I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie

GIANLUCA CALI’

Articolo e foto di oggimedia.it

Racket: “Resistere per dare valore alla vita”

di Cosima Ticali

Intervista a Gianluca Calì, imprenditore siciliano, titolare di una concessionaria di automobili, che ha reso pubbliche le nuove intimidazioni subite nei giorni scorsi.
Una richiesta, “aiutateci a non morire”, un invito “segnalate ogni fatto o persona sospetta”, un “appello alla cittadinanza” che riporta alla mente le intimidazioni subite due anni fa e ricorda quelle denunciate nei giorni scorsi. Sono queste le parole che si ritrovano sul manifesto-denuncia affisso davanti alla sede della “Calicar”, la concessionaria di automobili sita nel comune palermitano di Altavilla Milicia.

Un’azienda nata nel 2008 nel territorio limitrofo di Casteldaccia (Pa), che nel 2011 ha dovuto fare i conti con un grave attentato incendiario in cui quattro vetture sono andate in fiamme.

Da quel momento in poi, tante sono state le difficoltà: il drastico calo delle vendite, i conseguenti licenziamenti, l’inevitabile paura di non farcela. Una paura mitigata dalla voglia di ripartire in una nuova sede, nella vicina Altavilla Milicia (Pa), qualche chilometro più in là, di fronte ad un mare sconfinato che sembra ridare linfa ed energia.

Lo scorso giovedì, però, “le minacce estorsive sono tornate anche qui”, come riporta il manifesto-denuncia e come sottolinea Gianluca Calì, titolare della concessionaria.

Oggimedia ha incontrato l’imprenditore siciliano che ci parla della sua situazione; una condizione di emergenza culturale e sociale che ancora oggi colpisce la nostra isola e chi ci vive e lavora.

“Appello alla cittadinanza per non morire”, riporta il cartello affisso nel comune palermitano di Altavilla Milicia, davanti allo spazio espositivo della vostra azienda. Un manifesto in cui denunciate le “minacce estorsive” di cui siete stati bersaglio in questi anni ed invitate i cittadini a segnalare alle Forze dell’Ordine ogni tipo di intimidazione. Qual è il significato di questo gesto?

«L’idea del cartello esposto con l’intento di chiedere aiuto “per non morire” è stata impulsiva. Decisa nello stesso giorno in cui abbiamo ricevuto le minacce. Siamo ripiombati indietro nel tempo, all’attentato subito nel 2011. L’appello è una nostra richiesta di aiuto e di attenzione. Rappresenta un bisogno forte di solidarietà rispetto ad una minaccia che mette in pericolo un vissuto ed un progetto imprenditoriale, ma soprattutto i tanti uomini che lavorano onestamente e le loro famiglie. Una minaccia che crea uno stato di emergenza rispetto al quale si vuole provare a nutrire la speranza che sia ancora possibile vivere una vita normale in Sicilia».

Nel manifesto si fa riferimento all’attentato incendiario di cui siete stati vittima nell’aprile 2011 dove sono andate in fiamme quattro vetture parcheggiate davanti ai locali della concessionaria. Cosa è successo da quel momento in poi?

«Da quel giorno abbiamo ricevuto tanta solidarietà da parte della gente comune, del mondo dell’associazionismo, dell’imprenditoria, oltre al sostegno prezioso ed incessante delle Forze dell’Ordine che presidiano il territorio. Le indagini della magistratura continuano. Ci sono momenti, però, in cui ci si sente soli, in cui tutto sembra difficile ed insuperabile».

In questi anni che tipo di supporto avete ricevuto da parte delle istituzioni?

«La magistratura e le Forze dell’Ordine sono sempre al nostro fianco.
Per quanto riguarda lo Stato-amministratore, il quale dovrebbe essere al servizio del cittadino utente, la realtà è diversa: anch’ io, purtroppo, sono rimasto incastrato tra le maglie della “cattiva e lenta amministrazione”. Ho presentato l’istanza per accedere ai benefici economici del Fondo Nazionale di solidarietà alle vittime delle richieste estorsive e sono stato costretto a diffidare – tramite il mio avvocato – la Prefettura di Palermo che non completava la relazione istruttoria da inviare al Ministero dell’Interno. Proprio un mese fa, il Ministero ha chiesto ancora un supplemento istruttorio alla Prefettura di Palermo. L’istanza è stata presentata nell’estate del 2011. Nel frattempo, nell’attesa che si chiuda l’esame amministrativo della mia domanda, il fatturato della mia azienda è diminuito quasi del 90% e sono stato costretto a licenziare.
Due settimane fa, inoltre, il Comune di Altavilla Milicia mi ha diffidato per eliminare il cancello che segna il limite-ingresso alla mia proprietà ed alla sede dell’impresa dove ho subito le minacce. Abbiamo risposto per vie legali, opponendoci contro questo provvedimento amministrativo illegittimo ed immotivato, che aggraverebbe ancora di più l’attuale stato di pericolo in cui ci troviamo. Del resto, chi toglierebbe la porta di casa dalla propria abitazione? Questa cosa mi avvilisce e lascia senza parole».

Che tipo di riscontro, invece, da parte della gente?

«Ho incontrato gente straordinaria, di cuore, che mi ha riservato tante parole di coraggio e pacche sulle spalle. Tutti, nessuno escluso».

Diverse sono le associazioni antiracket e le leggi che cercano di sostenere gli imprenditori che denunciano i propri estorsori. Vi sentite più tutelati rispetto al passato?

«Assolutamente si. Il filo dell’associazionismo e la legislazione speciale anti-racket ed usura costituiscono due fattori decisivi per programmare i contenuti di una costante azione di resistenza. Esiste il cosiddetto “diritto alla resistenza”. Si tratta di un diritto fondamentale che fa parte e dà contenuto alla dignità dell’uomo ed alla sua libertà di determinarsi nel rapporto con gli altri e con l’attuale società. Resistere per dare valore alla vita, nell’ottica del bene comune quotidiano».

E’ di pochi giorni fa, la notizia che ha visto come protagonista il noto chef palermitano Natale Giunta. Anche lui vittima di intimidazioni, ha deciso di denunciare i suoi estorsori.
Si tratta di un ulteriore segnale per sottolineare che gli imprenditori siciliani non sono più disposti a subire?

«Sono vicino a Natale Giunta, gli ho manifestato la mia sincera solidarietà. Non potevo immaginare che, nel giro di qualche giorno, sarebbe ricapitato di nuovo anche a me. Prima di essere siciliani siamo uomini, senza territorialità. Questa nostra battaglia per la normalità è per avere una Sicilia uguale alle altre regioni, dove si può lavorare con sudore ed onestà, senza pericoli e minacce punitive».

Lo scorso 26 febbraio – così come era accaduto trent’anni fa – studenti, insegnanti, sindaci, sindacati, hanno sfilato in corteo da Bagheria a Casteldaccia per ribadire il loro “NO” alla mafia. Secondo lei, che significato assume oggi questa marcia?

«Una marcia è un simbolo, un evento, un’occasione di riflessione che dovrebbe coinvolgere tutti: istituzioni, scuole, ordini professionali, chiese, medici, insegnanti, bambini e genitori, educatori, e soprattutto ogni fascia d’età… perché finita la marcia, inizia la vita vera di ciascuno, nella quale si esprimono i sentimenti ed i valori che animano le nostre azioni».

“Aiutateci a non morire”, chiedete nel manifesto alla cittadinanza.
Cosa possono fare concretamente le istituzioni, i rappresentati della società civile, i giornalisti, i cittadini?

«Il nostro appello “per non morire” è il prodotto di un moto dell’animo, una richiesta d’aiuto. La cura è il lavoro costante della magistratura, l’attività di sorveglianza e protezione sul territorio svolta dalle Forze dell’Ordine. La cura, però, è anche il sostegno e l’incoraggiamento che proviene dalle associazioni e dai cittadini; questa intervista dà voce a questo momento buio».

Oggimedia ringrazia Gianluca Calì per la sua disponibilità e per aver dato voce alla sua voglia di legalità e libertà, libertà di vivere e lavorare nella propria terra.

Articolo del 30 Novembre 2014 da loraquotidiano.it

Perseguitato da Stato e mafia perchè ha comprato la villa del boss

La storia di Gianluca Calì che acquista all’asta la residenza che fu di Michele Greco, e finisce al centro di una vicenda incredibile: da un lato le richieste di pizzo di Sergio Flamia, il pentito al soldo dei servizi, e dall’altro le denunce di due ispettori della forestale, poi coinvolti in un’indagine per estorsione. Fino all’istanza di demolizione dell’immobile

di Giuseppe Pipitone

Questa è una storia di estorsioni, di minacce di morte, di auto incendiate, di immobili sequestrati da agenti della forestale poi finiti agli arresti, di boss mafiosi come Sergio Flamia, oggi pentito, che fanno da confidenti ai servizi e nel frattempo vanno in giro a chiedere il ”pizzo”. Una storia piccola, cominciata tra Altavilla Milicia e Casteldaccia, in provincia di Palermo, e finita in Senato, oggetto d’interrogazioni parlamentari al ministero dell’Interno, e alla prefettura di Milano, all’ordine del giorno di vertici sulla sicurezza. È infatti dal capoluogo lombardo, che nel 2009 Gianluca Calì, originario di Casteldaccia ma residente a Milano, decide di venire ad aprire in Sicilia una succursale della sua concessionaria d’automobili: la Calicar di Altavilla Milicia. “Volevo provare ad investire nella mia terra” spiega oggi, dopo essere finito in un corto circuito al centro tra le minacce di Cosa nostra e la folle burocrazia dello Stato.

Il pizzo di Flamia
In Sicilia, Calì decide anche di comprare all’asta una villa vicino Casteldaccia: due piani da 160 metri quadrati l’uno. “L’idea era quella di trasformarla in una struttura ricettiva, che potesse creare un minimo di ricchezza per la nostra terra, dare lavoro e incrementare l’indotto turistico della zona” racconta. Quella villa però non è una casa qualsiasi: apparteneva allo storico padrino di Bagheria Michelangelo Aiello, che la condivideva con Michele Greco, il Papa di Cosa Nostra. Non è mai stata confiscata perché era ipotecata ed è quindi passata ad un istituto di credito che ad un certo punto la mette all’asta. “Poco prima di presentare la mia offerta, ricevo la visita di alcuni personaggi”, racconta Calì. Si presentano come “eredi dei precedenti proprietari” e chiedono all’imprenditore di “lasciar perdere quella casa”. Ma lui non appare per nulla impressionato: “Risposi di ripetere le loro parole davanti ad un giudice – spiega – poi mi aggiudicai la casa”.
Da quel momento Calì finisce dentro ad un tunnel di intimidazioni e minacce. Il 3 aprile alcune automobili della sua concessionaria vengono incendiate: passano tre mesi e nell’autosalone di Calì si presenta un uomo. “Dice di chiamarsi Flamia, di avere bisogno di denaro per aiutare alcuni parenti detenuti”, racconta l’imprenditore, che si oppone alla richiesta estorsiva, ripetuta poi per altre due volte ad ottobre. Sergio Flamia è un uomo d’onore di Bagheria, autore di una quarantina di omicidi, che quando va da Calì a chiedere il pizzo è già da anni un confidente a libro paga dei servizi segreti: dall’intelligence, il boss bagherese avrebbe ricevuto persino 150 mila euro in contanti. Di Flamia e del pizzo chiesto a Calì si è parlato mercoledì scorso anche nell’ultima seduta della commissione parlamentare antimafia, quando a Palazzo San Macuto sono stati ascoltati i pm Leonardo Agueci, Vittorio Teresi, Nino Di Matteo e Francesca Mazzocco. I verbali della seduta sono stati secretati.

La villa dei boss sequestrata da forestali infedeli
Nel febbraio 2013 il vortice dell’imprenditore diventa ancora più nero. La villa che fu dei boss Aiello e Greco, e che Calì vuole trasformare in una struttura alberghiera, viene sequestrata da due ispettori della Forestale. “Stato grezzo e in corso d’opera”, scrivono nel verbale di sequestro, come se lo stabile fosse stato costruito di sana pianta in maniera abusiva. Così non è, perché quella villa esiste dal 1965, e Calì sta solo facendo dei lavori di ristrutturazione. Fa opposizione al sequestro e il 4 marzo 2013 ritorna in possesso dell’immobile. Gli ispettori della Forestale però non demordono. E il 15 marzo sequestrano di nuovo la villa con le stesse motivazioni. Solo un errore burocratico? Il verbale di sequestro porta due firme: sono gli ispettori della Forestale di Bagheria Luigi Matranga e Giovanni Coffaro. Che a fine marzo 2013 finiscono coinvolti in un’inchiesta della procura di Palermo: al centro dell’indagine proprio i ricatti di alcuni dipendenti della Forestale di Bagheria nei confronti degli abitanti della zona: richieste di denaro dietro la minaccia del sequestro di immobili. “Una vicenda – scrive il gip Angela Gerardi nell’ordinanza di custodia cautelare– in cui emerge lo scarso se non inesistente senso del dovere e indegno esercizio del potere che interessa alcuni componenti dell’ufficio del corpo forestale (tra questi viene citato proprio Giovanni Coffaro) e l’irresponsabile comportamento da parte di altri (come il comandante Luigi Matranga)”. In carcere finiscono in quattro. Coffaro, uno dei due che sequestra la villa di Calì, è tra gli indagati anche se il gip ne respinge l’arresto. Nelle carte dell’inchiesta si ipotizza invece che Matranga, l’altro estensore del verbale di sequestro, fosse a conoscenza del “lavoro sporco” portato avanti dai suoi sottoposti. “Matranga non ha mai presentato una denuncia né ha mai segnalato i comportamenti dei suoi subordinati”, scrive sempre il gip. A Calì non è mai arrivata una richiesta di denaro, la tipica “messa a posto”, per dissequestrare la villa. Anzi in questi giorni gli è arrivata un’ordinanza di demolizione del comune di Casteldaccia: entro gennaio del 2015 dovrà distruggere completamente l’abitazione. Anche se per quella data non ci sarà ancora una sentenza nel procedimento per abusivismo edilizio che lo vede imputato. “In pratica potrei essere assolto, ma a quel punto la villa non esisterebbe più perché sono costretto a distruggerla: in alternativa diventa di proprietà del comune. Mi chiedo quante siano le ordinanze di demolizione così tempestive in Sicilia: talmente tempestive che l’ufficio tecnico arriva prima di una sentenza di un tribunale”. A curare i lavori di ristrutturazione della villa che fu di Greco era stato il fratello dell’imprenditore palermitano, l’ingegner Alessandro Calì. Che i tentacoli di Cosa nostra li ha visti da vicino qualche tempo fa, quando da presidente dell’ordine degli ingegneri ha radiato dall’albo Michele Aiello, il ricchissimo prestanome di Bernardo Provenzano. Aiello è un uomo potente e fortunato:condannato a 15 anni di carcere è riuscito a trascorrerne uno intero ai domiciliari, proprio nella sua Bagheria, perché affetto da favismo: è lo stesso periodo in cui a Calì sequestrano la villa, e l’autosalone dell’imprenditore viene preso di mira dalle cosche.

L’escalation di minacce: “Non sono tranquillo”
Nel frattempo continua l’escalation di minacce nei confronti dell’imprenditore: intimidazioni che diventano inquietanti. Dopo la pubblicazione di alcuni articoli di stampa che lo riguardano, nel giugno del 2013, gli arrivano due telefonate nel cuore della notte: “Mi dicevano: ti ammazziamo, ti diamo fuoco, ti facciamo finire noi”, racconta. Poi la mattina del 6 febbraio 2014 le agenzie di stampa rivelano che Flamia è un uomo a libro paga dei servizi: poche ore dopo due uomini si presentano nella concessionaria di Calì. “Non erano interessati alle autovetture, non chiedono nessuna informazione, ma con fare circospetto mi fissano insistentemente. Appena vanno via mi segno il numero di targa della loro automobile: lo controllo alla motorizzazione ma quella targa non risulta iscritta nei registri”. Una targa falsa, fantasma, come quelle utilizzate sui veicoli in dotazione a uomini dell’intelligence. “Chiamo la squadra mobile, viene fissata una riunione in prefettura per discutere della mia sicurezza: un funzionario di polizia si lascia sfuggire che la situazione è grave e che non se la sente di dirmi di stare tranquillo. E io tranquillo non ci sono per nulla”.
A quattro anni dal primo attentato, Calì non ha ancora avuto accesso al fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura. “Ho fatto la richiesta varie volte, ma nulla, neanche un pezzo di carta per rifiutarmi l’aiuto che mi spetta di diritto”. Le vicenda in cui è finito l’imprenditore ha avuto una ripercussione diretta sulla sua azienda: nel 2010 Calì fatturava 24 milioni di euro all’anno e aveva 24 dipendenti. “Oggi – spiega – ho quattro dipendenti e 2 milioni di fatturato: è vero che c’è la crisi, ma la crisi c’è perché Cosa nostra rovina gli imprenditori onesti. E lo Stato li lascia soli. Oppure, ancora peggio, li perseguita”.

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