I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie

GAETANO CAMINITI

Articolo del 31 Maggio 2012 da calabrianotizie.it

La drammatica storia dell’imprenditore Gaetano Caminiti nel mirino delle cosche perché non si è mai voluto piegare – Agguati, incendi, pallottole, attentati Vivere col terrore della condanna a morte – Nel rogo della sala giochi di Pellaro stava perdendo un figlio, nel 2011 è scampato a un tentativo d’omicidio

di Graziella Mastronardo (da gazzettadelsud.it)

REGGIO CALABRIA – «Mio figlio già se n’era andato. Eravamo riusciti a trascinarlo via dal fuoco, era riverso sul marciapiede, gli occhi d’improvviso girati tutti all’indietro. E dalla bocca gli usciva una bava bianca: i massaggi cardiaci e la respirazione bocca a bocca non servivano più. Allora ho preso una bomboletta che teneva in mano un vigile del fuoco (l’unico rimasto accanto a me: gliene saro riconoscente sempre) e gli ho battuto forte sul petto: così ha ricominciato a respirare. Mentre avveniva tutto questo, la gente non ha mosso un dito: è rimasta impassibile a godersi lo spettacolo».

Era solo a lottare contro la morte Gaetano “Franco” (così lo chiamano tutti) Caminiti. Solo a lottare col fuoco, solo a incassare le minacce, solo a non piegarsi al racket, solo a raccogliere le lamiere annerite e irriconoscibili delle innumerevoli auto che gli hanno bruciato, solo a denunciare, solo a ricominciare. Solo a resistere. La solitudine a segnare i suoi giorni di terrore, a scandire decisioni e scelte sempre dilaceranti, sull’orlo del possibile precipizio senza ritorno.

Mentre racconta, in oltre due ore, mai una volta riesce a concedersi un sorriso, un’espressione distesa del volto, una battuta. Quando parla del figlio, gli occhi si fanno lucidi: ma è un attimo, poi è come se parlasse di un altro, di una vicenda che riguarda una persona diversa da lui. È il suo modo di “corazzarsi” contro il dolore, la disperazione, l’angoscia sempre in agguato. È il suo modo di sopravvivere.

«Dal 1993, anno in cui ho aperto l’attività, sino a oggi – comincia a narrare – sono stato costretto a denunciare una quarantina di episodi tra incendi, minacce, atti vandalici, estorsioni, ritrovamenti di candelotti sull’auto, attentati, lettere»: episodi che avrebbero stroncato un bue. «Ho tentato anche di uccidermi, avevo pianificato tutto. E l’ho pure scritto su Facebook, poi».

Poi magari è arrivato un altro “segnale” e la vita di Franco ha “chiamato” di nuovo. E lui è ripartito, è andato avanti. Lui, un omone possente («sembra che sprizzi saluti, invece sono un invalido, non sto bene», precisa) dallo sguardo malinconico, possiede una sala giochi a Pellaro, periferia pericolosa di ‘ndrangheta, dove tutto è sotto controllo e nessuno parla.

Dal 1993 a oggi hanno anche tentato di ammazzarlo due volte, questo operatore economico che non si vuole arrendere: la prima – nel 2000 – sono scappati con i fucili in mano perché qualcosa è andato storto, la seconda – il 12 febbraio 2011, verso le 18,30 – l’hanno affiancato mentre percorreva la Statale 106 di ritorno da Reggio. Erano in due, su una moto, il volto coperto da caschi, e gli hanno scaricato addosso 5/6 colpi di pistola: uno solo lo ha ferito al braccio, gli altri sono stati respinti dal montante d’acciaio della Smart.

«Io non lo sapevo che era così blindata quell’auto, l’abbiamo scoperto insieme con i carabinieri, dopo. Il capitano De Tullio mi disse: lei è rinato per la seconda volta, perché i proiettili erano tutti destinati alla sua testa». E si vede che lui si considera un sopravvissuto, un reduce da una guerra che continua e che forse non finirà mai. «Le forze dell’ordine mi hanno detto che, dal 1993 a oggi, sono almeno una sessantina le persone coinvolte negli episodi che mi riguardano. E quasi tutti hanno giurato di farmela pagare…».

Gaetano Caminiti è riuscito sempre a risollevarsi e ricominciare («ma ci vuole tanta forza, tanto coraggio: vivere così è massacrante non solo per me, ma anche per la mia famiglia»). La sala è un punto Snai e a breve sarà la prima in tutta la provincia ad avere le videolotterie: per questo il locale fa gola alla criminalità.

Dopo l’attentato dell’anno scorso ha avuto solo pochi giorni di “tregua”. A marzo 2011 sono arrivati nella sala tre individui, che gli hanno proposto di installare un videopoker per giocare d’azzardo e poi di dividere a metà gli incassi: roba da mezzo milione in un paio di mesi, senza far nulla. Lui ha detto no, nonostante le minacce proferite a viso aperto («po’ vidimu si tu pigghi», e un altro, presentatosi come il cugino di Pasquale Latella: «ora ciu’ dicu chi non vulisti nenti a cu mi mannau»). Nel locale c’erano le telecamere, che hanno ripreso tutto: e i carabinieri hanno arrestato i tre (operazione Azzardo, 26 marzo 2011).

Qualche mese prima di sparargli l’avevano “avvertito” in maniera macabra: gli è arrivata a casa una lettera contenente cinque pallini di piombo («una per ogni componente della tua famiglia, compreso il cane»). E due mesi dopo, un’altra “missiva” con altrettanti proiettili calibro 9. A dicembre scorso, infine, gli hanno fatto trovare un candelotto di dinamite sotto la ruota dell’auto di Gianluca. Suo figlio casualmente aveva parcheggiato in un “cono d’ombra” della telecamera: e loro, zac!, ne hanno approfittato subito. Come dire: non pensare che ti lasciamo in pace.

Perché da quando hanno tentato di ucciderlo, Gaetano Caminiti è sotto scorta, 24 ore su 24. Dovunque vada, in qualunque posto del mondo, i suoi angeli custodi lo seguono sempre. Una necessità. «Ma è pesante, non sei libero.», si sorprende a commentare.

Quello che non potrà mai dimenticare è stato il Capodanno 2008 e poi i primi giorni del 2009. Il 31 dicembre gli hanno incendiato la sala giochi. «Ma siccome i danni non erano stati rilevanti – osserva – hanno pensato bene di tornare: e allora sì, hanno distrutto tutto.

Addirittura il granito s’è sollevato di 60 centimetri e sul tetto si vedevano i pavimenti dell’appartamento posto al piano superiore. Fu allora che stava morendo il mio Gianluca. È stata la notte più brutta della mia vita. Lui non s’è ripreso subito: è rimasto 10 giorni in rianimazione e poi è stato ancora ricoverato al “Morelli”. Tuttora paga le conseguenze di quell’episodio. Ma è vivo, grazie a Dio».

Sin da quando ha tirato su per la prima volta la saracinesca, nel 1993, Gaetano Caminiti non ha mai avuto vita facile. «Praticamente subito mi hanno offerto 30 milioni per cedere l’attività. E ho rifiutato. Dopo due giorni mi hanno bruciato la macchina, e poi un’altra ancora e ancora un’altra, insieme alle lettere e alle minacce.

Addirittura nel 2004, dopo tanti sacrifici, eravamo riusciti ad acquistare un’altra auto: per darle fuoco hanno atteso sei mesi, così l’assicurazione non poteva rimborsarmi il prezzo intero. Hanno messo talmente tanta benzina, che le fiamme sono arrivate sino al quinto piano del palazzo vicino a dove era parcheggiata: e ho dovuto risarcire i proprietari per la facciata.

Gli sciacalli tornano periodicamente: pretendevano, ad esempio, che assumessi una persona che, dentro, potesse funzionare da terminale per le cosche. Un’altra volta ancora volevano che aprissi a mio nome un nuovo locale a Pellaro e uno a Roma: dovevo fare da prestanome, i soldi li avrebbero messi loro. Ma io ho sempre detto no». Pagando sino in fondo le conseguenze.

«Ci dobbiamo guardare da tutto e da tutti. Sempre. Nella mia storia ci sono coinvolte troppe persone che vogliono farmela pagare cara. Non finirà mai. Ecco perché la tentazione di mollare tutto e andare via c’è sempre. Anche perché mi sento veramente solo: nessuno, mai, mi sono sentito sinceramente accanto. Tranne il direttore di Confcommercio, Attilio Funaro, che mi ha aiutato a presentare la documentazione al fondo antiracket». Da cui finora, però, Caminiti non ha ricevuto un soldo. «Per lo Stato siamo dei numeri, non siamo persone». Tutto quello che ha, l’ha conquistato con la lotta, col sangue e con le notti insonni. Che continuano.

«Don Ciotti, quando è venuto qui con “Libera”, mi ha detto: non ti lasceremo solo. Ma poi lui è andato via. E io sono qui». Con l’incubo delle pallottole, del fuoco, della dinamite ogni giorno, ogni notte, ogni istante. «Per questo a mio figlio dico: vattene, qui non c’è vita».

Articolo dell’8 Marzo 2013 da  webmail.ildispaccio.it

Reggio, sei anni ciascuno ai taglieggiatori dell’imprenditore Caminiti

di Claudio Cordova

Sei anni di carcere ciascuno per i presunti taglieggiatori del commerciante Gaetano Caminiti. Questa la decisione che il Tribunale di Reggio Calabria, presieduto da Olga Tarzia, ha preso nei confronti di Gennaro Gennarini, Vincenzo Nettuno e Terenzio Minniti, tre persone ritenute vicine alla cosca Ficara-Latella, operante nella zona sud della città. I tre avrebbero tentato di far installare, sui computer della sala giochi gestita da Gaetano Caminiti, a Pellaro, un software illecito per il poker online. Illecito, innanzitutto per quanto concerne le normative fiscali, ma anche perché avrebbe condotto gli avventori su un sito internet che prevedeva il pagamento e l’incasso del denaro in contante, senza un minimo di tracciabilità e, quindi comodo per le cosche che hanno necessità di riciclare denaro proveniente da attività illegali.
Caminiti è l’uomo che ha deciso di denunciare i propri aguzzini, dopo anni di intimidazioni, minacce, danneggiamenti e, da ultimo, anche un agguato dal quale si è salvato miracolosamente. Nel corso del dibattimento, l’uomo ha anche trovato la forza di alzare il dito contro i tre imputati alla sbarra e tuttora detenuti. Alla lettura del dispositivo, all’interno dell’aula bunker di Reggio Calabria, a far sentire la vicinanza a Caminiti anche alcune delegazioni delle associazioni “ReggioNonTace”, “Libera” e “Riferimenti”, che da anni si spendono per la trasparenza e la legalità.

Oltre alle dichiarazioni del commerciante, sul conto di Gennarini, Nettuno e Minniti, ha pesato moltissimo il video che – sebbene senza audio – avrebbe immortalato il momento della presunta estorsione. Un passaggio su cui le difese hanno tentato di giocare, chiamando a testimoniare anche un esperto che avrebbe dovuto chiarire alcuni aspetti sul labiale dei tre uomini, ma che, di fatto, non ha scalfito l’impianto accusatorio portato avanti dal pubblico ministero Stefano Musolino.

Nella propria requisitoria, infatti, il rappresentante dell’accusa aveva sottolineato come i tre avessero cercato di imporre il software a Caminiti per conto dei Ficara-Latella non solo per una ragione di natura economica, ma anche per esercitare il classico (ma fondamentale) controllo del territorio della ‘ndrangheta. All’imposizione dei tre, comunque, il commerciante opporrà il proprio diniego, facendo notare che ciò che gli veniva chiesto andava contro la normativa vigente. E, proprio in questo momento, sarebbe scattato l’atteggiamento intimidatorio di Gennarini, Nettuno e Minniti: “Poi virimu si non tu pigghi […] nci fazzu a sapiri a ‘cu ndi mandau chi non volistuvi nenti”. Traduzione: “Poi vediamo se non lo prendi […] faremo sapere a chi ci ha mandato che non avete voluto niente”. Nettuno avrebbe inoltre pronunciato la frase “Poi virimu si non tu pigghi”.

Oltre ad emettere le condanne per i tre imputati (che erano stati arrestati dai Carabinieri nel luglio 2011), a Caminiti il Tribunale Collegiale ha anche riconosciuto una provvisionale da cinquemila euro.

Articolo del 19 Settembre 2013 da quicosenza.it

Reggio Calabria: testimone di giustizia minacciato con esplosivo

REGGIO CALABRIA – Gaetano Franco Caminiti, testimone di giustizia, titolare di un punto Snai a Pellaro, periferia sud di Reggio Calabria, ha ricevuto questa mattina l’ennesima lettera minatoria.

La lettera segue di appena 48 ore un’altra busta recapitatagli sempre al locale, contenente circa 200 grammi di esplosivo. Quando stamani il postino gli ha consegnato la nuova busta, l’uomo si e’ subito insospettito nel leggere il mittente, Questura, poiche’ sulla busta con esplosivo era stato indicato quale mittente i Carabinieri. Il commerciante, quindi, ha allertato immediatamente carabinieri e polizia, adagiando delicatamente la busta su un ripiano. Poco dopo e’ giunto l’artificiere del XIII Reparto Mobile, che ha analizzato la busta escludendo che contenesse esplosivi o altre minacce. La busta quindi e’ stata esaminata e sequestrata dalla Polizia Scientifica. Al suo interno una lettera minatoria nei confronti di Caminiti, oltre alla “spiegazione” del furto avvenuto venerdi’ scorso dell’autovettura Fiat Panda, appena acquistata, di proprieta’ della nuora di Caminiti. L’autovettura, che ha subito gravi danni, e’ stata ritrovata il giorno dopo dalla Polizia. Ebbene nella lettera viene spiegato all’uomo che l’auto era stata rubata a sua nuora per fare un dispetto proprio a lui. Era il 12 febbraio del 2011, intorno alle ore 18.30, quando una moto ha affiancato la Smart che percorreva la Statale 106, Caminiti alla guida e’ stato bersaglio di un intero caricatore di pistola, un colpo lo ha ferito al braccio, gli altri si conficcarono miracolosamente nel montante posteriore, in acciaio, della piccola utilitaria. E’ dal 1993 che Caminiti denuncia le minacce subite al lavoro. Grazie alla sua denuncia e’ scattata l’operazione Azzardo, che ha visto infliggere sei anni di reclusione a tre imputati di tentata estorsione, per aver tentato di imporgli un software illegale nella sala giochi di cui e’ titolare

Video Youtube

L’urlo di un testimone di giustizia: “Abbandonato dallo Stato, non pago più le tasse”

Pubblicato in data 29/set/2013

Da più di 20 anni ha deciso di non pagare più il pizzo e di denunciare le cosche reggine. Decisione che gli è valsa minacce e attentati. Ma le istituzioni gli negano la scorta e qualsiasi forma di protezione

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