I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie

GIUSEPPE E DOMENICO VERBARO

Articolo da La Repubblica del 31 marzo 2001

Un testimone di giustizia: ‘Il mio panificio è chiuso e rischio lo sfratto’

di Franca Selvatici

GIUSEPPE VERBARO è un testimone di giustizia che si è messo in testa di far funzionare le leggi dello Stato. E’ venuto in Toscana con l’ idea di farsi aiutare da un pool di avvocati per imporre allo Stato il rispetto delle sue stesse leggi. Fra di loro c’ è l’ avvocato Giangualberto Pepi, che tutela anche un altro testimone di giustizia, Mario Nero, sulle cui drammatiche traversie è stato fatto un film con Raoul Bova, che andrà in onda fra pochi giorni su Canale 5. Giuseppe Verbaro e suo fratello Domenico avevano un panificio a Reggio Calabria, in un quartiere controllato dalla cosca Labate. Hanno testimoniato contro i mafiosi. Si sono costituiti parte civile. Il processo si è chiuso con la condanna di tutti gli imputati. I due fratelli hanno chiesto di restare nella loro città, e di riprendere il lavoro nel panificio. «Un testimone che resta nella sua città ha un valore ancora più forte», sottolinea l’ avvocato Pepi. Invece per i due fratelli sono cominciati i tormenti. Spiega Giuseppe Verbaro: «Le minacce io non le ho ricevute dalle cosche ma dalle istituzioni. Mio fratello, che ha accettato di firmare il programma di protezione senza leggerlo e senza pretenderne copia, ha ricevuto la protezione fisica e il contributo economico. Io, che pretendevo di esaminarlo con un avvocato, sono stato costretto ad arrivare fino al Consiglio di Stato per ottenere il contributo economico. Ma che razza di paese è questo, che pretende che si firmi un contratto senza leggerlo? Il panificio resta chiuso e noi rischiamo lo sfratto. Per le scorte è stata battaglia. Il colonnello dei carabinieri si indignò perché volevo andare al parco giochi con i bambini e allo stadio. Hanno punito un appuntato per avermi offerto un caffè. Il fatto è che le istituzioni “riconoscono” la ‘ndrangheta. In Calabria ci sono tante persone che andrebbero a testimoniare contro le cosche. Non lo fanno perché vedono che le leggi dello Stato non vengono applicate. Io sono convinto che la camorra a Napoli, la ‘ndrangheta a Reggio Calabria, la mafia in Sicilia avrebbero un mese di vita se le leggi fossero applicate. I testimoni di giustizia potrebbero essere migliaia. Invece siamo 5060, e tutti siamo stati perseguitati dallo Stato. Con determinazione. Forse per paura delle cose che verrebbero alla luce. Hanno capito che la guerra alla criminalità organizzata può essere fatta solo con i testimoni e i pentiti. Ma questa guerra non vogliono farla. Io sono qua in Toscana perché desidero che al Nord si comprenda che senza il risorgimento del Sud l’ Italia non può ripartire». (f.s.)

Articolo da La Repubblica del 14 Agosto 2002

Protestano i testimoni di giustizia

Nuova protesta a Firenze, davanti al tribunale, dei fratelli Domenico e Giuseppe Verbaro, entrambi testimoni di giustizia, a cui è stato tolto il programma di protezione, che denunciano le loro difficili condizioni di vita. Già protagonisti di proteste analoghe, l’ ultima l’ 8 agosto scorso davanti al Comune di Montecatini, in luglio davanti al Viminale, un anno fa al Quirinale, i due fratelli, panettieri di Reggio Calabria, nel 1997 denunciarono i loro estorsori che per oltre 10 anni li avevano costretti a pagare il pizzo. Ieri i due fratelli hanno distribuito volantini in cui protestano per il modo in cui viene gestito il servizio di protezione. Per chi ha scelto di deporre contro le cosche – accusano – la vita è una persecuzione. I testimoni di giustizia – denunciano – non hanno il diritto di mantenere la propria identità, di ricevere amici, parenti e neppure i figli, di stipulare contratti e di controllare le bollette, di avere il saldo del proprio conto corrente, di difendere i propri beni, di definire una strategia difensiva, di scegliere una strategia per la propria famiglia.

Articolo da La Repubblica del 14 Marzo 2003

Testi anti-racket abbandonati solo una parrocchia li aiuta

di Laura Montinari

«Sì, sono io don Marco, e questa è la lettera che ho scritto ai due ministri». Parrocchia di San Giuseppe, a Prato, chiesa bianca addossata a case e negozi. Don Marco Natali è lì che aspetta fuori. Ha spedito al ministro dell’ Interno Pisanu e a quello della Giustizia Castelli un appello (firmato anche dal sindaco di Altomonte Belluscio) per chiedere di risolvere il caso dei due testimoni di giustizia calabresi Giuseppe e Domenico Verbaro. Può sembrare strano per un prete. Ma da mesi don Marco raccoglie in parrocchia i soldi per mantenere i due fratelli che nel 1997 hanno denunciato chi li obbligava a pagare il pizzo. I due a novembre sono stati «scaricati» dallo Stato che ha loro revocato ogni tutela, o come scrive don Marco sono stati «abbandonati dalle pubbliche istituzioni che pare li trattino con fastidioso distacco». «Non ho il potere di modificare le cose – scrive il parroco di San Giuseppe – né mi compete farlo. Sento però il dovere di non abbandonare alla solitudine e alla disperazione i due fratelli. Né posso esimermi dal chiedere un vostro intervento – scrive ai ministri – che valga a ripristinare quella che a noi sembra una legalità tradita». E qualche riga sotto: «Credo nelle istituzioni, lavoro ogni giorno perché legalità e giustizia siano un bene garantito a tutti, anche agli ultimi». La vita dei Verbaro, ex imprenditori del pane, è un’ odissea, un furioso divincolarsi dalla gabbia dei giorni passati sotto scorta per cercare di riconquistare un’ esistenza normale. Ma cosa resta di normale dopo aver avuto il coraggio atipico di denunciare il pizzo pagato alla mafia? Via da Reggio Calabria, dalla famiglia, dagli affetti, dalle strade conosciute, dal lavoro. Sdradicati da tutto, i due fratelli arrivano a Prato col programma dello Stato per i testimoni di giustizia, «un’ applicazione rigida e burocratica della legge che crea un sacco di problemi – spiega l’ avvocato Dante Innocenti – Molti sono stati i gesti anche disperati, anche sbagliati dei Verbaro, ma nessuno ha mai voluto capire perché due uomini che hanno deciso di collaborare con la giustizia da liberi cittadini hanno perso tutto». I due non hanno un carattere facile, Giuseppe in particolare, è irruento. Una volta dà in escandescenza e getta benzina in una stanza della prefettura, esasperato perché nessuno lo riceve. Finisce agli arresti domiciliari. Quando gli vengono revocati, esce di casa: arriva la polizia per notificargli il provvedimento, non lo trova e lo denuncia per evasione. E’ solo uno dei tanti episodi. Si va avanti così fra mille insofferenze fino alla revoca della protezione che significa niente più scorta, ma anche niente più casa in affitto, nè assegno mensile da 400 euro. Così a loro adesso ci pensa la curia pratese. A uno dei due il parroco ha trovato un lavoro: «Quest’ uomo ha 53 anni, era imprenditore, ora lavora alla Coop, reparto pane – dice don Marco – Chiediamo che a questa gente venga restituita la dignità di individui, la possibilità di riprendere una vita normale». L’ avvocato ha detto che sarà chiesto il risarcimento danni, alcuni milioni di euro.

Articolo da La Repubblica del 28 Agosto 2008

Appello al governo del vescovo Simoni ‘Non posso più assistere i testimoni di giustizia’

di Franca Selvatici

Lo Stato li ha abbandonati. La Chiesa li assiste ma con difficoltà crescenti. E’ una situazione disperata quella dei fratelli Giuseppe e Domenico Verbaro, testimoni di giustizia di Reggio Calabria, da tempo esuli a Prato. E tocca a un uomo di Chiesa, al vescovo di Prato Gastone Simoni, ricordare alle autorità del governo italiano che «non si possono lasciare nell’ emarginazione, nella solitudine e nella disperazione due uomini, che, a parte questo o quell’ addebito, hanno pur reso un servizio alla Giustizia, contribuendo a smascherare e a vincere un pericoloso clan della ‘ndrangheta reggina, il clan Labate». «Sono convinto – ha scritto il vescovo – che è comunque una sconfitta delle Istituzioni e della Legge la situazione drammatica in cui vivono ormai da anni». I fratelli Verbaro erano proprietari di un panificio a Reggio Calabria. Quando hanno deciso di testimoniare contro il clan Labate, da cui subivano sistematiche estorsioni, sono stati sottoposti a programma di protezione e portati via da Reggio Calabria. «Non sono stati protetti in loco – ha spiegato ieri l’ avvocato Iacopo Pepi – ma sradicati. La loro attività è andata a rotoli. Il forno fatturava due miliardi di lire l’ anno. Con il meccanismo delle aste deserte i macchinari sono stati alla fine venduti per 69 mila lire». Certo, lo Stato ha pagato per la protezione dei due fratelli, ma i disagi sono stati immensi. Ed è quasi impossibile ripartire da zero in terre ignote. I Verbaro hanno cominciato a protestare, in forme sempre più drammatiche e controproducenti, fino a minacciare di farsi saltare insieme con l’ intero palazzo in cui abitavano. Così hanno perso tutto. Le loro famiglie. Il programma di protezione, da cui sono stati estromessi. Ogni fonte di reddito. Hanno perso anche la salute, che già era malferma. Il vescovo Simoni ha promesso di non abbandonarli «per quanto e fino a che mi sarà materialmente possibile». Ora però le sue forze sono allo stremo. Anch’ egli è sul punto di gettare la spugna. Perciò ha scritto al sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, chiedendo che per i fratelli Verbaro venga trovata «una soluzione almeno “umana”». «Il caso mi sembra disperato», spiega il vescovo: «Giuseppe non è in grado di lavorare. Domenico ha subito interventi chirurgici tali da rendergli assai difficile di proseguire nel lavoro che gli avevo trovato, unica risorsa per sopravvivere. Il sostegno economico per il loro alloggio e altre necessità, che ho assicurato per anni (sono migliaia di euro all’ anno), non sarà più possibile, giacché non sono in grado di continuare a mettere a disposizione ancora a lungo i soldi della carità (mai sufficienti) e quelli miei personali. Né posso pagare le spese necessarie per i legali. Le Autorità regionali e comunali, in considerazione della gravità del caso e della loro condizione di “testimoni di giustizia” ridottisi in questa misera situazione, mi avevano promesso un fattivo contributo, almeno per pagare l’ affitto di casa; ma per ora, dopo mesi e mesi, non ho visto nulla». I legali che assistono i due fratelli sono convinti che esista qualche possibilità di esito positivo dell’ annosa controversia che essi hanno nei confronti dello Stato. I Verbaro non negano di aver commesso degli errori, ma vorrebbero poter dimostrare che le loro contestazioni nei confronti di uomini e apparati istituzionali sono fondate. Sfortunatamente non hanno le risorse per condurre una battaglia legale. E se a Firenze e Prato ci sono avvocati che comunque li assistono, a Reggio Calabria non è stato trovato nessun legale disposto ad occuparsi della vicenda.

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