I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie

MICHELE LUCCISANO

Articolo del 18 Gennaio 2014 da mariomeliado.wordpress.com

A proposito della società civile che “resiste”: l’affaire Luccisano (e la Bcc di Cittanova)

Questa volta no, non è un “avvertimento” come altri.

Diventa uno spartiacque, l’ennesimo furto – il settimo nel giro di 7 anni: come media non c’è male… – ai danni di Michele Luccisano, 52 anni il prossimo 22 marzo, imprenditore oleario e soprattutto imprenditore titolare della Verdiana (produttrice anche di kiwi giallo, confetture, marmellate…) che coraggiosamente ha denunciato i “cravattari” cui s’era rivolto fino a farli condannare (persino in terzo grado, come vedremo). Ma poi anche testimone antiusura, con tante occasioni di confronto nelle scuole, e presidente della neonata rete etica d’imprese Calabria Solidale, volta a coniugare legalità, coltivazioni “bio” e gestione pizzo-free.

…Quello appena perpetrato è quel tipo di segnale che, a misfatti nei tuoi confronti ormai compiuti, a tua ribellione ormai “esplosa”, a iter processuali ormai praticamente esauriti ti fa capire che purtroppo per te non sarà una denuncia e nemmeno una condanna la yellow line, la linea di demarcazione tra gli incubi del passato e un presente e un futuro informati esclusivamente ai Valori in cui credi e alla speranza di condizionare positivamente tutto il resto del mondo. Ma, probabilmente, quegli incubi sgomiteranno per infilarsi nella tua “nuova vita” e perseguitarti fino a un momento futuro e incerto.

Nella notte tra mercoledì 15 e giovedì 16 gennaio, i soliti (ig)noti sono penetrati nei locali dell’azienda di contrada Valle, poco fuori Cittanova. E hanno arraffato un po’ di tutto: una cisterna con dentro 100 quintali d’olio, prodotto-madre della Verdiana, altri contenitori più piccini, 500 litri di gasolio, una motosega e altri attrezzi vari, infilando tutto a bordo di un camion non portato da fuori, ma paradossalmente di proprietà sempre dell’azienda dei fratelli Michele e Antonio Luccisano, poi hanno unito i contatti per accendere il motore e se ne sono andati.
Il 16 mattina è stato Antonio, aprendo i battenti per una nuova giornata di lavoro, a rendersi conto del settimo furto, il primo del 2014 (non foss’altro perché appena iniziato). Danno stimato: circa 60mila euro.
Scontata la denuncia ai Carabinieri, ma stavolta il “colpo” era stato affidato a bassa manovalanza davvero: malviventucoli d’infimo spessore criminale hanno mal chiuso i contenitori con dentro il frutto dell’operato dello staff della Verdiana, così il mezzo pesante ha presto iniziato a perdere l’olio. Tanto, tantissimo olio. Risultato: nove incidenti stradali soltanto ieri mattina (16 gennaio) nei 15 km compresi tra Cittanova e località Longo di Melicucco, dove i ladri si son car1decisi ad abbandonare camion e refurtiva. C’è anche chi si è rotto il femore.

«Ecco perché, nei fatti, possiamo parlare adesso parlare di danni stimati tra gli 8 e i 10mila euro – spiega Michele Luccisano –, anche se per il momento non ho la possibilità di dire con esattezza cosa esattamente sia stato portato via: martedì prossimo arriveranno da Reggio gli uomini della Scientifica dell’Arma, solo dopo potrò tornare in possesso del camion e capire cosa manca davvero all’appello». Quanto a dinamica, però, «è stato soltanto l’ennesimo colpo perfettamente identico agli altri per modalità di scasso, d’ingresso, perfetta conoscenza dei luoghi e perfino delle attrezzature in dotazione all’impresa».

Tutto ciò non sposta di una virgola la questione di fondo:

non siamo davanti a “veri” furti, ma a ruberie a matrice intimidatoria. Al proseguimento di un’invasiva azione criminosa nei confronti di un imprenditore esposto per 100mila euro coi “cravattari” che ne ebbero 180mila ma in tutto, per un “prestito” triennale, gliene avevano chiesto indietro complessivamente oltre mezzo milione… «Sì, la mia idea è sempre stata quella – ammette Michele Luccisano –: sono episodi che peraltro hanno tutta la veste dell’atto intimidatorio, in un’occasione sono arrivati a uccidermi i cani… Evidentemente, hanno intenzione di colpirmi sotto il profilo patrimoniale. Chi? La mia ipotesi personale, me la son fatta: i miei trascorsi da denunciante che fece finire sei persone in galera non credo siano estranei a questi furti».
C. Chiedo scusa, lei, questo STANGANELLI, lo conosce per la prima volta quel giorno? —//
B. Quel giorno, si, e… nel… nel pomeriggio stesso mi dicono che sono disponibili. Ehm… nel… stabiliamo 20.000 euro e io gli restituisco questi 20.000 euro nel mese di dicembre. —//
A. E… sugli interessi? —//
B. Sugli interessi il 10%. —//
A. In quel pomeriggio stesso? —//
B. Si, in quel pomeriggio stesso. —//
A. Quindi in quel pomeriggio lei stabilisce qual è la somma di cui ha bisogno e loro gliela consegnano? —//
B. Si, tanto è vero che io gli dico, scusa, ma mi avevi detto il 7, dice no, no, dice… il… il… il tasso di interesse convenzionale è il 10%, chiamiamolo così. —//
A. Come se ci fosse un uso, praticato in questa zona…—//
B. Si, di questo prezzo. —//

Eccolo, il coraggio non-teorico di Michele Luccisano: un piccolo stralcio dalle sue dichiarazioni rilasciate ai magistrati della Procura della Repubblica di Palmi il 22 settembre del 2010, nello specifico rispetto al ruolo del gioiese Domenico Stanganelli (classe ’65), come i suoi congiunti considerato vicinissimo al potente clan dei Molè.
Oppure le frasi dell’imprenditore che ha avuto il coraggio di ribellarsi agli usurai che lo stavano “strozzando” sul ruolo di Antonio Zangari (già tra gli arrestati del blitz):

Nei primi mesi del 2005, per ottenere altra liquidità il CALIA mi ha accompagnato da un’altra persona di Polistena, tale Antonio, di cui non ho mai saputo il cognome, ma posso indicarvi la casa dove abita, che mi ha concesso varie somme di denaro per un importo complessivo di € 32.470,00. A garanzia della somma concessami, il 26.03.2007, ho dato al CALIA due assegni della Banca Unicredit, quello n. 3175028817-12 dell’importo di 11.770,00€ e quello n. 3175028818-00 dell’importo di € 20.700,00, che ha trattenuto direttamente lui avendo dovuto girare Al Sig,. Antonio dei suoi assegni, come confidatomi dallo stesso CALIA. Il secondo degli assegni citati, quello più consistente, è stato posto all’incasso dal CALIA il 02.09.2010, ma lo ha poi richiamato il giorno 16 successivo.——–
Nell’ incontro di ieri CALIA, per quanto concerne il prestito fattomi da Antonio di Polistena, dell’importo complessivo di € 32.470,00, mi ha detto che avrebbero dovuto quantificare la relativa quota interessi.—-//

Va anche precisato che, stando al diretto interessato, non di 10mila ma di «diverse centinaia di migliaia di euro» è l’importo dei danneggiamenti complessivi collegati ai vari furti subiti negli anni: «La botta forte è stata la prima, nel 2007, con 630 quintali d’olio portati via in una volta sola… In totale, alla nostra azienda manca qualcosa come 1.600 quintali d’olio».

…Diciamo che c’è anche una novità non piccola: nel dicembre scorso, è arrivata la terza (…ma non ultima…) puntata della telenovela giudiziaria relativa al processo “Tentacolo”.
In primo grado, il 24 gennaio 2012, i giudici del Tribunale di Palmi avevano condannato Domenico Stanganelli a 8 anni e 4 mesi, Carmelo Stanganelli a 7 anni e 8 mesi, l’altro Domenico a 6 anni e 8 mesi e l’unico altro imputato, Pasquale Calia, a 3 anni di reclusione. Il 21 febbraio dell’anno scorso, però, la Corte d’appello di Reggio aveva operato ingentissimi sconti di pena, irrogando condanne per 17 anni e mezzo di carcere complessivamente contro i 26 globali del primo grado. Be’, nel dicembre scorso s’è giunti in Cassazione: e la Suprema Corte ha acclarato in modo definitivo la colpevolezza dei quattro imputati, con rinvio però ad altra sezione della Corte d’appello di Reggio Calabria ai fini della rideterminazione delle pene, che dovrebbero essere decisamente più alte perché proprio i giudici cassazionisti hanno censurato la forte decurtazione degli anni di reclusione da scontare sancita dai magistrati del riesame.

«A me – aggiunge ora l’imprenditore – interessa soprattutto che, infliggendo i magistrati una condanna ai miei aguzzini, si certifichi che nelle sue denunce Michele Luccisano ha detto il vero: troppo spesso, nelle aule di tribunale, si ha la sensazione che il “reale” imputato sia chi ha il coraggio di denunciare».
Non un modo di dire: i legali dei quattro imputati, all’indomani del verdetto di primo grado, avevano preannunciato appello attraverso una nota stampa che, in pratica, tratteggiava l’imprenditore-coraggio come un truffatore, sottolineando tra l’altro che Luccisano «nello stesso periodo in cui avrebbe subìto l’usura acquistava attraverso società estere la quota di 1/3 di terreno di 52 ettari per gran parte edificabile», «distraeva disponibilità finanziarie milionarie nella sua azienda», «impiegava documentazione fiscale fittizia per ottenere anticipazioni nella sua banca». Ma le sentenze non hanno minimamente recepito addebiti del genere.
«Cosa c’era di vero? Nulla – respinge ogni illazione il titolare della Verdiana –. Sono stati tentativi d’arrampicarsi sugli specchi per screditare me e le mie dichiarazioni, e per quelle accuse arrivò pure un deferimento all’Ordine degli avvocati. Semmai, imbarazzante per me è stato il sèguito… ».

Una situazione kafkiana, con le banche che gli hanno sprangato le proprie porte.

«Nei fatti – spiega il titolare della Verdiana – non ho neanche un conto corrente: ormai, lavoro solo con Banca Etica. Ma ci sono risvolti più avvilenti per me e mio fratello Antonio… La mia banca, la Banca di credito cooperativo di Cittanova, ci ha buttato fuori da soci. Non “esclusi”, no; proprio buttati fuori, nel luglio 2011, quando il processo “Tentacolo” già era in corso». Tutto ciò in un istituto di credito non-qualsiasi: perché questa Bcc sorge a Cittanova, storico baluardo pionieristico dell’associazionismo antiusura, ma soprattutto perché la banca cooperativistica oggi guidata da Rosario Casella era davvero percepita da Luccisano come la “sua” banca, visto che «ebbe per decenni tra gli amministratori, e per un annetto anche quale presidente, nostro padre Giacomo, scomparso 10 anni fa». E invece, quello stesso istituto cresciuto anche grazie all’apporto fondamentale di Giacomo Luccisano, non ha avuto particolari remore a sbattere fuori due soci-imprenditori certamente tra i pochi, non a Cittanova ma in tutto il Paese, ad avere gli attributi sufficienti per denunciare gli usurai di cui erano stati vittime, attraverso un’algida raccomandata. «Alle mie richieste di maggiori chiarimenti, la Bcc s’è limitata a dirci: “Facciamo sempre così, in casi di questo genere… non potevamo fare diversamente”. Senza distinguere tra le persone. Non solo: l’espulsione dei soci, in caso sia necessario procedere al recupero del relativo credito, è una mera “facoltà” in capo al consiglio d’amministrazione della Bcc cittanovese, non certo un obbligo. E nel nostro caso esisteva solo una lettera: di atti giudiziari nei nostri confronti, neanche l’ombra».
Detto in altre parole: crede Michele Luccisano alle (formalmente ineccepibili) spiegazioni  fornitegli dalla Banca di credito cooperativo di Cittanova? «…Ci mancherebbe! Assolutamente no».

E adesso andrà avanti, lui, certo. Terrà duro, malgrado i furti-intimidazioni da parte di chi, con ogni probabilità, vorrebbe mettere le mani sull’azienda olearia di famiglia (che si occupa di olio & C. “soltanto” da 200 anni…). Ma adesso che è il momento dei riflettori in qualche modo accesi, della solidarietà verbale, non sarebbe male schiudere la porta a una solidarietà dei fatti. Più “acquisti consapevoli”, per esempio. Maggiore attenzione in chiave preventiva da parte delle forze dell’ordine. E un passaparola che illumini un punto d’eccellenza della Calabria produttiva che, al contempo, è anche una roccaforte della Calabria che di fronte alle angherie non riesce a restare in silenzio.

Articolo del 22 Gennaio 2014 da ildispaccio.it

Michele Luccisano, colpito dal malaffare e abbandonato dallo Stato

di Valeria Guarniera

L’ennesima, triste, dimostrazione di uno Stato che è distratto, che non si prende cura dei suoi figli, che troppo spesso tace, evitando di prendere posizione. E che a volte parla. E parla. E parla ancora: solidarietà a chi subisce. Vicinanza alle vittime che hanno il coraggio di denunciare. Cittadinanza attiva. Nessuno è solo. Parole. Solo parole che, purtroppo, vengono (anche abbastanza facilmente) troppo spesso smentite dai fatti. Un’incongruenza che è evidente, quasi palpabile, e che la trasmissione Presa Diretta, in onda si raitre solo qualche giorno fa, ha sbattuto in faccia agli italiani: testimoni abbandonati. Imprenditori in ginocchio. Famiglie distrutte.

Denunciare conviene? E’ chiaro che la risposta – al di là delle provocazioni e della desolante fotografia mandata in onda sulle reti nazionali (ma noi, qui, lo sapevamo già!) – vuole, e anzi deve essere positiva. Ma è altrettanto chiaro che, chi denuncia, non può essere abbandonato: “Non siamo qui solo per fare denuncia. Vogliamo chiedere un sostegno nei confronti di tutti gli imprenditori coraggiosi che decidono di denunciare e il più delle volte vengono lasciati soli, soprattutto dalle Istituzioni”. A dirlo il professore Tonino Perna, Assessore alla Cultura del Comune di Messina, in occasione della conferenza stampa convocata questa mattina presso il Teatro Siracusa di Reggio Calabria. Un incontro per dimostrare solidarietà a chi subisce, ma, ancor più importante, per provare a passare dalle parole ai fatti, attraverso azioni concrete: un tavolo tecnico istituito presso la Prefettura di Reggio Calabria per tutelare le aziende e gli imprenditori vittime di usura e racket. E’ ciò che propone la Rete d’imprese Calabria Solidale, insieme ad Alba, Reggio Non Tace, Libera, Mana Chuma Teatro e alla Fondazione Horcynus Orca di Reggio Calabria, in seguito al vile atto intimidatorio che ha colpito, nella notte tra il 15 e il 16 gennaio scorso, l’imprenditore Michele Luccisano che ha avuto il coraggio di denunciare i suoi usurai, facendoli condannare al terzo grado di giudizio.

Un imprenditore come tanti. Si, perché la storia di Michele Luccisano, titolare dell’azienda Verdiana di Cittanova, purtroppo, è la storia di tanti che, spesso, non hanno neanche la forza di denunciare. Lui invece, ha deciso di farlo. “Dal 2010 in poi – ha raccontato nel corso della conferenza stampa – sono stato impegnato nei processi che si sono conclusi velocemente rispetto ai tempi soliti della giustizia italiana. Nel dicembre 2013, infatti, sono arrivate le sentenze della Cassazione”. Sentenze che però, evidentemente, non sono servite a porre fine ad una situazione che ha del paradossale ma che non hanno impedito all’imprenditore – nonostante l’ennesimo furto – di rendersi protagonista di quella società civile che resiste. Luccisano infatti, come tanti altri nella sua situazione – ha voluto impegnarsi in prima persona nel contrasto alla ‘ndrangheta e al racket con lo sportello antiusura di Microdanisma, che fornisce alle vittime un valido strumento di aiuto, e con Calabria Solidale, un marchio che identifica prodotti calabresi di piccole imprese e cooperative locali che rispettano i principi di Legalità, Solidarietà, Trasparenza: “Si tratta di un nuovo modo di fare impresa e di stare insieme – ha spiegato – che in Calabria rappresenta una realtà unica nel suo genere. Solidale è un modo per tutti noi di aiutarci a vicenda”. Luccisano (come tanti altri nella sua stessa situazione) và avanti, parla ai ragazzi, spiegando loro che le cose vanno guardate dalla prospettiva giusta, che qualcosa si può fare, e che bisogna pretendere di poter decidere di continuare a vivere nella propria terra: “Occorre mettere a servizio degli altri le proprie esperienze – dice – perché possano servire a qualcun altro. La mia azienda ha sempre tirato su la serranda, anche nei momenti più difficili. Possono rubarci tutto, ma non la dignità: quella ci appartiene e la esponiamo in qualunque modo e forma”. Ma Luccisano si sente solo. Di una solitudine che è pesante, perché viene da chi – lasciandolo solo – ha deciso di non rispettare un patto: “Le Istituzioni le sento lontane. Ringrazio la Procura di Palmi. Gli altri, non li conosco”

L’anello debole della catena. C’è una realtà in movimento, fatta di una nuova coscienza civica che – in costante evoluzione – sta creando una contaminazione positiva: associazioni, movimenti che piantano dei semi, perché il terreno è ancora fertile e può dare buoni frutti. C’è “consumo critico” che – lentamente – sta prendendo piede, e che – sempre di più – si identifica con una cittadinanza che vuole dire da che parte stare, in cui nessuna scelta è casuale. E c’è il coraggio degli imprenditori che – nonostante le difficoltà e le paure – decidono di denunciare. E’ una catena, fatta di tanti anelli, uniti tra di loro, sorretti gli uni dagli altri. E poi c’è lo Stato: “L’anello debole è quello delle Istituzioni”. A dirlo don Pino Demasi, referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro: “Le aziende che hanno denunciato fanno fatica ad andare avanti. Non basta tutelare le singole persone. Occorre tutelare le imprese. Solidarietà significa corresponsabilità: è giunta l’ora che ognuno si prenda le proprie responsabilità”

Qui succede sempre, è normale. E’ una vera denuncia quella che viene dalla voce – e dall’esperienza – di padre Giovanni Ladiana, Reggio Non Tace: “La vicenda di Cocò ha sconvolto tutti – ha ribadito – di fronte ad un omicidio del genere è giusto indignarsi. Ma occorre farlo anche di fronte a questi atti intimidatori. Le azioni sono tutte gravi, allo stesso livello. Non dobbiamo considerare eventi come questo legati solo all’economia. Un atto intimidatorio è grave come un assassinio. Occorre indignarsi e smetterla di far passare certi eventi in secondo piano, dicendo che tanto qui è normale, funziona così. in questo modo – ha sottolineato con convinzione – rischiamo di diventare complici”

 

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