e la denuncia sociale, che investe ogni settore della vita civile, pesa, più del macigno ciclopico, dedicato a Totò, sulla coscienza degli uomini liberi.

“Se ami la vita, non sprecare il tempo, perché il tempo è il bene di cui è fatta la vita” che nessuno ha diritto di rubare ad altri, scrisse Benjamin Franklin.

 

 

 

N. 4 – Libertà, Utopia.

“Da geometra, imprenditore e costruttore edile, Totò sapeva di svolgere il suo lavoro tra mille pericoli, in un ambiente dominato dalla mafia, dal denaro sporco e dalla prevaricazione sociale, anche se era il suo lavoro, tanto che la moglie gli chiede se conosceva i suoi assassini. «Sceglievo sempre la cosa giusta da fare», afferma, anche se la “sua” cosa giusta era quella degli uomini giusti, ma non quella dei suoi assassini.

È talmente giusto, Totò, che si rimprovera di essere, addirittura, l’assassino di se stesso, perché, se avesse intrapreso la strada dei facili guadagni disonesti, certamente, non sarebbe morto, arrecando questo grande dolore alla sua famiglia. Totò aveva paura di esporre i suoi famigliari a qualche vendetta di stampo mafioso. E, dovunque andasse, nel rispetto della legge, assumeva lavoratori del posto per i suoi cantieri, aggiudicati in seguito ad appalti regolarmente vinti. Faceva lavorare tutti gli operatori locali quando si trattava di movimenti di terra con ruspe ed escavatori, dove si scatenano gli appetiti più voraci delle famiglie mafiose.

Totò adorava i suoi genitori, nella cui casa tornava tutte le sere. Sua moglie, da novello Dante, rivela al suo Virgilio il carattere mite del padre di Totò, il quale faceva del bene al prossimo, ma senza rivelarlo a nessuno. Un uomo che aveva la terra nel sangue, sulla quale si addormentò per sempre in una giornata di sole e di sudore, come se volesse essere seppellito nel suo seno per sempre. Aveva la passione di coltivare piante di ulivi e di produrre un olio di qualità eccelsa, motivo per il quale raccomandava di procedere alla molitura delle olive quando erano ancora verdi e appena raccolte. La figura di questo genitore d’altri tempi e d’altre generazioni, Peppi ‘u Vigilanti, gran lavoratore, che in gioventù faceva serenate a sua moglie, con la chitarra, si erge maestosa, tra le pagine del libro, come un totem a difesa del tempo e delle intemperie di altre civiltà che vogliono cambiare le leggi della vita. Un uomo che rappresentava un’epoca, un modo di vivere e di pensare, sempre fedele alla famiglia tradizionale, i cui componenti dovevano sempre osservare una serie di precetti e insegnamenti dal punto di vista civile, etico e religioso, il quale, per tanto tempo, accolse al suo desco famigliare, tutti i giorni, un bambino, figlio di gente povera.

Questo idillio tra marito e moglie, che si rinnova sullo scenario dell’immensità celeste, riporta i due coniugi al tempo dell’amore, quando lui fece di tutto per conquistarla. Dopo ripetuti inviti nel corso di un ballo in piazza, in cui lei scartò valzer e tarantelle, Totò la conquistò con un tango che segnò l’inizio del loro amore e gli incontri in un vecchio casolare di campagna. Ma ora il loro cuore è proteso a godere le meravigliose bellezze del paradiso, anche se il cuore li riporta a Benestare, dove rivivono ancora la sera del delitto. Rivedono la macchina del commando assassino, rubata a Bianco, in Piazza Stazione, che gira per le strade del paese con i due loschi individui a bordo, senza che il Commissariato di Bovalino abbia fatto nulla per fermarli, nonostante la segnalazione avuta da una donna di Benestare. Visitano il Masso Ciclopico, lanciato dagli dèi su quella Piazza, oggi Della Memoria Civile, sopra il quale una stele ricorda l’infame delitto. C’è tutta la popolazione e c’è anche suo figlio (“Figlio dei sogni più belli e dell’Amore!”) e c’è anche sua figlia con la quale sale sopra quel masso, mentre il revival celeste si trasforma in pellicola con alcune frasi lapidarie del libro che passano in skrolling (serpentone) in basso allo schermo: «Nessuno ha il diritto di rubare la vita, i sogni, i sorrisi di ogni essere umano … La libertà è una necessità, un nostro bisogno biologico … La mia esistenza dipendeva da voi, come la vostra dipende da ognuno di noi … Ognuno di loro ( i mafiosi, n.d.a.) dovrà rendere conto a Dio … Le utopie sono tali solo fino a quando non arriva un sognatore».

Un sogno, questo, fatto dall’eternità, di ritorno sulla terra, degno dei più grandi registi del cinema italiano come Fellini, Avati, Tornatore, che si conclude quando i due scendono dal masso ciclopico, con Totò che prende in braccio la figlia e i due si mettono a ballare sull’onda di un’ipotetica musica. Finito il ballo, Totò bacia la figlia, e lei gli dice: «Ti amo, papà». Ma non è ancora finita. Nel sogno celestiale, che domina l’ultima parte del libro, i due, Dante e Virgilio (Melina e Totò ), si vedono mentre chiedono al Commissariato di Bovalino, il motivo per cui non sono intervenuti a fermare il commando dopo avere ricevuto la telefonata anonima da Benestare, e perché il poliziotto di quella stazione abbia preferito suicidarsi (sarà vero?), anziché bloccare la macchina dei malviventi che scappavano dopo il delitto. Un libro che rappresenta un monumento ad Antonio Musolino, che ha pagato con la vita il suo senso dell’onestà, per la secolare impotenza dello Stato davanti all’antistato, che non sa proteggere i suoi figli.

Un libro scritto col cuore e con la sofferenza “che intender non la può chi non la prova”.”